Pubblicato da: giulianolapostata | 7 marzo 2011

“Dolan’s Cadillac”, J. Beesley, USA/GB, 2009

Nel 1846, E.A. Poe – scrittore decisamente sopravvalutato, ma che pure è autore di alcuni dei migliori testi del Decadentismo – scrisse uno dei suoi racconti più belli, “Il barile di Amontillado”. Poche pagine, ambientate in un imprecisato Rinascimento italiano, cupe e barocche, che narrano di una terribile vendetta compiuta per far pagare ad un uomo la sua arroganza. Nel 1992 Stephen King – anch’egli autore assolutamente sovrastimato, che ormai da anni sta disperdendo un notevole talento iniziale in mattoni stereotipi ed illeggibili – ne scrisse un magnifico remake, “La Cadillac di Dolan” (in “Incubi & Deliri”, Sperling & Kupfer, 1994). Allungando la narrazione ad una sessantina di pagine, King creò un vero gioiellino, che sviluppa l’analisi della vendetta come sentimento totale e devastante, che se pur ottiene il risultato voluto, in cambio consuma fin nell’intimo chi la esercita.

Nulla di tutto ciò si è salvato in questa misera trasposizione cinematografica, ennesima testimonianza della presunzione di certi registucoli che, trovandosi di fronte a storie che di per sé rappresentano delle sceneggiature perfette, provano l’irresistibile impulso di ‘correggerle’ con personali e ‘geniali’ inserti, rovinandole così completamente. Così è per J. Beesley, autore più di telefilm e tv movies che di cinema vero e proprio, e la cui filmografia non brilla comunque certo di nessuna eccellenza.

La storia è – quasi – la stessa di King. Elizabeth, moglie di Robinson, insegnante elementare di Las Vegas, assiste per caso ad un delitto commesso da Dolan, grosso gangster locale. Lo denuncia, ed accetta di testimoniare contro di lui, ma nonostante la protezione dei Federali Dolan riesce a raggiungerla e ad eliminarla. Da quel momento Robinson dedicherà ogni sua energia a preparare un’atroce vendetta.

‘Quasi’, dicevamo, perché tutto ciò che c’è in più, farina del sacco di Beesley, è appunto ‘in più’. Insignificanti e inesistenti il personaggio della stessa Elizabeth (e del suo tentativo di restare incinta: che c’entra?), dello sceriffo, dell’agente dell’FBI, del killer ‘filosofo’ (?!), dei sadici complici di Dolan. Inutili superfetazioni che, manifestamente, hanno l’unico scopo di allungare il brodo dalla dimensione del telefilm – l’unica, evidentemente, alla portata del regista – a quella di un film da novanta minuti. Ugualmente, tutto quel che c’è in meno rispetto al testo di King è, purtroppo, in meno. Assente la piccola epopea dell’insignificante uomo qualunque, che una ‘fede’ disperata trasforma in una meditata macchina di morte. Assente il trascorrere ossessivo del tempo, il cui unico significato è di condurre Robinson a quello che ormai è diventato l’unico punto focale della sua esistenza. Assente la descrizione della vendetta come una febbre che brucia e distrugge, non solo l’anima ma perfino il corpo di Robinson, demone che anima un individuo ormai privo di sentimenti e che vive solo per il Male. Pasticciata e quasi incomprensibile la magnifica descrizione ‘tecnica’ fatta da King del meccanismo escogitato da Robinson, ingranaggio tanto perfetto quanto spaventoso e orribile nella sua malvagità.

Il miglior King – non ce n’è molto, ma ce n’è – è sempre stato quasi impossibile da tradurre al cinema, proprio per la difficoltà di trasformare in sceneggiatura un qualcosa che spesso lo è già, e di tradurre in immagini quelli che spesso sono accenni, suggerimenti, atmosfere impalpabili. A parte le trasposizioni di F.A. Darabont – sempre, per lo meno, dignitose – i film tratti da opere di King sono quasi tutti brutti ed eccessivi; un po’ quel che, fatte le debite proporzioni, è sempre successo coi film tratti da Dumas, e per le stesse ragioni.

Per l’ennesima volta vien da chiedersi perché certa gente si ostini a lavorare nel cinema, quando al modo ci sono tante altre cose utili da fare. Per esempio, da tempo i giornali ci dicono come quello dell’idraulico sia un mestiere sempre più ricercato e redditizio. Perché non provare, Mr Beesley?

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