Pubblicato da: giulianolapostata | 19 febbraio 2011

“Brooklyn’s Finest”, A. Fuqua, USA, 2009

Non è riuscito, ad Antoine Fuqua, lo stesso colpo del bellissimo Training Day (USA, 2001), che valse addirittura un Oscar a Denzel Washington. Quella fu una moderna e terribile Odissea, di due poliziotti losangelini attraverso la corruzione, la violenza e l’amoralità di una città in cui pare che a dividere poliziotti e delinquenti sia, certe volte, solo il colore degli abiti. Un film stupendo, che richiamò inevitabilmente alla memoria quello che si può definire il padre di tutti i noir metropolitani americani, il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1985). La presenza di tale capolavoro nella sua filmografia pare aver schiacciato Fuqua sotto il peso della sua irripetibilità, e quello che vediamo oggi (a noleggio, perché nelle sale è stato un vero flop) non è altro che un faticoso, raffazzonato e deludente remake del modello, costruito, per di più, tramite citazioni stilistiche di molti padri (P. Haggis, G. Arriaga ecc.) e di troppi luoghi comuni. Ritroviamo così il poliziotto immorale, alcolizzato e corrotto (un Richard Gere di rara inespressività), che riscatta una vita ed una carriera inutili con un ultimo beau geste. Ritroviamo il poliziotto corrotto ma cattolico, ossessionato dai sensi di colpa (per caso vi ricorda Harvey Keitel nel capolavoro di Ferrara? Purtroppo anche a me), che per amore della famiglia è disposto a qualsiasi bassezza. E c’è anche l’infiltrato che, a forza di stare immerso nel fango, ha imparato a riconoscere i fiori che vi si possono trovare: lealtà, amicizia maschile, onore, e ad essi sacrifica vita e carriera. Costituita dunque quasi solo di stereotipi visti mille volte, e soffocata dal loro peso, la sceneggiatura non riesce ad esprimere uno straccio di storia vedibile, accettabile e credibile. Il racconto si trascina stancamente per centoquaranta interminabili minuti, e l’unico espediente per tenere alta la tensione è quello di infarcirlo di cupa e sanguinosa violenza, e di torbidi squarci d’atmosfera che rimangono assolutamente fine a se stessi, senza mai farsi autentico dramma. Come non c’è storia, così non c’è conclusione. Sono almeno due o tre i momenti in cui lo spettatore ha l’impressione che il film sia (finalmente) finito, ma per arrivare davvero in fondo bisogna aspettare il botto finale, un’esplosione di violenza macellaia cui Fuqua delega il compito di esprimere quella tragedia che lui non è assolutamente riuscito ad esprimere. Un vero peccato, da parte di un regista che, se pur non eccelso, nel frattempo ci aveva regalato King Arthur (USA, 2004), uno dei più bei fantasy degli ultimi anni. Sarà per un’altra volta, speriamo.

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