Pubblicato da: giulianolapostata | 5 marzo 2011

“Buried”, R. Cortés, Spagna, 2010

Paul Conroy è un contractor americano in Irak. Fa il camionista, trasporta rifornimenti, armi, non sa neppure lui bene cosa. Un giorno il suo convoglio viene attaccato, i suoi compagni uccisi, lui colpito da una sassata alla testa. Quando si risveglia è sotto terra, chiuso in una bara di legno. Ha un coltello, due luci chimiche, una pila, un accendino Zippo, un cellulare. Attraverso il telefono gli insorti irakeni che l’hanno catturato si fanno vivi. Deve cercare di procurare un riscatto di cinque milioni di dollari entro due ore, altrimenti verrà lasciato a morire lì. Paul comincia un’allucinante ricerca di aiuto e di contatto col mondo: la ditta che l’ha assunto, l’FBI, il Dipartimento di Stato, la vecchia madre malata di Alzheimer, la moglie. I minuti passano, mentre lui si sente sempre più isolato e trascurato, rotellina insignificante di una macchina infinitamente più grande di lui, inutile granellino di sabbia, come quella che sta filtrando attraverso le assi, e che poco a poco lo sta soffocando. Non ha molto tempo per trovare il modo di sopravvivere. Buried è un film apparentemente ‘geniale’, che invece si sgonfia subito, dopo pochi minuti, paradossalmente proprio a causa della ‘eccezionalità’ della situazione immaginata. Capiamo tutti immediatamente che due sono le soluzioni possibili: o un happy end, e la sua resurrezione, o un bad end, e la sua orribile morte. Si tratta solo di lasciar passare il tempo, e vedere quale delle due il regista abbia scelto. E il tempo passa, lentamente, con un occhio alla schermo, su cui non succede niente, ed uno all’orologio, sapendo che man mano che le lancette girano inevitabilmente vedremo il coup de théatre che finalmente venga a risolvere la situazione. Tutti i tentativi di trasformare Paul in un ‘simbolo’, quello dell’uomo qualunque vittima di un ingranaggio che lo schiaccia e lo ignora, si risolvono in frasi fatte – “Sono solo un uomo, sono venuto qui per lavorare, per aiutare la mia famiglia” – in un temino scontato e diligentemente svolto, ma noioso e banale. Buried è un film fallito per presunzione, quella di chi ha pensato che bastasse portare al limite una situazione per renderla eccezionale, dimenticando che spesso proprio la ricerca dell’insolito a tutti i costi può portare proprio al risultato opposto, quello dell’ovvio più scontato. Un esordiente che speriamo resti tale, se questa è la sua idea di cinema, un brutto film anzi peggio: un film desolantemente inutile.

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