Pubblicato da: giulianolapostata | 9 marzo 2011

Multivisioni – 12 marzo 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Sabato 12 marzo

Yado (R. Fleischer, USA, 1985), 18.40, DT

Dopo Conan il Barbaro (1982), capolavoro del grande J. Milius, il povero Fleicher provò a rimettere insieme il cast (Sandhal Bergman e Arnold Schwarzenegger) saccheggiando nuovamente i racconti del grande R.E. Howard, ma evidentemente gli manca il phisique. Ne risulta una storia fantasy grottesca e noiosa, che davvero non vale la pena di vedere.

Domenica 13 marzo

The Producers (S. Stroman, USA, 2005), 21.00, DT

Inutile remake del gioiellino di Mel Brooks (“Per favore non toccate le vecchiette”, USA, 1968). Per frodare il fisco, ed essere sicuro di fallire, un impresario di Broadway convince un gruppo di ricche vecchiette a finanziargli uno spettacolo demente e sconclusionato, certo che sarà un insuccesso. E invece ne uscirà un trionfo. Non aggiunge niente all’originale, perché non tutti possono essere Mel Brooks. Lasciate perdere.

Parnassus (T. Gilliam, Francia/Canada, 2009), 22.55, DT

Parnassus è il padrone di un carrozzone di artisti girovaghi che peregrina per le periferie delle città. Vecchio di millenni, ha ottenuto dal Diavolo l’immortalità ed anche l’Imaginarium, uno specchio magico che costituisce il clou del suo spettacolo. Chi vi entra vede ‘realizzati’ tutti i suoi desideri, e può scegliere se seguire la strada ‘buona’ – più difficile, che lo conduce all’autentica scoperta di se stesso – o quella ‘cattiva’, più facile, che lo porta alla rovina. Ma il diavolo non dà nulla per nulla, lo sappiamo, e il prezzo richiesto questa volta a Parnassus è molto alto: si tratta dell’anima di sua figlia Valentina. Ma – sappiamo anche questo – al Diavolo piace anche giocare, per cui egli propone a Parnassus un’ultima scommessa: la ragazza sarà di chi per primo riuscirà a conquistare cinque anime. La partita è aperta, e per la libertà della ragazza non combatterà solo suo padre, ma anche Anton, il tuttofare della compagnia, il bravo e simpatico Andrew Garfield, di lei da sempre innamorato. Qual è, dunque, la morale di questa storia? Molte sono le considerazioni da fare, la prima delle quali mi pare fondamentale. Questo film era spasmodicamente atteso, in quanto ultimo film di Heath Ledger, in alcune scene sostituito, come tutti sappiamo, da un trio di celebri amici. Tuttavia ciò l’ha caricato di aspettative troppo forti ed assolutamente fuori luogo, quasi che, essendo morto durante le riprese, Ledger avesse dovuto qui far miracoli, anzi fare del film stesso un miracolo. Così non è stato, e obiettivamente nessuno può dire che questa sia la sua interpretazione migliore, il suo canto del cigno: troppo facile sarebbe citare il dolore e la bellezza del suo personaggio in Brokeback Mountains (A. Lee, 2005), o l’immensa sofferenza della parte breve ma folgorante che aveva avuto in Monster’s ball (M. Forster, 2002). Così, ripercorrendo il film, la performance che torna alla mente più della sua è quella della bella e misteriosa Lily Cole. Ma nemmeno a Gilliam, questa volta, il miracolo è riuscito, quel miracolo cui pure si era avvicinato moltissimo con la meravigliosa avventura della bambina Jeliza in Tideland (2005), assieme alla Leggenda del Re Pescatore (1991) il suo capolavoro. Parnassus è prima di tutto un film dalle ambizioni irrisolte: di ‘problematiche faustiane’, ha parlato qualcuno, e francamente mi pare che davvero si sia esagerato. Come pure, ambigua e confusa ne appare l’interpretazione. Riflessione sul libero arbitrio, sul diritto dell’uomo a forgiare il proprio destino? Mah … Parabola sull’insopprimibilità della vita (“Nessuno può fermare la storia”), che nemmeno il Diavolo può pensare di sottomettere? Mah di nuovo: si cerca invano, nelle due ore del film, un chiaro filo conduttore. Ma, soprattutto, quello che spesso risulta insopportabile è l’eccesso, la bulimia di effetti speciali di un film che sulla artificialità è costruito quasi interamente. Si ha l’impressione che da queste nuove possibilità, da questi moderni giocattoli (da queste diavolerie?) Gilliam si sia fatto prender la mano e travolgere senza misura, al punto che, in tanta visionarietà finta, i momenti più magici e misteriosi sono forse proprio quelli ‘concreti’, in cui il carrozzone approda in periferie buie e sporche, o in vecchi capannoni in rovina. Siamo lontanissimi dal mistero del Re Pescatore, lontani perfino dall’onirico mondo di Tideland, in cui quegli effetti, usati con misura e abilità qui non ripetute, aggiungevano fascino al sogno. Verrebbe da dire: questo non è più cinema, se non fosse che sempre più spesso il cinema batte quella strada. Dobbiamo rassegnarci, e riconoscere di essere dei passatisti? O continuare a rimpiangere chi, fino a pochissimi anni fa – e ancor oggi, per fortuna – il cinema lo fa con le immagini e la fotografia?

Carlito’s way (B. de Palma, USA, 1993), 18.35, Sky

1975. Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144” che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

Vertical limit (M. Campbell, USA, 2000), 17.10, Sky

Una spedizione alpinistica deve affrontare le quote proibitive del K2, unite a condizioni meteorologiche particolarmente avverse, per salvare una coppia di colleghi intrappolati in una caverna di ghiaccio, ma alle difficoltà oggettive rappresentate dall’ambiente si uniscono invidie e rancori, che faranno anch’essi le loro vittime. Bel thrilling di montagna, avvincente e teso, con splendide riprese (in Nuova Zelanda), nelle quali la computer grafica è comunque assolutamente invisibile.

Lunedì 14 marzo

Black Hawk Down (R. Scott, USA, 2001), 23.30, Rete4

Ottobre 1993, Mogadiscio, occupazione americana. Una ‘normale’ operazione di polizia urbana si trasforma in un attacco in cui decine di soldati americani rimarranno feriti e uccisi. Da questo episodio, Scott ha tirato fuori uno dei suoi film peggiori, un videoclip schizzato, dai colori acidi e dal montaggio allucinato, uno spot militarista e fanatico in cui gli americani sono buoni ed eroici (ma non si capisce che cazzo ci stiano a fare lì) e i ‘negri’ (è tanto se si dice che siamo in Somalia, ma sul perché del conflitto mutismo totale) barbari, sanguinari e cattivi. Of course: è per questo che sono andati ad esportare la democrazia anche in Irak.

Il nostro agente Flint (D. Mann, USA, 1965), 13.55, DT

Simpaticissimo come sempre James Coburn in questa parodia d’antan di 007. Delizioso.

Ronin (J. Frankenheimer, USA, 1998), 21.00, Sky

Thrilling/noir, poetica e malinconica saga sugli agenti segreti rimasti senza ‘padrone’ (come i Ronin, i samurai che rimanevano senza il proprio feudatario) dopo il crollo del Muro di Berlino, nutrita del volto stanco e umanissimo del grandissimo De Niro e di quello beffardo e dolce di Jean Reno. Confrontate le scene d’azione con quelle di qualsiasi film americano del genere: là gli inseguimenti sembrano dei videogiochi, delle partite di flipper; qui c’è la tensione, la vita, la ‘realtà’ (una per tutte, la scena dell’inseguimento che si conclude al porto di Nizza, quando, a macchine ormai sfasciate e ferme, un cerchione rotola lentamente e lungamente sull’asfalto, dando il senso del tempo e della fatalità). Assolutamente imperdibile.

S. Darko (C. Fisher, USA, 2009), 17.10, Sky

Prima di tutto, mettiamo le mani avanti, a difesa dello spettatore e dell’onorabilità di Richard Kelly, autore del misterioso ed inquietante Donnie Darko (USA, 2001), di cui questo signor Fisher pretende di aver scritto il sequel. Prima ancora che il film uscisse, Kelly aveva dichiarato: “Ci sono alcune cose che mi piacerebbe precisare. Non ho letto lo script. Non sono assolutamente coinvolto in questa produzione, né mai lo sarò. Non ho controllo sui diritti del nostro film originale, e né io né il mio produttore Sean McKittrick riceveremo un dollaro dagli incassi di questo film”. Una precisazione dovuta, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, e per sollevare dall’angoscia in cui indubbiamente si troveranno i fan del primo film dopo aver visto questo sequel ignobile. Non era stato facile, indubbiamente, ‘capire’ D.D., e non a caso su di esso circolano letture ed interpretazioni le più varie e complesse. Film di ‘fantascienza’ sulla possibilità dei viaggi nel tempo. Film di ‘fantafisica’, sull’esistenza di Universi paralleli e dunque, appunto, sulla possibilità di spostarsi dall’uno all’altro. L’uno e l’altro mescolati ad un messaggio di ribellismo giovanile cupo e nichilista … Comunque sia, le differenti ‘scuole’ hanno anche potuto litigare sulla ‘spiegazione’ del film, ma nessuna ha osato non riconoscerne l’intelligenza e il fascino. Pareva dunque difficile, pur sapendo che il regista non era lo stesso, immaginare che dal quell’inizio si potesse trarre un sequel che non fosse all’altezza, ma avevamo dimenticato una possibilità, quella della caricatura: magari involontaria, dovuta ad incapacità (nel qual caso, però, sarebbe bene cambiar mestiere), ma pur sempre caricatura. Così è, purtroppo, e la lista delle prove a carico sarebbe lunga. Si ha come l’impressione che il film sia stato sì calcato sull’originale, ma sempre uno scalino più sotto, così che ciò che in quello suggeriva ed inquietava, qui blatera, o semplicemente annoia, o induce allo sghignazzo. Donnie era un adolescente preda di incubi e sogni premonitori sulla fine del mondo, la sorella Samantha – sua è l’iniziale nel titolo – è una fighetta semitossica che non sa che fare di sé e del mondo. Il Coniglio era lo psicopompo che guidava e istruiva Donnie, Samantha sembra una vampiretta dark di qualche teen movie troppo di moda. Middlesex era una sintesi ‘intollerabile’ dello spirito piccolo borghese, Conejo Springs sembra la parodia di Burkburnett, la cittadina di “Non aprite quella porta”. E via così. Ci s’incazza, soprattutto se siete un fan di D.D, ma soprattutto ci si annoia, e quando s’è capito che aria tira s’incomincia a sbirciare l’orologio, il che ci salva il fegato dalla congestione. Si potrebbe andar avanti coi confronti per un’ora, ma – credetemi – non ne vale la pena. Attenti a voi

Martedì 15 marzo

Il Profeta (J. Audiard, Francia, 2009)

Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Cannes 2009

9 volte Prix César

21.10, Sky

Malik El Djebena ha solo 19 anni. È un giovane arabo ignorante, di quelli che “ragionano con l’uccello”. È cresciuto tra orfanotrofio e riformatorio, ma ora, con la maggiore età, gli tocca il carcere vero, degli uomini veri: sei anni per aver accoltellato un poliziotto, probabilmente nemmeno lui sa perché. Quando è dentro, Malik prova a rinchiudersi di nuovo nella sua monade di solitudine e di estraneità al mondo, ma si rende conto immediatamente che lì non è possibile. Il carcere è un campo di battaglia, l’indifferenza non esiste, i neutrali vengono schiacciati senza pietà, ci si può solo schierare, o da una parte o dall’altra. Per Malik – senza arte né parte, perfino analfabeta – schierarsi non può voler dire altro che servire. Proprio la sua debolezza è quella che torna utile a César Luciani, potente e sanguinario boss corso che controlla uno dei due ‘eserciti’. L’altro è quello dei maghrebini, disprezzato e odiato. Luciani obbliga Malik ad uccidere appunto un arabo che deve testimoniare in un processo contro di lui, e lo costringe col più elementare e convincente degli argomenti: “Se tu non lo ammazzi, io ammazzo te”. Per Malik è uno shock terribile, ma anche la più immediata ed efficace delle scuole. Dopo l’omicidio, egli appunto capisce che se vuol sopravvivere – ma non solo nel carcere: sopravvivere come persona, nella società, per lo meno nell’unica ‘società’ che lui conosce, quella del crimine e della violenza – l’unico modo è appunto ‘armarsi’: di conoscenze e di forza. Malik comincia così il suo lungo cammino verso la ‘emancipazione’. Da servo di Luciani, poco per volta diventa uno dei suoi uomini di fiducia, suo ‘plenipotenziario’, suo alter ego fuori dal carcere, quando comincia ad usufruire di permessi premio. Malik frequenta la scuola del carcere, non perché nutra qualche interesse culturale, ma semplicemente perché si rende conto che ‘gli può servire’. Impara la lingua corsa, perché così può spiare meglio il suo padrone, non solo e non tanto per carpirne i segreti, quanto per ‘imparare come si fa a fare il capo’. Uno dopo l’altro, i sei anni passano. Malik cresce, in età e in addestramento, in abilità e in forza, e tutto il suo tempo e le sue forze le impiega a costruirsi un potere fuori dalle mura del carcere. E mentre la stella di Malik sale, poco per volta quella di Luciani tramonta. I suoi uomini, i pretoriani che ne costituivano la potenza in carcere, cominciano ad uscire. Lui fa sempre meno paura, sia dentro che fuori, dove i suoi vecchi complici stanno rendendosi conto che ora devono cominciare a fare i conti con un altro. Mancano ormai solo poche settimane all’uscita definitiva di Malik, e nel cortile del carcere, quei pochi metri quadrati che per anni erano stati un mondo, in cui si erano giocati i destini di tutti, si consuma la ‘uccisione del padre’. Luciani è tramontato, Malik sorge, e fuori dal portone l’aspettano i simboli del potere. Ora tocca a lui. Già autore di due stupendi noir, Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005), Audiard scrive qui un altro magnifico film, di carcere ma anche di esseri umani, e alla fattura di questo capolavoro, immeritatamente trascurato nella notte degli Oscar, non è certo estraneo lo sceneggiatore, quell’Abdel Raouf Dafri che due anni fa aveva scritto la sceneggiatura del bellissimo Nemico pubblico n. 1, di J-F. Richet. Ancora una volta, un noir che non racconta solo di delitti e corruzione, ma di persone, di vite. Sono l’animo umano, la solitudine, l’emarginazione, i protagonisti del Profeta (Malik è “un” profeta, come benissimo dice il titolo francese: uno di quelli che interpretano il mondo e lo guidano, magari a proprio vantaggio), e Audiard ci racconta ‘storie di vita vissuta’ nel senso più viscerale del termine. Ci racconta di uomini cui sarebbe folle proporre il concetto di riabilitazione, semplicemente perché antropologicamente non conoscono altro universo che quello della sopraffazione. Ci racconta uno dei migliori apologhi sul carcere che siano mai stati scritti, mostrando come esso, lungi dal poter e saper recuperare chi ha sbagliato ai valori della vita ‘civile’, sia invece una macchina perfetta di distruzione e di alienazione, che riesce a trasformare perfino un poveraccio come Malik in un delinquente di prima grandezza. Magnifica storia, dunque, raccontata e fotografata con grande asciuttezza, appena inquinata qua e là da qualche leziosità di troppo, che non impedisce comunque di salutare questo film come uno dei più belli di Audiard. Prodigiosi gli interpreti. Alaa Oumouzoune (Malik) recita quasi in animazione sospesa la parte di uno che dietro un volto apparentemente indifferente, quasi spersonalizzato, nasconde la perfetta presa di coscienza della ferocia che sta attraversando. Niels Arestrup (César) è insinuante e spietato finché può, ma quando, nell’ultima scena, siede sulla panchina del cortile, quasi mendicando l’attenzione di Malik, sul suo viso stanco, spaurito, scavato dalle rughe, sembra quasi di leggere – sarebbe mai possibile? – lo strazio dell’abbandono, il dolore per la perdita del ‘figlio’. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 16 marzo

Al di là della vita (M. Scorsese, USA, 2000), 21.10, DT

Assieme a Taxi driver, uno dei capolavori di Scorsese. La vita quotidiana e le peripezie di un paramedico nell’inferno di una Manhattan disperata e violenta, una storia cupa e dolente ambientata nelle strade e tra la ‘spazzatura umana’ della grande città, riscattata da una vena di umanissima pietà. Splendida fotografia e un bravissimo Nicholas Cage. Davvero imperdibile.

Avatar (J. Cameron, USA/GB, 2009), 21.10, Sky

Viaggio a Pandora, provincia di Cartoonia. Ma è possibile?! È mai possibile che si spendano oceani di quattrini per (ri)fare un film già fatto cento volte? È possibile che la critica dell’universo mondo si prostri estatica – “il film che cambierà la storia del cinema”! – davanti ad un film già visto altre cento? Alcune settimane prima dell’uscita nelle sale, prima di tanta ‘epifania’, Michele Serra ebbe a dire in tv che non apprezzare Avatar significa essere un “passatista”. “Non tutto ciò che viene dopo è progresso”, gli si potrebbe rispondere, citando Alessandro Manzoni, e fregiarsi addirittura di quell’irritante e sciocco epiteto, nelle sue intenzioni spregiativo, come di un titolo di merito, dopo di che, stroncare il film a priori, addirittura senza vederlo. Confesso che l’idea mi era anche passata per la mente, ma sarebbe stata davvero una canagliata (resto comunque dell’idea che Avatar sia uno di quei film che si possono recensire dopo aver letto la trama e visto il trailer: non sono pochi, ed anzi spesso il trailer è la loro parte migliore). Vederlo è, oltre che giusto, anche istruttivo, perché consente di rendersi conto di quanto incredibilmente sia stato gonfiato questo, che non è un film, ma – in linea con la moderna cultura dell’apparire – un evento, e permette di scoprirne gli innumerevoli ascendenti (e mentre ve ne state seduti lì, per quasi tre interminabili ore, ve li vedete sfilare davanti agli occhi, e potete cominciare a fare mentalmente la lista: è un modo per passare il tempo). La storia, innanzitutto. Nel 2154, sul pianeta Pandora, a 44 anni luce dalla Terra (che nel frattempo si è ridotta ad un deserto senza più energia), viene scoperto l’Unobtainium, un minerale che costituisce una prodigiosa fonte energetica. Purtroppo il pianeta è abitato da una razza indigena, che vive in perfetta simbiosi con gli animali e le piante. Ma questo non conta per la Compagnia mineraria, che lo invade e lo devasta con mostruose macchine da scavo: a difenderla i Marines, comandati dal diabolico Colonnello Quaritch. Gli indigeni, chiamati Na’vi, cercano di opporsi, ma dispongono solo di archi e frecce. A Jake Sully, un marine tornato da una missione sulla Terra con le gambe distrutte, viene offerto, in cambio delle gambe nuove, di infiltrarsi tra i Na’vi sotto forma di Avatar – una specie di androide controllato neurologicamente a distanza – perché l’atmosfera di Pandora è tossica per i terrestri. Le informazioni che lui porterà serviranno ai marines per individuare i punti deboli dei Na’vi e così colpirli più efficacemente, fino a  distruggerli. Ma la frequentazione degli indigeni influisce radicalmente su Jake: poco per volta egli ne assorbe e condivide la cultura, s’innamora di una delle loro donne, fino a diventare uno di loro. Così, quando la Compagnia scatenerà l’attacco finale, egli si ribellerà e combatterà dalla loro parte, perché possano conservare ambiente, cultura e tradizioni. Già sentito, dite? ‘a@@o se è vero: facciamo un elenchino e magari proviamo a calcolare le percentuali, così, a spanne. Potremmo cominciare con un 30% di Un uomo chiamato cavallo (E. Silverstein, USA, 1970), da cui, con scientifica malafede, viene estrapolato il mito del ‘buon-selvaggio-in-armonia-con-l’ambiente’. Un altro venti di Soldato blu (R. Nelson, USA, stesso anno): ad uno dei suoi protagonisti, il Colonnello John Chivington, sembra evidentemente ispirato il grottesco personaggio del colonnello Quaritch, ma le sue ridicole battute (“Così si disperdono gli scarafaggi”) non raggiungono nemmeno per un istante l’orrore di quelle di Chivington (“Compiamo un gesto pietoso”). Mettiamoci ancora un venti di Balla coi lupi (K. Costner, USA, 1999): stesso discorso che per il film di Silverstein. Potete aggiungerci un 15% de L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992) – c’è una scena quasi identica, anche nelle battute: per chi la scopre in premio c’è il rimborso del biglietto – e un 10% di Pocahontas (M. Gabriel/E. Goldberg, USA, 1995). Avanza un 5%, che potrete colmare coi vostri personali ricordi, di qualche altro film che certamente avrò dimenticato. Ed è tutto qui. Ecologismo? Ma ce n’è di più negli spot dei SUV ‘ecologici’, quelli che sembra che dalla marmitta buttino fuori aria di montagna. Quel poco che c’è, si disperde nell’assurdo ed interminabile duello tra l’Avatar e il Colonnello – specie di Freddie Kruger indistruttibile – che trasforma il film in un western di serie B. Richiami al presente? Qualcuno ha detto che Pandora sarebbe l’Irak, e l’Unobtainium il petrolio: ‘ma mi faccia il piacere’, come direbbe Totò … Il fascino di un ambiente fantastico, completamente inventato? Mille volte meglio Alice nel paese delle meraviglie (C. Geronimi/H. Luske/W. Jackson, USA, 1951), dove almeno la ‘finzione’ è dichiarata nella natura del cartoon. Davvero, non c’è altro da dire, se non chiedersi quale demone maligno abbia posseduto James Cameron, autore, oltre che di Titanic (USA, 1997), ottimo thrilling ed ottima storia d’amore, di due film che – quelli sì! – hanno fatto la storia della cultura del Novecento: Terminator (USA, 1984) e Terminator 2 (USA, 1991): tutte opere in cui gli effetti speciali erano, ancora, strumenti per fare un film, non, come avviene qui, il film stesso. Una parola (di requiem?) per il 3D: che il 90% degli spettatori non ha visto né vedrà mai, essendone la quasi totalità delle sale completamente sprovvista, e che probabilmente, in questa sua seconda resurrezione, farà la stessa fine che fece dopo la prima, negli anni Cinquanta: quella di affondare nell’oblio senza rimpianti da parte di nessuno se non dei produttori, che ci spesero allora, e ci hanno speso adesso, come dicevamo all’inizio, un oceano di quattrini. Alla prossima.

L’angolo rosso (J. Avnet, USA, 1998), 21.00, Sky

Un ricco avvocato americano è a Pechino per concludere un ricchissimo affare per conto di una grossa compagnia televisiva USA, a danno di un importante concorrente. Dopo che le cose sono andate a buon fine, in un night rimorchia quella che sembra una qualsiasi prostituta e se la porta a letto. Ma la mattina si risveglia intontito, con la ragazza morta a fianco: non una prostituta ma la figlia di un alto ufficiale dell’esercito, che ora vuole la sua morte. La giovane avvocato d’ufficio che viene nominata a difenderlo ha pochissime speranze di sottrarlo alla fucilazione, ma il fascino del bel Gere trionferà, e giustizia sarà fatta. Ora. È  verissimo che la Cina è la più spaventosa dittatura nazista oggi esistente al mondo; è verissimo che, tra le altre sue infamie, è colpevole del genocidio ed etnocidio del popolo Tibetano. Ma niente, nemmeno questo, giustifica la fattura di un film brutto come questo. Le battute sono da schiaffi (“Io sarò per sempre la tua famiglia dall’altra parte del mondo”); la sceneggiatura è confusa, disordinata, lentissima; la giovane Bai Ling è tanto (abbastanza) graziosa ma totalmente incapace; Richard Gere è al minimo sindacale. Semplicemente invedibile.

Queimada (G. Pontecorvo, Italia/Francia, 1969), 18.30, Sky

In un’isola delle Antille, nell’Ottocento, un agente commerciale inglese sobilla un giovane di colore perché organizzi la ribellione contro il Portogallo colonialista. Pochi anni dopo, gli darà la caccia e lo farà uccidere per spianare la strada al nuovo padrone, la Gran Bretagna. Tutto il film – e in particolare godetevi la ‘lezione’ sulla differenza tra una moglie e una prostituta – vale un corso intero sui mali del capitalismo. Epico ed eroico, cinico e amaro, un capolavoro. Brando meraviglioso, semplicemente, e bravissimo Evaristo Marquez, il suo partner nero. Assolutissimamente imperdibile.

Giovedì 17 marzo

Il colore viola (S. Spielberg, USA, 1985), 21.05, DT

Storie tragiche di due sorelle nere nell’America dei primi Novecento: lacrimoni, emozioni, melodrammone noiosissimo. Woopy Goldberg – ‘attrice’ (si fa per dire …) le cui virtù attoriali si sono sempre mosse tra i confini della pagliacciata disneyana, della soap e del grottesco – al massimo potrebbe fare la ‘mamie’ in un remake di Via col vento, ma recitare è un’altra cosa.

Venerdì 18 marzo

The Wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009), 21.00, DT

Sir Lawrence Talbot, fuggito in giovanissima età dalla dimora paterna per lasciarsi dietro l’incubo dell’atroce morte della madre, vi rientra in età matura, ormai attore affermato, su richiesta della fidanzata del fratello. Quest’ultimo è scomparso da vari giorni, ma quando Lawrence arriva il suo corpo viene trovato, orrendamente straziato e sbranato, nei boschi circostanti la tenuta. La gente del villaggio vocifera di una Bestia demoniaca che si scatena nelle notti di luna piena, e mentre Lawrence la sta cercando, ecco che essa appare, facendo strage degli abitanti e ferendo anche lui a morte. Tuttavia, stranamente, la ferita guarisce senza conseguenze. Le sue tracce, purtroppo, sono di tutt’altro genere. Ad aver morso il giovane Talbot è stato un licantropo, ed ora, all’apparire della nuova luna, anch’egli scatenerà la sua ferocia. A dargli la caccia, tutto il villaggio, alla testa del quale si pone l’Ispettore Aberline, cui brucia ancora il non esser riuscito, pochi anni prima, a catturare Jack lo Squartatore. Ad aiutarlo, un’ambigua ma gigantesca figura paterna, e soprattutto Gwen, ex fidanzata del fratello ed ora innamorata di lui.

Primo regista ad aver osato tentare un remake del mitico e bellissimo film omonimo di G. Waggner (USA, 1940), Johnston, pur senza avere alle spalle particolari titoli di nobiltà cinematografica, confeziona un film che può tranquillamente essere considerato un capolavoro del genere. Dimostrando cosi due cose. Primo. Se è vero che da sempre invoco una ‘legge’ che proibisca di fare i remakes, tuttavia bisogna fare un’eccezione per chi si accosti all’originale non col bisogno scioccamente protagonistico di dover per forza fare ‘meglio’ e ‘di più’, ma con rispetto ed intelligenza, avendone studiato e compreso a fondo l’ispirazione e gli stimoli, che in questo caso è allora legittimo innervare di nuovi spunti e idee. A patto di averne, naturalmente. Secondo, che la computer grafica, che tante sciagure ha prodotto negli ultimi tempi – fino al recentissimo bidone di Avatar – è non solo tollerata, ma anche benvenuta, quando però essa divenga uno strumento artistico, uno dei molti di cui un bravo regista può servirsi. Così è accaduto in questo ottimo film, in cui Johnston ha sì voluto con sé Rick Baker, premio Oscar per make-up ed effetti speciali del magnifico Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), ma anche Rick Heinrichs, premio Oscar anche lui per le scenografie del Mistero di Sleepy Hollow (T. Burton, USA, 1999). Ne è risultato un film magico, dalle atmosfere cupe, umide e nebbiose, inquietante, drammatico ed appassionante. Tutto è ‘vero’, in questo Wolfman, e ci entra nel cuore. Il sangue, le mutilazioni, i corpi fatti a brani vengono accennati per il minimo indispensabile, e comunque non sono mai splatter gratuito, banale gore per adolescenti, ma esprimono un orrore assoluto e incontrollato, sono il linguaggio di una Bestia che viene dall’Inferno, e che altro che così non potrebbe esprimersi. Lawrence Talbot, suo padre, Gwen, sono tutt’altro che profili di cartone messi lì a fare da silhouettes sulla luna piena. Lawrence pare quasi una vittima di quella società vittoriana che reprime le pulsioni inconsce e primigenie (siamo circa nel 1895, la data di pubblicazione della “Interpretazione dei sogni” di S. Freud). Suo padre è un re Lear debordante ed opprimente, la cui autorità costituisce la rovina dei figli. Gwen – una dolcissima Emily Blunt – assiste in disparte a malvagità in cui non ha assolutamente parte, e per lenire le quali può offrire solo la sua dolcezza e il suo amore. “Non c’è cura”, è vero, ma il ‘grazie’ di Lawrence è la presa di coscienza dell’unico rimedio possibile. Benicio del Toro ed Anthony Hopkins sembrano due eroi shakespeariani che duettano sulle tavole del Globe. Costumi, locations e scenografie creano un film più gotico che banalmente dark, un gioiello di genere quale non si vedeva da decenni. Assolutissimamente imperdibile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: