Pubblicato da: giulianolapostata | 12 marzo 2011

“My son, my son, what have ye done”, W. Herzog, USA/Germania, 2009

Fondamentalmente i modi per fare un film sono due. Uno è quello di fare un film sia pur ‘difficile’ ma bellissimo, come per esempio l’immenso “Il cielo sopra Berlino” (W. Wenders, RFT/Francia, 1987). L’altro è di fare un film anche ‘semplice’ ma dove non si capisce un cazzo: per esempio “Muholland Drive” (D. Lynch, Francia/USA, 2001). Di fronte a questo secondo tipo, anche le reazioni del pubblico possono essere due. La prima è quella di seppellire il regista e i suoi critici osannanti sotto un container di vaffanculo, e poi consolarsi serenamente con l’ultima puntata delle “Vacanze di Natale”. Ma ce n’è anche un’altra molto più insidiosa e perniciosa: quella di chi teme, così facendo, di passare da ‘stupido’, di chi ‘si vergogna’ di non aver ‘capito’ pur non essendoci niente da capire, e dunque cerca disperatamente di trovare spiegazioni e giustificazioni a ciò che – nel suo intimo quello spettatore lo sa benissimo – non ne ha alcuna. Gettiamo dunque il cuore oltre l’ostacolo, e osiamo dire che quest’ultimo film di Herzog appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria, quella delle bufale vuote ed in-significanti, delle bolle di sapone che racchiudono un nulla assoluto. Abbiamo il coraggio di battere i pugni sul tavolo, di gridare – magari aggiungendoci anche qualche parolaccia – tutta la nostra rabbia e la nostra indignazione per il furto di due preziosissime ore della nostra vita ad opera di una storia del cazzo, che non ci ha dato niente, che non vuol dire niente, che per novantun minuti ci ha sfrontatamente preso per il culo, tentando di ‘ipnotizzarci’ per farci credere di trovarci di fronte a chissà qual miracolo di indagine mentale, a chissà qual mirabolante viaggio nella psiche, a chissà qual ‘epifania’ filosofica. Diciamolo, alto e forte, che il re è nudo, e questa è una stronzata pazzesca. A farla ci si son messi in due, due ‘maestri’ del genere. Quel David Lynch di cui sopra, che ha al suo attivo una lunga lista di titoli tanto ‘esoterici’ quanto incomprensibili (a parte “Una storia vera”, onestamente un magnifico film: o non l’ha fatto lui o quando l’ha girato era sotto acido), che hanno indotto orgasmi multipli nei suoi apologeti, e che hanno gettato in depressione tantissimi di coloro che li hanno visti. E Werner Herzog, titolare di una lista ancor più lunga di film in cui morbosità e violenza sono spesso fine a se stesse, quasi sempre ‘incomprensibili’ (anche lui, onestamente, con una magnifica eccezione: “Nosferatu”). Il mix è letale. Ne vien fuori un film prima di tutto ‘squallido’ dal punto di vista della fotografia, povera e ‘brutta’. Una storia che non offre un solo fotogramma spiegabile e ‘logico’ (e che, scusatemi tanto, ma non ho nessuna voglia nemmeno di raccontare: cercatevi la trama su Internet, o vedetelo, se ne avete il coraggio). Una sceneggiatura che è un concentrato di pseudofilosofia e pseudomessaggi in pillole, e che fa incazzare come una belva chi, fin da subito, si rende conto che no, non è lui il cretino, ma lo stanno trattando da cretino. Una recitazione o inesistente o ‘eccessiva’ e insopportabilmente ‘espressionista’. Uno stile che pretenderebbe di scavalcare il cinema ‘classico’, e che invece diventa stucchevole accademia: fermo immagine, ralenti ecc. Un film semplicemente odioso: abbiamo/abbiate il coraggio di dirlo.

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