Pubblicato da: giulianolapostata | 9 aprile 2011

Multivisioni – 9 aprile 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 9 aprile

Quel treno per Yuma (J. Mangold, USA, 2007), 21.00, DT

Non è vero che i generi muoiono e non possono essere resuscitati. I generi non muoiono mai, ed eventualmente il problema è che a ‘resuscitarli’ sia la mano di un genio, il tocco di un artista. Si veda, per esempio, il bellissimo Gli spietati (USA, 1992), in cui un Maestro come Clint Eastwood, proprio nel momento in cui sembra celebrare, con un film crepuscolare e ‘decadente’, la fine dell’epopea western, al tempo stesso ci dà un film perfetto, che di quell’epopea è una massima esaltazione. Così pure, non c’è nulla di male ad usare gli stereotipi – il Mito ne è pieno! – purché essi sfuggano alla bassa condizione della macchietta da caratterista e diventino simbolo ‘universale’. Tutte considerazioni, queste, evidentemente del tutto estranee, a chi ha concepito e messo in atto questo film (non è che la filmografia di Mangold sia precisamente infarcita di capolavori) in cui l’epos è assente in misura assoluta, e che addirittura irrita per la sua balordaggine. Non si sa da che parte cominciare. O forse sì: certo dalla sceneggiatura, che vola raso terra, tra banalità, stereotipi – appunto! – involontarie cadute nel ridicolo, incongruenze. Il bandito Ben Wade è “Il Bandito”: gentile con le donne, che gli cadono ai piedi come cachi, spietato coi traditori e i nemici, uomo d’onore con gli uomini d’onore; e per chi gli tocca la Mamma sono c**** amari. Dan Evans, l’eroe suo malgrado, è anche lui “L’Eroe-suo-malgrado”: pulito, semplice, onesto, che preferisce farsi ammazzare piuttosto di rubare un cent, che non avrebbe mai voluto essere lì dov’è, ma che ora che ci si trova ha un onore da difendere, e lo fa fino alla morte. Li accompagna nel loro viaggio verso l’appuntamento fatale (l’avrete visto tutti l’originale del 1957 di Delmer Daves, che ora si starà rivoltando nella tomba) un gruppo di comprimari abbastanza normali e prevedibili. Un’eccezione (in negativo) è il figlio di Dan, una figura all’insegna del battistiano “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, che passa a corrente alternata dall’ammirazione per il Bandito a quella per L’Eroe-suo-malgrado, e non si capisce per quale mai ragione alla fine scelga il secondo, se non per la volontà incomprensibile del regista: “Mi hanno disegnato così” potrebbe ripetere anche lui con Roger Rabbit. Le avventure si susseguono – con una certa fantasia, bisogna ammettere – ma bisogna anche riconoscere che la sfiga di Wade, che cento volte arriva sul punto di riconquistare la libertà e altrettante fallisce per un pelo, è davvero troppa, e quando si arriva alla scena nella tenda degli operai cinesi è difficile soffocare una risata. Come pure è difficile non ridere durante la fuga tra le case di Contention, con questi due che, come un incrocio tra Batman e James Bond, sfuggono ad una inimmaginabile pioggia di pallottole; o ascoltando la frase: “Non durerei due minuti come capo di questa banda se non fossi marcio dentro”, che candidiamo immediatamente all’Oscar per la battuta più artificiosa e falsa che si sia sentita al cinema da decenni. E Wade? Wade che, dopo un assurdo dialogo finale, accetta di andare a farsi impiccare solo per permettere a Evans di dimostrare a suo figlio di essere “un uomo”? E che ammazza tutti appunto perché lui ‘ha capito’? Ma loro, poveri sfigati, come possono capire che lui ha capito?! “Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò. Da questa fiera dell’improbabilità, una sola figura emerge, prepotente, davvero epica, e nemmeno si capisce come sia andata a finire in un film così: l’aiutante di Wade, Charlie, il pistolero gay, l’unico Franti, l’unico vero vilain del gruppo, fatto come Dio comanda: perverso, feroce, spietato, crudele, beffardo, immorale ed amorale, intimamente malvagio. Un autentico ‘eroe negativo’, uno splendido personaggio – sembra scritto da Sergio Leone – per il quale viene immediato e istintivo ‘parteggiare’, splendidamente interpretato da Ben Foster, cui auguriamo miglior fortuna e miglior compagnia. Cosa aggiungere ancora. Russel Crowe e Christian Bale non interpretano i personaggi, ma semplicemente mettono in atto una gara di recitazione, in questo ennesimo ed inutile remake, a proposito del quale ancora una volta invochiamo, dalle Nazioni Unite, una legge composta di un solo articolo: “E’ severamente proibito fare remakes”. Punto.

Domenica 10 aprile

L’Albatross (R. Scott, USA, 1995), 18.45, DT

Un gruppo di liceali americani si imbarca su una nave-scuola per una lunga crociera nel Pacifico: le avversità li faranno diventare uomini. Probabilmente il peggior film di R. Scott – ma è una bella gara con Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001) – insopportabilmente retorico e stereotipo, e se il modello era Capitani coraggiosi (V. Fleming, USA, 1937), allora c’è da mettersi le mani nei capelli. Questo sembra la versione allungata di uno spot di Capitan Findus, e non c’è altro da dire.

The company (R. Altman, USA, 2003), 23.05, DT

Questo non è un plagio: è semplicemente un omaggio all’amico Stefano Disegni, che nella sua ineffabile recensione de “Il cigno nero” (D. Aronofsky, USA, 2010) pubblicata su Ciak dell’aprile 2011 scrive: “Tre sono le cose che da sempre hanno prodotto nell’autore sonnolenza progressiva fino alla catalessi: il balletto classico, il balletto classico e il balletto classico. Dopo venti minuti di salti e piroette l’autore ha già le palle tritate. Per non parlare dell’oscurità delle storie (due salti e una corsetta significheranno una scena di gelosia o una rapina in banca?) o della tragicomicità dei ballerini col pacco a vista”. Il sottoscritto non può che ringraziare e inchinarsi di fronte a tanta malignità, che – ci tengo a dirlo – condivido totalmente. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una palla micidiale (puro Altman, insomma), in un film né carne né pesce – né documentario né fiction – sul mondo della danza, raccontato attraverso le vicende (poche) e i balletti (molti) di una compagnia di ballo. Candidato all’Oscar per la categoria “Nun ce ne po fregà dde meno”. Invedibile.

Un sogno per domani (M. Leder, USA, 2000), 22.45, DT

Kevin Spacey è un insegnante di liceo, i cui rapporti col mondo sono ostacolati e ‘filtrati’ da una brutta ustione che gli deforma il volto. Durante una lezione di Studi Sociali, propone ai suoi allievi un compito davvero particolare: trovate un modo per cambiare davvero il mondo, partendo da chi vi sta vicino. Uno dei bambini lo prende sul serio, innescando un processo che coinvolgerà e sconvolgerà la vita di molti. Poetica favola sull’utopia dei ‘buoni sentimenti’ e della giustizia, il film è sostenuto prima di tutto da un eccezionale Spacey, sensibilissimo e dalla recitazione ‘interiore’, come sempre. Pregevole anche la breve ma intensa parte di James Caviezel. Da vedere.

Lunedì 11 aprile

Era mio padre (S. Mendes, USA, 2002), 21.10, Sky

Che delusione. Con American Beauty, Mendes ci aveva dato un capolavoro sulla solitudine esistenziale, ed anche un film di rara bellezza ed eleganza formale. Forse con questo voleva farci vedere di poter essere ancora più bravo, ma ha davvero esagerato. EMP è un film assolutamente ‘perfetto’. Attori perfetti e mostruosamente bravi; sceneggiatura perfetta: non c’è una battuta sbagliata, una parola fuori posto; recitazione perfetta: non c’è un movimento, ma che dico, uno sguardo, che non sia perfetto; fotografia perfettissima, da urlo: la corsa in bicicletta sulla neve all’inizio, l’avvicinarsi della macchina del killer nella nebbia. Inquadrature che sarebbero da incorniciare, una dopo l’altra, tanto sono, appunto, ‘perfette’ ed esaurite in se stesse nella loro eleganza. E il punto è proprio questo, perché il risultato è un film assolutamente freddo, che non commuove mai, che non emoziona mai, che non fornisce nemmeno il più piccolo stimolo emotivo, mai, nemmeno alla fine, quando anche il gesto del bambino che si abbraccia la testa davanti al cadavere del padre appare una raffinatissima e vuota esercitazione calligrafica. Per cui, gli ‘esercizi di bravura’ sembrano quasi ovvi e fastidiosi: si veda la strage sotto la pioggia, alla fine, in cui l’assenza del sonoro, che dovrebbe rendere ancora più ‘evidente’ la violenza, ha solo il sapore di un compitino ‘elementare’ e manualistico.  Benissimo ha detto chi ha scritto che EMP è un film ‘costruito per l’Oscar’: una ‘macchina da Oscar’ (che poi non ha preso …) elegantissima, di lusso, ma senza cuore. Avevamo urlato di entusiasmo alla sua opera prima, e con ragione, lo ripeto, ma questo è solo onanismo stilistico.

I padroni della notte (J. Gray, USA, 2007), 21.00, DT

Ottimo, ottimo poliziesco ‘come quelli di una volta’, coi buoni che sono davvero buoni, cavalieri senza macchia e senza paura, i cattivi che sono davvero cattivi e senza cuore (“Infame!”), e in mezzo i traviati, che ad un filo dall’abisso del Male si fermano, ritrovano la loro stella e tornano sulla retta via. Stereotipi? Forse, ma di stereotipi è fatta da sempre tutta la narrativa, dall’Iliade a Pinocchio, e dunque il problema non sta nel servirsene, magari anche a piene mani – anzi – ma, caso mai, nel servirsene male. Cosa che appunto non avviene in questo bel film di Gray, in cui si affrontano due fratelli e un padre. Il padre è Burt (un ‘vecchio’ e sempre bravissimo Robert Duvall), capo della polizia di New York. I figli sono Joseph e Bobby. Il primo ne ha abbracciato i valori e seguito le orme, diventando anche lui apprezzato ufficiale di polizia e dedicandosi completamente al lavoro, cui sacrifica tutto, anche gli affetti familiari. L’altro, invece, ha scelto la ‘libertà’. Bobby dirige un grande locale notturno della città. Donne facili, alcol, un tiro di coca ogni tanto, amici ad ogni tavolo, soldi in abbondanza. La vita e i valori della sua famiglia d’origine non fanno per lui, li trova noiosi, ridicoli – “Mickey Mouse” è il soprannome che i suoi amici danno ai poliziotti – e se n’è scelto un’altra d’adozione, quella del suo padrone, un vecchio russo importatore di pellicce e proprietario di vari altri locali in città. Il padre e il fratello cercano di riportarlo con loro, con affettuosa durezza, ma lui li rifiuta con irrisione. Bobby non è così stupido da non vedere i giri strani del locale: tossici, spacciatori, assassini coi loro guardiaspalle, ma preferisce guardare da un’altra parte e illudersi che la cosa non lo riguardi (“Io non spaccio”). Però, quando Joseph va a fare una retata proprio nel suo locale, e per punizione la mafia russa gli spara in faccia, in quel momento il suo muro di ignavia comincia ad incrinarsi. E non è solo il fratello, in pericolo. I mafiosi minacciano lui, la sua donna e soprattutto suo padre. Bobby si decide, salta il fosso e decide di collaborare, ma il rischio è altissimo, e la strada del riscatto sarà lastricata di sangue e di dolore. Molti sono i maestri di Gray e, senza offesa, si riconoscono tutti: William Friedkin, col suo bellissimo Il braccio violento della legge (1971), o il grande John Frankenheimer, col suo disperato e poetico Ronin (1998). Gray prende il meglio da loro (lo squallore degli interni, nelle stazioni di polizia, per esempio; o il bellissimo inseguimento in macchina, che solo chi ha ben studiato l’antiretorica degli inseguimenti di Ronin avrebbe potuto girare) e da altri, confezionando un poliziesco tradizionale, rigorosamente di genere – e si intendano questi termini come elogi, non come critiche – quasi un film “in costume”, come benissimo ha scritto Fabio Ferzetti sul Messaggero del 14/3/08. Ne risulta un film tanto ‘semplice’ ed ‘elementare’ nella struttura quanto turgido, barocco e sanguigno nello stile. Un film i cui ingredienti non sono gli effetti speciali – quasi completamente assenti: qui si respira cinema autentico – ma la ‘verità’: la famiglia, i valori religiosi, la giustizia, il Bene e il Male, la coscienza, il peccato, la redenzione. Bravissimo, come abbiamo già detto, Duvall. Meno Joaquin Phoenix, che dà vita ad un’interpretazione un po’ troppo ‘romantica’, e Mark Wahlberg, come sempre troppo ingessato. Due poscritti finali. Primo: per la serie “A volte ritornano” godetevi la dignitosissima comparsata di Tony Musante (è il poliziotto che dice: “Io sono all’antica: prima ascolto”): ne è passato di tempo dall’Anonimo veneziano, vero?! Secondo. Eva Mendes sarà anche bravina (ma non c’è da stracciarsi le vesti) e moderatamente f*** (ma c’è tanto di meglio in giro). Tuttavia alzi la mano chi, onestamente, non ha pensato che la scena di sesso iniziale – peraltro davvero conturbante e pregevolmente p**** – non sia assolutamente inutile, e che se non fosse stata inserita il film non avrebbe perso o guadagnato nemmeno un’oncia. Mah, cosa non si fa per vendere …

Martedì 12 aprile

Sunshine (D. Boyle, USA, 2007), 23.40, Italia1

Il Sole sta per spegnersi. Già un’astronave è stata inviata con una bomba termonucleare da far esplodere al suo interno per riattivarlo, ma non se n’è mai saputo nulla. Ora ne viene mandata una seconda, con tutto il materiale fissile rimasto sulla Terra: l’ultima speranza per l’Umanità. Detto ciò, detto tutto. Piatto, ovvio, noioso, déja vu eccetera. Perfino gli effetti speciali sono modesti. Ma chi glie l’ha fatto fare? E che ci fa qui un grande e sensibile attore come Cyllian Murphy?

La terra dei morti viventi (G. Romero, USA, 2005), 00.30, DT

Dunque, in fondo è semplice, ma permettetemi di inserire ogni tanto quale notarella di commento. Qui il mondo è diviso in tre. Al centro c’è Fiddler’s Green, un grattacielo altissimo e lussuosissimo, nel quale, tra mille agi, vive l’élite dell’umanità (Stati Uniti, dunque, ma anche noi altri del G8). Lo comanda Kaufman, un padrone unico e duro (… occorre la nota?!), con metodi totalmente amorali e spietati: compiacente con i servi fedeli che ubbidiscono (per la serie ‘il rapporto di amicizia tra Italia e Stati Uniti è indistruttibile’: mai sentita?), ma disumano e spietato con chiunque abbia la strana idea di alzare la testa e di uscire dal posto che gli è stato assegnato, convinto che “tutti sono sostituibili” (anche Saddam Hussein, infatti, ex alleato di ferro degli americani). Attorno al grattacielo, vive – ma sarebbe meglio dire sopravvive – una città abitata da un proletariato schiavizzato e scontento, nel quale cova sotterraneo il fuoco della rabbia e della ribellione (qui la nota potrebbero scriverla molti militanti dei centri sociali), ma che viene blandito e rincoglionito con ogni sorta di metodo corruttivo: alcol, prostituzione, droga, sport violenti eccetera (… occorre la nota?!). Fuori dalla città vivono loro, gli zombies (ma potreste anche, senza grande sforzo, chiamarli con molti altri nomi: Africani, Latinoamericani, Cinesi … insomma, tutti quei miliardi di sottoproletari che vivono, appunto, ai margini della nostra ‘città’ dell’opulenza, raccogliendo le briciole che, sbadatamente, lasciamo cadere), nemici ovviamente dell’élite, ma, altrettanto ovviamente, anche del ‘proletariato’, che pure si nutre delle briciole che essa ‘generosamente’ gli dona, e che perciò, pur sottomesso ad essa, le è anche legato da un patto demoniaco. Tra di loro imperversano squadre di mercenari (vogliamo dire gli eserciti nazionali?) con violenza e ferocia assolutamente immotivate e gratuite, profondamente intrise di razzismo, massacrandoli “come in un videogioco”. Pagati da Kaufman, hanno il compito di rastrellare l’ambiente circostante alla ricerca di ricchezze e beni voluttuari destinati all’élite (serve la nota?!), mentre quegli stessi proletari muoiono per le loro degradate condizioni di vita (serve la nota?!).  Ma un giorno uno di loro si ribella: credeva di aver servito bene il suo padrone, e di meritare una ricompensa, ma non ha capito che ognuno deve restare al suo posto (l’avete mai visto un disoccupato diventare presidente della repubblica?) in questo universo ‘ordinato’, affinché questo ordine continui a funzionare per il verso giusto (giusto per chi ne trae vantaggio, naturalmente: mica possono diventare tutti berlusconi, se no le fette della torta sarebbero troppo piccole). Sarà questa ribellione (priva, all’inizio, di qualsiasi contenuto ‘di classe’, e che non ha altro scopo se non quello di sostituirsi al padrone per essere come lui) il granello di sabbia che porterà alla rovina questa nuova Metropolis (Romero ha il coraggio di andare fino in fondo, quello che il pur grandissimo Lang non ha avuto). Gli zombies invaderanno ‘i quartieri alti’, sbranandone furiosamente gli abitanti (chi ha scritto: ‘quando la rabbia del Terzo Mondo sarà troppa, esso verrà da noi e ci divorerà’?), il proletariato ‘prenderà coscienza’, abbandonerà i suoi sogni piccolo-borghesi per andare in cerca di una terra ‘nuova’ e capirà, soprattutto, quali sono davvero i suoi nemici. Che nessuno dica che questa è una lettura troppo ‘politica’ del film. Se non volete credere a me, riguardate i precedenti film della saga, e leggete ciò che lo stesso Romero ha sempre detto della sua opera (per esempio, nell’interessantissima intervista su Ciak di luglio 2005). Anzi: se proprio si vuol trovare un ‘difetto’ a questo stupendo, geniale, bellissimo film – era ora: non l’avevo ancora detto! – è proprio l’assoluta, quasi ‘eccessiva’ evidenza ed esplicitezza dei suoi contenuti politici. Del resto, altre letture non sono possibili, poiché La terra dei morti viventi tutto è meno che un film ‘de paura’: lo ‘orrore’ qui è solo invenzione funambolica, scherzo atroce e geniale che strappa amare e stupite risate di riflessione. Brilla di nuovo, anche in questo film, l’ironia feroce di Romero – e ce ne vuole, di humour, per sopportare un mondo come quello che lui ci racconta – e sono pronto scommettere che, tanto per fare un esempio, “Non me ne occorrono così tanti, di solito” (andate a vedere e  capirete) diventerà una delle battute più celebri della storia del cinema. Prodigiosa la fotografia, acida ma non fumettistica, della città notturna, di quella città dove è sempre notte, perché lo è nelle menti, prima di tutto. Il Maestro ‘spreca’ con indifferenza inquadrature da urlo, che farebbero la gioia di nove decimi dei suoi miseri epigoni di questi anni: gli zombies che emergono dalle acque nebbiose e limacciose del fiume, interdetti, sorpresi essi stessi per quello che hanno fatto; ancora, gli zombies che, come insetti pericolosi – anzi: direi proprio come un’infezione mortale – irrompono nelle strade della città, in un’inquadratura dall’alto da brivido (una citazione da Intrigo Internazionale?!). Insomma, il Genio è tornato, e non possiamo che ringraziare riverenti. Un’osservazione conclusiva, per i fans (?!) di Asia Argento. So che molti di voi avranno tifato per gli zombies, quando nell’arena cercano di dargliela in pasto, ed avranno maledetto il ‘buono’ che glie la leva da sotto i denti.Fatevene una ragione: purtroppo è andata così. Abbiate fede: magari la prendono nel prossimo sequel di The Ring, a fare la parte dell’annegata. Speriamo. Comunque, assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 13 aprile

Dolan’s Cadillac (J. Beesley, USA/GB, 2009), 00.30, DT

Nel 1846, E.A. Poe – scrittore decisamente sopravvalutato, ma che pure è autore di alcuni dei migliori testi del Decadentismo – scrisse uno dei suoi racconti più belli, “Il barile di Amontillado”. Poche pagine, ambientate in un imprecisato Rinascimento italiano, cupe e barocche, che narrano di una terribile vendetta compiuta per far pagare ad un uomo la sua arroganza. Nel 1992 Stephen King – anch’egli autore assolutamente sovrastimato, che ormai da anni sta disperdendo un notevole talento iniziale in mattoni stereotipi ed illeggibili – ne scrisse un magnifico remake, “La Cadillac di Dolan” (in “Incubi & Deliri”, Sperling & Kupfer, 1994). Allungando la narrazione ad una sessantina di pagine, King creò un vero gioiellino, che sviluppa l’analisi della vendetta come sentimento totale e devastante, che se pur ottiene il risultato voluto, in cambio consuma fin nell’intimo chi la esercita. Nulla di tutto ciò si è salvato in questa misera trasposizione cinematografica, ennesima testimonianza della presunzione di certi registucoli che, trovandosi di fronte a storie che di per sé rappresentano delle sceneggiature perfette, provano l’irresistibile impulso di ‘correggerle’ con personali e ‘geniali’ inserti, rovinandole così completamente. Così è per J. Beesley, autore più di telefilm e tv movies che di cinema vero e proprio, e la cui filmografia non brilla comunque certo di nessuna eccellenza. La storia è – quasi – la stessa di King. Elizabeth, moglie di Robinson, insegnante elementare di Las Vegas, assiste per caso ad un delitto commesso da Dolan, grosso gangster locale. Lo denuncia, ed accetta di testimoniare contro di lui, ma nonostante la protezione dei Federali Dolan riesce a raggiungerla e ad eliminarla. Da quel momento Robinson dedicherà ogni sua energia a preparare un’atroce vendetta. ‘Quasi’, dicevamo, perché tutto ciò che c’è in più, farina del sacco di Beesley, è appunto ‘in più’. Insignificanti e inesistenti il personaggio della stessa Elizabeth (e del suo tentativo di restare incinta: che c’entra?), dello sceriffo, dell’agente dell’FBI, del killer ‘filosofo’ (?!), dei sadici complici di Dolan. Inutili superfetazioni che, manifestamente, hanno l’unico scopo di allungare il brodo dalla dimensione del telefilm – l’unica, evidentemente, alla portata del regista – a quella di un film da novanta minuti. Ugualmente, tutto quel che c’è in meno rispetto al testo di King è, purtroppo, in meno. Assente la piccola epopea dell’insignificante uomo qualunque, che una ‘fede’ disperata trasforma in una meditata macchina di morte. Assente il trascorrere ossessivo del tempo, il cui unico significato è di condurre Robinson a quello che ormai è diventato l’unico punto focale della sua esistenza. Assente la descrizione della vendetta come una febbre che brucia e distrugge, non solo l’anima ma perfino il corpo di Robinson, demone che anima un individuo ormai privo di sentimenti e che vive solo per il Male. Pasticciata e quasi incomprensibile la magnifica descrizione ‘tecnica’ fatta da King del meccanismo escogitato da Robinson, ingranaggio tanto perfetto quanto spaventoso e orribile nella sua malvagità. Il miglior King – non ce n’è molto, ma ce n’è – è sempre stato quasi impossibile da tradurre al cinema, proprio per la difficoltà di trasformare in sceneggiatura un qualcosa che spesso lo è già, e di tradurre in immagini quelli che spesso sono accenni, suggerimenti, atmosfere impalpabili. A parte le trasposizioni di F.A. Darabont – sempre, per lo meno, dignitose – i film tratti da opere di King sono quasi tutti brutti ed eccessivi; un po’ quel che, fatte le debite proporzioni, è sempre successo coi film tratti da Dumas, e per le stesse ragioni. Per l’ennesima volta vien da chiedersi perché certa gente si ostini a lavorare nel cinema, quando al modo ci sono tante altre cose utili da fare. Per esempio, da tempo i giornali ci dicono come quello dell’idraulico sia un mestiere sempre più ricercato e redditizio. Perché non provare, Mr Beesley?

Stanza 17-17, Palazzo delle Tasse, Ufficio delle Imposte (M. Lupo, Italia, 1971), 23.15, Sky

Oberati da tasse che ritengono ingiuste (anticipatori di Berlusconi?!), quattro sprovveduti pensano di vendicarsi e di rifarsi svaligiando proprio l’ufficio che li perseguita. Una commedia, certo, ma niente affatto stupida e non priva di humour e di una satira acida e amara. Il cast, inoltre (Gastone Moschin, Philippe Leroy, Lionel Stander, Ugo Tognazzi) ne rende la visione ancora estremamente piacevole. Raccomandato.

Giovedì 14 aprile

American gangster (R. Scott, USA, 2007), 23.35, Rete4

Quando ad un regista sono rimasti solo un po’ di tecnica e di mestiere, e da anni non sa più cosa siano passione e ‘genio’, allora forse sarebbe meglio che tornasse al suo antico mestiere: il pubblicitario. Ne guadagnerebbero la pubblicità, che forse sarebbe di qualità un po’ migliore di quella attuale, e indubbiamente il cinema, che non dovrebbe registrare delusioni come questa. Così sembra essere, ormai, per Ridley Scott, che dopo aver cominciato con tre film che hanno fatto la storia del cinema – Alien, I Duellanti, Blade Runner, e potremmo aggiungerci anche il bellissimo Legend – ha poi inanellato una serie di fallimenti artistici ed intellettuali lunga quasi come il resto della sua filmografia. Narrasi la storia vera di Frank Lucas, prima servitore silenzioso di Bumpy Johnson, piccolo boss della malavita nera di New York negli anni Settanta, e poi suo erede. Frank allargherà a dismisura l’impero, e realizzerà guadagni favolosi importando direttamente l’eroina dalla Thailandia e vendendola a minor prezzo e semipura, eliminando dal mercato tutti gli altri clan di spacciatori. Il tutto, con la connivenza di una polizia quasi completamente corrotta. Sarà difficile scoprirlo, sia per i suoi astuti metodi di importazione sia perché nessuno riesce a credere che un nero possa giungere tanto in alto, ma alla fine un poliziotto ci riesce, e risalendo la catena arriva fino a lui, lo smaschera, lo fa condannare a settant’anni. Solo rinunciando a tutti i suoi beni e collaborando col suo persecutore per denunciare i poliziotti corrotti, Lucas riuscirà a farsi ridurre la pena a quindici anni. Tutto qui, e non c’è davvero altro, se non due ore e mezzo di lineare e noiosissima cronaca (peggio di un film di Spike Lee). Spessore di approfondimento storico-sociologico-politico: inesistente, nonostante gli spezzoni di telegiornali d’epoca cacciati dentro a forza, che servono sì a datare le vicende, ma vi rimangono ‘sostanzialmente’ estranei: nonostante troppe battute e perfino il titolo la nominino, lì dentro, paradossalmente, l’America pare del tutto assente. Lo si sarebbe potuto intitolare ‘Vita del gangster F.L.’: a farlo sarebbe bastato Carlo Lucarelli in TV, e magari veniva anche meglio. Spessore psicologico dei personaggi: pari a zero. Denzel Washington prova invano a fare il cattivo, ma quasi gli scappa da ridere. Russel Crowe sembra il fratello di Muccino nei vecchi spot della Tim, ma più loffio e stanco, con un parrucchino che pare un Puffo; a tentare di dargli consistenza, nient’altro che una spruzzatina di stereotipo del poliziotto-onesto-che-sacrifica-anche-la-famiglia-al-dovere (meglio i personaggi analoghi di Steven Seagal). Spessore sociologico del film: inferiore a zero. Se si eccettua la scena in cui, mentre Lucas a tavola con tutta la famiglia pontifica su amore e valori familiari, la macchina ci mostra due brevi flash di tossici devastati dalla droga: sfacciata e penosa citazione della scena del massacro durante il battesimo del Padrino; e comunque, a questa scena, in tutto e per tutto, è affidata nel film la ‘caratterizzazione morale’ di Lucas. Per il resto, ombre senza vita, che si scordano un istante dopo averle viste. Come questo film.

Monster (P. Jenkins, Germania/USA, 2003), 21.10, DT

E’ una guerra, quella di Aileen, e dura da una vita. Da una parte, tutti quelli che le hanno ‘fatto violenza’: l’amico del padre che l’ha insidiata a otto anni, i maschi che l’hanno scopata a quattordici, la comunità ipocrita che l’ha espulsa, e tutti coloro che, negli anni successivi, l’hanno comprata, posseduta, insozzata. Dall’altra parte lei, che ha sempre tirato avanti senza sapere lei stessa il perché, sognando di rifare tutto nuovo, di smetterla, sognando l’amore. Una sera, dopo aver passato il pomeriggio con la pistola in mano a pensare di suicidarsi, prima di decidersi va a spendere i suoi ultimi cinque dollari in un bar (“me li sono trovati in tasca, e allora ho pensato che dovevo aver fatto un pompino a qualcuno per averli, e allora ho deciso di spenderli, se no sarebbe stato come se glie l’avessi fatto gratis”). Ma quello è un bar gay, e Aileen incontra Selby, una ragazzina appena diciottenne, di cui s’innamora perdutamente. Selby le sembra l’occasione giusta per ricominciare, ma per farlo occorrono i soldi, e per fare i soldi lei conosce e possiede un solo sistema: vendersi. Esce in cerca di un cliente, e quello che trova è un sadico, che la lega e sta per ucciderla. In macchina c’è una pistola, e Aileen spara e uccide. E’ scattato un interruttore, si è aperta una nuova via. Aileen cercherà un lavoro, per uscire dal giro e vivere un amore ‘normale’ con Selby, ma vedendosi rifiutata un’altra volta dalla società, capisce che quella che ha iniziato è la strada ‘giusta’, E ricomincia ad uccidere. Non importa che siano ‘buoni’ o ‘cattivi’: basta che siano uomini, rappresentanti di quel genere umano che l’ha sempre negata e violata. Velocemente, anche il rapporto con Selby si deteriora, e la ragazzina la lascerà ad una stazione di autobus: lei tornerà dalla sua famiglia ‘per bene’, mentre Aileen va a farsi arrestare. Atroce, disumana America, quella che esce da questo film: sporca, cattiva, disperata e misera, in cui non c’è posto per i reietti, in cui chi è in fondo può solo cadere ancora più giù, in cui nessuno ti parla, in cui nessuno ti dà nulla, ma te lo compra. La rabbia di Aileen davanti al giudice è non tanto e non solo la rabbia di chi ha subito l’ennesima ingiustizia, quanto soprattutto quella di chi non è mai stato ascoltato, di chi non ha mai avuto la possibilità di spiegare anche solo per un attimo le proprie ‘ragioni’. Il ‘mostro’ non è Aileen: il mostro è una società fondata sullo sfruttamento e sul disprezzo per chi è ai margini. E c’è un altro mostro, qui: Charlize Theron, mostro di bravura e di intensità espressiva. Nei primi minuti del film, quasi perfino infastidisce la sua recitazione folle, scattosa, gli sguardi allucinati, le smorfie contratte e legnose, al camminata meccanica ed eccessiva: fino a che ci si rende conto che quella è Aileen, che tutto quel ‘recitare’ serve ad esprimere il dolore e la rabbia che Aileen si porta dentro da sempre. Film di rabbia e dolore, appunto, film di ingiustizia, film terribile e bellissimo, Monster è anche, indirettamente, l’ennesimo film sulla (contro) la pena di morte: Credete voi che le ingiustizie siano state riparate, mandando Aileen sulla sedia elettrica?

Coma profondo (M. Crichton, USA, 1978), 21.00, DT

Da parecchio non si vedeva in tv questo ottimo fantathriller ambientato in un ospedale, in cui troppi pazienti cadono in coma. Una dottoressa sospettosa indaga e scopre l’orrore (interessante il metodo con cui verifica lo stato di coma dei pazienti …). Avvincente e divertente. Da vedere.

Venerdì 15 aprile

Queimada (G. Pontecorvo, Italia/Francia, 1969), 23.15, Sky

In un’isola delle Antille, nell’Ottocento, un agente commerciale inglese sobilla un giovane di colore perché organizzi la ribellione contro il Portogallo colonialista. Pochi anni dopo, gli darà la caccia e lo farà uccidere per spianare la strada al nuovo padrone, la Gran Bretagna. Tutto il film – e in particolare godetevi la ‘lezione’ sulla differenza tra una moglie e una prostituta – vale un corso intero sui mali del capitalismo. Epico ed eroico, cinico e amaro, un capolavoro. Brando meraviglioso, semplicemente, e bravissimo Evaristo Marquez, il suo partner nero. Assolutissimamente imperdibile.

Conan il Distruttore (R. Fleischer, USA, 1983), 19.20, DT

Sequel del capolavoro di John Milius (Conan il Barbaro, 1982), questa è purtroppo una porcata ignobile, il cui regista (?!), privo di qualsiasi senso dell’epos e del Mito, ha pensato di buttar tutto in vacca confezionando una storiellina scema alla Fantaghirò, in chiave comico-grottesca. La presenza di Grace Jones, che all’epoca qualcuno si ostinava a trovare sexy (misteri della perversione umana), completa l’opera. Da evitare accuratamente.

La vita è meravigliosa (F. Capra, USA, 1946), 23.15, Sky

Ineffabile capolavoro di Capra, sulla vicenda di un uomo che, dopo aver dedicato tutta la sua esistenza alla famiglia ed alla comunità, di fronte ad un rovescio finanziario pensa di suicidarsi: ma Dio decide di fargli vedere come sarebbe stato il mondo se lui non fosse mai esistito. Favola ‘natalizia’, ma soprattutto film di intensissima umanità ed amore, da far vedere ai bambini, da rivedere tutti per ritrovare un po’ di fiducia nel mondo. Assolutissimamente imperdibile.

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