Pubblicato da: giulianolapostata | 26 febbraio 2011

“L’Immortale”, R. Berry, Francia, 2010

Charles Mattei è un vecchio Padrino di Marsiglia. Con due amici – “Insieme oltre la morte” – negli anni Sessanta ha scalato i vertici della criminalità e del traffico di droga, usando ogni possibile ferocia per arrivare. Ma ora è stanco. Una figlia dal primo matrimonio, un figlio piccolo dal secondo, la moglie amatissima lo hanno convinto a ritirarsi nella sua bella casa in collina. Pensa di potersi godere la vecchiaia e la famiglia, ma non è così. La sua presenza è ancora ingombrante, la sua influenza è ancora pericolosa, ed ancor più lo è la sua “doppia morale”: “trafficare in tutto ma non in droga, non si uccidono donne e bambini, non si uccidono i poliziotti”. Pericolosa soprattutto per gli ex amici, che invece nel frattempo hanno saltato ogni fossato, e che decidono di eliminarlo. Un agguato lo riempie di pallottole – ventidue, come dice il sottotitolo – ma Mattei sopravvive. Sa bene da dove è partito il colpo, e tuttavia è restio a vendicarsi: perché capisce che ciò vorrebbe dire scatenare una guerra, e perché gli amici non si tradiscono. Ma la strage continua attorno a lui, e a Mattei non resta via d’uscita: soprattutto quando ad essere minacciata è la sua famiglia. Continuamente massacrato in quel suo corpo che pare voglia resistere a tutto in nome della vendetta da compiere, Mattei comincia a sterminare nemici e, purtroppo, anche amici, per non doversi più “guardare le spalle”. Sarà così?

Olivier Marchal ha fatto scuola, naturalmente, ma non tutti possono essere Olivier Marchal, e così Richard Berry ne ha seguito le orme con questo noir sanza infamia e sanza lodo. Non è certo da buttar via questo film, e per molte ragioni. Per la presenza di Jean Reno, per esempio: perché del grandissimo attore francese basta spesso la presenza e il volto ironico e dolente a far grande un film. Anche se poi, come in questo caso, capita che lui stesso si renda conto di non essere precisamente sul set di un capolavoro, e si limiti ad una peraltro dignitosissima prestazione ‘da contratto’. Per la storia, ispirata a fatti realmente accaduti e ad un gangster marsigliese realmente esistito, che Berry ha voluto conoscere e ‘studiare’ prima della lavorazione. Anche se poi, man mano che si procede nella visione, sempre più acuta si fa la sensazione non tanto di déjà vu, quanto di una storia già molte, forse troppe volte raccontata, che avrebbe avuto bisogno di una fantasia e di una ‘genialità’ registica che a Berry sembrano esser mancate. Per la presenza comunque di bravissimi comprimari. Il franco-algerino Kad Mérad, per esempio, che interpreta ottimamente il traditore, il gangster schizzato e paranoico Tony Zacchia, o la brava Marina Fois, Capitano della polizia Maria Goldman, che conduce le indagini scontrandosi, oltre che col silenzio e le complicità del milieu, anche col suo tragico passato, e con la stupidità dei superiori. Ma soprattutto, quel che redime il film e lo rende comunque meritevole di esser ‘salvato’ e di esser visto è la città stessa, è Marsiglia. Una città viva e confusa, sporca e disordinata, fitta di gente, di vita, di violenza. Magnificamente fotografata, con colori spenti e luci ‘cronachistiche’ – tutt’altro stile, e davvero personale, rispetto all’intenso estetismo di Marchal – Marsiglia diventa più che sfondo ‘personaggio’, e conferisce al film quel respiro e quell’epicità che forse il regista non ha saputo dargli. Non sarà un capolavoro, ma ce ne fossero.

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