Pubblicato da: giulianolapostata | 5 marzo 2011

Multivisioni – 5 marzo 2011

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

 

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 5 marzo

 

Wargames (J. Badham, USA, 1983), 15.40, DT

Un ragazzino, hacker ante litteram ed appassionato appunto di wargames, entra casualmente nel computer del Norad, col quale comincia a giocare una partita di guerra termonucleare totale. Solo che il computer – ‘folle’, ma programmato e controllato da militari più folli di lui – invece fa sul serio, e la guerra vuole scatenarla davvero. Divertente, intelligente ed estremamente avvincente; forse un po’ datato, ma attualissimo per il monito sulla follia della guerra nucleare. Chi vince la partita? “Winner none” come dice alla fine il computer. Imperdibile.

Le ali della libertà (F. Darabont, USA, 1994), 14.30, DT

Ottima versione del racconto di Stephen King (ma leggetevi l’originale, è stupendo: Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank) sul tema della conservazione della dignità anche nella barbarie del carcere. Magnifici sia Tim Robbins che Morgan Freeman.  Darabont è una specie di regista ‘ufficiale’ di King, con esiti più che accettabili: andate a vedervi il bel The mist, il suo ultimo film.

Domenica 6 marzo

Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007), 21.10, DT

La Valle di Elah è quella in cui, secondo la Bibbia, un giovane ed impaurito Davide trovò comunque il coraggio di affrontare il gigantesco Golia, e di sconfiggerlo. Oggi, secondo Haggis, la Valle di Elah è l’Irak, ove giovani Davide vengono mandati a combattere contro un Golia ancora più spaventoso di quello biblico, perché più feroce, più spietato, più disumano, ed ad esso soccombono, feriti non solo nel corpo, ma anche, troppo spesso, nella mente e nello spirito. Così avviene a Mike, figlio di Hank, soldato di professione. Mike si è arruolato non solo per seguire le orme del padre, ma anche sulla spinta di un genuino e personale entusiasmo, per “portare la democrazia in quel posto di merda”, come dice Hank con orgoglio. Ma quando, dopo una lunga permanenza in zona di guerra, viene rimandato alla sua base negli USA per una licenza, Mike inspiegabilmente scompare, senza farsi vivo in alcun modo con la famiglia. Ad avergli parlato per l’ultima volta è proprio suo padre, qualche settimana prima della partenza, in una telefonata disturbata e convulsa, in cui, tra le scariche elettriche della chiamata satellitare, Hank è riuscito solo a sentire un figlio disperato e sconvolto che gli ha detto: “Tirami fuori di qui. E’ successa una cosa”. Poi silenzio, nient’altro, fino a quando la polizia militare della base lo chiama per informarlo prima, appunto, della sparizione, e poi che il suo cadavere è stato trovato all’esterno della base, in mezzo ai campi, fatto a pezzi, bruciato con la benzina e poi sbranato dai cani. Nessuna traccia, nessun indizio, nessun colpevole. Già un altro figlio Hank aveva perso nell’esercito, dieci anni prima, in un incidente aereo, ma la morte di quest’ultimo è inaccettabile, non solo per il suo orrore, ma per la sua assoluta mancanza di senso. Così Hank, anche lui poliziotto militare attualmente in pensione, decide di indagare per conto suo, quando si rende conto che non solo molte cose non tornano, ma soprattutto che di quella morte pare non importare molto a nessuno. Non ci mette molto a scoprire la verità, e ciò che trova è atroce, intollerabile, perché non riguarda solo suo figlio. Ciò che scopre è la tragedia di una generazione mandata a combattere una guerra di cui non capisce assolutamente il senso, una guerra che come tutte le guerre – ma forse anche più di altre, più di molte delle tante combattute dagli USA – corrompe il loro animo, i loro valori, le basi della loro esistenza. Droga, crudeltà gratuite, e poi follia disumana: ecco le medaglie che questi giovani riportano a casa dal fronte irakeno. Una di queste è toccata anche a Mike, e lui non ce l’ha fatta: non aveva il coraggio di Davide. Così, l’esposizione finale della bandiera rovesciata non si configura affatto come un artificio narrativo, bensì come un appello umano, vero e profondamente commovente, che si alza in tutta sincerità dal cuore di una nazione violentata e ferita da questa guerra: “E’ una richiesta di aiuto internazionale. Significa che siamo nella merda fino al collo: chi verrà a salvarci?”. E’ inevitabile, vedendo questo film, tracciare mentalmente un parallelo col bellissimo Missing (Costa-Gavras, USA, 1982), ma forse quel che accade qui è ancora più grave. Là è un reazionario doc, oltre che un padre, che scopre le vergogne della politica estera del suo Paese; qui è un soldato, un patriota e un padre, che constata l’orrore nascosto dietro ciò per cui lui stesso ha combattuto ed ha sacrificato due figli. Sceneggiatore di Million Dollar Baby (C. Eastwood, USA, 2004), secondo noi la sua prova peggiore; cosceneggiatore di Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, USA, 2006) e di Flags of our fathers (C. Eastwood, USA/Islanda, 2007), ma soprattutto autore di quel capolavoro dolente sull’incomunicabilità umana che è stato Crash (USA/Germania, tre Oscar nel 2004), Haggis firma qui un altro bellissimo film, intenso, profondo e rigoroso, interpretato da un Tommy Lee Jones mai così bravo e puro. Praticamente insignificante, al suo confronto, Charlize Theron, che brilla per la sua interpretazione scialba e senza spessore. Assolutissimamente imperdibile.

Redacted (B. De Palma, USA, 2007), 23.10, DT

Sempre misurati col bilancino i passaggi di questo che è uno dei film più ‘censurati’ del cinema moderno, il capolavoro di De Palma in assoluto e capolavoro in sé, film terribile e bellissimo sulla guerra in Irak. Usando tecniche miste, tutte finalizzate a dar l’illusione del ‘documento’, De Palma scrive un film raffinatissimo, limpido e geometrico sulla disumanità della guerra, senza tuttavia che nemmeno una goccia di retorica, sia pur pacifista, inquini l’estrema pulizia della sua architettura. Film per il quale l’aggettivo ‘geniale’ si può spendere senza scrupolo di sorta, anzi, è perfino inadeguato. Assolutissimamente imperdibile.

One hour photo (M. Romanek, USA, 2002), 22.55, Sky

Sy Parrish vive in una bolla di ghiaccio, azzurro e bianco come la sua divisa, gelido come i corridoi del supermarket in cui lavora, spigoloso come gli scaffali su cui stano allineate merci senza colore e senza spessore, desolato e disanimato come la sua casa. Da questo gelo, da questo iceberg che nasconde un nocciolo malvagio e doloroso, egli cerca di uscire con le sue illusioni, innamorandosi di famiglie che non sono le sue, tentando di vivere vite che non gli appartengono. Non ci riuscirà, naturalmente, e rischierà di ferire a morte gli attori inconsapevoli della sua tragica commedia, ma almeno, alla fine, avrà il coraggio – o sarà costretto – a scoprire quel nocciolo, e chissà che da quell’amarissima rivelazione egli non possa guarire e risorgere. Gioiello di introspezione, piccolo poema sulla solitudine, One hour photo è anche un capolavoro nello studio e nell’uso degli spazi e soprattutto del colore. E chi ha detto che questa volta Robin Williams fa il ‘cattivo’, forse non ha capito né lui né il film. Williams fa ciò che ha sempre fatto: il grande attore ‘sentimentale’, solo che questa volta i sentimenti che esprime sono quelli cupi del dolore. I grandi attori sono davvero come il buon vino: invecchiando migliorano sempre.

Lunedì 7 marzo

 

 

The Queen (S. Frears, GB/Francia, 2006), 21.05, Rai3

Per quanto Hellen Mirren possa essere stata brava nell’interpretazione di Elisabetta II, la questione non è questa. La questione è come diavolo a qualcuno possa essere venuto in mente di fare un film sulla morte di quella stupida ed inutile ***** di lady Diana, e come diavolo a qualcuno possa interessare di vedere un film sulla morte di quella stupida ed inutile ***** di lady Diana. Misteri della perversione umana.

Martedì 8 marzo

 

 

Man on fire (T. Scott, USA, 2004), 21.05, Rai2

Un ex agente della CIA, alcolizzato per dimenticare tutte le schifezze che ha commesso, diventa la guardia del corpo della figlia di un ricco messicano, e l’affetto della bambina gli ridà fiducia nella vita e stima di se stesso. Quando glie la rapiscono per ottenerne un riscatto, scatena una sua personale e sanguinosissima guerra per liberarla. Forte, violento, sanguigno, ben fotografato: un thrilling che non fa rimpiangere il tempo speso, una delle tappe migliori di Tony Scott verso la sua consacrazione come regista di qualità. Da vedere.

The Ring (G. Verbinsky, USA, 2002), 22.50, Sky

Fa veramente orrore. Non nel senso che spaventa a morte: proprio nel senso che fa schifo. L’idea di base sarebbe stata anche buona, ma la tragedia è stata che il regista si è dimenticato di scrivere anche una conclusione logica, per cui, dopo circa due ore di una storia pseudomisteriosa e assurda (ma che c…. c’entrano i cavalli che impazziscono?!) in cui continuate a dirvi: ‘Ah, adesso finalmente vediamo qual è la spiegazione’, lui vi pianta lì in mezzo alla strada con una soluzione semplicemente incomprensibile, al che voi vi alzate, lo mandate affan…. e vi noleggiate Frankenstein. L’ambientazione è alla lunga (cioè dopo un quarto d’ora) francamente comica: ma che disgraziato paese è quello lì? Ma possibile, porca miseria, che piova sempre a dirotto?! E – se foste duri di comprendonio e non vi foste accorti che state vedendo un film dell’orrore – ci pensa la fotografia a farvelo capire: continuamente virata in un verdino-cadavere-marcito-nell’acqua che no, non è un difetto del vostro tv color: è proprio una scelta ‘stilistica’ d’autore. Se trovate il regista, picchiatelo anche per me.

Mercoledì 9 marzo

 

Contact (M. Goldenberg, USA, 1997), 23.30, Rete4

Una scemenzuola, oltretutto noiosa, sul contatto con gli alieni: e Jodie Foster è eccitante come un congelatore svedese. Ma perché, prima di fare queste boiate, non vanno umilmente a rivedersi un po’ di fantascienza americana Anni Cinquanta?

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, USA, 1962), 00.15, DT

Capolavoro ‘gotico’ del grande Aldrich. Due sorelle, entrambe ex glorie del cinema, vivono e invecchiano insieme nella stessa casa, gettandosi addosso l’un l’altra rancori e delusioni. Bette Davis come sempre bravissima. Una rara occasione per rivederlo.

La chiave (T. Brass, Italia, 1983), 23.00, Sky

Dal romanzo di J. Tanizaki, già portato sullo schermo nel 1959 da Kon Ichikawa (cosa che, da sola, avrebbe dovuto sconsigliare a chiunque di rimetterci le mani), l’ennesimo tentativo (fallito, naturalmente) di Brass di sembrare un regista vero e non di porno-soft, e della Sandrelli di saper fare qualcos’altro oltre che mostrare il culo, l’unico contributo che abbia mai dato alla cinematografia. In Veneto lo hanno ribattezzato ‘la chiava’. Semplicemente ignominioso, come ignominioso, per il cinema italiano  è che a questa pseudo-attrice sia stato conferito un Leone d’Oro alla carriera.

Giovedì 10 marzo

 

 

American History X (T. Kaye, USA, 1999), 21.05, DT

Dopo tre anni di prigione, comminatigli per un atroce omicidio a sfondo razzista, Derek torna a casa. Lo attendono gli amici del gruppo neonazista di cui faceva parte, per i quali è diventato un eroe, ed il fratello adolescente, per cui è un mito. Nessuno però sa che l’orrore dell’atto commesso e l’esperienza carceraria lo hanno turbato fin nell’intimo, portandolo a rigettare da sé la spazzatura culturale di cui si era nutrito. Ma il razzismo è un veleno che non è facile eliminare, e nonostante la ‘conversione’ di Derek, in suo nome verrà sparso altro sangue innocente. Come Starship Troopers è, secondo me, il miglior film mai fatto sul/contro la mentalità fascista e militarista, così American History X lo è per il razzismo: come l’altro, un film da far vedere a scuola, per il suo adamantino rigore e la sua ‘spietatezza’, senza compromessi e senza ambiguità. Semplicemente perfetto E. Norton, e splendida la fotografia, pura e netta in un gelido bianco/nero. Assolutissimamente imperdibile.

V per Vendetta (J. Mc Teigue, USA/Germania, 2005), 21.00, DT

Inghilterra, 1605. Guy Fawkes, un gentiluomo inglese convertitosi al cattolicesimo, progetta di far saltare in aria il Parlamento il giorno dell’apertura, il 5 novembre, per uccidere re Giacomo I° Stuart, nemico e persecutore dei cattolici. Scava una galleria sotto l’edificio, e la riempie con trentasei barili di polvere, ma all’ultimo momento lui e gli altri congiurati vengono scoperti: quelli che non vengono uccisi subito vengono imprigionati e torturati atrocemente, e moriranno alcuni mesi dopo sul patibolo. E’ la famosa Congiura delle Polveri. Londra, ai giorni nostri, in un futuro prossimo. Un Partito politico di ispirazione totalitaria e razzista, omofobo ed islamofobo, diffonde artatamente per l’Inghilterra un terribile virus, che provoca centinaia di migliaia di vittime. Sfruttando il caos e il terrore che questo fatto provoca, il Partito prende il potere, instaurando un regime parafascista. L’informazione è sottoposta a rigida censura, sostituita da una rozza demagogia, qualsiasi libertà è conculcata, e gli scherani del partito costituiscono un’élite che imperversa per il paese, violentando e taglieggiando. Improvvisamente, un anno prima dell’anniversario della Congiura, appare in città uno strano personaggio. E’ vestito alla moda del Seicento, con cappello e mantello, e nasconde il volto sotto una maschera che riproduce le fattezze di Fawkes. Esordisce facendo saltare per aria, in un tripudio di fuochi d’artificio colorati, l’Old Bailey, mentre dagli altoparlanti, che abitualmente trasmettono i deliranti proclami del Gran Cancelliere, il Dittatore, egli diffonde la trionfale Ouverture 1812 di P.I. Chaikowsky, che il grande musicista russo compose per celebrare la resistenza del suo popolo contro Napoleone. Seguono altre azioni di sabotaggio del sistema, ed una promessa, da parte del Vendicatore: di lì ad un anno, il giorno dell’anniversario della Congiura, egli compirà l’opera dell’antico cospiratore, facendo saltare in aria il Parlamento, e centinaia di migliaia di inglesi come lui scenderanno in piazza, per opporsi alla dittatura e restaurare la libertà. Anche a costo, come fu per Guy Fawkes, della propria vita. Interrompo qui il racconto delle vicende di V, dei suoi segreti, dei suoi amori, della sua lotta. Lascio agli spettatori il piacere e l’emozione di scoprirli sullo schermo, in questo, che è uno dei film più belli, colti ed appassionanti degli ultimi vent’anni, ed anche, nonostante le sue caratteristiche fantastiche, uno dei più reali ed umani. Difficile davvero dire cosa emozioni e commuova di più, in questo capolavoro. La recitazione? Hugo Weaving è grande anche a volto coperto. Recita col corpo, coi movimenti del capo, coi giochi di luci ed ombre sulla maschera. Natalie Portman è intensa e ‘dolorosa’, quasi una vittima sacrificale che impersona e porta su di sé le sofferenze di tutto un popolo. Dolce e umanissimo John Hurt, il suo amico omosessuale. Ed è impossibile negare una menzione al raffinato e sensibilissimo doppiaggio di Gabriele Lavia. La fotografia: cupa e minacciosa, notturna e misteriosa, che rappresenta la notte dell’anima e dello spirito che avvolge l’Inghilterra. E poi, i numerosi e densi riferimenti culturali. Pare impossibile – ma una ragione pur ci sarà – se ogni regista o scrittore che abbia voluto tratteggiare un fascismo futuro lo abbia immaginato odiatore, oltre che della libertà, anche della bellezza e della cultura. Così è in 1984 di J. Orwell, uno dei padri evidenti di questa storia, ma soprattutto così è in uno dei film più belli ed importanti del Novecento, Fahrenheit 451, di F. Truffaut. Vedendo la galleria d’arte di V, e quelle sterminate pareti di libri, e l’amore trepido con cui John Hurt custodisce la sua antica copia miniata del Corano, è impossibile non richiamare alla memoria i roghi dei libri di quel capolavoro, e l’affetto con cui, contro quella dittatura, i libri venivano amati e protetti, fino ad immolarsi per loro. E non dimentichiamo, tra gli illustri padri di V, il grande feuilleton ottocentesco, con lo stereotipo dell’eroe tenebroso, del giustiziere misterioso ed eroico. Un ultima notazione per i dialoghi, davvero ‘teatrali’ nel senso più colto e nobile del termine: del resto, spessissimo, nonostante le scene d’azione o quelle in esterni, è davvero forte l’impressione di essere a teatro, ad assistere a un dramma shakespeariano. Inno alla libertà e alla dignità umana, anarchico ed eversivo ma ancor più umanissimo e vero, film denso di emozioni e significati, V per Vendetta è un raro capolavoro, che rimane nella mente, nel cuore e negli occhi. Un film da ricordare

Remember remember the Fifth of November,

the gunpowder treason and plot.

I know of no reason why the gunpowder treason

should ever be forgot.

 

 

84 Charing Cross Road (D. Jones, GB, 1987), 21.00, Sky

 Nel 1949, una squattrinata scrittrice americana scrive al commesso di una libreria inglese per farsi inviare dei libri. Nasce un amicizia che durerà per vent’anni, senza che, a causa di una serie infinita di contrattempi, sia loro mai possibile incontrarsi. Quando ci riusciranno, sarà troppo tardi, Film delicatissimo e poetico, film sulla vera amicizia, ma anche sull’amore per i libri, la letteratura, la cultura. Anthony Hopkins e Anne Bancroft semplicemente mirabili e commoventi. Un gioiello, capolavoro ‘minore’ raramente in tv, assolutissimamente imperdibile.

Brother (T. Kitano, Giappone/USA/GB, 2000), 23.00, DT

Ennesimo capolavoro del grandissimo Kitano, come sempre nutrito della sua poetica e del suo straziante pessimismo, questo che racconta la tragica di odissea di due fratelli Yakuza, che a Los Angeles lottano con ispanici e neri per il controllo dello spaccio di droga. Intriso della sua solita malinconia e del suo senso del grottesco, deve moltissimo anche al volto di pietra di Kitano stesso, non si sa se più grande come interprete o come regista. Attenzione, perciò, alla prima, lunga, statica e bellissima inquadratura. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 11 marzo

 

Invictus (C.Eastwood, USA, 2009), 21.00, DT

 “E’ difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. Pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan. E chiedetevi – ma non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, senza far niente per cambiare”. Scusatemi, scusatemi davvero per l’autocitazione, ma questo scrivevo giusto tre anni fa, dopo aver visto Gran Torino, il precedente, bellissimo film di Eastwood, e altro non riesco a scrivere oggi, dopo questo Invictus, che lascia senza parole, muti di fronte ad un’opera la cui ‘grandezza’, in termini cinematografici, la costituisce già come ‘classico’, come cinema da Maestro, anche e forse perfino più che come cinema ‘impegnato’, una definizione che davvero sarebbe misera e riduttiva. Dopo aver narrato il razzismo quotidiano ed elementare dei sobborghi americani, qui Eastwood parla della madre di tutti i razzismi, quella Repubblica Sudafricana che dal 1948 al 1990 affermò la superiorità bianca segregando ed emarginando le altre etnie che la componevano con metodi che nemmeno gli USA razzisti avevano impiegato. La liberazione di Nelson Mandela, leader dell’ANC, dopo ventisette anni di carcere, la vittoria alle elezioni dell’ANC e l’elezione dello stesso Mandela alla presidenza nel 1994 scardinarono questo sistema abbietto, ma divisero il Paese. La minoranza bianca subì più che condividere la nuova organizzazione “arcobaleno”, e il neo presidente si trovò di fonte all’improbo compito di impartire alla sua nazione un corso accelerato di democrazia e di uguaglianza, cercando di non inimicarsi nessuno. Lo strumento che adottò fu il rugby, lo sport nazionale, e i suoi alleati – dapprima riottosi e diffidenti, poi amici fedeli – furono gli atleti degli Springbooks, squadra odiata dai neri perché simbolo della supremazia bianca. Mandela rovesciò quell’identificazione, trasformando la squadra nel simbolo dell’unificazione nazionale, di tutte le etnie e di tutte le culture, e spingendola ad impegnarsi allo spasimo per vincere, contro ogni pronostico, i Mondiali del 1995. Non occorre dire quali oceani di retorica avrebbe potuto produrre una storia del genere, a quali banalissime identificazioni ci si sarebbe potuti abbandonare: neri buoni/bianchi cattivi, ‘conversioni’, lacrimevoli riconciliazioni. Ma questo è un film di Eastwood, e la retorica, la banale e commerciale retorica hollywoodiana qui è bandita. Non lo è, invece, l’emozione, fortissima, che pervade ogni istante del film, ogni vicenda, ogni passaggio narrativo. Un’emozione che nasce da dentro, dagli animi di chi quelle vicende ha vissuto, di chi ha sperimentato cosa dovesse significare andare a sbattere ogni mattina contro una ‘verità’ nuova. Così accade alle guardie del corpo presidenziali, che Mandela volle di neri e di afrikaaner mescolati assieme, e che devono imparare prima di tutto a ‘comunicare’, visto che usano lingue diverse. Così è per il padre di François Pienaar, il capitano della squadra, che un po’ alla volta ‘deve’ guardare con occhi diversi la domestica nera della famiglia. Come non c’è retorica, così non c’è qui alcun artificio cinematografico, alcun ‘effetto speciale’. Eastwood racconta con una semplicità che sembrerebbe didascalica ed elementare se non svelasse inarrivabile maestria, tanto più grande in quanto non si mostra: se c’è qualcuno, qui, che cerca di non essere ‘protagonista’, è proprio il regista. Abbiamo così di fronte un film che par quasi essersi ‘fatto da solo’: semplice, naturale, intenso. Vero. Usciamo dalla sala estasiati come cinefili, commossi come esseri umani. E ci chiediamo: se una nazione di quarantasette milioni di abitanti ha saputo fare questo, in un anno, e dopo quasi mezzo secolo di razzismo di Stato … ecco, ma che sia davvero impossibile che noi non ci si possa liberare di una minoranza – maggioranza politica, ma minoranza dello spirito – che ormai da vent’anni inquina ed avvelena l’anima di questa società? Ci serve un Mandela anche a noi, o possiamo provare a farcela da soli?

Un sogno per domani (M. Leder, USA, 2000), 18.55, DT

Kevin Spacey è un insegnante di liceo, i cui rapporti col mondo sono ostacolati e ‘filtrati’ da una brutta ustione che gli deforma il volto. Durante una lezione di Studi Sociali, propone ai suoi allievi un compito davvero particolare: trovate un modo per cambiare davvero il mondo, partendo da chi vi sta vicino. Uno dei bambini lo prende sul serio, innescando un processo che coinvolgerà e sconvolgerà la vita di molti. Poetica favola sull’utopia dei ‘buoni sentimenti’ e della giustizia, il film è sostenuto prima di tutto da un eccezionale Spacey, sensibilissimo e dalla recitazione ‘interiore’, come sempre. Pregevole anche la breve ma intensa parte di James Caviezel. Da vedere.

Transamerica (D. Tucker, USA, 2005), 21.00, DT

E’ la storia di Bree, un transessuale, in procinto di accedere finalmente alla tanto sospirata operazione che lo trasformerà finalmente in donna. Manca una settimana, e la sua psicoterapeuta ha già firmato il nullaosta, ma un fatto assolutamente inaspettato le sconvolge i piani. Dal carcere minorile di New York riceve una telefonata: lì sta rinchiuso Toby, suo figlio, frutto della sua unica scappatella eterosessuale. E’ un ragazzo di diciassette anni, che si mantiene prostituendosi e spacciando. Bree è costretta ad aiutarlo, pagandogli la cauzione, ma poi si trova di fronte ad un problema quasi irresolubile: Toby vuole andare a Los Angeles, per sfondare nel cinema ma soprattutto per conoscere il suo vero padre. Bree decide di accompagnarcelo lei – con la segreta intenzione, lungo la strada, di scaricarlo al patrigno che in tutti quegli anni l’ha allevato – ma non ha nessuna intenzione di rivelargli né il rapporto che li lega né tanto meno la sua situazione. Comincia così uno strano viaggio. Toby è alla ricerca del suo passato, ma anche e soprattutto di un futuro, del suo ‘diventare grande’, del successo, perfino di una famiglia. Insomma, di se stesso. Bree crede di conoscere già se stessa, e vuole solo liberarsi in fretta di questo ‘incidente esistenziale’ di percorso. Ma non sarà così semplice. Lungo la strada, entrambi si troveranno a dover fare i conti col proprio passato, dovranno chiedersi veramente chi sono, cosa vogliono, da se stessi e dagli altri, quale potrà essere la loro vita futura. Bree e Toby seguiranno ognuno la propria strada, ma si rincontreranno, questa volta finalmente se stessi, e finalmente pronti a dare e ricevere amore. Garbato e discreto, Transamerica è tutt’altro che un film sulla ‘diversità’: una lettura riduttiva e povera, che ne nasconderebbe la sua vera natura. In realtà, attraverso la ‘eccezionalità’ della situazione, Tucker racconta l’eterna vicenda del rapporto tra padre e figlio, la difficoltà di trovare ciascuno una collocazione nell’esistenza e di trovare un ponte, un linguaggio condiviso che permetta di comunicare e soprattutto consenta di scambiarsi esperienze, di conoscersi veramente, di arricchirsi l’un l’altro. Tutt’altro che ‘scandalistico’, ma invece poetico e delicato, il film è sostenuto in gran parte dalle incredibili capacità recitative di Felicity Huffman, meritatamente insignita, per questa interpretazione, del Golden Globe. Imperdibile.

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