Pubblicato da: giulianolapostata | 16 aprile 2011

Multivisioni – 16 aprile 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 16 aprile

Mars attacks! (T. Burton, USA, 1996), 14.10, Italia1

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare tutto, e quindi passiamogli anche questa scemenza, anche se, a dire il vero, la lista delle ciofeche si sta allungando pericolosamente: il pessimo remake del Pianeta delle scimmie (2001), Sweeney Todd (2007), Alice (2010) … Mah, vedremo come andrà a finire. Qui c’è un’orda di marzianini brutti e cattivi che invade la terra. I politici si tormentano inutilmente per decidere come combatterli, ma sarà una vecchia nonna a trovare l’arma finale. Ispirato ai personaggi di una serie di figurine popolare in America e sconosciuta da noi, profonde a piene mani un’ironia che lascia quasi del tutto indifferenti, forse proprio per l’eccessiva ‘distanza’ culturale. Da dimenticare.

Arac attack (E. Elkayem, USA, 2002), 00.10, Italia1

Davvero carino. Non si poteva rifare un B-movie come quelli, deliziosi, degli anni Cinquanta: mancava il bianco/nero di allora, con la sua carica di angoscia e di mistero; mancava il senso del ‘diverso’ e del ‘nemico’ nascosto tra noi, appena sotto la superficie della nostra società (“Them” (‘Loro’), si intitolava uno dei più bei film di allora, su una specie di insetti giganti che abita le gallerie suburbane). E allora si è scelto di fare un B-movie di oggi: che usa splendidi effetti speciali per dar vita ai ragni; che usa sfacciatamente il colore; ma che soprattutto mescola abilmente dramma e farsa, e adopera in modo scanzonato ed irriverente stereotipi e citazioni (Lupo Solitario). Non è affatto da buttare, e vale due piacevoli ore.

Lavorare con lentezza (G. Chiesa, Italia/Francia, 2004), 12.05, DT

Rievocazione grottesco-goliardica dei gloriosi tempi di Radio Alice e dell’Autonomia a Bologna, alla fine degli anni Settanta. Una performance francamente molto modesta, un racconto molto limitato, che si risolve in un ‘come eravamo’ di provincia, senza mai riuscire ad allargare le ali. Abbastanza ridicolo, tra l’altro, il cast delle interpreti femminili,la più brutta delle quali potrebbe fare Miss Italia: capisco la mitizzazione, ma non c’erano cozze a sinistra?!

Domenica 17 aprile

Il segreto del Bosco Vecchio (E. Olmi, Italia, 1993), 02.45, Rete4

Grandissimo Olmi anche in questa versione del bellissimo romanzo di Dino Buzzati. Lirismo, estrema poesia della Natura, senso del magico si uniscono in uno dei suoi film più belli. Semplicemente incredibile la superba interpretazione di Paolo Villaggio (solitamente una delle vergogne del cinema italiano, assieme a Lino Banfi), ad ennesima dimostrazione dell’assioma che non esistono cattivi attori ma cattivi registi. Assolutissimamente imperdibile.

The others (A. Amenàbar, Spagna, 2001), 21.00, DT

Nel 1945, una vedova di guerra si rifugia in un’antica casa sull’isola di Jersey assieme ai due figli fotosensibili, ma ben presto si accorge di avere come coinquilini dei fantasmi. Da un emulo del noiosissimo Shyamalan, un film in linea, cioè noioso, scontato e che si risolve banalmente negli ultimi cinque minuti. Nicole Kidman, sempre eccitante come un iceberg al Polo Nord, è adattissima alla parte.

Lunedì 18 aprile

Il toro (C. Mazzacurati, Italia, 1994), 03.55, Italia1

Due allevatori di bestiame, ridotti in cassa integrazione ma privati dell’indennità di licenziamento che gli spetta di diritto, rubano un preziosissimo toro da riproduzione per svenderlo all’Est, e il viaggio diventa un’odissea tra poveri e sconfitti, una specie di anticipazione di triste globalizzazione. Bravissimo come sempre Mazzacurati nel raccontare sentimenti e dolori senza retorica, col tatto di un cenno, bellissima la fotografia sfumata, che tratteggia atmosfere solitarie, lontane e malinconiche. Ottimo Abatantuono (come del resto in Mediterraneo, G. Salvatores, Italia, 1991), ad ennesima dimostrazione che non esistono cattivi attori, ma solo cattivi registi. Imperdibile.

The Passion (M. Gibson, USA, 2004), 21.10, DT

Film bellissimo e terribile. Forse si potrebbe dirne solo questo, ed altro comunque non sono riuscito a dire per tre giorni dopo averlo visto, tali erano stati il turbamento e l’emozione. La trama la sapete tutti: basta leggere i Vangeli. Ma raramente – se non mai, al cinema: e chissà come sarebbe stato il Gesù di Dreyer – quel ‘testo’ è stato ‘messo in scena’ in questo modo. La prima scena, nell’Orto degli Ulivi, è di una tensione emotiva intollerabile, da togliere letteralmente il fiato. La sofferenza del Cristo, totalmente solo di fronte alla coscienza del suo terribile destino di Figlio di Dio che è anche Figlio dell’Uomo, è atroce, paradossalmente perfino più della fustigazione, più anche della crocifissione. E terribile, inesprimibile, è anche il dolore di sua madre. Mai in vita mia ho visto una Mater Dolorosa più intensa, ma soprattutto più pudica nel suo dolore – anche nel grido sotto la croce: “Figlio mio, lasciami morire con te” – mai ho visto una donna soffrire così nel suo cuore il dolore del figlio. Stupendo Giovanni, muto testimone di tanto orrore, che solo dopo la fustigazione si lascia sfuggire una lacrima, per tutta la Passione esile ma inflessibile sostegno di Maria. Bellissimo il dolore e lo sconvolgimento di Giuda, con l’animo avvelenato dai rimorsi e dal male. Bellissimo anche Pilato, che sembra ‘percepire’ a distanza, quasi filtrato, l’eccezionalità di ciò a cui assiste; ma gli fanno velo, per una comprensione completa, la sua intima viltà, e la sua estraneità al Divino. La fotografia è semplicemente perfetta: luce brumosa e cupa nell’Orto degli Ulivi, polverosa e sanguigna per le strade di Gerusalemme, cruda e impietosa sul Golgota. ‘Iconografiche’ nel senso migliore del termine certe inquadrature: l’Ecce Homo, la Deposizione, gli strumenti della passione. E perfette le musiche, inquietanti e profetiche. Vi sono violenza, ferocia e sangue, in quelle immagini? Certo. Ma non più di quelle che vi furono quel giorno del 33 d.C. sul Golgota; non più di quelle che vi furono sul Golgota in occasione delle centinaia di altre crocifissioni che vi vennero perpetrate; non più di quelle che vi furono, nel 71 a.C., sulla strada da Roma a Capua, quando seimila gladiatori al seguito di Spartaco vennero crocifissi come esempio a chi avesse ancora osato pensare alla rivolta. Non più, insomma, di quanta ve ne fu tra gli uomini per millenni, prima che proprio il messaggio di Cristo crocifisso venisse a proporre al mondo la pietà – ‘proporre’, ho detto, non ‘insegnare’: perché basta guardarsi attorno per accorgersi che il mondo non l’ha proprio imparata. Chi se n’è scandalizzato, vedeva evidentemente il Cristo crocifisso come una Sacra Rappresentazione, come un santino inoffensivo, da tenere nel portafoglio; ma non è stato forse Gesù (Mt 18:8) a dire: “E’ necessario che gli scandali avvengano”? Ho tenuto per ultima, in queste mie modeste riflessioni sul film, la questione del suo supposto antisemitismo, e ciò per la semplicissima ragione che si tratta di un problema inesistente ed offensivo. Inesistente. Perché basta ‘guardare’ per vedere che i responsabili materiali delle torture e delle ingiurie inferte al Cristo sono soldati romani; basta guardare per vedere che i sacerdoti del Tempio non hanno, nella condanna del Cristo, altra parte che quella descritta dai Vangeli (a meno che non si vogliano accusare i Vangeli di essere un testo antisemita: ma esistono dei limiti anche alla stupidità). Offensivo. Perché siamo di fronte all’ennesima messa in scena del solito copione sionista e filoisraeliano: Ogni volta che qualcuno parla degli ebrei – in qualunque modo ne parli, anche usando fonti assolutamente ‘insospettabili’ come dovrebbero essere i Vangeli – ecco che scatta, automatico e violento, isterico ed irrazionale, il ‘Dagli all’antisemita’: ed ogni discussione si azzera, ogni confronto diventa impossibile, e ci si trova a doversi difendere da accuse folli perché costruite sul nulla. A voler essere cattivi, verrebbe quasi da pensare che un simile atteggiamento non si dia casualmente, ma sia funzionale a quanto sta avvenendo da decenni in Palestina, che serva cioè a confondere le acque, a distrarre l’attenzione dal genocidio in atto del popolo palestinese per spostarla su un altro genocidio, quello commesso dal nazismo sul popolo ebraico. Se cosi fosse, non di argomento offensivo, si dovrebbe parlare, ma di vergognoso espediente, perché un genocidio non ne giustifica un altro. Ognuno è ‘libero’ di commettere il genocidio che preferisce. Ne risponderà, se ce l’ha, alla propria coscienza: ma si lasci in pace, per favore, la verità storica, e, se permettete, anche l’arte.

Lady Vendetta (Chan-wook Park, Korea, 2005), 23.00, DT

Terzo capitolo della trilogia sulla vendetta (Mr Vendetta, 2002; Oldboy, 2004), è la storia di una ragazza ingiustamente condannata per l’omicidio di un bambino, che quando esce si vendica atrocemente di chi l’ha incastrata. Se è pur vero che la violenza di Chan-wook Park non è mai fine a se stessa, ma serve per esempio, in questo caso, a porre questioni laceranti su temi fondamentali – la famiglia, gli affetti – è altrettanto vero, però, che qui la sua eleganza stilistica è talmente estrema da divenire stucchevole, fino a produrre un film indubbiamente raffinatissimo, ma di un estetismo spesso autoreferenziale, kitsch e, diciamocelo, anche prolisso e noioso.

Martedì 19 aprile

Il patto dei lupi (C. Gans, Francia, 2001), 23.30, Rete4

Un vero gioiellino. Per la vicenda. L’idea del complotto organizzato da un’aristocrazia ‘vandeana’ per screditare un re libertino ed illuminista è assolutamente verosimile e credibile, e immerge la vicenda nel pieno della Storia. L’ambientazione. Semplicemente perfetta. Le scene di caccia, gli abiti, gli interni sono perfetti, che altro dirne? Quando mai si è visto un postribolo del ‘700 così sensuale e intrigante? Gli attori. Devo confessarlo: ho un debole per Vincent Cassel, inquietante e demoniaco, sempre con una capacità attoriale da grandissimo attore. Basta vedere quel capolavoro assoluto che è La haine (M. Kassovitz, Francia, 1995), il viaggio disperato e tragico di tre adolescenti emarginati nella periferia di Parigi. Forse gli effetti speciali a volte sono un po’ eccessivi (tutto quello sbelluccichìo della bestia e della neve nella foresta) e il personaggio dell’indiano praticante di arti marziali è un po’ fuori posto, ma alla fine anche questo trova una collocazione ed una giustificazione, tanto è ricco e coinvolgente il ‘contorno’. Da vedere, ed anche da rivedere.

Angel-A (L. Besson, Francia, 2005), 19.25, DT

André è un immigrato algerino, un mezzo fallito. Vive a Parigi di affaretti loschi e di scommesse, ma naturalmente è un perdente, per cui deve soldi a tutti, specie ad alcuni delinquenti che minacciano di farlo fuori se non li restituirà entro mezzanotte. Disperato, André decide di buttarsi nella Senna, ma dallo stesso ponte prima di lui si butta una bellissima ragazza bionda, e lui allora si tuffa sì, ma per salvarla. Giunti a riva, André scoprirà presto una verità incredibile: quella non è una ragazza, ma un angelo, inviato dal Cielo a salvarlo. Angel-A lo accompagna nei suoi peregrinaggi per la città, gli parla, lo scuote dalla sua passività. Soprattutto lo ‘educa’: a ‘dire la verità’, al rispetto di sé, all’amore di sé. André recalcitra: essere veri, soprattutto con se stessi, è doloroso e difficile. Ma poco per volta si scopre, e riesce a vedere dentro di se – in uno specchio – il suo lato ‘femminile’, la sua umanità. Lo specchio non è solo quello della toilette di un albergo: è Angel-A stessa, di cui André poco a poco si innamora; Angel-A, la quale invece comincia a non riconoscersi più, a non sapere più chi sia. Ma André è salvo, la missione del Cielo è conclusa. Angela spiega le sue bellissime ali bianche e fa per ripartire. André però non può rinunciare a lei: l’afferra, la ferma, la trattiene sulla terra, a vivere assieme a lui la loro esistenza pura, in cui entrambi finalmente rinascono e sanno chi sono. Non un film – questo che, scomparso immediatamente dalle sale, possiamo ora rivedere a noleggio – ma una favola dalla bellezza incredibile, un apologo sul senso dell’esistenza, una poesia per immagini, che potrebbe essere stata scritta da Jacques Prévert. Besson compie un vero e proprio miracolo. Rie Rasmussen, modella islandese dalla bellezza astratta, è ilare, leggera, innocente. Jamel Debbouze è meschino e ‘brutto’ all’inizio, e acquista umanità e ‘bellezza’ man mano che ritrova la sua umanità. Parigi – la città più bella del mondo – è uno scenario aereo e magico, quasi sfumato nelle nebbie dell’irrealtà: una fotografia semplicemente sublime, quella di Thierry Asrbogast, che con questo perfetto bianco/nero avrebbe assolutamente meritato un Oscar. Un capolavoro nascosto, da conoscere ed amare. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 20 aprile

Black Dahlia (B. de Palma, USA, 2006), 23.45, DT

Confesso di non aver mai amato De Palma, e di non aver mai condiviso quella specie di culto che lo riguarda. Ho sempre pensato che la cifra del suo far cinema non sia mai andata oltre ad un banale e normalissimo mestiere. La sua filmografia è tanto abbondante quanto modesta, e accanto a film appena vedibili ed assolutamente sopravvalutati – Blow out, 1981; Omicidio a luci rosse, 1984; Gli intoccabili, 1987 – allinea incredibili ciofeche, come Mission: Impossibile (1996), o peggio ancora, Mission to Mars (2000). Questa volta, con tutta evidenza, De Palma ha fatto il passo più lungo della gamba, cimentandosi con un testo che non solo è uno dei più bei libri del grande scrittore americano James Ellroy – tutto da leggere, lui sì! – ma anche una delle più spietate indagini che la letteratura moderna ci abbia dato del ‘cuore nero’ dell’America. Da un libro dunque bello e intenso – che narra, partendo da un fatto di cronaca vera, l’atroce omicidio irrisolto di una attricetta di Hollywood – De Palma ha tratto un film che è certamente un raffinato esercizio calligrafico sull’America Anni Quaranta, ma dal quale mancano del tutto l’algido disincanto, ma anche la profonda pietà, con cui Ellroy guarda agli orrori che racconta; una chiave narrativa che, invece, si trova pienamente in quel capolavoro che è stato L.A. Confidential, tratto nel 1997 da un altro suo romanzo ad opera delle mani forse meno ‘nobili’, ma certo più abili, di Curtis Hanson. Più che ad un film, a volte par di assistere ad una sfilata di moda rétrò: i cappelli sono sempre perfettamente in forma, quando entra in scena la Johansson con le sue permanenti – peraltro bravissima, la migliore senz’altro, rispetto all’antipatia perfettina e studiata di Hilary Swank – sembra di vedere il parrucchiere che se la fila sul fondo, le automobili paiono appena uscite non dal concessionario, ma addirittura dal modellista, i set sono artificiosi, immobili, ingessati, e molte scene – per fare un solo esempio, quella del ritrovamento del cadavere dello stupratore sotto la pioggia – ricordano inevitabilmente il manierismo stilizzato di Sam Mendes in Era mio padre (2002). Gli interpreti – di alcuni ho già detto – fanno tutti del loro meglio, ma non riescono a liberarsi dalle pastoie di una regia che li irrigidisce in figurine a due dimensioni, quasi fossero uscite da una strip di Dick Tracy. Anche la sceneggiatura ha i suoi problemi. Indubbiamente non era facile destreggiarsi nei labirinti, mentali e narrativi, di Ellroy, ma il risultato è stato un racconto a volte veramente difficile da seguire, contorto, in cui spesso nessi e collegamenti sono appena accennati. Molta gente, al cinema, si è alzata dalla poltrona dicendo ‘Non ho capito un *****’, il che, per un film, è perfino peggio di ‘Non mi è piaciuto un *****’.

Tora, Tora, Tora! (R. Fleischer/T. Masuda/K. Fukasuku, USA/Giappone, 1970), 00.40, DT

Un bellissimo ‘film di guerra’ come se ne facevano una volta, asciutto, appassionante, eroico, senza tutti i birignao e gli effetti speciali disneyani dell’ultimo Pearl Harbor di M. Bay (2001). Da vedere.

One hour photo (M. Romanek, USA, 2002), 23.30, Sky

Sy Parrish vive in una bolla di ghiaccio, azzurro e bianco come la sua divisa, gelido come i corridoi del supermarket in cui lavora, spigoloso come gli scaffali su cui stano allineate merci senza colore e senza spessore, desolato e disanimato come la sua casa. Da questo gelo, da questo iceberg che nasconde un nocciolo malvagio e doloroso, egli cerca di uscire con le sue illusioni, innamorandosi di famiglie che non sono le sue, tentando di vivere vite che non gli appartengono. Non ci riuscirà, naturalmente, e rischierà di ferire a morte gli attori inconsapevoli della sua tragica commedia, ma almeno, alla fine, avrà il coraggio – o sarà costretto – a scoprire quel nocciolo, e chissà che da quell’amarissima rivelazione egli non possa guarire e risorgere. Gioiello di introspezione, piccolo poema sulla solitudine, One hour photo è anche un capolavoro nello studio e nell’uso degli spazi e soprattutto del colore. E chi ha detto che questa volta Robin Williams fa il ‘cattivo’, forse non ha capito né lui né il film. Williams fa ciò che ha sempre fatto: il grande attore ‘sentimentale’, solo che questa volta i sentimenti che esprime sono quelli cupi del dolore. I grandi attori sono davvero come il buon vino: invecchiando migliorano sempre.

LadyKillers (J. e E. Coen, USA, 2004), 21-00, Sky

Chi ha visto l’originale La signora omicidi (A. Mackendrick, 1955) conosce già la storia. Un sedicente professore, con quattro complici imbranati, si insedia con una scusa nella cantina di una simpatica vedova di colore per organizzare un colpo al vicino Casinò. Vistisi scoperti, i cinque progettano di eliminare la vecchia, ma finiranno per ammazzarsi tra loro. Questo remake non fa eccezione alla regola per cui, nel 99% dei casi, i remakes sono dei fallimenti. Allineato del resto alla filmografia dei fratelli Coen, è una storia insulsa e sciocca, mortalmente noiosa, dall’umorismo loffio e banale, uno di quei film che ti vien da chiedere: ma perché, invece, non siete andati a pescare?

Giovedì 21 aprile

La leggenda del pianista sull’oceano (G. Tornatore, Italia, 1998), 23.45, Rete4

Favoletta tanto leccata ed elegante quanto inconsistente e noiosa. Il 1 gennaio 1900 un bambino viene abbandonato su un transatlantico e vi trascorre tutta la vita, diventando un bravissimo e misterioso pianista. Insopportabile segolina intimista con pretese di kolossal, che affondano miseramente in un lirismo da quattro soldi. Dio perdoni, se può, chi ha definito Tornatore l’erede di Sergio Leone.

King Kong (P. Jackson, USA, 2005), 21.10, Italia1

Che non tutte le ciambelle possano riuscire sempre col buco, questo l’abbiamo sempre saputo, ma rimane il fatto che, dal regista del Signore degli Anelli, un film del genere delude ed irrita. Una parata di effetti speciali e nient’altro, o poco altro. Belli, certo, eccezionali addirittura, potremmo dire, ma assolutamente fine a se stessi, talmente perfetti da essere spesso stucchevoli e fastidiosi, per cui le inquadrature iniziali della New York della Grande Depressione sembrano un documentario di Piero Angela, e non trasmettono nessuna magia, non mettono in moto nessuna macchina del tempo. Non bastano i bellissimi titoli di testa tanto rétro, non bastano i vestiti, i bozzetti sulla fame e la disoccupazione, a farci tornare indietro. Assistiamo ad una serie di diapositive di lusso, indubbiamente molto fantasiose, certamente di altissima qualità (si capisce perfettamente perché questa sia la sesta produzione più costosa nella storia del cinema), ma senz’anima e senza sostanza. Cercate invece il vecchio King Kong di M.C. Cooper e E.B. Schoedsack, del 1933, guardatevelo, e fate un confronto, che risulterà addirittura ingeneroso. Là c’è il mito, la leggenda (di King Kong ed anche del cinema), qui la plastica, il blockbuster, e se si ascolta bene in sottofondo par di sentire l’odore di pop-corn e i gridolini dei ragazzini terrorizzati. Ogni tanto, Jackson sembra ricordare da quale splendida performance provenga, ed allora ecco l’unghiata di classe: i colloqui muti tra la Bella e Kong, sullo spuntone di roccia e poi sul grattacielo, sono momenti di intensa commozione. Ma sono praticamente gli unici, spersi in un mare di scene che sembrano calate di peso da un videogioco. Unico titolo di merito, l’eccezionale bravura di Naomi Watts, intensa come sempre, assolutamente superiore alla situazione, perfino ‘più brava’ di quanto le venga chiesto. Adrien Brody, sempre più simile ad un cartoon che ad un attore, esce da un brutto film come Il pianista per entrare in un altro. Auguri per la sua carriera, ma anche se dovesse fallire non sarebbe un gran perdita.

Zatoichi (T. Kitano, Giappone, 2003), 22.55, DT

E’ la storia del samurai cieco Zatoichi, invincibile, nonostante la sua deformità, e della sua battaglia personale per liberare un villaggio di contadini dalla banda di ladri che lo angaria, profondamente intessuta di continui richiami alla cultura ancestrale giapponese. Le danze delle geishe, coi loro elaborati e raffinatissimi movimenti, il pazzo che gira attorno al villaggio urlando, la disperazione del ronin e il suo rapporto con la moglie, certi personaggi a metà tra il comico e il grottesco, le danze finali e tanti altri momenti, sono tutti ‘messaggi che il grandissimo Kitano ci offre dall’antico Giappone: le atmosfere rarefatte, le elegantissime scene di combattimento con la spada, i ‘balletti’ ritmati dei contadini sul campo e dei carpentieri attorno all’armatura della casa, la bellezza ieratica dei volti femminili, il sapore di un mondo per noi lontanissimo, e forse anche proprio per questo profondamente affascinante.

Fino a prova contraria (C. Eastwood, USA, 1999), 21.05, DT

Uno dei numerosi tonfi di Eastwood: l’ennesima ‘ballata’ sull’eroico giornalista americano che scopre un ingiustizia e in 24, 48 0 36 ore – dipende dal tipo di film – la risolve, smascherando i cattivi e premiando i buoni. Storia già vista, infinite volte, con esiti in passato anche buoni. Qui le ore sono dodici: wow! Vien da chiedersi perché in America non eliminano il sistema giudiziario e non ne trasferiscono le competenze all’ordine dei giornalisti …

Déjà vu (T. Scott, USA, 2006), 21.25, DT

Visto che suo fratello Ridley – sarebbe stato il ‘genio’ della famiglia – dopo un prodigioso inizio di carriera (Duellanti, 1977; Alien, 1979; Blade runner, 1982), ormai da decenni inanella una boiata dopo l’altra (per dirne una sola, Soldato Jane, 1997: e tacciamo del resto perché bontà), almeno godiamoci i film di suo fratello, che per qualcuno sarebbe stato il ‘fratello scemo’, ma almeno il suo mestiere lo sa fare, con grande passione e professionalità. Ed è già molto. Qui il protagonista, l’agente Doug Carlin, indaga su un attentato che, a New Orleans, ha fatto saltare in aria un traghetto carico di marinai e loro familiari. Il gruppo dell’FBI con cui collabora gli propone un nuovo strumento di lavoro: un complesso di satelliti e supercomputer che riescono a registrare un’immensa mole di dati fino a quattro giorni prima, dando così la possibilità di individuare l’attentatore. Ma Doug ci mette poco a capire che la natura e le potenzialità di quel congegno sono ben altre, assolutamente inimmaginabili, e ben oltre i limiti della fantascienza. Appunto di questo si tratta: di un thrilling costruito sulla possibilità del viaggio nel tempo. Non è certo un tema nuovo, e sappiamo bene tutti che sarà difficile superare quel delizioso capolavoro che è stata la saga del Ritorno al futuro di Robert Zemeckis. Tuttavia, il film che Scott ci propone è un fanta-thriller ottimamente costruito, teso, avvincente, mai noioso, ed anzi pieno di suspense. I vari pezzi del puzzle si incastrano al loro posto uno dopo l’altro con assoluta precisione, senza un istante di ritardo e nel momento giusto, e se – ovviamente – sappiamo di doverci attendere un happy end, tuttavia rimane il fatto che, fino a meno di cinque minuti dalla fine non sapremo quale e come esso potrà essere, e che la spiegazione del titolo l’avremo guardando la faccia di Denzel Washington negli ultimi dieci secondi. Dopo il poliziotto alcolizzato ma redento, che brucia i suoi ultimi giorni di vita in una sanguinosa vendetta (Man on fire, 2004), Washington e Scott tornano insieme con un altro bel thrilling, che davvero non fa rimpiangere il tempo speso.

Venerdì 22 aprile

Sindrome cinese (J. Bridges, USA, 1979), 21.05, Rai3

Finalmente, dopo la castrofe di Fukushima, qualcuno si è deciso a riprogrammare questo bellissimo film di trent’anni fa, che, accusato a suo tempo di eccessivo allarmismo e di isteria antinuclearista, dimostra oggi per l’ennesima volta, dopo Chernobyl e il Giappone, la sua terribile carica profetica. Un guasto ad una centrale nucleare americana potrebbe provocare la fusione del nocciolo. Il governo vorrebbe insabbiare la faccenda, a costo anche di una tragedia, ma un coraggioso direttore e due impavidi cronisti si impegnano per smascherare tutto. Ottimo esempio di cinema politico e civile americano, che ha tra i suoi punti di forza uno dei miti americani: la libertà di stampa. Con Jane Fonda e Jack Lemmon, decisamente più bravo nelle parti drammatiche che in quelle comiche che si sono sempre ostinati ad appiccicargli addosso (vedi Missing, Salvate la tigre ecc.). Imperdibile.

Redacted (B. De Palma, USA, 2007), 02.15, Rai3

Sempre misurati col bilancino i passaggi di questo che è uno dei film più ‘censurati’ del cinema moderno, il capolavoro di De Palma in assoluto e capolavoro in sé, film terribile e bellissimo sulla guerra in Irak. Usando tecniche miste, tutte finalizzate a dar l’illusione del ‘documento’, De Palma scrive un film raffinatissimo, limpido e geometrico sulla disumanità della guerra, senza tuttavia che nemmeno una goccia di retorica, sia pur pacifista, inquini l’estrema pulizia della sua architettura. Film per il quale l’aggettivo ‘geniale’ si può spendere senza scrupolo di sorta, anzi, è perfino inadeguato. Assolutissimamente imperdibile.

Apocalisse nel deserto (W. Herzog, Germania/Francia/Spagna, 1992), 05.10, Rai3

Dal Morandini:

“Fotografia di Paul Beriff, montaggio di Rainer Standke, musiche di Grieg, Mahler, Pärt, Prokof’ev, Schubert, Verdi. Finita la Guerra del Golfo – mai nominata, così come sono assenti date, nomi di luoghi o di persone – Herzog si reca due volte con una troupe minima nel Kuwait (estate 1991, gennaio 1992) per filmarne, in 13 brevi capitoli, le tracce, le ferite, le cicatrici. Radi commenti in voce off: parlano i rumori della civiltà, il silenzio del deserto, le luci dei pozzi petroliferi in fiamme e, con poche, smozzicate parole, due madri. Antirealistico, pessimista, apocalittico, è, come sempre in Herzog, un documentario “inventato” che non si limita a rispecchiare l’esistente, ma a svelarne la verità nascosta e a far riflettere lo spettatore, lasciandolo libero di interpretare. La scritta iniziale, attribuita a Pascal, dice: “Al pari della creazione, anche la morte del sistema solare avverrà con maestoso splendore”. È di Herzog”

Io aggiungo solo: stupendo ed assolutamente imperdibile.

Secondo Ponzio Pilato (L. Magni, Italia, 1988), 01.50, Rete4

Dopo la sconcezza di Montesano (???) ‘ladrone’ (Il ladrone, P. Festa Campanile, Italia/Francia, 1980) ecco Manfredi, altra ‘celebrata’ icona dell’estetica sottoproletaria, prodursi in una versione alla ciociara di Ponzio Pilato. Semplicemente vergognoso.

(Data del sabato; giorni in grassetto; titoli sottolineati)

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