Pubblicato da: giulianolapostata | 26 febbraio 2011

Multivisioni – 26 febbraio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 26 febbraio

Il destino di un guerriero (A. Diaz Yanez, Spagna, 2007), 21.05, DT

Spagna, XVII secolo. Don Diego Alatriste, capitano nell’esercito di Filippo IV, diviene il padre putativo del figlio di un commilitone morto in battaglia. Lo guiderà tra amori, battaglie e intrighi, finché soccomberà ad uno dei suoi numerosi nemici. Dai romanzi di Arturo Perez-Reverte, che già sono una palla di suo, un film mortalmente noioso, estremamente confuso nella sceneggiatura e completamente privo di spessore psicologico. Più che un film, una sfilata di inquadrature semi immobili ‘alla Velasquez’, una specie di gioco delle belle statuine tutto in funzione dell’abilità del costumista ed dell’ego smisurato del fotografo di scena. Lento e pesante anche nelle scene di battaglia – inevitabile il richiamo al Mestiere delle armi, uno dei peggiori film di Olmi (Italia/Francia/Germania, 2001) – non si salvano qui nemmeno gli attori. Tutti gli sforzi dell’altrove magnifico Viggo Mortensen per fare il bel tenebroso stufano presto, e più di una volta le sue occhiate malinconiche o malandrine di sotto la tesa del cappello ci fanno soffocare in gola una risata. Enrico Lo Verso – l’abbiamo già detto molte volte in passato – è un talento comico naturale. Quando se ne renderà conto, forse allora la smetterà di farci ridere nei suoi vani tentativi di interpretare personaggi drammatici e ci farà sghignazzare direttamente facendo il comico, magari in qualche commedia all’italiana: un ottimo partner per Ceccherini o De Sica.

Il silenzio degli innocenti (J. Damme, USA, 1991), 21.10, Sky

Pessima versione del libro, schizzata e convulsa quanto il romanzo è lento, costruito e meditato. Se non fosse per il grande personaggio creato dal grande Hopkins, non varrebbe la visione (a meno che non vi piaccia Jody Foster, espansiva come un congelatore svedese al Polo).

Ombre rosse (J. Ford, USA, 1939), 00.05, Sky

Vi può capitare com’è successo a me qualche tempo fa, di fare pigramente zapping seduti in poltrona, di capitare qui e dire: “Oh guarda, Ombre rosse, visto cento volte, che palle …”, e poi di non riuscire più schiacciare i tasti, né a spegnere la tv, e di restare lì, fino alla fine, qualsiasi cosa abbiate da fare, a rivederlo magari per la centesima volta. Perché vi rendete conto – per la centesima volta – che davvero, ‘di film così non se ne fanno più’; perché quei tipi, quegli stereotipi, quei ‘miti’, li riconoscete come parte intima dell’immaginario vostro e della cultura del Novecento; perché quella fotografia è magica; perché l’emozione e la commozione sono per la centesima volta nuove; perché vi rendete conto che di tutto quello che avete visto al cinema negli ultimi dieci anni, o anche venti o trenta, ad esser generosi forse saranno uno, o due, i titoli che possono stargli a pari. Ecco, può capitare così.

Domenica 27 febbraio

The hunted (W. Friedkin, USA, 2003), 21.00, DT

The Hunted è un noioso ed inutile remake di Rambo, (la storia del reduce di guerra impazzito per le violenze viste che può essere catturato solo dal comandante-padre che lo ha addestrato), ma con una differenza: che mentre Rambo (e soprattutto il libro da cui era tratto) era un’intelligente riflessione sul dramma dei reduci da una guerra imperialista, rifiutati da quella stessa cultura e da quella stessa ‘Patria’ che li aveva mandati a morire, qui ogni ipotesi di riflessione è stata scartata a priori, e rimane solo una storia, tra l’altro anche abbastanza loffia, che serve al massimo da passerella per permettere a Benicio del Toro di portare in giro il suo volto ‘sofferente’ (?). Non solo. Oltre all’intelligenza, per strada sono andati persi anche la logica e il buon senso, per cui assistiamo ad una gustosa serie di stupidaggini. Per esempio. 1) Il protagonista impazzisce perché ha visto le violenze in guerra o perché vede gli animali uccisi inutilmente dai cacciatori? Che cos’è: il braccio armato del WWF? 2) Particolarmente assurda è la figura dell’addestratore (povero Tommy Lee Jones, che spreco) e particolarmente comiche certe situazioni e certe sue battute. Intanto, è assolutamente illogico mostrarlo come uno che rifiuta la violenza (ma poi sbatte sul tavolo la faccia di un cacciatore ‘cattivo’), che non porta armi e che ‘ne diffida’, ma che poi sa insegnare le più raffinate, violente e crudeli tecniche di omicidio esistenti. Dove le avrà imparate: sui manuali Hoepli? Divertentissima, nella prima scena nel bosco, la battuta ‘L’assassino porta scarpe a suola liscia, come queste’: manca solo ‘Elementare, Watson’, e più avanti la battutaccia strappalacrime ‘Non riuscirete a prendere il mio ragazzo’ (il colonnello di Rambo si sarà rivoltato nella tomba). 3) Si capisce immediatamente che il ragazzo vuol farsi prendere e da suo ‘padre’. Ma allora, perché l’evasione? Perché il film deve durare circa due ore? Perché avevano già pagato il maestro di arti marziali e bisognava pur utilizzarlo? Per giustificare quel cavolo di citazione biblica? Penoso.

Lezioni di piano (J. Campion, Australia/Nuova Zelanda/Francia, 1993), 16.15, Sky

Nel 1825, una giovane scozzese muta fin dalla nascita arriva in Nuova Zelanda, moglie per procura di un coltivatore. Diverrà l’amante di un maori, che l’aiuterà a coltivare la sua passione per il pianoforte. Cult femminista a suo tempo, è uno dei più micidiali spappolamenti di marroni mai visto al cinema, una ‘sinfonia’ di pesanti estetismi fine a se stessi, uno di quei film di cui alla fine ti chiedi: chevvordì? Provare per credere, ma ci vuol coraggio.

Lunedì 28 febbraio

The patriot (R. Emmerich, USA, 2000), 21.10, Rete4

Ottimo ed appassionante film storico sulla Guerra d’Indipendenza Americana, chiaramente debitore, per accuratezza di ricostruzione storica, al bel romanzo Canaglia in armi (di cui si può cogliere anche una citazione testuale) di Kenneth Roberts (recentemente ripubblicato negli Oscar: da leggere!). Fotografia, ambientazione ed effetti speciali splendidi. Una delle prove migliori di Emmerich, forse la migliore, per accuratezza della ricostruzione storica e approfondimento culturale. Imperdibile.

Miami vice (M. Mann, USA, 2006), 16.30, DT

Anche se – diciamolo subito – sarebbe stato difficile ripetere l’exploit di un film puro e disperato come Collateral (in assoluto il più bel film di Mann, assieme all’Ultimo dei Mohicani), tuttavia anche questa volta il maestro ha dato una lezione di cinema, ed anche questa volta l’ha fatto con una storia apparentemente ‘fredda’, perché già vista mille volte, quella di due agenti infiltrati in una grossa organizzazione criminale per smantellarla (ma l’aveva già fatto in The Heat, con lo ‘stereotipo’ della caccia tra il vecchio poliziotto e il vecchio criminale). Anzi, qui si è addirittura preso il lusso di fare quello che potrebbe sembrare un remake della vecchia e (immeritatamente) celebre serie TV. Con la quale questo film non ha nulla in comune, se non il titolo, e lo schema dei due sbirri che vivono pericolosamente. Tutto il resto è Mann, il solito Mann: visionario, entusiasmante, scenografico, col suo incredibile senso del ritmo e della composizione delle scene (ho sempre pensato che, se non avesse fatto il regista, forse avrebbe fatto il coreografo). Il solito Mann, ‘esteta’, se vogliamo, per il quale par quasi che ad essere importante non sia tanto la storia, ma il modo in cui viene raccontata, anzi: mostrata. E’ questo, ancora una volta, che entusiasma e turba, in questo suo nuovo film. Tutto diventa emozione pura: la tensione notturna in una discoteca (par quasi un fissazione per lui: ricordate il sublime ‘balletto’ della sparatoria nella discoteca in Collateral), la scia di un off-shore sul mare, i murales che ‘esplodono’ dai muri scrostati di Haiti, le palme agitate dal vento davanti ad un appartamento vuoto, la violenza macellaia di una sparatoria. Tutto sembra ‘già visto’, in questo film, e tutto è diverso, tutto viene ‘da dentro’ le cose, e si scrive dentro di noi. Come, per esempio, l’inseguimento sull’autostrada, che non è un videogioco alla Fast&Furious, ma una corsa verso la morte. Eppure, non è estetismo puro e fine a se stesso, il suo. Lo dicono i cieli spesso in tempesta, i lampi inquietanti che graffiano il buio, i tuoni, che minacciano distruzione. Lo dice la fotografia, a volte sgranata fino ad entrare nei pori della pelle e negli animi, a volte lucidissima, come l’occhio di uno scienziato. Comunque, ancora una volta, Mann ci da un film ‘culturale’: non un’indagine poliziesca, che ci avrebbe annoiato a morte, ma un’indagine nei nostri luoghi oscuri – quelli del nostro animo e quelli attorno a noi. Forse, a ripensarci, la distanza dal killer nichilista di Collateral non è poi così grande. Assolutissimamente imperdibile.

Mars attacks! (T. Burton, USA, 1996), 17.10, DT

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare tutto, e quindi passiamogli anche questa scemenza, unico suo fallimento assieme al noiosissimo remake del Pianeta delle scimmie (2001). Un’orda di marzianini brutti e cattivi invade la terra. I politici si tormentano inutilmente per decidere come combatterli, ma sarà una vecchia nonna a trovare l’arma finale. Ispirato ai personaggi di una serie di figurine popolare in America e sconosciuta da noi, profonde a piene mani un’ironia che lascia quasi del tutto indifferenti, forse proprio per l’eccessiva ‘distanza’ culturale. Da dimenticare.

Vamos a matar, companeros (S. Corbucci, Italia/Spagna/RFT, 1970 ), 01.00, DT

Un peone e un trafficante d’armi in cerca di bottino vengono inesorabilmente coinvolti nella rivoluzione messicana. Piacevole ed intelligente esempio di western ‘politico’ di una delle migliori stagioni del cinema italiano. Una buona occasione per rivedere l’ottimo Jack Palance e il simpaticissimo Tomas Milian, bravo qui quanto nel successivo e snobisticamente disprezzato Monnezza.

Martedì 1 marzo

Borsalino (J. Deray, Francia/Italia, 1970), 12.55, DT

Nella Marsiglia degli anni Trenta, due gangster prima si combattono e poi si alleano per conquistare la città. Storia di un’amicizia virile, e magnifica gangster story scritta da un grande Maestro del genere (recuperate il suo stupendo Sinfonia per un massacro, del 1963), con un grande cast ‘di genere’ anch’esso: Alain Delon e Jean-Paul Belmondo. Imperdibile.

Il cattivo tenente (A. Ferrara, USA, 1992), 00.45, DT

Capolavoro di A. Ferrara col grande Harvey Keitel: la storia di un poliziotto cattolico immerso nell’inferno di peccato e violenza di New York. Violento e disperato, assolutamente imperdibile.

Mercoledì 2 marzo

Rambo (T. Kotcheff, USA, 1982), 21.10, Rete4

Da vedere, sia perché è un’ottima storia, e sia perché forse non tutti sanno che, anche se poi è diventato un’icona della destra, in origine il romanzo Primo sangue di David Morrel, da cui è tratto, fu un romanzo ‘di sinistra’, scritto per mostrare la tragedia dei reduci dal Viet-Nam. Guarda un po’ com’è andata a finire …

Matrix – Matrix Reloaded – Matrix revolutions (L. e A. Wachowsky, USA, 1999/2003), 23.20, DT

Primo tempo

ZANG-TUMB-BANG-BANG-BUMBUMBUMBUM-TATATATATA-ZOT-ZOT-ZOT-CRASH-SBADABANG-TIN-TLEN-TLONG-TRATRATRATRATRATRATRA-CLANG-DLENDLEN-RATATATATATATA-SBENG-DLIN-

Intervallo

Mentre aspettate, e dopo aver fatto pipì, potete leggere la recensione pubblicata da Marco su http://www.bastardidentro.com il 23 maggio 2003:

“Mi ha fatto cagare. La migliore interpretazione l’ha data la tetta sinistra della Bellucci, il che è tutto dire. L’autore doveva essere appassionato di Bruce Lee, di Superman (Neo se ne svolazza più o meno per tutto il film raccattando persone che piovono dai palazzi) e di Batman, che se non hai un mantello non superavi il casting. La trama l’ha scritta uno che aveva fumato acido, alla fine tutti sapevano già tutto, l’oracolo è un pacco, Trinity non muore e la scritta finale è Continua”.

Durante la proiezione in sala, prima dell’inizio del secondo tempo, ad ogni spettatore è stato fornito un flipper personale, così ha potuto divertirsi da solo (a far girare le palle).

Secondo tempo

ZANG-TUMB-BANG-BANG (tetta della Bellucci) BUMBUMBUMBUM-TATATATATA-ZOT-ZOT-ZOT-CRASH-SBADABANG (culo della Bellucci) TIN-TLEN-TLONG (tetta della Bellucci) TRATRATRATRATRATRATRA (menate pseudofilosofiche dell’Architetto, del tipo: “Matrix è la mitopoiesi della metafisica della trombatoidesi della spiritualitosi. Modificando il cazzitrone si otterrà una puttanificazione della cazzatoidina che porterà alla vaffanculosi finale” eccetera) CLANG-DLENDLEN-RATATATATATATA-SBENG (culo della Bellucci) DLIN.

(Onestamente, non ricordo bene se questa ‘recensione’ l’ho scritta per la prima, la seconda parte o la terza parte. Ma si differenziano forse in qualcosa, questi idiotissimi film, che misteriosamente qualcuno ha voluto caricare di inimmaginabili contenuti filosofici?! Aridatece Tom & Jerry! Comunque, chi viene con me, una di queste sere, a picchiare sulle gengive registi ed interpreti?).

Giovedì 3 marzo

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006), 23.20, Rete4

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

The road (J. Hillcoat, USA, 2009), 21.10, Sky

Ma come, come nascono certi ‘miti’ cinematografici? O meglio, poiché a questo punto è evidente che non sono nati da soli: perché mai vengono inventati? Su che basi (come Avatar: ve lo ricordate? “Il film che cambierà la storia del cinema” … ‘sti cazzi!)? Questo dunque sarebbe il film di cui si è ritardata la programmazione perché troppo tragico, cupo, angosciante, per cui si temeva una reazione negativa del pubblico? Ma andiamo, via, un po’ di serietà. Altro c’era da temere, da parte appunto del pubblico. Per esempio, un’epidemia di suicidi in massa causati dalla noia, la noia massacrante di un film in cui non succede nulla, e quel nulla succede con una lentezza esasperante, per cui dopo una decina di minuti è giocoforza mettersi a fare il tifo per i cannibali, l’unico elemento ‘vitale’ del film: che se li mangino, quel lagnosissimo papà col suo bambino, così almeno ci divertiamo un po’. Oppure una pericolosa serie di travasi di bile, causati dalla rabbia per quella che pare essere la fiera dell’inverosimile e dell’improbabile. Cogliamo fior da fiore. Il bambino non ha mai visto una lattina di Coca Cola, e chiede “che cos’è”. Assurdo, per molte ragioni. Perché quando lui e il padre sono fuggiti lui aveva circa otto anni, e tra i viveri di cui fino a quel momento avevano vissuto, accumulati in casa, è ragionevole pensare che due americani medi avessero stipato anche numerose bibite in lattina (scommetto che a rivedere il film con attenzione – no, per favore! – sarebbe facile individuarne qualcuna sugli scaffali della cucina). Perché, anche, le strade su cui camminano sono cosparse di migliaia di lattine vuote, e il padre-mentore, tra i tanti filosofemi di cui gratifica il figlio, gli avrà pur spiegato cosa sono. Perché è impossibile che, in tutti gli edifici abbandonati che visitano, quella sia l’unica e la prima lattina piena che trovano. E la stessa cosa si può dire dello shampoo. Oppure. Due soli proiettili? Ma è semplicemente assurdo pensare che in tutte le case abbandonate in cui entrano non abbiano mai trovato una scatola di proiettili, o un’altra arma carica: a quel che ne sappiamo, in una casa americana è molto più facile trovare un’arma che un libro, tanto per dirne una. Oppure. Possibile che, visitando una nave abbandonata, l’unica cosa utile che trova sia, in tutto e per tutto, una pistola lanciarazzi?! Scendendo poi nel deposito di cibi sotterraneo, scendiamo nel ridicolo. Le scatole di biscotti sugli scaffali sono disposte come in mostra, a spina di pesce, per esser sicuri che gli spettatori capiscano di cosa si tratta … Chi è stato lo sciagurato scenografo che l’ha arredato? Ancora. Il mondo è in rovina, ma in una casa abbandonata funziona tutto perfettamente: luce, acqua, gas, riscaldamento … Ma prima di questo, è tutta la ‘storia’ in sé che non sta in piedi, che non ha sostanza, vita, dramma. I flash-back con la madre sono assolutamente, totalmente estranei all’economia della narrazione: si potrebbe rimontare il film eliminandoli e nessuno se ne accorgerebbe. Come pure incomprensibile è l’incontro col ‘Profeta Elia’: cosa dovrebbe dirci? Cosa dovrebbe significare, per i personaggi del film? E perché sempre “a Sud”, anche dopo aver visto che il Sud fa schifo come il Nord? Perché i buoni dovrebbero stare solo a Sud e i cattivi solo a Nord? Dobbiamo vedere in ciò una subdola polemica antileghista (si fa per cazzeggiare: non c’è molto altro da fare di serio, in questo film)? Modestissimi i risultati della computergrafica nella resa delle nebbie e dei fumi, che sanno tanto da trasparenti anni Cinquanta. Modestissimo il grande Viggo Mortensen, in una performance da dimenticare. Il piccolo Codi Smith-McPhee, quando piange fa piangere: meno male che non ride mai. Andate a letto, ché è meglio.

Venerdì 4 marzo

L’ultima legione (D. Lefler, USA/Italia, 2007), 21.00, DT

Dev’esser proprio vero che da un bel romanzo d’avventure è difficilissimo, se non impossibile, tirar fuori un bel film: perché l’aspetto ‘filmico’ della storia è già contenuto nelle pagine – se di grandi pagine si tratta, appunto – e diventa impossibile ‘fare meglio’. Stanno a testimoniarlo gli innumerevoli film tratti da Dumas – tutti delle ignobili ciofeche, noiose esibizioni di cappa e spada – ma soprattutto certe pagine dello stesso Dumas (l’esecuzione di Milady in riva al fiume, nei Tre Moschettieri), già in sé così potentemente visionarie da essere insuperabili. Conviene inventarsela, l’avventura, e così si avranno, per esempio, dei piccoli capolavori come Il prigioniero di Zenda (R. Thorpe, 1952), quasi un archetipo del cappa-e-spada, o il magnifico King Arthur (A. Fuqua, 2004). Sì, perché purtroppo è praticamente impossibile guardare L’ultima legione senza confrontarlo mentalmente col capolavoro di Fuqua – quasi un poema epico sul mito di Artù – ed è altrettanto impossibile non schierarsi incondizionatamente per quello contro questa ridicola storiellina per bambini. Il confronto purtroppo è d’obbligo perché la vicenda che raccontano proviene dallo stesso bacino immaginario: là la nascita della leggenda arturiana, qui addirittura i suoi prodromi, collocati all’epoca di Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore romano deposto da Odoacre nel 476 d.C. Ma, evidentemente, le cose bisogna sentirle dentro, e mentre il film di Fuqua turba, emoziona e commuove per il suo contenuto epico ed eroico, qui evidentemente il tema non era nelle corde del buon Lefler (ma chi c**** è?!), che ci confeziona una storiellina insipida e sciocca, una specie di ‘Fantaghirò Parte Seconda: la Vendetta’, senza il minimo afflato emotivo e senza nessuna parentela ‘culturale’ col materiale che sta trattando. Si ride per non piangere, di fronte all’ambientazione (trucchi di serie z), alle scene di battaglia (non c’è una volta che le spade si macchino di sangue: guardare per credere!), ma soprattutto alle performances attoriali (si fa per dire). Ben Kingsley interpreta un improbabile e assurdo Merlino. Aishwarya Rai può darsi che possa dire qualcosa nuda, senza quella grottesca tunica di castità con cui esce dall’acqua: ma così com’è, col suo bel faccione da Bollywood, truccato e immobile come una maschera di Carnevale, è inesistente. Per non parlare del piccolo T. Sangster, il quale doveva essersi preparato per interpretare Billy Elliot 2: la vendetta, e che ispira tenerezza per la buona volontà, purtroppo non compensata da risultati adeguati. Non ci sarebbe altro da dire, se non che non si capisce la ragione di tanto sfregio inferto ad uno dei migliori romanzi di Valerio Massimo Manfredi, grande e unico scrittore italiano ‘di avventura’, che coi suoi libri, tanto avvincenti quanto colti ed intelligenti, sta rinverdendo una tradizione che ha in Salgari il suo illustre padre fondatore. Ci dispiace davvero per lui, e per l’occasione sprecata.

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