Pubblicato da: giulianolapostata | 19 marzo 2011

Multivisioni – 19 marzo 2011

Cons

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 19 marzo

Cube (V. Natali, USA/Canada, 1998), 13.35, DT

Sei persone si risvegliano in un immenso cubo metallico formato da migliaia di stanze. Possono uscirne solo passando da una all’altra, ma devono evitare innumerevoli trappole, individuabili solo mediante complessi ragionamenti. ‘Probabile’ metafora sulla stupidità e sulla intima malvagità umana, è un thriller fantascientifico abbastanza avvincente ma, alla fin fine, senza senso e senza sugo. Non vi verrà voglia di rivederlo due volte.

L’ultima missione (O. Marchal, Italia/Francia, 2007), 18.45, DT

Un noir. Oh sì: un noir. Ma di quelli che sanno fare solo in Francia, di quelli noir veramente, neri dappertutto, nel cuore, nella vita, nell’animo (è nera, notatelo, anche la macchina del protagonista, l’unica di questo colore nel film), di quelli dove muoiono tutti, o perché sono troppo cattivi, o troppo marci, o troppo buoni per stare in questo mondo cattivo e marcio. Di quelli dove lo sai che morirà anche l’unico davvero buono, e spasmodicamente fai il tifo per lui, cerchi quasi di tendergli una mano attraverso lo schermo perché si salvi, ma tanto sai che è inutile, e puoi solo star lì a contemplare la rovina di una vita. Dopo il bellissimo e ‘perfetto’ 36 Quai des Orfèvres (Italia/Francia, 2004), Marchal ci regala ora questo film turgido, forse eccessivo, ma per accumulo ‘insopportabile’ di emozioni e di dolore. Daniel Auteuil – ormai al di là di qualsiasi elogio possibile – è Louis Kovalski, un poliziotto che si sta uccidendo lentamente con l’alcol dopo l’incidente d’auto in cui ha perso la figlia e la moglie, ridotta ad un vegetale in una clinica. Ma la sua intelligenza, il suo acume investigativo non si sono ancora spenti, e nonostante il disprezzo che lo circonda riesce ad individuare la soluzione di una serie di orribili delitti che stanno insanguinando Marsiglia, e a suggerirla ai colleghi. Ma non si tratta solo di virtù da sbirro: a spingerlo è anche un profondo rispetto per la vita, l’incapacità di credere, nonostante tutto quello che ha visto, “che un uomo possa commettere tante malvagità”. Gli stessi sentimenti che, vent’anni prima, lo hanno portato a catturare Subra, assassino e stupratore, autore di delitti molto simili a quelli attuali. Subra sta per uscire per buona condotta, e Louis vorrebbe fermarlo di nuovo: Justine, la figlia dei coniugi assassinati da Subra, che da allora ha cancellato la propria vita in nome di quella spezzata dei genitori, va a cercarlo e gli chiede aiuto, terrorizzata per questo che sta per accadere. Vorrebbe fermare anche questo nuovo assassino (“Il nostro mestiere è di arrestare questi delinquenti e di far cessare delitti orribili come questi”), ma si accorgerà che non è così semplice: sporchi segreti e inconfessabili complicità gli si frappongono davanti come ostacoli insormontabili. E Louis capisce che c’è un solo modo per risolvere tutto, e un solo prezzo da pagare: e forse, alla fine, quel prezzo non sarà stato pagato invano. Avvolto da una fotografia metallica e fredda, che spegne le sfumature lasciando che a risaltare su tutto siano i sentimenti estremi dei personaggi, UM è un film che conquista anche grazie agli ottimi coprotagonisti. Bravissima Olivia Bonamy, una Justine fragile e sofferente, magnifica Catherine Marchal (Marie), collega di Louis, che ha permesso che l’ignavia e la viltà le spegnessero il cuore. E dopo tanti elogi, lasciatemi concludere con una piccola malignità personale. Se Caos calmo, di Nanni Moretti (che mi guarderò bene dall’andare a vedere, sia chiaro!), sembra sia stato sponsorizzato da una marca di automobili tedesche, ed anche molto sfacciatamente, qui a finanziare il film – sia pur, bisogna onestamente riconoscerlo, con molta maggior discrezione – è evidentemente un marchio americano. Guardate il film e provate a indovinare qual è: comincia per C e finisce per R … A parte ciò, assolutissimamente imperdibile.

L’ultima eclissi (T. Hackford, USA, 1995), 17.00, DT

Da un buon romanzo di Stephen King, un film ben fatto e vedibile, sulla devastazione provocata, nella vita di una donna, dalle molestie sessuali subite dal padre durante l’adolescenza. Non è da buttar via.

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008), 23.10, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

Minority report (S. Spielberg, USA, 2002), 21.00, Sky

 “Volevamo stupirvi con effetti speciali” . . . e invece siamo solo riusciti ad annoiarvi. E infatti non c’è proprio altro, in questo film di Spielberg. Una storia ‘gialla’ tutto sommato banale, che sa di déja vu lontano un chilometro, e a cui, appunto, nemmeno la profusione di effetti e l’ambientazione futuribile riescono a dare un minimo di interesse, e diventano pura cornice, puro espediente narrativo. Stilisticamente, il racconto è disordinato e disunito: il grottesco (il medico che trapianta gli occhi, i bulbi oculari che rotolano per terra) si alterna senza ragioni plausibili al drammatico e perfino al comico (i quadri di vita familiare sconvolti dai poliziotti volanti), spiazzando lo spettatore ed impedendogli di adottare un unico registro percettivo; e, si sa, nulla nuoce più alla coesione di un’opera d’arte come la commistione (confusione) di generi. E tutti gli (pseudo) discorsi sul libero arbitrio, sulla libertà dell’individuo, sulla democrazia sono solo vernice esteriore, arredamento di scena, che rimangono sempre assolutamente estranei alla storia, e mai si fondono con essa per divenire autentica problematicità etica. Bella fotografia, certo, e Tom Cruise che pare abbia perfino imparato a recitare, ma non basta per commuovere e far pensare. Peccato, e strano oltretutto, perché il precedente A.I., pur con tutta la sua farraginosità, pur con tutto il suo eccesso di temi, di storie e di materiali, era stato tuttavia una grande favola poetica e tragica sulla felicità e sull’esistenza. Spielberg non ha voluto far pensare: ha cercato la cassetta, puramente e semplicemente, anche se col suo solito grande mestiere. Da dimenticare, assieme ad altri suoi tonfi (Jurassic Park, idiozia disneyana).

Johnny Guitar (N. Ray, USA, 1954), 19.05, Sky

Dopo la guerra di Secessione, una donna gestisce un saloon e deve barcamenarsi tra i potenti del luogo ed una banda di fuorilegge che si insediano da lei. L’aiuta e la protegge il pistolero Johnny Guitar, suo ex amante ma ancora segretamente innamorato di lei. Come dice benissimo il Morandini, “un capolavoro di lirismo barocco”, una storia d’amore ‘strappalacrime’, una figura femminile forte e commovente, una colonna sonora da sciogliersi. Non ve lo perdete, anche perché questo è uno dei suoi rari passaggi TV.

Domenica 20 marzo

Osmosis Jones (B. e P. Farrelly, USA, 2001), 21.00, DT

Frank è sporco, pigro, ‘alimentarmente’ (ed anche socialmente) scorretto. Dopo la morte della moglie tira avanti alla meno peggio, da un lavoro schifoso all’altro, spinto dalla coscienziosa e salutista figlioletta. Ammalatosi, naturalmente per colpa delle sue schifose abitudini, di un pericolosissimo virus contratto da una scimmia, il Thrax, Frank ingoia a caso una medicina. Da quel momento, il film si sdoppia. ‘Fuori’ continuano le miserande avventure di Frank, che per l’infezione rischia di morire; ‘dentro’ esso si trasforma in un allucinato e scorrettissimo cartoon, nel quale il coraggioso leucocita Osmosis Jones tenta di opporsi al criminale Thrax ed alla sua banda che mirano a prendere il controllo di tutto il corpo, la “City of Frank”. Acida parodia del celeberrimo Viaggio allucinante (R. Fleischer, USA, 1966) ma anche simpatica presa in giro dei polizieschi alla Bogart degli anni Cinquanta, OJ ci propone il solito Bill Murray, grande attore comico in quanto, come tutti i veri comici, la sua maschera nasconde il volto piangente del clown. Divertente, intelligente, imperdibile.

The road (J. Hillcoat, USA, 2009), 23.05, Sky

Ma come, come nascono certi ‘miti’ cinematografici? O meglio, poiché a questo punto è evidente che non sono nati da soli: perché mai vengono inventati? Su che basi (come Avatar: ve lo ricordate? “Il film che cambierà la storia del cinema” … ‘sti cazzi!)? Questo dunque sarebbe il film di cui si è ritardata la programmazione perché troppo tragico, cupo, angosciante, per cui si temeva una reazione negativa del pubblico? Ma andiamo, via, un po’ di serietà. Altro c’era da temere, da parte appunto del pubblico. Per esempio, un’epidemia di suicidi in massa causati dalla noia, la noia massacrante di un film in cui non succede nulla, e quel nulla succede con una lentezza esasperante, per cui dopo una decina di minuti è giocoforza mettersi a fare il tifo per i cannibali, l’unico elemento ‘vitale’ del film: che se li mangino, quel lagnosissimo papà col suo bambino, così almeno ci divertiamo un po’. Oppure una pericolosa serie di travasi di bile, causati dalla rabbia per quella che pare essere la fiera dell’inverosimile e dell’improbabile. Cogliamo fior da fiore. Il bambino non ha mai visto una lattina di Coca Cola, e chiede “che cos’è”. Assurdo, per molte ragioni. Perché quando lui e il padre sono fuggiti lui aveva circa otto anni, e tra i viveri di cui fino a quel momento avevano vissuto, accumulati in casa, è ragionevole pensare che due americani medi avessero stipato anche numerose bibite in lattina (scommetto che a rivedere il film con attenzione – no, per favore! – sarebbe facile individuarne qualcuna sugli scaffali della cucina). Perché, anche, le strade su cui camminano sono cosparse di migliaia di lattine vuote, e il padre-mentore, tra i tanti filosofemi di cui gratifica il figlio, gli avrà pur spiegato cosa sono. Perché è impossibile che, in tutti gli edifici abbandonati che visitano, quella sia l’unica e la prima lattina piena che trovano. E la stessa cosa si può dire dello shampoo. Oppure. Due soli proiettili? Ma è semplicemente assurdo pensare che in tutte le case abbandonate in cui entrano non abbiano mai trovato una scatola di proiettili, o un’altra arma carica: a quel che ne sappiamo, in una casa americana è molto più facile trovare un’arma che un libro, tanto per dirne una. Oppure. Possibile che, visitando una nave abbandonata, l’unica cosa utile che trova sia, in tutto e per tutto, una pistola lanciarazzi?! Scendendo poi nel deposito di cibi sotterraneo, scendiamo nel ridicolo. Le scatole di biscotti sugli scaffali sono disposte come in mostra, a spina di pesce, per esser sicuri che gli spettatori capiscano di cosa si tratta … Chi è stato lo sciagurato scenografo che l’ha arredato? Ancora. Il mondo è in rovina, ma in una casa abbandonata funziona tutto perfettamente: luce, acqua, gas, riscaldamento … Ma prima di questo, è tutta la ‘storia’ in sé che non sta in piedi, che non ha sostanza, vita, dramma. I flash-back con la madre sono assolutamente, totalmente estranei all’economia della narrazione: si potrebbe rimontare il film eliminandoli e nessuno se ne accorgerebbe. Come pure incomprensibile è l’incontro col ‘Profeta Elia’: cosa dovrebbe dirci? Cosa dovrebbe significare, per i personaggi del film? E perché sempre “a Sud”, anche dopo aver visto che il Sud fa schifo come il Nord? Perché i buoni dovrebbero stare solo a Sud e i cattivi solo a Nord? Dobbiamo vedere in ciò una subdola polemica antileghista (si fa per cazzeggiare: non c’è molto altro da fare di serio, in questo film)? Modestissimi i risultati della computergrafica nella resa delle nebbie e dei fumi, che sanno tanto da trasparenti anni Cinquanta. Modestissimo il grande Viggo Mortensen, in una performance da dimenticare. Il piccolo Codi Smith-McPhee, quando piange fa piangere: meno male che non ride mai. Andate a letto, ché è meglio.

Lunedì 21 marzo

Sciarada (S. Donen, USA, 1963), 16.30, Rete4

Un’americana a Parigi deve difendersi da vari criminali che voglio rubarle i soldi nascosti dal marito. Thriller comedy elegante, garbata e divertente, come il sempre delizioso Cary Grant. Un gioiellino di tanti anni fa, che si rivede sempre volentieri.

L’impero dei lupi (C. Nahon, Francia, 2005), 23.30, Rete4

Se leggendo il titolo avete pensato a lupi mannari e orrori simili, magari, ma disingannatevi. Qui si parla dei Lupi Grigi, la celebre organizzazione turca di estrema destra, questa volta impegnata a Parigi in una storia complicatissima fatta di traffico di eroina, traffico di immigrate, esperimenti pseudoscientifici sul ricondizionamento mentale, vendette personali e chi più ne ha più ne metta. Un papocchio quasi invedibile, nel quale non si capisce perché si sia fatto coinvolgere, nella caricatura di se stesso, un attore fine e intelligente come Jean Reno, peraltro non nuovo a ‘complicità’ in solenni boiate (vedi il remake di Rollerball).

Pathfinder (M. Nispel, USA, 2007), 00.10, Italia1

Beh, lo sapete – no? – come si fa, quando vi viene voglia di un’insalata di riso e non vi siete organizzati: aprite il frigo e ci buttate dentro tutto quello che ci trovate. Dai, proviamo anche noi, e vediamo cosa viene fuori. Dunque. Intanto metteteci un po’ di Conan: ma abbondanti, eh? Non fate i micragnosi. L’eroe (chi, quello? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò) a torso nudo che fa esercizi con la spada (e chi glie li avrebbe insegnati, se lì ci è arrivato che aveva sette o otto anni?!); poi i barbari cattivi che distruggono il villaggio pacifico e laborioso; poi gli elmi cornuti e grotteschi; poi la “disciplina dell’acciaio” (testuale!), eccetera. A seguire, una bella dose di King Arthur: i barbari con la faccia dipinta di blu come i Pitti (‘azzo c’entra lo sa solo Nispel, che gli Dei del Wahalla lo maledicano); i barbari biondi e cattivi che vengono dal Nord (Sassoni, Vichinghi … non sottilizzate troppo …); ma soprattutto – soprattutto! – l’attraversamento del lago ghiacciato coi cattivi che ci cadono dentro (l’hanno rifatta uguale, quella scena, e quando capite cosa sta per succedere, tra di voi cominciate a dire: ‘Non puoi farlo davvero … non oserai … NO!’ e intanto ve l’hanno fatta). Aggiungete un bel pizzico de L’ultimo dei Mohicani: acque, cascate, natura incontaminata …; e appena una puntina de Il signore degli Anelli: la camminata rischiosa sulla cengia gelata sopra l’abisso. Su tutto, a mo’ di formaggio grattugiato, spargete una generosa manciata di 300: i colori virati in grigio metallico, e una fotografia così sgranata che un altro po’ vi si sfa in mano. Non vi pare ancora abbastanza? Beh, potreste aggiungere un po’ di splatter: dove la spada tocca, fosse anche un masso di granito, partono di quegli schizzi di sangue che vi accecano. Oppure potete arricchire il piatto con una cucchiaiata di sceneggiatura sopraffina. Sì perché, che gli indiani non facessero solo ‘Augh’, l’abbiamo imparato da un pezzo, ma che le donne di due tribù, incontrandosi dopo qualche mese, si dicano: “Ciao, come stai? Sono felice di rivederti. Lo sai che sei diventata bellissima?” vi da la curiosa – e demente – sensazione di trovarvi sul set del vecchio Shampoo di Warren Beatty. Come decorazione, al posto dei cetriolini, ci potete mettere la faccia del protagonista, Karl Urban, espressivo come il monolite di Odissea nello spazio (che sia un’altra citazione?!). Se poi alla fine trovate che il tutto faccia schifo, anzi, che vi sembri una delle più ignobili ciofeche che abbiate mai assaggiato nel cinema passato, presente e probabilmente futuro, beh, questo dipende dall’abilità del cuoco, e quando uno ha alle spalle, per tutto curriculum, quella boiata involontariamente comicissima del remake di Non aprite quella porta (2003), ringraziate il cielo che vi è andata anche bene, e non vi siete presi un’infezione intestinale.

L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009), 17.15, DT

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare.

Martedì 22 marzo

I piccoli mestri (D. Luchetti, Italia, 1998), 15.45, DT

Dal romanzo omonimo del grande scrittore vicentino Luigi Meneghello, la fedele e commossa ricostruzione della vicenda di un gruppo di universitari vicentini che, nel ’44, salgono sull’Altopiano di Asiago ed entrano nelle bande partigiane che allora vi operavano. Consiglio, sul tema, la lettura di:

https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/12/21/in-memoria-di-antonio-giuriolo-12-febbraio-191212-dicembre-1944/

Il sesto senso (M.N. Shyamalan, USA, 1999), 23.50, DT

Un bambino che vede i morti e parla con loro (e già qui la faccenda si fa dura, trovandoci davanti all’insopportabile faccia da schiaffi  di H.J. Osment) si rivolge ad uno psicologo infantile (e qui va davvero male, perché Bruce Willis in quella parte è convincente come potrebbe esserlo Sylvester Stallone in quella di Einstein). Ma dove si rischia di scagliare una scarpa nel monitor è negli ultimi dieci secondi (dieci, non di più), in cui, con assoluta ‘disonestà’ narrativa, si scopre tutto il palco. Da vedere per detestare.

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 19.00, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Mercoledì 23 marzo

Giulietta degli spiriti (F. Fellini, Italia/Francia, 1965), 02.15, Rete4

I turbamenti esistenzial-erotico-religiosi di una borghese romana e cattolica. Mediocrissimo film, e del resto – l’abbiamo già detto molte volte – la lista dei ‘veri’ capolavori di Fellini sta sulle dita di una mano. Quanto alla Sig.ra Masina, non avrebbe mai recitato se non avesse sposato il Sig. Fellini.

La Samaritana (K. Ki-Duk, Corea del Sud, 2004), 23.15, DT

La Samaritana (Gv 4:7) offre a Gesù (il “Figlio dell’Uomo”) dell’acqua fresca. Jae-young offre agli uomini se stessa ed il suo sesso. Come il gesto della Samaritana è colmo di pietà, così anche Jae-young dona agli uomini ben altro che il suo corpo. Attraverso il suo atto, essa offre agli esseri umani un amore assoluto e universale. Qualcuno percepisce la totalizzante bellezza di questo dono – un cliente, conversando con lei, riflette sul fatto che tutti gli esseri dovrebbero vivere in armonia gli uni con gli altri; un altro la ringrazia di avergli dato ‘la felicità’ – altri sono troppo ottusi e soli: nemmeno la pratica di una disciplina così intimamente ‘armoniosa’ come la musica, riesce ad avvicinare il musicista alla ragazza. Jae-young percorre questo suo cammino in assoluta purezza: il suo sorriso è quello, ineffabile, della santità, ed all’amica che amorevolmente la rimprovera e tenta di lavarla, dice: “Ma io non sono sporca”. Omnia munda mundis, dice S. Paolo: il peccato non la tocca; anzi: il peccato non esiste. Yeo-jin, l’amica che l’aiuta in questa sua ‘missione’ – il cui scopo, solo secondariamente è quello di raccogliere il denaro per un viaggio in Europa – le vuole bene, anch’essa soggiogata dalla sua ‘santità’, ma non la comprende. Assiste impotente alla sua morte. Quando Jae-young si getta dalla finestra, non è per sfuggire alla conseguenze penali del suo atto – nulla potrebbe essere più lontano dal suo sentire – ma perché non venga interrotta la sua ‘predicazione’. Sorride ancora, negli istanti che precedono la caduta, sorride dal profondo dell’anima, come se anche la morte, per lei, fosse un concetto inesistente. Yeo-jin, dopo un breve turbamento iniziale, sceglie anch’essa lo stesso percorso: perché il cammino di santità dell’amica non venga confuso con un avvilente commercio di corpi, decide di ripercorrere la sua strada. Si prostituirà con tutti i clienti avuti da Jae-young, restituendo ad ognuno il denaro che era stato pagato (“Rendete dunque a Cesare le cose di Cesare ma a Dio le cose di Dio”, Mt 22:21). Ma, casualmente, suo padre la scopre. Young-Q è un poliziotto, ed anche lui è colmo d’amore: per la figlia, che ama teneramente, e per la moglie, morta un anno prima, una sofferenza panica e muta che condivide con la figlia. Ogni mattina, Young-Q accompagna a scuola la figlia, e durante il tragitto le racconta favolosi aneddoti dell’Europa cristiana, storie magiche di miracoli: bambini che vedono la Madonna in una luce intensissima, gigli che spuntano da vecchie statue lignee di Gesù … miracoli, appunto: ciò di cui avrebbe bisogno l’umanità, per uscire dalla sua disperata solitudine. Sconvolto da ciò che ha scoperto, segue e spia la figlia, da un albergo ad un altro, si spinge fino ad incontrare i suoi clienti, li insulta, li picchia, ed arriva ad ucciderne uno. Poi parte, con Yeo-jin, in un viaggio fuori città che diventa un viaggio nell’anima di entrambi: visitano la tomba della madre, mangiano insieme, dormono in una capanna di contadini. Durante la notte, Yeo-jin piange disperata l’inesprimibilità del proprio dolore, e la mattina dopo, addormentatasi in macchina, sognerà di essere uccisa e sepolta dal padre, in un ultimo gesto non di morte ma ancora una volta d’amore. Ma Young-Q è anche lui chiuso nel suo, di dolore, e si denuncia, fuggendo e lasciandola sola. Yeo-jin tenta di raggiungerlo, ma si impantana con la macchina, di cui ha appena appreso i primi rudimenti di guida. Non si sa se riuscirà ad uscirne. Silente poema sulla solitudine (tutti i personaggi si muovono in una Seoul deserta e fredda, che stringe il cuore), profondamente intriso di religiosità, delicatamente ed armoniosamente musicato (quando Young-Q comincia l’inseguimento della figlia, squilla il suo cellulare, e la suoneria ripete l’antica ballata resa celebre da Edith Piaff: “Plaisir d’amour ne dure qu’un moment/chagrin d’amour dure toute la vie”), La Samaritana è un altro prezioso elemento del cinema e della cultura coreana che si aggiunge ai pochi che abbiamo, ampliandone ed approfondendone la conoscenza, un film di rara intelligenza e bellezza. Grazie a Kim Ki-duk, e speriamo davvero di poter approfondire la sua conoscenza.

Giovedì 24 marzo

Le tre sepolture (T.L. Jones, USA/Francia, 2006), 21.00, Sky

Nella bellissima tragedia di Sofocle, Antigone, mettendo in gioco consapevolmente la propria vita, seppellisce il corpo di Polinice, contravvenendo volutamente al crudele editto del tiranno Creonte, che, con assoluta mancanza di pietas, ha decretato che rimanesse insepolto. Qui siamo ai giorni nostri, sul confine USA-Messico. Terra di nessuno, polverosa, triste e inutile. L’unica attività che scandisce il passare dei giorni è la caccia al clandestino, alle migliaia di disperati che dal Messico tentano con ogni mezzo di raggiungere il paradiso americano. Uno di loro è Melquiades Estrada, un cow-boy, che sopravvive col suo piccolo gregge di capre. Mite ed inoffensivo, non da fastidio a nessuno, ma viene ugualmente ucciso, nel più stupido dei modi, da una guarda di confine. Ma Melquiades aveva un amico bianco, un americano: Pete, un cow-boy anche lui, anche lui uomo dai sentimenti elementari ed essenziali. Un giorno, raccontando a Pete con immensa nostalgia della famiglia e del paese che aveva lasciato, si era fatto promettere che, se fosse morto, lui non avrebbe lasciato che venisse sepolto “sotto dei fottuti cartelloni pubblicitari” ma lo avrebbe riportato a casa. Ora Pete vuole mantenere la promessa, ma scopre che Estrada è già stato sepolto, senza rispetto e senza dignità, e soprattutto che a nessuno frega niente di sapere chi è stato. Pete indaga da solo, individua la guardia responsabile dell’omicidio, e a rischio della propria vita la rapisce, la costringe a disseppellire il corpo e a seguirlo in Messico. Qui, lo ‘editto’ contro cui Pete si ribella è la cultura che trasforma questa povera gente in sotto-uomini, in “schifosi immigrati” indegni perfino di uno straccio di cerimonia funebre, non che di giustizia; e la legge morale cui si richiama è quella, suprema, della solidarietà tra uomini: “Era mio amico” ripete a tutti, per spiegare ciò che ha fatto. Il viaggio, a volte grottesco, a volte commovente, porterà Pete a scoprire quanto fragili fossero i sogni di Melquiades, e la guardia a ritrovare incredibilmente, sotto la sua scorza di uomo stupidamente cattivo ed inutile, una traccia di umanità. Con questo suo primo esercizio di regia – coadiuvato, bisogna assolutamente dirlo, dallo sceneggiatore dei bellissimi Amores Perros e 21 grammi, di A.G. Inarritu – Jones ci regala un film semplice e lirico, estraendo da se stesso la malinconia e l’ironia con cui ha sempre arricchito i suoi personaggi, anche i meno importanti. L’Oscar a lui ed allo sceneggiatore sono il degno premio per questo limpido capolavoro.

Malcom X (S. Lee, USA, 1992), 17.35, Sky

Sulla vita del celebre leader delle Black Panthers, assassinato dalla CIA nel ’65, Lee ha scritto, com’è suo solito, un film mortalmente lungo (più di tre ore!) e mortalmente noioso, raffazzonato ed approssimativo, verboso e pieno di chiacchiere, che si parla addosso, cronachistico, cioè meno ancora che documentaristico, che nulla aggiunge né alla gloria di Malcom X né al cinema. Come ho detto molte altre volte, non basta ‘essere di sinistra’ e ‘fare film di sinistra’ per fare bei film. Del resto, per rendersi conto di quanto Lee sia sopravvalutato, basta vedere quella intollerabile scemenza del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna (USA, 2008).

Venerdì 25 marzo

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 11.15, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

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