Pubblicato da: giulianolapostata | 21 aprile 2011

“L’ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL” (J-P. Jeunet, Francia, 2009)

Sesto film di Jeunet, Micmacs à tire-ligots (i ‘micmacs’ sono gli imbrogli, gli inganni, i raggiri, gli intrallazzi. Però si dice anche ‘quel micmac’ per dire ‘che casino’. ‘A’ tire-ligots’ vuol dire ‘a più non posso’. Bisogna prima di tutto riconoscere che tradurre il titolo era una mission impossible!) – che chiameremo dunque semplicemente Bazil – è il suo ennesimo capolavoro, ed in esso possiamo trovare tutta la sua estetica ed anche la sua etica. Attenzione, però, perché in questo caso la percezione rischia di essere più difficile. Qui infatti Jeunet non scrive una ‘poesia’, come in Amélie, non racconta una favola, come nella Città perduta, e nemmeno una storia ‘vera’, come in Una lunga domenica di passioni. In Bazil, egli mette in scena una storia che si spinge al limite e perfino oltre il limite del cartoon, incrociando per strada le comiche chapliniane, le tristi follie keatoniane e le ilari bizzarrie di Tati (e tanti, tanti altri ancora: il film è una vera festa di citazioni, di omaggi e di rimandi), per giungere tuttavia ad una creazione intimamente e profondamente ricca di significati, di ‘morale’ e di ‘messaggi’, che è forse – verrebbe da dire – la sua opera più colta e raffinata.

Come nei suoi precedenti film, ma mai come in questo, anche stavolta l’eroe di Jeunet è uno ‘sfigato’. Il piccolo Bazil all’età di sette anni perde il padre, artificiere dell’esercito in Marocco, ucciso da una mina che sta disinnescando. Per il dolore la madre impazzisce e lui, solo al mondo, viene rinchiuso in orfanotrofio. Divenuto adulto si guadagna da vivere gestendo un triste e solitario videonoleggio, ma una sera la sorte si accanisce nuovamente su di lui. Durante un regolamento di conti di malviventi, nella strada antistante, un proiettile vagante lo colpisce alla fronte. Il destino di Bazil è ora comunque affidato al caso: non verrà operato, perché ciò molto probabilmente lo ucciderebbe, ma così com’è può morire in qualsiasi momento, all’improvviso.

Quando esce dall’ospedale, non ha più niente: sparite tutte le sue cose, affidato ad altri l’appartamentino, perso il lavoro. Bazil va per la strada, a far parte della schiera bizzarra dei barboni, dei mimi e dei giocolieri, e proprio lì conosce la sua nuova famiglia. Sono sette buffi ‘rigattieri’ (Sette Nani?), che hanno costruito la loro tana sotto un immenso cumulo di rifiuti. Là, in quel luogo che dovrebbe essere ripugnante e che invece appare come una grotta delle meraviglie, essi vivono riciclando ciò che i ‘ricchi’ buttano via, e costruendo con esso oggetti eccezionali o fantastici e poetici. Loro stessi non sono tipi qualunque, ma individui per vari aspetti speciali. Sono anche loro ‘rifiuti’, ma della società, di una società talmente stupida e assurda che, come spreca con suicida indifferenza beni, oggetti e ricchezze, così ‘butta via’ anche persone come loro: poeti, artisti, geni. Soprattutto, sono profondamente amici e solidali, e quando Bazil, incredibilmente, scopre i responsabili della fabbricazione della mina che ha ucciso suo padre e del proiettile che ha ferito lui, abbracciano la sua causa. Lo aiuteranno a vendicarsi. Ma attenzione: i cattivi, i violenti, quelli senza cuore, sono ‘gli altri’. Loro sono i buoni, e dunque la loro vendetta sarà speciale: senza morti, senza sangue, senza violenze. Sarà semplicemente il trionfo della verità sulla menzogna, e della bontà sulla malvagità. A missione compiuta, il mondo sarà più giusto, e Bazil, oltre ad una famiglia, avrà trovato anche l’amore.

Il Bene trionfa dunque sul Male, in questo film anarchico e poetico, effervescente e di incredibile creatività, che sotto una veste bizzarra e clownesca nasconde – anzi esplicita – un intensa morale ed anche una precisa visione sociale. I Cattivi sono dunque ‘gli altri’: e non solo perché fabbricano ordigni di morte, o perché col dolore degli altri si arricchiscono smisuratamente. Prima di tutto – o forse conseguentemente – sono cattivi dentro: si osservi la casa dell’uno, gelida e asettica come una sala operatoria, o le perverse collezioni dell’altro. Freddi manovratori di macchine di morte, i due sono sideralmente lontani dalla vitalistica spontaneità, dall’intima onestà, dall’ingenua saggezza e dalla profonda moralità dei Buoni. Grazie a queste loro virtù, grazie – paradossalmente – proprio alla loro francescana follia, questi ultimi riescono – Jeunet, il genio, riesce – a scatenare e vincere la guerra contro la società industriale (della morte e dello spreco) e a testimoniare che, forse un altro mondo, certo un’altra etica, sono possibili.

Jeunet scrive una commedia nera ma lieve e lunare col linguaggio e gli strumenti di un surrealista, giungendo a risultati di una perfezione calligrafica mai raggiunti prima nelle sue opere. Naturalmente, lo servono una scenografia geniale, una fotografia ‘da favola’, seppia e saturata, un cast semplicemente perfetto.

Ancora una volta, grazie a Jeunet.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: