Pubblicato da: giulianolapostata | 26 marzo 2011

“Vendicami” (J. To, Francia/Hong Kong, 2009)

A Macao, una giovane francese sposata con un cinese viene aggredita in casa sua da un gruppo di sicari. Il marito viene freddato sulla porta di casa, i bambini massacrati in camera da letto, lei stessa viene crivellata di colpi. Sopravvissuta per miracolo, chiede vendetta al padre, rinomato cuoco parigino, che però ha uno sconosciuto passato da killer. Francis Costello atterra dunque a Macao, ma si trova in un mondo sconosciuto, dove non conosce nessuno. Un altro problema rende ancor più difficile la sua missione: da molti anni, da quel suo passato di sangue, si porta nel cervello un proiettile che progressivamente gli fa perdere la memoria. Francis deve dunque continuamente scrivere, fotografare, confrontare, perché non solo di ciò che deve fare, sta perdendo progressivamente il filo, ma persino di se stesso. Incrociato per caso il percorso di tre killer locali, Costello si affida a loro: in cambio di tutti i suoi beni, essi dovranno aiutarlo ad avere la sua vendetta.

To scrive qui un film bellissimo, che se pur trae ispirazione da molti Maestri titolati, tuttavia paga pienamente i suoi debiti, qualificandosi come opera personale e di alto valore artistico. Leggibili, dunque, innanzitutto, i richiami al grandissimo Takeshi Kitano, quello dei noir, certo, ma anche quello di Zatoichi: per la disperazione contenuta e potente delle vicende, ma anche per l’ironia forte e viva, sparsa a piene mani, che stempera il dramma, trasformandolo in una ‘commedia’ cui lo spettatore assiste oggettivamente, libero da coinvolgimenti emotivi (e quanti ce ne sarebbero! Si veda la bellissima scena in cui Francis, in mezzo al traffico convulso, tenta smarrito, stringendo in mano le sue foto, di recuperare un tempo e un luogo) e da ‘romanticismi’. Per la sua componente europea, Vendicami è certamente anche un ottimo polar, che si richiama ai maestri francesi del genere: soprattutto un altro grandissimo, J-P. Melville, cui non a caso il protagonista deve nome e cognome, ma al quale tutto il film deve atmosfere, luci, ombre, malinconie. Come pure, evidentemente presente è la tradizione del cinema action di Hong Kong: John Woo, per esempio. Rifacendosi dunque ad un’alta scuola, To mette nel proprio lavoro una profonda originalità, che traspare nei momenti artisticamente più intensi, spesso elegantemente coreografici. Come il magico conflitto a fuoco sotto la luce alternante della luna – una sequenza quasi onirica – o l’epico scontro finale, che non può non richiamare alla mente la foresta di Birnan che marcia incontro a Macbeth. Una fotografia raffinata, anche manierista, ma nel senso migliore del termine, fonde il tutto in un’opera suggestiva e affascinante, quasi astratta, che produce, prima di tutto, un intenso piacere visivo. Cinema puro, verrebbe da dire. ‘Coautori’ sono anche i due eccezionali interpreti. Johnny Halliday, già grande nel tragico L’uomo del treno (P. Leconte, Francia, 2002), qui davvero prodigioso, e l’ottimo Antony Wang. I loro volti sono maschere di un algido teatro di morte. Costello ride, nell’ultima scena del film. Cibo, mare, bambini l’hanno riportato ad una dimensione ingenua e primigenia: chissà se ricorda più “che cos’è vendetta”.

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