Pubblicato da: giulianolapostata | 19 marzo 2011

A volte demolire è meglio che costruire

Senza ombra di dubbio, il luogo più brutto di Vicenza è il ‘quartiere’ tra via Torino e via Battaglione Monte Berico, la ‘piccola Manhattan’, come la chiama il GdV del 3 marzo. Una ben misera Manhattan. Un concentrato, in chiave piccola e ‘provinciale’, della peggior architettura degli anni Cinquanta e Sessanta. Edifici che volevano essere ‘moderni’, proiettati nel futuro, e che invece, a soli cinquant’anni di distanza già appaiono ‘vecchi’, decrepiti, spesso luridi di smog, quando non addirittura malmessi, e tragicamente bisognosi di una manutenzione che in alcuni latita da anni. Ma soprattutto, un’architettura pesante, tozza, ottusa, che grava sulle strade, sugli spazi e sulle persone, che soffoca e intristisce, che lungi dal parlare di ‘progresso’ ispira invece stanchezza e cupezza. Non è affatto un caso che il degrado cittadino si sia concentrato proprio in quella zona, che andrebbe purgata non da una parte dei suoi residenti – come invoca una misera propaganda xenofoba – ma dalla sua stessa bruttezza: i luoghi brutti non possono che ispirare brutti pensieri. Fungo sulla palude, la ‘Torre Everest’, che coi suoi diciassette piani è una permanente ed oscura minaccia all’antica solennità della chiesa dei SS. Felice e Fortunato.

Un’Amministrazione che avesse veramente avuto a cuore la bellezza di Vicenza, che avesse davvero amato la città, che fosse stata attenta ai mille suggerimenti di quel grande Maestro inascoltato che Vicenza ha avuto nella persona di Renato Cevese, avrebbe osato l’inosabile, la bestemmia. Avrebbe trovato il coraggio di dire che a volte il Progresso non consiste nel costruire – cemento su cemento, asfalto su asfalto, sempre più in alto, sempre più in là – ma nel suo contrario. Avrebbe avuto il coraggio di dire che, a volte, ‘Progresso’ può significare proprio riconoscere gli errori commessi e l’arroganza espressa, ed umilmente tentar di porre ad essi riparo. Avrebbe compreso che – ebbene sì – qualche volta distruggere può essere più ‘civile’ di costruire, avrebbe pensato a come cancellare quella mostruosità aliena che non ha parentela alcuna con la città, a come restituire quel pezzo di Vicenza al suo passato.

Non c’è mai stata, a Vicenza, quell’Amministrazione.

Folle idea, quella di buttar giù, se non a patto di costruire di più e di peggio: così, per esempio, si farà nell’area del vecchio Cinema Berico. Folle soprattutto perché a scrivere le politiche edilizie dei comuni italiani – e il nostro non fa eccezione – più che gli Assessorati sono i potentati edilizi, che ignorano qualunque Passato, e conoscono solo il futuro dei loro profitti.

Né si tratta di una questione di Destra o di Sinistra. Il culto del Dio Progresso, inteso sempre e solo come devastazione e sradicamento, è assolutamente bipartisan. Del ‘mitico’ sindaco Chiamparino si racconta un aneddoto che, se non è vero, è certamente verosimile. Sembra che un giorno abbia dichiarato che quando al mattino si alza, accende la radio e sente che sulla Tangenziale ci sono degli ingorghi, è felice, perché quello è un segno del Progresso. Tragico. Se questa è la ‘Sinistra’, se è da questa Sinistra che ci aspettiamo una qualche forma di ‘salvezza’, allora siamo perduti davvero.

Oggi a Vicenza, progettando la riconversione dell’area ex Domenichelli, la Giunta di Centrosinistra sta esprimendo la stessa cultura. Invece di cogliere l’occasione, invece di provare a sognare un pezzo di città diversa, la soluzione di Variati è un altro ecomostro, che certo farà la felicità di chi lo costruirà, ma assesterà un’altra ferita, forse mortale, alla città. Un nuovo fungo di cemento, ancor più incombente su S. Felice, una bruttura senz’anima che schiaccerà il campanile del Quindicesimo secolo, un tempo talmente importante da essere considerato punto di passaggio del meridiano cittadino, domani misero mucchietto di vecchie pietre, impaccio fastidioso di fronte ai nuovi fasti della Modernità. Chi volgerà lo sguardo all’orizzonte, al morbido e sereno profilo dei Berici, lo troverà sconciato da questo nuovo obelisco (35 metri: venti in meno rispetto alla Torre Everest, appena ventisette in meno rispetto alla Torre Bissara) innalzato a gloria del Progresso, e contro un passato che, evidentemente, nessuno ama più. Triste, tristissimo metodo di ‘commemorare’ il Centocinquantenario, quello scelta dalla Giunta Variati: perché, in quale altro modo una Nazione può celebrare la propria intima ‘unità’ se non nel rispetto delle testimonianze della propria Storia e della propria Civiltà?

Povera Vicenza: Città del Palladio, Patrimonio dell’UNESCO, ma ancora e sempre in balia di chi, semplicemente, non la ama e non la rispetta.

Verrà mai quel giorno?

 5 marzo 2011

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