Pubblicato da: giulianolapostata | 19 febbraio 2011

“MAMMUTH” (B. Delépine/G. de Kervern, Francia, 2010)

Serge Pilardosse è operaio in una macelleria industriale. Non è un genio, forse è anche un po’ tonto, e più o meno da idiota lo trattano tutti, apparentemente anche Catherine, la moglie, affezionata ma burbera, che dà quasi l’impressione di non saper che fare di quel grosso stupidotto in giro per casa. Gli hanno addirittura affibbiato un soprannome, “Mammuth”, che allude alla sua stazza davvero debordante ma anche al suo vecchio ‘amore’ di gioventù, una gigantesca e bellissima moto Munch Mammuth, che da anni sta abbandonata in garage. Pilardosse, però, è un uomo onesto, ligio al lavoro, con un profondo senso del dovere. Negli ultimi vent’anni passati in macelleria non ha mai fatto un giorno di malattia, e per questo i suoi padroni (che sembrano aver assunto osmoticamente le fattezze degli innumerevoli maiali che hanno ucciso), gli dedicano una grottesca festa di addio. Tuttavia il problema sono i venticinque anni precedenti, che lui ha trascorso vagabondando per la Francia, da un posto di lavoro all’altro. Al momento di mettere insieme le carte per ottenere la sospirata pensione, Serge si accorge che molti dei vecchi datori di lavoro non gli hanno versato i contributi. Non c’è altro da fare che andarli a cercare, dopo tanti anni, uno per uno, e recuperare ciò che gli è dovuto. Ma come viaggiare? La vecchia e scalcagnata auto di famiglia ha il parabrezza rotto – ne circolano pochi, di soldi, in casa Pilardosse – così non resta che riesumare la vecchia moto, e partire con quella. Catherine lo spedisce via trepidante, ma non sa che Serge non parte da solo. Invisibile, viaggia con lui il fantasma di Yasmine, amata molti anni prima, la cui morte tragica è legata proprio a quella moto, un amore irrisolto il cui ricordo si è trasformato col tempo in un colpevole incubo, che gli ha impedito perfino di percepire l’affetto sincero della moglie. Ma bisogna andare. Che cos’è, il viaggio di Serge? È un viaggio nel suo passato, prima di tutto, durante il quale farà molte scoperte. Scoprirà che sì, effettivamente è vero, quasi tutti coloro che hanno attraversato la sua vita l’hanno trattato da scemo, ed hanno cercato di farlo fesso. Anzi, è ancora così, e la prostituta con la protesi serve a farlo sentire ancor più stupido, come se ce ne fosse bisogno. Alla loro amoralità, Serge guarda con olimpica e indifferente superiorità, quasi che essa gli stesse servendo da specchio per scoprire, di contro, il valore della sua umanità e della sua sincerità. Perché, infatti, egli scopre anche – impercettibilmente, quasi subliminalmente – la propria ‘forza’, e la propria umanità. Ritrova Paul, il cuginetto con cui aveva scoperto i primi turbamenti sessuali e con cui tenta, pateticamente ed ingenuamente, di ritrovare quello sprazzo di adolescenza. Ri-trova Miss Ming, la nipote sconosciuta, artista folle e lunare, che maieuticamente insegna a Serge la bellezza del creare, cercandone la materia dentro di sé. Poco per volta, Pilardosse si ri-trova, e ritrovandosi si libera. La scena del bagno nello stagno è una sublime e lirica manifestazione del Buon Selvaggio che è in lui. Libero dunque prima di tutto da quel se stesso che lo aveva per una vita intera imprigionato nel cliché dello stupido, liberato finalmente dalla stessa Yasmine, liberatosi della vecchia Mammuth, il cui ruolo di ‘monumento alla memoria’ ora non è più necessario, Serge torna da ciò che veramente ha costruito: l’amore di Catherine, e la incontra in una scena di una tenerezza familiare pudica ed indicibile.

Sono molti gli aspetti per cui Mammuth si qualifica come un film di bellezza e poesia sublimi, a partire dagli interpreti. Gerard Depardieu abbandona alla storia ed allo spettatore il suo corpo immenso in un’interpretazione altrettanto immensa quanto ‘naturale’ e vera, quale forse mai gli era riuscita. Yolande Moreau è la moglie, di una bellezza che nasce dall’animo e dal cuore, e che si esprime nei gesti tenerissimi e nello sguardo. Miss Ming è un Pierrot che spande attorno a sé una sottile polvere magica di poesia e di umana follia. Prodigiosa la scelta stilistica dei registi. Delépine e De Kervern hanno scelto di ‘raccontare’ la vita di Serge con una tecnica quasi documentaristica, servendosi di una pellicola, il Super 16 reversibile, che pochissimi ormai usano, e che coi suoi colori saturi regala la stessa leggerezza e naturalità del vecchio Super 8, e mantenendo pienamente evidente il tremolio della cinepresa, che conferisce alle immagini la semplice evidenza della vita. Mammuth è uno di quei miracoli che a volte accadono al cinema, e che ci fanno amare e capire l’eccezionale bellezza e particolarità di questo mezzo espressivo. In Francia, il film ha avuto 800.000 spettatori: e in Italia?

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