Pubblicato da: giulianolapostata | 2 aprile 2011

Multivisioni – 2 aprile 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 2 aprile

Domino (T. Scott, USA, 2005), 21.00, DT

Un film vedibile ma mediocre nella filmografia di un regista che, per altro, da un pezzo sta facendo le scarpe a suo fratello, il quale invece, dopo i geniali esordi, per molto tempo non ha azzeccato un film decente (ma ultimamente si è rifatto!). Qui ci racconta la ‘storia vera’ – “più o meno”, come lui stesso onestamente ci dice nei titoli di testa – di Domino Harvey, una giovane ‘di buona famiglia’ che negli anni Cinquanta buttò nella spazzatura tutti i privilegi e le comodità che le sarebbero potuti derivare dalla sua nascita per aggregarsi ad una banda di bounty killers. Pochi anni vissuti molto maledettamente, tra sparatorie, alcol e droga, per morire poi ancora giovane, trentacinquenne, pochi mesi dopo la fine delle riprese: la vediamo nell’ultima inquadratura del film. Una storia indubbiamente interessante, e ricca di stimoli e di occasioni, che purtroppo raramente il regista riesce a cogliere. Per esempio, il gusto morboso della televisione per la violenza e il disordine sociale viene qui raccontato abbastanza piattamente, senza venir utilizzato per una qualche riflessione sulla cultura dei media nella società americana moderna. Ma il punto fondamentale è lo stile di regia, purtroppo ancora troppo legato alla sua provenienza dal mondo della pubblicità. Assistiamo ad un film schizzato e ultraveloce: colori acidi, inquadrature brevissime, fotografia volutamente sporca, sovrimpressioni e così via: tutto l’armamentario immaginabile per un film che ad un certo punto sembra un video per Voglio una vita spericolata, invece del racconto di una vita che ribelle e ‘contro’ a suo modo lo è stata veramente, ma di cui nel film non c’è gran traccia. Gli interpreti si adeguano. Passabile Keira Knightley, più per il suo bel faccino e il suo delizioso corpicino, che per la sua performance; passabile Edgar Ramirez (anche se più di una volta sembrano entrambi personaggi da fumetto, e quel loro “Ti amo”, che dovrebbe strappare una lacrima disperata, spinge molto di più alla risata). Ma Mickey Rourke è, semplicemente, impossibile. Dire che è la caricatura di se stesso può apparire una frase fatta, ma è la realtà. Porta in giro per tutto il film la sua faccia su cui le devastazioni della carriera di boxeur sono accentuate dal trucco, tentando invano di creare un personaggio maledetto, il ‘buono dalla vita bruciata’, ma riuscendo solo a dare l’impressione di un grosso pezzo di bollito. Guardatelo bene: nemmeno lui crede a quello che sta facendo. Attenti alla prima impressione, quando vedrete il film: storditi dalla valanga di suoni-luci-colori che vi viene scaraventata addosso, potrà anche capitarvi di indulgere ad un giudizio troppo generoso. Aspettate qualche ora, ripensateci, e ve ne accorgerete.

Domenica 3 aprile

Twister (J. De Bont, USA, 1996), 16.00, Italia1

Bill e Jo, entrambi studiosi di tornados (in inglese twister), si incontrano per firmare le carte del divorzio. Ma proprio un tornado incombe, e, ripresi entrambi dalla passione per il lavoro, scopriranno che anche la passione tra di loro non si è mai spenta. Scemenza di rara insopportabilità, farcita come un sandwich di ogni possibile stereotipo e luogo comune ‘americano’ (si veda la scena del pranzo ‘da uomini rudi’ a casa della vecchia zia). Banale, idiota, invedibile, se non per gli amanti del genere effetti speciali.

Il labirinto del fauno (G. del Toro, Messico/Spagna/Usa, 2006), 23.25, DT

Del Toro, regista dalla non eccelsa filmografia, tenta un salto di qualità, cercando di coniugare la sua passione di sempre per l’horror ed il fantastico con un soggetto politico e civile davvero ‘potente’: la Guerra Civile in Spagna. I combattimenti si sono conclusi, ma bande di anarchici infastidiscono ancora seriamente il regime. Una di queste assedia un vecchio mulino tra i boschi, nel quale, oltre ad una nutrita guarnigione della Guardia Civil, risiedono anche il suo feroce comandante, il capitano Vidal, la moglie – una donna sottomessa, vedova del suo primo marito, che lo ha sposato per sfuggire alla solitudine, ora incinta di lui – e Ofelia (nome profetico?), di undici anni, frutto del primo matrimonio. Per sfuggire agli orrori dei tempi in cui vive, ed anche, nella fattispecie, alla reclusione in quell’eremo, ove morte e violenza si respirano nell’aria, Ofelia cerca rifugio nei racconti di fate. E, appena giunta al mulino, è proprio una fata a mettersi in contatto con lei. La conduce sottoterra, in un antico labirinto, ove un vecchissimo fauno le svela la verità: lei è l’incarnazione della principessa figlia del re del Mondo Sotterraneo, fuggita da secoli e da lungo tempo attesa. Per riavere il suo rango e il suo regno, però, dovrà superare tre prove molto pericolose, che le verranno svelate una alla volta. Ofelia si dedica anima e corpo a questo suo nuovo compito, mentre, ‘in superficie’, anche la vita reale segue il suo corso. Gli scontri con gli anarchici si susseguono senza sosta, e il capitano Vidal li reprime con spietata e sanguinaria violenza. Ma la presenza di infiltrati tra gli abitanti del mulino trascina lo scontro verso un tragico epilogo: nella stessa notte, anche Ofelia dovrà affrontare l’ultima, fatale prova. Nonostante la dichiarata ‘intenzione’ del regista di stabilire un rapporto ‘filosofico’ tra le due vicende, esse invece per tutto il film scorrono perfettamente e totalmente parallele, ma proprio nel senso geometrico del termine, vale a dire senza mai incontrarsi, e senza mai avere alcun rapporto ‘intimo’ tra loro. Estranee ed indifferenti l’una all’altra, si snodano assolutamente indipendenti, tanto che si ha quasi l’impressione di assistere alla proiezione di due film diversi ed arbitrariamente mescolati insieme, e senza che mai, come appunto ci si aspetterebbe, si abbia l’impressione che l’una simbolizzi e spieghi l’altra. Insomma, la metafora magica sul Franchismo è miseramente fallita, ed è anche un peccato, perché non si può negare un grande fascino alla costruzione del mondo magico in cui Ofelia si inoltra. Decisamente, per Del Toro, si è trattato del classico passo più lungo della gamba.

Lunedì 4 aprile

Cemento armato (M. Martani, Italia, 2007), 23.40, Rai2

Michele Soavi ha fatto scuola, ed è evidente che l’esordiente Martani ha visto e ben meditato il suo bellissimo Arrivederci amore, ciao (2006), prima di confezionare questo bel noir, un genere che ancora una volta ci racconta, sul ‘paese reale’, molto più di quanto non ci dicano le favole della buonanotte che Prodi e Veltroni ci ammanniscono ogni giorno. Diego è sui venticinque anni. Vive alla Garbatella, periferia di Roma, assieme alla madre, una donna buona e amorevole. Il padre è sparito quando lui era bambino, misteriosamente. Diego non è cattivo, ma il ‘disordine’ familiare e soprattutto l’ambiente lo hanno segnato. E’ un po’ teppista, ruba, vive di espedienti. Del resto, che altro potrebbe fare, in quella realtà? L’orizzonte che gli si presenta davanti agli occhi ogni giorno è quello: piccola criminalità, violenza, e cemento su cemento, che avvolge e soffoca ogni cosa. Lui comunque tira avanti, ed è anche felice, ma quel cemento di cui nemmeno si accorge ha un padrone: il Primario, un costruttore edile che in realtà è un boss feroce: abusivismo, droga, bande, prostituzione, sono le basi del suo impero, e chi trasgredisce anche di poco paga durissimamente. Paradossalmente, è fatale che, in un contesto simile, le strade del Primario e di Diego si incontrino. Accade quando lui, in una delle sue bravate, spacca a calci lo specchietto della sua Mercedes nuova. La rabbia del boss è incontenibile – “non si tratta solo di uno specchietto: è il mio specchietto della mia macchina nella mia città” – e mette in moto una catena di violenze e di vendette incrociate sanguinosa e senza pietà, che distrugge tutto e tutti intorno a loro. La vicenda di Diego e del primario ha una certa qual inquietante ‘verosimiglianza’, un pericoloso sentore di quotidianità. Chi di noi non ha conosciuto qualche ‘tipo strano’, qualcuno di cui ci si sia detti: ‘Ma come avrà fatto a diventare così ricco? Ma quella casa, quella macchina come se le è comprate?’. Oppure. ‘Con quella faccia, scommetto che sarebbe capace di ammazzarmi per nulla’. Martani ce la mostra, questa quotidianità che ci scorre accanto, e che spesso appunto soltanto intuiamo, fatta di corruzione, di marciume, di violenza spicciola, di disprezzo, di razzismo. Ce la mostra e ce la racconta, con molta semplicità, e senza troppi moralismi. Certo, il film non è perfetto: potremmo definirlo un po’ sbilenco. Colpa di alcune debolezze in sede di sceneggiatura (troppe coincidenze), di alcuni personaggi male sbozzati (la figura del Capitano è quasi incomprensibile: prima scemo, o finto scemo, poi savio: per quali motivi?), di altri che avrebbero meritato un maggiore approfondimento (per esempio Samuele, il giovane fratello di Asia, che tiene tanto alla sorella) e di alcune imperdonabili inverosimiglianze (l’ispettore di polizia corrotto che si mette un paio di occhialetti, piglia una borsa e si spaccia per avvocato; il tutto in una questura incomprensibilmente buia e quasi completamente deserta). Peccato, perché il film ha diversi punti a suo favore, a partire dal ritmo, che non conosce pause, e da qualche brutalità ben assestata. Gli interpreti principali fanno il loro dovere, quelli secondari un po’ meno (ma sono personaggi troppo poco caratterizzati: per esempio gli amici di Diego, imprigionati nella battuta “Eh?” “Stocazzo!”). Comunque, l’esordiente Martani ha occhio per le architetture del degrado, per il cemento armato della periferia, cui riserva inquadrature emblematiche; un po’ meno bene gli va con le sequenze d’azione, girate a volte in modo piatto (e qui si vede la differenza con Arrivederci amore, ciao, che vanta sequenze d’azione girate con estro e competenza), come si vede anche nel pre-finale. Il film va in ogni caso elogiato: si tratta del nobile tentativo di proporre qualcosa di diverso nel panorama italiano, e per questo le sue lacune vanno perdonate. Tanto più se, come in questo caso, il regista dimostra di possedere le giuste conoscenze (le inquadrature notturne, dall’alto, della città e delle sue strade intasate ricordano – ebbene sì – Collateral) e ampi margini di miglioramento. Se anche non raggiunge la perfezione di Soavi, se nella sceneggiatura sono presenti alcune fragilità, di cui abbiamo detto, Cemento armato rimane un gran bel film, duro e sincero. Registi come questo sono boccate d’ossigeno in un cinema italiano che, per il resto, continua a barcamenarsi tra il coté autoreferenzial-intellettuale e quello masturbatorio-sentimentale: speriamo che facciano scuola davvero. Imperdibile.

Cobra (G.P. Cosmatos, USA, 1986), 23.15, Italia1

Un fumetto, ma forte e duro, con Silvestro Caprone che fa lo sterminatore di neonazisti (però, mica male l’idea). ‘Storica’ la battuta: “Tu sei il male e io sono la cura”. C’è uno degli inseguimenti in macchina più adrenalinici che abbiate mai visto, da togliere letteralmente il respiro.

Il Generale Della Rovere (R. Rossellini, Italia/Francia, 1959), 14.45, Sky

Un vecchio truffatore viene fatto passare dai tedeschi per un ufficiale badogliano, e infiltrato a S. Vittore per acquistarsi la fiducia di alcuni membri della Resistenza che vi sono detenuti. Commosso dalla nobiltà della loro causa, si farà fucilare invece che tradirli. Bellissimo, asciutto, eroico, antiretorico, totalmente immune da quella retorica melensa e sentimentaloide che avvelena quasi tutto il cinema neorealista. Splendido film, bellissima storia sulla Resistenza, grande interpretazione del grande De Sica. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 5 aprile

Highwaymen (R. Harmon, USA, 2003), 21.10, DT

Dello stesso regista del bellissimo The Hitcher (1986) è la storia di un uomo alla ricerca di un serial killer psicopatico su ruote, che gli ha ucciso la moglie. Anche qui, buone atmosfere e belle scene ‘di strada’, ma la costruzione dei personaggi è troppo schematica e stereotipa. Comunque un film interessante, da vedere.

American Graffiti (G. Lucas, USA, 1973), 00.55, DT

In una cittadina americana degli anni Cinquanta, un gruppo di ragazzi festeggia la fine del college e la partenza, la mattina dopo, per l’università. In quella notte, cercheranno di realizzare i loro ultimi sogni di adolescenti, oppure li vedranno svanire. Poeticissima meditazione sul dolore, lo strazio, la malinconia, la nostalgia – e la bellezza – del passaggio dall’adolescenza all’età matura. Richard Dreyfuss, sensibilissimo artista, forse mai come qui in stato di grazia, guarda alla bellezza del mondo con occhi di un’innocenza kerouakiana. Certissimamente, il miglior film di Lucas. Assolutissimamente imperdibile.

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005), 18.25, DT

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano. Imperdibile.

Mercoledì 6 aprile

Shaft (G. Singleton, USA/Germania, 2000), 21.10, DT

Che noia, che delusione, che confusione. Non si sa cosa sia, questo film, e si ha l’impressione che nemmeno il regista sapesse cosa stava facendo. È un telefilm allungato, perché la struttura narrativa è quella del telefilm, ma la durata è quella del film; è un film, perché appunto dura due ore, ma senza l’ombra di una coerenza narrativa. La storia semplicemente non esiste: comincia nel punto x e finisce nel punto y, ma avrebbe potuto cominciare nel punto k e finire in quello z. Insomma, non c’è ‘inizio’ e non c’è ‘fine’, non c’è storia. Richard Roundtree è senz’altro molto bravo nel suo personaggio, ma a volte dà quasi l’impressione di essere (e di sentirsi) fuori posto in quella figura, che avrebbe voluto, e potuto, essere quella di un supereroe, e fa rimpiangere ciò che un regista più intelligente avrebbe potuto cavarne fuori.

Giovedì 7 aprile

Little Miss Sunshine (J. Dayton/V. Faris, USA, 2006), 23.30, Rete4

La piccola Olive vuole partecipare ad un concorso di bellezza per bambine, e coinvolge tutti i suoi familiari nell’impresa di accompagnarla in California. Peccato che la sua famiglia sia composta da frustrati o mezzi matti, ma il viaggio servirà per tutti come catarsi liberatoria, anche per Olive e i suoi falsi miti, Divertente commedia satirica sul sogno americano e sulla famiglia americana scritta con garbo e senza volgarità e ben recitata, ma comunque assolutamente sopravvalutata dalla critica, che nel 2005 ha gridato al miracolo. Ci vuol altro. Possibile che tutto ciò che viene dal Sundance sia automaticamente un capolavoro?

Fortapàsc (M. Risi, Italia, 2008), 10.35, DT

Nel 1985, Giancarlo Siani, 26 anni, è un giornalista “abusivo” al Mattino di Napoli, distaccato alla redazione di Torre Annunziata. Per pochi soldi, ma con molto entusiasmo, Siani si guarda intorno e scrive storie ‘sporche’ della sua cittadina: illustri camorristi latitanti che si fanno vedere tranquillamente in giro, nuovi boss emergenti, politici corrotti e collusi eccetera. La Napoli in cui vive è quella del dopo terremoto, dei ghiotti appalti della ricostruzione da spartire, del PSI rampante, delle tangenti. È inutile che il suo caporedattore un giorno sì e uno anche gli ricordi che lui è solo un cronista e che di quello si deve occupare. Niente da fare. Siani continua, scava, risale piramidi di complicità, e comincia  a farsi parecchi nemici. Non lo fa per eroismo, né per missione. Semplicemente, “è il mio lavoro”, come dice ad un gruppo di studenti che lo incontrano all’Università, ed è una frase che fa rabbrividire per la sue semplicità: ‘la banalità del bene’, verrebbe da dire. Attorno a lui, Torre, cioè Fortapasc, come la definisce in un articolo: il fortino assediato dalla camorra, l’unico potere reale, di fronte ad uno stato imbelle o “marcio in gran parte”. Siani attraversa quotidianamente le linee con la beata incoscienza della sua splendida giovinezza, agognando il posto fisso in redazione – bisogna pur campare – e cercando di rimettere insieme i cocci di un amore, ma senza mai rinunciare a fare ciò che sente, si potrebbe dire inconsciamente, come un dovere. Viene ammazzato, naturalmente, e come ci dice il regista alla fine, ci vorranno dodici anni e due pentiti, perché venga fatto il nome dei suoi assassini: ma la bellissima follia dei suoi ventisei anni non ce la restituirà più nessuno. Risi scrive un film stupendo, semplice e vero, antiretorico e commovente, come il vero cinema è, quando è cinema davvero, un film che non sfigura assolutamente accanto al suo più celebre collega, il bellissimo Gomorra di Matteo Garrone, uscito nelle sale due soli mesi dopo. Un film, Fortapasc, costruito, del resto come il film di Garrone, con ingredienti di primissima qualità. Una sceneggiatura raffinata, che evita come la peste melodrammi e sceneggiate, ma che non si tira indietro quando deve raccontare, con forza e spietatezza, la corruzione e il sangue. Una recitazione, per dire solo quella del giovane Libero De Rienzo, semplicemente perfetta, che mette in scena uno davvero qualunque, uno di noi. Non un anti-eroe, ma veramente un non eroe, uno ‘normale’, come dovrebbero essere virtù ‘normali’ onestà e dignità in un Paese che non fosse stato corrotto e prostituito prima di tutto dai suoi dirigenti. Si è parlato poco, di questo film, e lo si è visto anche meno, e ciò non deve stupire, se, chissà come mai, Gomorra non è stato candidato all’Oscar, e se, parecchi anni prima, era stata cancellata La Piovra, la miglior produzione della tv italiana del dopoguerra, con la motivazione che è ora di smetterla di raccontare sempre le porcherie del nostro Paese: mostriamo un po’ di tette e culi, che fanno sempre allegria. Non faccio retorica se dico che è l’apparire, ogni tanto, di persone come Giancarlo Siani – e il realizzarsi di film come questo – a farci sopportare di vivere in questo Paese, e a non farci vergognare troppo di essere italiani. Anche se la bella faccia di un ragazzo è un prezzo troppo alto da pagare, perfino per riscattare la dignità di una nazione.

Venerdì 8 aprile

The reader (S. Daldry, USA/Germania, 2008), 21.05, Rai3

Sarebbe sbagliato leggere The Reader come un film sulla Shoah, perché ciò significherebbe equivocarne in gran parte l’ispirazione, e soprattutto inserirlo in uno schema ‘riduttivo’, in cui – ovviamente – i ‘buoni’ e i ‘cattivi’ sono definiti a priori con chiarezza indiscutibile, e i ruoli di vittime e carnefici assegnati senza equivoci possibili. TR è invece qualcos’altro: è un film sul Male e sulla solitudine. Racconta come il Male sia ‘semplice’, quotidiano, alla portata di tutti; dice di come la solitudine possa aiutare ad imboccarne la strada, non per cosciente e pervicace volontà di commettere ‘cattive azioni’, ma solo perché in esse si può trovare – horribile dictu – un senso ad un’esistenza che altrimenti non ne avrebbe alcuno; insegna di come esso possa assumere il volto ‘normale’ del bisogno di ‘ordine’ (“Eravamo responsabili, eravamo le sorveglianti”; “Ho letto tutti i rapporti su di Lei: ottimo lavoro, Schmitz, è stata promossa”), addirittura – e sembra una bestemmia – di un perverso rovesciamento della saintexuperiana fedeltà alla “consigne”. Così è stato per Anna Schmitz, trent’anni, negli anni Quaranta operaia alla Siemens, che ad un certo punto risponde ad un bando di reclutamento delle SS per posti di sorveglianti nei Lager. Ad Auschwitz, suo primo incarico, Anna è addetta alla selezione: ogni settimana deve scegliere un certo numero di donne da mandare alla camera a gas, per far posto a quelle che senza numero continuano ad arrivare. Poi sarà tra coloro che, sotto l’incalzare delle truppe sovietiche, guideranno le massacranti marce di trasferimento dei prigionieri, in cui altre migliaia moriranno. Ma, finita la guerra, Anna pare aver dimenticato tutto, seppellendosi in un anonimo lavoro di tranviera. Un giorno incontra casualmente Michael Berg, studente quindicenne, e inizia con lui un rapporto basato sulla pura attrattiva sessuale. Non è tutto, però. Dopo, e addirittura prima di fare l’amore, Anna vuole che Michael le legga pagine e pagine dai suoi libri di scuola: Omero, Orazio, e Mark Twain e Cecov, e tanti altri. Se nei normali rapporti col ragazzo Anna pare indossare sempre una specie di corazza che la isola dal mondo, in quei momenti essa pare abbandonarsi, ed essere libera. Ma alla fine dell’estate, come era entrata nella vita di Michael di prepotenza, così ne esce, scomparendo all’improvviso, e lasciandolo preda di rimpianti e di rimorsi. Non passeranno molti anni prima che lui la ritrovi: sarà quando, intelligente e promettente studente di legge, si troverà ad assistere ad un processo ad ex SS, e la vedrà seduta sul banco degli imputati. Là scoprirà, finalmente, il suo vero segreto, quello che l’ha tormentata per tutta la sua vita, differenziandola dalle compagne di malvagità perfino nel Lager, e che segnerà incredibilmente anche i lunghi anni che dovrà trascorrere in carcere. Nessun momento, nel film, è così commovente come quello in cui Anna faticosamente compita le sue prime lettere dell’alfabeto, proprio sulle pagine dell’ultimo libro che Michael le aveva letto. Anna cercherà di fare i conti col proprio passato mediante un riscatto personale, ma anche mediante una scelta terribile. Michael pure cercherà finalmente, dopo una vita ormai trascorsa, di  ri-solvere quel legame, lasciando libero il fantasma di Anna, e liberandosi finalmente dei suoi. Un bel film, intelligente e sensibile, interpretato prodigiosamente da Kate Winslet, che poche settimane prima avevamo ammirato in Revolutionary Road (S. Mendes) e che non cessa di stupire, e da un magnifico, come sempre, Ralph Fiennes. Un film che segna un costante progresso di Stephen Daldry, dalla sciocchezzuola di Billy Elliot (2000), passando per The Hours (2002) fino ad arrivare qui.

L’insaziabile (A. Bird, USA, 1999), 23.15, DT

Se in passato vi è capitati di aver visto il trailer (tipico caso in cui il trailer è meglio del film: e ce ne sono molti), non vi fate prendere all’amo da questa storia pseudo western, pseudo horror, pseudo antropologica su un caso di cannibalismo avvenuto nella prima metà dell’Ottocento in un forte dell’esercito americano, isolato dalla neve sulle montagne della California. Il risultato è un modesto e balordissimo splatter, che anche gli appassionati del genere rifiuteranno.

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