Pubblicato da: giulianolapostata | 19 febbraio 2011

Multivisioni – 19 febbraio 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 19 febbraio

Il labirinto del fauno (G. del Toro, Messico/Spagna/Usa, 2006), 02.40, Rai1

Con questo film, Del Toro, regista dalla non eccelsa filmografia, tenta un salto di qualità, cercando di coniugare la sua passione di sempre per l’horror ed il fantastico con un soggetto politico e civile davvero ‘potente’: la Guerra Civile in Spagna. I combattimenti si sono conclusi, ma bande di anarchici infastidiscono ancora seriamente il regime. Una di queste assedia un vecchio mulino tra i boschi, nel quale, oltre ad una nutrita guarnigione della Guardia Civil, risiedono anche il suo feroce comandante, il capitano Vidal, la moglie – una donna sottomessa, vedova del suo primo marito, che lo ha sposato per sfuggire alla solitudine, ora incinta di lui – e Ofelia (nome profetico?), di undici anni, frutto del primo matrimonio. Per sfuggire agli orrori dei tempi in cui vive, ed anche, nella fattispecie, alla reclusione in quell’eremo, ove morte e violenza si respirano nell’aria, Ofelia cerca rifugio nei racconti di fate. E, appena giunta al mulino, è proprio una fata a mettersi in contatto con lei. La conduce sottoterra, in un antico labirinto, ove un vecchissimo fauno le svela la verità: lei è l’incarnazione della principessa figlia del re del Mondo Sotterraneo, fuggita da secoli e da lungo tempo attesa. Per riavere il suo rango e il suo regno, però, dovrà superare tre prove molto pericolose, che le verranno svelate una alla volta. Ofelia si dedica anima e corpo a questo suo nuovo compito, mentre, ‘in superficie’, anche la vita reale segue il suo corso. Gli scontri con gli anarchici si susseguono senza sosta, e il capitano Vidal li reprime con spietata e sanguinaria violenza. Ma la presenza di infiltrati tra gli abitanti del mulino trascina lo scontro verso un tragico epilogo: nella stessa notte, anche Ofelia dovrà affrontare l’ultima, fatale prova. Nonostante la dichiarata ‘intenzione’ del regista di stabilire un rapporto ‘filosofico’ tra le due vicende, esse invece per tutto il film scorrono perfettamente e totalmente parallele, ma proprio nel senso geometrico del termine, vale a dire senza mai incontrarsi, e senza mai avere alcun rapporto ‘intimo’ tra loro. Estranee ed indifferenti l’una all’altra, si snodano assolutamente indipendenti, tanto che si ha quasi l’impressione di assistere alla proiezione di due film diversi ed arbitrariamente mescolati insieme, e senza che mai, come appunto ci si aspetterebbe, si abbia l’impressione che l’una simbolizzi e spieghi l’altra. Insomma, la metafora magica sul Franchismo è miseramente fallita, ed è anche un peccato, perché non si può negare un grande fascino alla costruzione del mondo magico in cui Ofelia si inoltra. Decisamente, per Del Toro, si è trattato del classico passo più lungo della gamba.

E venne il giorno (M.N. Shyamalan, USA, 2008), 21.00, DT

E’ un caso umano: per favore, qualcuno lo fermi, qualcuno lo aiuti a non farsi – ma soprattutto a non farci – più del male. La filmografia di Shyamalan è uno dei misteri poco gaudiosi della cinematografia mondiale. Per quel livello di cinema, negli anni Cinquanta era stato coniato il termine un po’ spregiativo di B movies, ma da quando ci siamo accorti (finalmente) che sotto quell’etichetta hanno circolato alcuni tra i film più intelligenti, raffinati e perfino ‘profetici’ del cinema moderno, quell’epiteto è diventato davvero inadatto. In questo caso, forse servirebbero altri alfabeti, altre lingue, per definire un cinema di una povertà di idee e di immagini che trova ben pochi riscontri. Non è certo il caso, qui di ripercorrerla tutta: basterà ricordare i grotteschi lucertoloni verdi di Signs (2002), col povero Mel Gibson che tenta invano di farci vedere come si interpreta una crisi mistica (e la scena inenarrabilmente grottesca della moglie schiacciata contro un albero che ci mette un’ora a morire e intanto filosofeggia), e l’ignobile trucchetto di The sixth sense (1999), che negli ultimi trenta secondi svela allo spettatore di essere stato preso per i fondelli per due ore. Come pure, rimangono inspiegabili le ragioni della ‘cospirazione internazionale’ che ha deciso di vedere a tutti i costi nei suoi film qualità inimmaginabili: citando a caso dal Morandini, “spiritualismo”, “uno dei problemi più antichi e dibattuti dell’umanità: perché il male”, “atmosfera onirica”, “indeterminatezza tra immanente e trascendente”, “angosce primitive e aspirazioni universali”. Insomma, roba che Bergman, Antonioni e Fellini, se fossero ancora vivi, potrebbero organizzare un bel suicidio collettivo. Questa volta erano mesi che una critica unanime (ma li pagano?!) ci raccontava minacciose mirabilie del suo prossimo film, e lo stesso Shyamalan (lui sì lo pagano!) si affannava in interviste a destra e a manca, raccontandoci che questo era il suo film più pauroso, che non aveva mai fatto un film così pauroso, che avremmo davvero avuto paura, eccetera. Insomma, avevamo capito il concetto. Così ci siamo cascati e l’abbiamo visto. Il plot, in sé, non sarebbe male. Improvvisamente la natura si ribella ai nostri soprusi. Dalle piante emana una tossina che spinge gli uomini al suicidio. In breve tempo la società si sfalda, e gli esseri umani si dividono in gruppi sempre più piccoli, in fuga verso una salvezza che appare impossibile. Niente male – vero? – starete pensando. Ma, lo sapete bene, anche la Divina Commedia, se non l’avesse scritta Dante, sarebbe un incubo balordo da ubriachi. E qui, Dante non c’era proprio. Non c’è una cosa, una sola, che funzioni, in questo film. A cominciare dagli attori, evidentemente scelti dallo stesso responsabile di casting che di solito lavora per Dario Argento, ed abbiamo detto tutto. Elliott (Mark Wahlberg) prova invano a spaventare prima di tutto se stesso per tutto il film; sua moglie Alma (Zooey Deschanel) ci sbarra in faccia per due ore i suoi occhioni azzurri, sempre indecisa se farne sgorgare una lacrima o scoppiare in uno sghignazzo liberatorio e rivelatore; la piccola Jess (Ashlyn Sanchez), poverina, è tanto graziosa, ma dall’inizio alla fine inalbera sempre lo stesso faccino espressivo come quello di un cicciobello messicano. E via così. Il racconto si svolge piatto, noioso, prevedibile al 101% in ogni istante, intollerabilmente stereotipo, e si trascina inesorabilmente verso un finale che avreste potuto scrivere voi stessi dieci minuti dopo l’inizio. Nonostante tutte le promesse dei critici e del regista, le scene ‘de paura’ non spaventerebbero nemmeno Lucia Mondella. La vecchia pazza, più che dal fanatismo religioso (ma perché? Qual è il nesso?) sembra tormentata da un’annosa e fastidiosissima stipsi, che la rende comprensibilmente irritabile, poverina: forse una confezione di Activia … La gente che si ferma per strada attaccata dalla tossina pare stia facendo uno di quegli happenings urbani che vanno tanto di moda adesso; la Grand Central Station, da cui si sta evacuando new York, è semideserta come a Ferragosto; la jeep rossa che sbatte contro l’albero a non più di 50 all’ora ne uccide tre in un colpo, e quello che schizza fuori dal parabrezza infranto è con tutta evidenza un manichino di gomma per i crash test; tutti sono perfettamente a posto, dall’inizio alla fine; vestitini in ordine, ben pettinati, barba fatta, non una goccia di sudore o una macchiolina di polvere. I dialoghi, quasi ad ogni battuta, toccano vette altissime di comicità involontaria (“Gli alberi comunicano coi cespugli, i cespugli comunicano con l’erba …”). Finisce come è cominciato, e la paura dello spettatore – quella sì devastante, incontrollabile – è che qualcuno pensi di tirarne fuori una serie tv. E’ vero che sarebbe un modo per togliere Shyamalan dal cinema …

La schivata (A. Kechiche, Francia, 2003), 14.30, DT

Onestamente non l’ho mai visto, ma Kechiche è il regista del sublime Cous-cous (Francia, 2007) e se tanto mi da tanto …

Uomini contro (F. Rosi, Italia/Jugoslavia, 1970), 00.45, DT

Dal bel libro di Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano (1938), un ottimo film – ma dirlo di un film di Rosi è quasi superfluo – perfino migliore del libro, quanto ad asciuttezza narrativa. Durante la Prima Guerra Mondiale, un giovane ufficiale, imbevuto di retorica interventista e patriottarda, viene precipitato nell’inferno della guerra di posizione, sull’Altipiano di Asiago, scoprendo di quanto sangue e disumanità quella retorica sia imbevuta. Attenti alla grande prova del magnifico Alain Cuny. Forse lo si dovrebbe proiettare sui maxischermi durante le Adunate Nazionali degli Alpini, per temperare quell’ondata di retorica patriottarda e alcolica.

Domenica 20 febbraio

Non è un paese per vecchi (E. e J. Coen, USA, 2008), 01.25, DT

L’ennesimo tassello di una filmografia, quella dei Fratelli Coen, che continuo a trovare tanto irritante quanto inutile. Un uomo trova una valigetta con due milioni di dollari e un mucchio di morti: evidentemente trafficanti di eroina che si sono uccisi a vicenda per la spartizione. Si impadronisce del denaro, ma subito si trova ad essere oggetto della caccia di un assassino psicopatico che vuole recuperare la somma: ovvio il finale. Ancora una volta il grottesco è la chiave preferita dai Coen, ed ancora una volta il mezzo finisce con l’essere il fine. Grottesco, se non ridicolo, è tutto il film: le luci, i volti, le situazioni. Javier Bardem porta in giro per due ore il suo volto perennemente stabilizzato in un rictus che spesso e volentieri strappa le risate, nonostante ogni cinque minuti qualcuno ripeta che è, appunto, “un assassino psicopatico”, probabilmente per convincere gli spettatori, che altrimenti avrebbero già cominciato a fare ‘Buuu!’ ogni volta che lo vedono sullo schermo. Tommy Lee Jones, solitamente attore sensibile e tormentato, pare uscito da un bagno in una vasca d’amido. Semplicemente invedibile.

La terra dei morti viventi (G. Romero, USA, 2005), 23.00, DT

Dunque, in fondo è semplice, ma permettetemi di inserire ogni tanto quale notarella di commento. Qui il mondo è diviso in tre. Al centro c’è Fiddler’s Green, un grattacielo altissimo e lussuosissimo, nel quale, tra mille agi, vive l’élite dell’umanità (Stati Uniti, dunque, ma anche noi altri del G8). Lo comanda Kaufman, un padrone unico e duro (… occorre la nota?!), con metodi totalmente amorali e spietati: compiacente con i servi fedeli che ubbidiscono (per la serie ‘il rapporto di amicizia tra Italia e Stati Uniti è indistruttibile’: mai sentita?), ma disumano e spietato con chiunque abbia la strana idea di alzare la testa e di uscire dal posto che gli è stato assegnato, convinto che “tutti sono sostituibili” (anche Saddam Hussein, infatti, ex alleato di ferro degli americani). Attorno al grattacielo, vive – ma sarebbe meglio dire sopravvive – una città abitata da un proletariato schiavizzato e scontento, nel quale cova sotterraneo il fuoco della rabbia e della ribellione (qui la nota potrebbero scriverla molti militanti dei centri sociali), ma che viene blandito e rincoglionito con ogni sorta di metodo corruttivo: alcol, prostituzione, droga, sport violenti eccetera (… occorre la nota?!). Fuori dalla città vivono loro, gli zombies (ma potreste anche, senza grande sforzo, chiamarli con molti altri nomi: Africani, Latinoamericani, Cinesi … insomma, tutti quei miliardi di sottoproletari che vivono, appunto, ai margini della nostra ‘città’ dell’opulenza, raccogliendo le briciole che, sbadatamente, lasciamo cadere), nemici ovviamente dell’élite, ma, altrettanto ovviamente, anche del ‘proletariato’, che pure si nutre delle briciole che essa ‘generosamente’ gli dona, e che perciò, pur sottomesso ad essa, le è anche legato da un patto demoniaco. Tra di loro imperversano squadre di mercenari (vogliamo dire gli eserciti nazionali?) con violenza e ferocia assolutamente immotivate e gratuite, profondamente intrise di razzismo, massacrandoli “come in un videogioco”. Pagati da Kaufman, hanno il compito di rastrellare l’ambiente circostante alla ricerca di ricchezze e beni voluttuari destinati all’élite (serve la nota?!), mentre quegli stessi proletari muoiono per le loro degradate condizioni di vita (serve la nota?!).  Ma un giorno uno di loro si ribella: credeva di aver servito bene il suo padrone, e di meritare una ricompensa, ma non ha capito che ognuno deve restare al suo posto (l’avete mai visto un disoccupato diventare presidente della repubblica?) in questo universo ‘ordinato’, affinché questo ordine continui a funzionare per il verso giusto (giusto per chi ne trae vantaggio, naturalmente: mica possono diventare tutti berlusconi, se no le fette della torta sarebbero troppo piccole). Sarà questa ribellione (priva, all’inizio, di qualsiasi contenuto ‘di classe’, e che non ha altro scopo se non quello di sostituirsi al padrone per essere come lui) il granello di sabbia che porterà alla rovina questa nuova Metropolis (Romero ha il coraggio di andare fino in fondo, quello che il pur grandissimo Lang non ha avuto). Gli zombies invaderanno ‘i quartieri alti’, sbranandone furiosamente gli abitanti (chi ha scritto: ‘quando la rabbia del Terzo Mondo sarà troppa, esso verrà da noi e ci divorerà’?), il proletariato ‘prenderà coscienza’, abbandonerà i suoi sogni piccolo-borghesi per andare in cerca di una terra ‘nuova’ e capirà, soprattutto, quali sono davvero i suoi nemici. Che nessuno dica che questa è una lettura troppo ‘politica’ del film. Se non volete credere a me, riguardate i precedenti film della saga, e leggete ciò che lo stesso Romero ha sempre detto della sua opera (per esempio, nell’interessantissima intervista su Ciak di luglio 2005). Anzi: se proprio si vuol trovare un ‘difetto’ a questo stupendo, geniale, bellissimo film – era ora: non l’avevo ancora detto! – è proprio l’assoluta, quasi ‘eccessiva’ evidenza ed esplicitezza dei suoi contenuti politici. Del resto, altre letture non sono possibili, poiché La terra dei morti viventi tutto è meno che un film ‘de paura’: lo ‘orrore’ qui è solo invenzione funambolica, scherzo atroce e geniale che strappa amare e stupite risate di riflessione. Brilla di nuovo, anche in questo film, l’ironia feroce di Romero – e ce ne vuole, di humour, per sopportare un mondo come quello che lui ci racconta – e sono pronto scommettere che, tanto per fare un esempio, “Non me ne occorrono così tanti, di solito” (andate a vedere e  capirete) diventerà una delle battute più celebri della storia del cinema. Prodigiosa la fotografia, acida ma non fumettistica, della città notturna, di quella città dove è sempre notte, perché lo è nelle menti, prima di tutto. Il Maestro ‘spreca’ con indifferenza inquadrature da urlo, che farebbero la gioia di nove decimi dei suoi miseri epigoni di questi anni: gli zombies che emergono dalle acque nebbiose e limacciose del fiume, interdetti, sorpresi essi stessi per quello che hanno fatto; ancora, gli zombies che, come insetti pericolosi – anzi: direi proprio come un’infezione mortale – irrompono nelle strade della città, in un’inquadratura dall’alto da brivido (una citazione da Intrigo Internazionale?!). Insomma, il Genio è tornato, e non possiamo che ringraziare riverenti. Un’osservazione conclusiva, per i fans (?!) di Asia Argento. So che molti di voi avranno tifato per gli zombies, quando nell’arena cercano di dargliela in pasto, ed avranno maledetto il ‘buono’ che glie la leva da sotto i denti.Fatevene una ragione: purtroppo è andata così. Abbiate fede: magari la prendono nel prossimo sequel di The Ring, a fare la parte dell’annegata. Speriamo. Comunque, assolutissimamente imperdibile.

I senza nome (J-P. Melville, Francia/Italia, 1970), 22.05, Sky

Titolo originale: “Il cerchio rosso”, e capirete perché, e penultimo film del grandissimo Maestro francese. Un noir lineare e disperato, la storia di tre banditi che, ognuno per proprie ragioni, ognuno inseguendo il suo destino, si mettono insieme per un colpo milionario. Una fotografia distillata, che par quasi spingere atmosfere e situazioni nella dimensione del sogno. Magnifico Yves Montand, all’altezza Gianmaria Volonté e Alain Delon. Un capolavoro imperdibile.

Lunedì 21 febbraio

Mission (R. Joffé, GB, 1986), 21.00, Sky

Maestoso racconto sulle comunità ‘comunistiche’ create dai gesuiti nella giungla dell’America Latina alla fine del ‘700 per salvare gli Indios dalla sterminio e dalla guerra condotta contro di loro dall’imperialismo spagnolo e portoghese in nome della libertà di sfruttamento. Splendida fotografia, ritmo solenne e ieratico, De Niro, come sempre, sublime, e bellissima la colonna sonora di Morricone. Imperdibile.

Martedì 22 febbraio

Capricorne one (P. Hyams, USA, 1978), 21.10, DT

Vecchio ma interessante thrilling fantascientifico: una spedizione americana su Marte non può partire per un guasto, ma viene ugualmente inventata virtualmente per il pubblico e la tv. Con tutte le balle che gli americani ci hanno raccontato dalla fine della guerra ad oggi, vale la pena di rivederlo, tanto più che molti sono convinti che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto, e che le cose siano andate proprio così. Con tutte quelle, poi, che ci hanno raccontato sull’Irak e sull’Afghanistan, quasi quasi ci credo.

L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009), 10.20, DT

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare.

Il buio nell’anima (N. Jordan, USA, 2007), 21.00, DT

Il buio entra prima di tutto nel cervello di Erica Bain, conduttrice di un programma radiofonico sui lati oscuri di New York, dopo che, durante una passeggiata notturna al Central Park, lei e il fidanzato vengono bestialmente picchiati da tre teppisti. Lei, appunto, precipita nell’oscurità assoluta di tre settimane di coma, e quando si risveglia scopre che è tutto finito: lui è morto, addirittura già sepolto, perché i parenti non sapevano se nemmeno lei sarebbe mai tornata alla vita. Erica torna a casa, guarita nel corpo, ma quel che ora la tormenta non sono tanto gli innumerevoli ricordi del fidanzato disseminati ovunque, quanto la paura: del portone d’ingresso, di un passante che cammina dietro di lei sul marciapiede, di una voce che parli troppo forte. Anche la Polizia le appare come ‘distratta’, occupata da mille altri casi uguali o peggiori del suo, così, quando l’inquietudine si fa troppo forte, Erica sceglie l’unica strada che le appare percorribile: compra una pistola, e comincia a uccidere i ‘cattivi’. Non lo fa ‘apposta’: le occasioni par che le si presentino naturalmente, a ribadire la ferocia di un mondo che prima, evidentemente, non sapeva essere così. E nemmeno lo fa con piacere, assaporando una sua vendetta personale: ogni volta, dopo, si strappa i vestiti di dosso e li butta nelle immondizie, quasi a volersi ripulire da quell’atto. Ma il punto è – ed è questo il leit motiv del film, che la voce narrante della stessa Erica ripete spesso ed ossessivamente – il punto è che lei non è più quella che era prima di quel pestaggio: ‘Dopo non sei più la stessa persona, sei quell’estraneo che ora abita dentro di te’. Una strana amicizia la lega, giorno dopo giorno, a Sean, un detective che appunto indaga su quel misterioso vigilante che ‘sta facendo il lavoro della Polizia’, e sarà con lui, oltre che con se stessa, che alla fine dovrà fare i conti, in un finale assolutamente spiazzante ma amarissimo. Nulla di più sbagliato che aver etichettato BNA come un remake del Giustiziere della notte (Michael Winner, USA, 1974), peraltro un gran buon film: questa è la storia della distruzione di una mente e di un’anima, e delle macerie che ne sono rimaste. Alcuni ‘inserti ‘politici’ – “Lo spirito americano è duro, solitario e  assassino”; “Ma non ci ha insegnato nulla la guerra in Irak?” – sono lì apposta per essere negati: non c’è nulla di ‘politico’ in questo ottimo film, se non un’intelligente ed acuta indagine sulla devastazione dei valori che il contatto con la violenza può indurre in noi. O forse sì, qualcosa di politico c’è: e, tutto sommato, la Erica del dopo pestaggio non è molto diversa dai reduci dall’Iraq, che tornano e violentano e uccidono. Lo stesso male, par di capire, che ha infettato Sean, a contatto ogni giorno con la barbarie delle strade. Assolutamente brava Jodie Foster nel disegnare il ritratto di una donna spezzata e resa fragile, un po’ meno Terrence Howard, che forse preme troppo il pedale dell’umanità e della bontà. Ottima la sceneggiatura, limpida e tesa, che scorre via senza un difetto e senza un intoppo. Un altro successo nella carriera di Jordan, regista intelligente e spesso raffinato, che qui firma un thriller appassionante e che fa riflettere. Imperdibile.

Mercoledì 23 febbraio

Vidocq (Pitof, Francia, 2001), 00.50, DT

Un’autentica delizia. E non solo per la presenza del gigantesco Dépardieu, che è gigantesco non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua incredibile capacità di ‘essere’ il personaggio, di riempire la scena, di focalizzare su di sé tutta l’attenzione e l’interesse. È una delizia anche per l’incredibile fotografia, che pare dipingere le scene con colori fortissimi, acidi, contrastati all’eccesso; per le prospettive allucinate; per gli inquietanti contrasti di luci ed ombre. E poi c’è la storia. Attingendo dal vastissimo serbatoio del feuilleton ottocentesco (che consiglio vivissimamente a chi abbia fame e sete di avventura ‘pura’, di intrigo inestricabile e di pauroso mistero: tutte cose che il cinema oggi rarissimamente ci dà), Pitof costruisce una storia perfetta, che pare davvero uscita dalla penna di Allain e Souvestre. Non per nulla lo sceneggiatore è Jean Christophe Grangé, quello dello splendido I fiumi di porpora. Guardatelo, abbandonatevi e godete (anche delle grazie di Inès Sastre, ahimè troppo velocemente esposte).

Giovedì 24 febbraio

Belfagor (J.P. Salomé, Francia, 2001), 23.40, Rete4

Dunque, c’erano a disposizione due cose: una era il Belphégor di Arthur Bernède, delizioso feuilleton del 1927, uno degli ultimi epigoni della grandissima tradizione francese del ‘romanzo d’appendice’. L’altra era la versione televisiva in quattro puntate che ne trasse Claude Barma nel 1965, con Juliette Gréco: misteriosa, affascinante, coinvolgente. Cosa si poteva fare? Due cose, anche qui: una era non far niente, il che è spesso la soluzione migliore. Non te l’ha mica ordinato il dottore di fare il regista. La seconda era di scegliere di farsi del male, e di fare la boiata pazzesca. E così è stato. Belfagor è, diciamolo serenamente, una sovrana scemenza, che stravolge senza alcuna ragione plausibile non solo il testo originale di Bernède ma anche la versione, pur già modificata, di Barma, inventando una storia sciocca e sconclusionata, al cui confronto persino La mummia appare un’opera di alto spessore intellettuale. Le situazioni, gli effetti speciali, le battute sono penose, infantili, tanto che vien da chiedersi se non si stia assistendo a qualche blockbuster targato Disney. E nemmeno le grazie indubbiamente pregevoli di Sophie Marceau giustificano questo spreco di denaro e, da parte nostra, di tempo.

La leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991), 23.10, DT

La mente devastata dalla morte della moglie, un professore di Storia Medievale si perde tra i barboni di New York, cercando un impossibile Graal, e la sua resurrezione. Continuamente e poeticamente in bilico tra realismo e fantasia, è una storia profondamente umana e al tempo stesso visionaria sui valori essenziali della vita: amore ed amicizia. Intenso e commovente: una delle migliori interpretazioni di R. Williams, ed una delle perle del genio di Gilliam, che purtroppo non è assolutamente riuscito ad eguagliarsi nel recente Parnassus.

Venerdì 25 febbraio

Alba rossa (J. Milius, USA, 1984), 21.00, DT

Allo scoppio della Terza Guerra Mondiale, gli USA vengono invasi da cubani e comunisti: gli studenti vanno in montagna a preparare la resistenza. Probabilmente il peggior film del grandissimo Milius, che ha messo la sua visione del mondo ‘eroica’ al servizio di una sceneggiatura ridicola e farsesca: nemmeno Bondi, quando preparava la campagna elettorale di Berlusconi, avrebbe potuto inventarsi qualcosa di peggio. Da vedere, proprio per questo, senza dimenticare che Milius è uno dei più grandi geni del cinema.

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