Pubblicato da: giulianolapostata | 9 aprile 2011

“The next three days”, P. Haggis, USA, 2010

Ma perché, ma chi glie l’ha fatto fare. Il conto del dentista da pagare? Un voto da sciogliere a Santa Bernarda da Hollywood perché la segretaria di produzione finalmente glie l’ha data? Un semplice colpo di mona? Chissà. Fatto sta che questo film è una tragica delusione, specie per uno che ha al suo attivo due capolavori come Crash (2004) e Nella valle di Elah (2007). In confronto, TNTD è un film di considerevole noia ma soprattutto di desolante ‘inutilità’. La trama. John Brennan, professore in un liceo di Pittsburgh, si vede d’un tratto portar via la moglie dalla polizia, con l’accusa di omicidio. Le prove a suo carico sono semplici quanto schiaccianti, ed ogni mossa legale è inutile: Lara viene condannata a vent’anni, senza possibilità di appello, nonostante lei si dichiari innocente, presentando una versione dei fatti totalmente diversa da quella dell’accusa. Vistasi preclusa ogni possibile soluzione legale, John prende la decisione più incredibile, per un uomo come lui: far evadere la moglie e fuggire sotto falso nome in un paese in cui non vi sia estradizione. Inventandosi dal nulla competenze criminali che prima gli erano assolutamente estranee, John mette in moto un meccanismo che, se tutto andrà come si deve, porterà Lara alla libertà. La noia, tanto  per cominciare. Tutto, nel film, è assolutamente prevedibile (alzi la mano chi, mentre lui sta buttando via i sacchi della spazzatura, non ha già capito lo scopo di quel gesto), dai maneggi di John allo svolgimento degli eventi, sino alla soluzione finale. Sono situazioni già viste cento volte, che non possono concludersi se non in un solo modo, e Haggis non ce ne risparmia una, dai goffi tentativi di un ‘uomo qualunque’ per infiltrarsi nel mondo della criminalità alle ‘intuizioni’ della polizia, sempre un minuto in ritardo sui suoi piani accuratamente preparati. Solo ci fa grazia – e bisogna confessare che l’avevamo attesa con terrore per tutto il film – dell’happy end con tanto di riconoscimento dell’innocenza della principessa, anche se ci va pericolosamente vicino. E poi l’inutilità. Non c’è un briciolo di giustificazione, a questo film. Il plot, come abbiamo detto, è stravisto e scontato, ma il punto è, principalmente, che tutto si esaurisce proprio in quel plot. Approfondimento psicologico, banale, vicino allo zero. Agganci e connessioni sociali e culturali, zero anche quelle: il film si svolge lì e oggi come potrebbe svolgersi duemila anni fa nell’Impero Romano. Una ‘storia’ qualunque, insomma, nel senso più banale del termine. Indubbiamente bravi Elizabeth Banks e Russel Crowe. Che certo ormai il mestiere lo conosce, anche se non può fare a meno di dar continuamente l’impressione di chiedersi ‘cosa ci faccio io qui’, e per rendersi conto davvero di quanto, invece, le sua capacità possano scavare psicologicamente ed umanamente in un personaggio, naturalmente con una diversa sceneggiatura ed anche – ahimè – con una diversa regia, basta ricordare solo il magnifico giornalista di “State of Play” (K. MacDonald, USA, 2009). Insomma, risparmiate i soldi. Provaci ancora, Haggis.

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