Pubblicato da: giulianolapostata | 26 marzo 2011

Multivisioni – 26 marzo 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

 “Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 26 marzo

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie (Z. Helm, USA, 2007), 19.20, DT

Inconcepibile scemenza, una di quelle che vien voglia di consigliare solo per mostrare a che punto può arrivare la povertà di idee. Un vecchio mago gestisce da 243 anni un negozio di giocattoli magici, ma arriva anche per lui il momento di morire. Lascerà l’attività ad una giovane assistente e ad un bambino, che erediteranno anche la magia. Oltretutto, la regola secondo la quale al cinema i bambini nel 99% dei casi non sanno recitare, qui viene confermata al 101%: mai vista una tal massa di infelici tutti insieme. Di Dustin Hoffman (ma chi glie l’ha fatto fare? Doveva pagare le tasse, come si suol dire?) non si può dir meglio di Morando Morandini: “Cerca di essere bizzarro ma è solo patetico”.

Domenica 27 marzo

La leggenda degli uomini straordinari (S. Norrington, USA, 2003), 19.10, Italia1

Il Dr. Jekyll, Dorian Gray, il Capitano Nemo, Mina Harker, l’Uomo Invisibile e Tom Sawyer escono dalle pagine dei libri in cui sono nati e si uniscono contro un Malvagio che vuole dominare il mondo. Se un film si potesse gustare con la bocca, oltre che vedere con gli occhi, questo sarebbe da assaporare tutto, dalla prima all’ultima inquadratura. Gioiello visionario, fiaba fantastica ed esotica, è un capolavoro di immaginazione visiva ed intellettuale. Una sceneggiatura brillante ed intelligente, mai banale e mai volgare; immagini che sembrano partorite dalle nostre stesse menti sognanti, quando, ragazzi, leggevamo e sognavamo; una trama incredibilmente ricca di rimandi culturali e letterari. Insomma, un film delizioso ed elegante, un film che è sì cinema, ma anche storia, romanzo, letteratura ‘popolare’ della più bella specie.

Terminator salvation (J. McGinty Nichol, USA, 2009), 21.00, Sky

Quanti, quanti padri, almeno a livello visivo, per questo nuovo capitolo della saga, anzi: per il primo capitolo di una saga nuova, che alla precedente vuole ricollegarsi, ma che comunque si propone appunto come l’inizio di una nuova ‘storia’, con personaggi e vicende che discendono sì dalla saga di Cameron ma vivranno di vita propria. Ma dicevamo dei padri ‘visivi’ dell’immaginario di questo film: tutti nobili, in alcuni casi nobilissimi, per carità, ma, come spesso fanno i padri, a volte troppo invadenti, tanto da togliere spazio e visibilità al figlio. Chi non ha riconosciuto, nelle strade disseminate di relitti che attraversano il deserto, le stesse strade desolate e il Medioevo post-tecnologico di Mad Max Interceptor (1979 – 1981 – 1985)? Chi non ha pensato – in molte scene, per esempio in quella dell’autobotte di benzina – che gli enormi robot antropomorfi ricordano in modo impressionante quelli dei Transformers (2007)? Chi non ha riconosciuto, negli sbuffi di fiamme che illuminano la base di Skynet, gli stessi che di tanto in tanto segnano il cielo di Blade Runner (1982)? Chi non ha visto, nei rugginosi macchinari di Skynet, la stessa minacciosa cupezza degli inferni di Metropolis (1927)? E per finire: i prigionieri nelle navi volanti di Skynet, non sono gli stessi della Guerra dei mondi (2005)? Certo, non si può negare a questo nuovo Terminator grande professionalità ed anche originalità – e, per esempio, i deserti abbaglianti di Mad Max sono qui sostituiti da bei colori spenti e terrosi, che parlano di morte e decadenza – tuttavia, lo ripeto, la componente citazionista è forte, pur se, bisogna riconoscerlo, molto ben tessuta. Così pure, ossessiva, potremmo dire perfino soffocante, è la quantità di citazioni dai precedenti Terminator: situazioni, scene, perfino personaggi si succedono sullo schermo senza posa, e si ha quasi l’impressione che la produzione voglia assicurarci e rassicurarci: ‘Attenzione: sì, siamo proprio quelli di Terminator, la ditta è la stessa, il marchio è quello, potete stare tranquilli e cominciare con noi questo nuovo viaggio’. Quella che non è la stessa, purtroppo, è la ‘ispirazione’, il bisogno di raccontare qualcosa di terribilmente presente e vero che animava i primi due bellissimi Terminator di J. Cameron (1984 – 1991) – continuo a considerare il terzo, quello di J. Mostow (2003) come un trait d’union, un lavoro ‘redazionale’ per sistemare la storia, tirare le fila e preparare il terreno, appunto, a questa nuova saga – e che, con tutta la buona volontà, manca in questo, che è poco più di un’operazione commerciale, sia pure di ottimo livello. Ma diciamo dove siamo qui, tanto per completezza di informazione. Come ci aveva raccontato appunto Mostow, la rete mondiale di computer costruita dall’uomo, chiamata Skynet, subito dopo essere stata attivata è diventata autocosciente, ha capito che l’uomo, il suo creatore, poteva essere anche il suo distruttore, lo ha dunque individuato come minaccia primaria ed ha cominciato a combatterlo per distruggerlo. John Connor, figlio di Sarah Connor (vedi Terminator 1 e 2), guida la resistenza degli umani superstiti e combatte le macchine, ma sa anche che il pericolo può venire da molto più vicino, e che un involucro di carne non nasconde necessariamente un cuore umano. Tutto qui, in sostanza, e lascio allo spettatore seguire le mirabolanti avventure dei due o tre protagonisti, anche se, lo confesso, dopo un po’ si comincia ad avvertire una specie di senso di saturazione: troppo rumore, troppa velocità, troppe cose, troppo di tutto. Nel primo Terminator, bastavano un autobotte ed una strada deserta di notte a riempire la scena, anche di angoscia e di tensione. Buona – chissà se conscia o inconscia – la cultura neoluddista che traspare spesso dalle battute dei personaggi: ‘Le macchine sono il nostro nemico’ è una frase che si sente spesso, e forse se anche noi ce ne rendessimo conto potremmo provare a costruire un universo più umano, invece del baratro verso il quale ci stiamo avviando. Tra parentesi, è curioso che il nome della rete nemica, appunto Skynet, ricordo tanto da vicino quello di un network televisivo che se – per carità! – non manifesta nei nostri confronti intenzioni omicide, certo si propone come elemento di omologazione culturale globale. Chissà se Mr Murdoch se n’è accorto… Con qualche illogicità nella sceneggiatura (a che serve fare prigionieri, dato che lo scopo è quello di sterminare la razza umana? E se il segnale spegne tutte le macchine, come fa la nave volante ad arrivare al sommergibile? Mah …) ci si avvia alla conclusione, e la regia non prova nemmeno a far finta che sia possibile un sequel. No: te lo dice esplicitamente, te lo sbatte in faccia, ad onta di un’altra illogicità (ma non è appena stata distrutta la base centrale di Skynet?) e facendoti provare sempre più forte la sensazione di essere ormai entrati in una fiction televisiva a puntate. Arrivederci alla prossima.

Into the wild (S. Penn, USA, 2007), 21.00, DT

Chissà se, tra i libri che Christopher McCandless aveva portato con sé o che comunque aveva letto all’Università, prima di partire per il Wild, c’era anche Dichtung und Warheit (“Verità e bellezza”) di J.W. Goethe. Scommetterei di sì, perché, anche se può sembrar strano, le parabole esistenziali e di ricerca di questi due uomini non sono così diverse e lontane come possono apparire. Goethe – un semidio – cerca bellezza e verità nell’arte – natura sublimata – raggiungendovi livelli di tale ineffabilità da raggiungere quasi, appunto, il divino. McCandless percorre il cammino opposto. Formatosi attraverso l’arte e lo studio, egli abbandona progressivamente ogni elaborazione, ogni ‘arti-ficiosità’, inseguendo l’essenzialità assoluta, che si può trovare solo nella natura libera e pura. A quale prezzo? Qualsiasi prezzo, anche la propria vita, certamente, perché McCandless ha lo spirito dello sciamano, e lo sciamano sa che il contatto col dio può bruciare. Per vie ‘opposte’, dunque, due strade alla ricerca dell’assoluto, entrambe lunghe e difficili da percorrere, e come Goethe spenderà nella sua ricerca l’intera esistenza, coinvolgendo in essa tutti coloro che incontra e facendo wildianamente della sua vita “un’opera d’arte”, così anche McCandless costruisce poco a poco la sua queste attraverso un percorso sfaccettato, cui danno un contributo essenziale anche tutti coloro che egli incontra. Abbandona la famiglia, non solo fisicamente ed economicamente, ma spiritualmente (“Io non ho più famiglia”), e comincia a percorrere gli USA, “mettendosi alla prova”. Non è superomismo il suo, né egli vuole ‘competere’ con la natura; sta anzi semplicemente cercando di verificare quanto egli sia con essa consonante, quanto sia ‘degno’ di farsene aprire le porte. Sciamano e, dunque, asceta, McCandless non può più ‘legarsi’ a nessuno. Tuttavia il suo spirito lascia dietro di sé una scia, intensa e potente, che trasforma catarticamente tutti coloro che incontra, inducendo anche loro a riscoprire la libertà e l’amore che custodiscono dentro di sé, e, nel fondo, liberandoli. Talmente forte è la sue essenza che perfino il suo non esserci esercita un radicale rivolgimento sulla vita degli altri. Tra le numerose riflessioni che di McCandless il film ci propone, ce ne sono due che potrebbero apparire contraddittorie. Prima di partire definitivamente, al vecchio che lo vorrebbe adottare dice: “Non devi pensare che l’unica soluzione stia nei rapporti umani: quello che importa è mutare il punto di vista sulle cose”, e nei suoi ultimi momenti, scrive stentatamente su un vecchio giornale: “La felicità non è tale se non è condivisa”. Nulla di più sbagliato che vedere queste due diverse affermazioni come testimonianze di un suo ‘fallimento’. E’ stata la sua, appunto, una queste; l’ha percorsa tutta; ha raggiunto verità e bellezza (“Se fossi tra le vostre braccia, vedreste voi quello che sto vedendo io in questo momento?”); ed ora può “chiamare le cose col loro nome”. Anche se stesso, finalmente. Dunque, nessun fallimento, nessun errore, nessun pentimento, ma solo uno scopo raggiunto. Sia pure nei pochi anni vissuti e nelle poche parole lasciate, nient’altro che con la sua esistenza McCandless dimostra di far parte di quel ristrettissimo pantheon di ‘santi’ laici alla ricerca dell’Assoluto di cui il Novecento ci ha mostrato rare epifanie: prima di lui Jack Kerouac o Louis Ferdinand Céline, e pochissimi altri. A questa particolare ‘santità’ questo splendido film di Sean Penn rende omaggio. Un film sincero, scabro, e da molti punti di vista ‘sgradevole’ e durissimo; e chi vi cercasse svenevolezze naturalistiche ‘disneyane’ non le troverebbe assolutamente. Qui abbiamo un racconto puro e sincero, ed una lezione di cinema ineguagliabile, che – amaramente lo crediamo – difficilmente verrà compresa ed imitata. Meglio così, tutto sommato: ma almeno anche Sean Penn le ha raggiunte, verità e bellezza.

Amabili resti (P. Jackson, USA/GB/Nuova Zelanda, 2009), 23.00, Sky

Susie ha quattordici anni, una sorella più piccola, un fratellino più piccolo ancora, due amorevoli genitori, un inconfessato amore adolescenziale. Un giorno, mentre sta tornando da scuola, viene sequestrata ed uccisa da un serial killer di bambine, che vive nella casa di fronte alla sua, ma nell’aldilà la sua anima non trova pace. È colma d’odio per il suo assassino, non solo per averle strappato la possibilità di vivere quel primo romantico amore, e per aver distrutto la pace della sua famiglia, ma anche perché vede che ora sta ‘puntando’ la sorellina, che rischia di subire la stessa sorte. Prima di aprire definitivamente le porte del paradiso, Susie dovrà così cercare di pareggiare i conti col mondo dei viventi, dopo di che i suoi amabili resti potranno alfine trovare pace. Lasciando stare la trilogia del Signore degli Anelli – a tutti può capitare un momento di genio – Jackson rischia davvero di rimanere il regista di un solo film, e dopo King Kong (2005) – più che un film un videogioco – Amabili resti lo porta un passo più avanti sulla strada dell’abisso. Che cos’è questo film? Un manuale di spiritismo: ‘Colloqui con gli spiriti: istruzioni per l’uso’? Un decalogo antipedofilia: ‘Il maniaco della porta accanto: mai accettare caramelle dagli sconosciuti’? Oppure un pamphlet antiatei: ‘Il Paradiso esiste: io ci sono stato’? Di qualsiasi cosa si tratti, il risultato è una lagna dolciastra ed insopportabile, ma soprattutto un film ‘senza senso’, che cioè non ‘giustifica’ in alcun modo la propria esistenza. Tanto meno a livello fotografico. L’aldilà di Jackson è un pastrocchio inimmaginabile, che forse voleva imitare le scenografie oniriche di Al di là dei sogni (V. Ward, USA, 1998), ma che non ci si avvicina nemmeno. Il risultato è un frullato della più trita iconografia New Age, di Fantàsia (La storia infinita) e delle illustrazioni dalle rivistine dei Testimoni di Geova (con battute che potrebbero indurre al suicidio gli spettatori più ‘sensibili’: “Ma è bellissimo!”. “Certo che è bellissimo: è il Paradiso!”), colmo di simbologie o spaventosamente banali (il naufragio delle navi in bottiglia) o astruse e incomprensibili (il crollo del gazebo). Tra l’altro, si ride a raffica, in quel paradiso (risatine un po’ ebeti, a dire il vero: sembra una riunione di Born Again Christians, e Nikki SooHoo sembra la caricatura di Hello Kitty), o si piange ad annaffiatoio, e senza motivo, così, perché fa tanto anima in pena pentita. La sceneggiatura è la fiera dell’improbabile (e, trattandosi di colloqui coi fantasmi, avrei ben voluto vedere!): uno scava una buca in mezzo ad un campo piatto come una tavola, la attrezza e la arreda, e nessuno dal quartiere circostante vede niente?! Perché diavolo le gardenie appassiscono (e così appaiono nella foto)? Il tocco del Male?! Qual è l’elemento – parlo di elemento ‘logico’, non di percezioni extrasensoriali – grazie al quale il padre e la sorella scoprono la colpevolezza del vicino? Perché è viscido e antipatico?! Col che si arriva agli attori. Stanley Tucci, appunto, faceva prima ad attaccarsi al collo un cartello con scritto: ‘Sono un pedofilo viscido, ipocrita e antipatico’. Così com’è, fa solo ridere. Mark Wahlberg, che già nel 2008 ci aveva divertito la sua parte in E venne il giorno (M.N. Shyamalan), riprova qui invano a ‘fare il serio’. E, dulcis (è proprio il caso di dirlo) in fundo, Saoirse Ronan è troppo di tutto: troppo adolescente-ingenua-ai-primi-amori, troppo figlia-felice-di-mamma-e-papà-buoni-e-felici, troppo sorrisi-occhionisgranati-lacrimoni, troppo dolciastra e tenera, troppo di tutto. Invece che il cartello “Si avvertono gli spettatori che il film è proibito ai minori di 14 anni”, all’ingresso dovrebbero appenderne un altro: ‘Si avvertono i diabetici presenti in sala che la visione può provocare acute e pericolose crisi iperglicemiche’. Anche voi, siete avvertiti.

Lunedì 28 marzo

Watchmen (Z. Snyder, USA/GB/Canada, 2009), 22.55, Sky

Purtroppo, questa volta a Zack Snyder non è riuscito il bis di Trecento (2006), il capolavoro eroico e visionario che ci commosse i cuori e deliziò la vista. Watchmen è una delusione ed un fallimento, tanto più spiacevoli perché la mano da maestro di Snyder è riconoscibile ovunque, nella storia – una graphic novel, come l’altra volta – come nelle splendide immagini. Raccontiamolo un po’. Siamo nel 1985. Il Presidente Nixon, modificando la Costituzione, si è fatto rieleggere per la quinta volta, ma la sua presidenza è sotto una terribile spada di Damocle. I contrasti coi Sovietici (ci sono ancora) sono durissimi, e la guerra atomica è solo questione di settimane: gli scienziati hanno appena spostato a meno cinque minuti le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse, e quando arriveranno a mezzanotte sarà la fine dell’umanità. Gli Watchmen, supereroi mascherati che negli ultimi anni hanno violentemente amministrato la giustizia nelle strade, sono quasi scomparsi. Il nume del mondo intero è il dottor Manhattan, uno scienziato che un esperimento nucleare ha trasformato in una specie di semidio potentissimo ed immortale. Riuscirà a fermare le testate sovietiche? Riuscirà a trovare la fonte di energia pulita per tutti che sventi addirittura la guerra? Nonostante gli agganci alla realtà contemporanea siano numerosissimi e volutamente seminati, essi tuttavia rimangono sterili tentativi, che abortiscono in una storia confusa e – oltretutto – estenuantemente lunga (quasi tre ore) e mortalmente noiosa. Poco per volta, il racconto si avvolge su se stesso – senza ‘spiegazioni’, senza simbolismi leggibili che lo giustifichino in alcun modo – e si perde in storie individuali che dovrebbero finalmente dare un senso al tutto, e che invece non fanno altro che confondere definitivamente lo spettatore. Le riflessioni filosofiche diventano filosofemi da fumetto – appunto! – e il film lascia delusi ed irritati per tanta intelligenza buttata via e per l’occasione sprecata. Davvero un peccato.

Martedì 29 marzo

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, USA, 2004), 18.25, DT

Praticamente un’opera prima, ed è già genio. Gondry inaugura qui quella poetica dell’irrealtà che sarà il tratto costante dei suoi film successivi, in particolare del bellissimo L’arte del sogno (Francia/Italia, 2006). O meglio: decostruire la realtà per mostrarne le sue mille sfaccettature, le mille possibilità, in un’estetica cui curiosamente non è estraneo il concetto buddhista di Impermanenza. Qui la storia è quella di Joel e Clementine. Lei, bizzarra ed impulsiva, si rivolge ad un’agenzia specializzata per farsi cancellare dalla mente i ricordi del suo amore con Joel. Indispettito, lui cerca di fare lo stesso, ma proprio nel corso della ‘cancellazione’ scopre di non voler davvero perdere quei ricordi, che sono parte di lui stesso. Film sulla memoria, quindi, sull’ineffabile malinconia del ricordo, sulla bellezza indistruttibile ed incancellabile dell’amore, SMLTC è un raffinato capolavoro, recitato da un cast in stato di grazia, meravigliosamente fotografato e con una sceneggiatura che, da sola, si è guadagnata l’Oscar. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 30 marzo

Attacco al potere (E. Zwick, USA, 1989), 21.10, Rete4

In seguito ad alcuni attentati di fondamentalisti islamici negli USA, un generale con tendenze fascistoidi riesce a farsi dare i pieni poteri, sospendendo le libertà civili ed avviando il paese verso una dittatura militare. Ma i liberals insorgono. Buon film d’azione e interessante riflessione sui pericoli che si possono correre a dar retta alle follie di una Fallaci (ma forse è proprio quello che qualcuno desidererebbe …). Consigliabile, e non perdete i primi dieci minuti!

Giovedì 31 marzo

Gattaca (A. Niccol, USA, 1997), 00.30, Rete4

Splendido esempio di fantascienza filosofica ed etica, forse perfino superiore al capolavoro del genere, il pur bellissimo Blade Runner. In un lontano futuro, il mondo è dominato dai Validi, individui perfetti fabbricati geneticamente in provetta, mentre ai Non Validi – creature imperfette – viene riservata una posizione di sudditanza. Ma uno di loro oserà ribellarsi, in nome del diritto alla dignità che ogni essere umano ha di per sé. Atmosfere di profondo lirismo, sostenute da una scenografia essenziale, quasi simbolica, per un inno purissimo alla libertà ed al rispetto per l’individuo. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 1 aprile

The mist (F. Darabont, USA, 2007), 23.25, DT

Darabont è una specie di regista ‘ufficiale’ di Stephen King, e certamente non è tra quelli che hanno fatto peggio. Dopo l’esordio con l’elegante ma freddo Frankenstein di Mary Shelley (1994), ha firmato appunto due ottimi film tratti da suoi testi, Le ali della libertà (1994), storia forte e struggente sul tema della dignità umana nell’universo carcerario, e Il miglio verde (1999), un incursione – peraltro estremamente misurata – nel paranormale, ma sempre raccontando del carcere e della sua disumanità. Rarissimi esempi, questi, di trasposizione riuscita da King, il quale generalmente è già di suo così ‘immaginifico’ e cinematografico che i film ispirati ai suoi testi sono quasi sempre stati dei fallimenti. Qui – diciamolo subito – non siamo al livello dei due titoli precedenti, che probabilmente furono debitori del loro alto livello anche ai magnifici cast che li animarono: Tim Robbins e Morgan Freeman per il primo, Tom Hanks e il bravo David Morse nel secondo. The Mist è un film piuttosto fragile, e a dargli corpo non vengono certo in aiuto gli interpreti, che una sceneggiatura (forse volutamente?) ‘minimalista’ lascia al ruolo di figurine di cartone. Quel che tuttavia lo rende degno di una visione non è dunque tanto il suo valore cinematografico, quanto il tema. Per la seconda volta in un anno (Cloverfield, di M. Reeves: anche se qui siamo molto lontani dalla raffinata calligrafia di quel gioiello) la fantascienza ci racconta la nostra paura più profonda: quella del male che l’uomo può fare a se stesso, con la sua malvagità e la sua scienza. Questa volta, i mostri vengono da un misterioso laboratorio militare. Un esperimento sulle dimensioni parallele apre una porta, da cui esce una nebbia fittissima, abitata da esseri orribili e feroci. Mentre la civiltà tecnologica improvvisamente si azzera (la corrente va via, i cellulari non prendono, le linee telefoniche sono mute), anche quella etica e morale dimostra tutta la sua fragilità. Nel gruppetto di persone che rimane intrappolato in un supermercato (ancora una volta, dopo il geniale Zombi di G.A. Romero, 1978, questo scrigno dell’abbondanza diventa metafora della nostra fine) poco per volta saltano tutte quelle regole, remore e divieti che credevamo acquisiti e di cui andavamo così fieri. Fanatismo e violenza li sostituiscono (e bisogna questa volta dar atto alla sceneggiatura di essere stata, qui, quasi fin troppo esplicita), e l’uomo ritorna davvero lupo a se stesso. Non c’è scampo se non in una fuga cieca (di nuovo la domanda è: “Per andare dove?”), improvvisamente ridotti alla condizione di prede indifese. Lo sguardo di timore quasi ‘sacro’ con cui i passeggeri dell’auto contemplano un essere immenso e mostruoso che vaga attraverso i campi, spazzando fili della luce e pali telefonici – bellissima scena, forse la migliore del film – è lo stesso con cui ognuno di noi avrà guardato, in qualche documentario, il fungo atomico, lo stesso con cui potremmo attraversare le infernali gallerie dell’acceleratore del CERN. Come Oppenheimer dopo la prima bomba, sembrano chiedersi: ‘Cosa abbiamo fatto?’, e sanno che non è possibile tornare indietro. Non c’è infatti happy end, in questo film. Anzi. Dopo che, succube di queste ‘divinità’ ormai onnipotenti, Abramo avrà compiuto su Isacco il sacrificio supremo e orribile, la Modernità torna a mostrare il suo volto, tuttora aggressivo e minaccioso. Sarà per un’altra volta. L’ho già detto per Cloverfield, e lo ripeto qui: par non esserci rimasta che la fantascienza, quando sa ritrovare il proprio ruolo profetico, a ricordarci gli orrori del nostro cuore e quelli della nostra scienza arrogante. Ma noi non ascoltiamo volentieri: e vorrà pur dire qualcosa se, negli USA, il film ha incassato molto poco. Imperdibile.

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