Pubblicato da: giulianolapostata | 13 febbraio 2011

“London river”, R. Bouchareb, GB/Francia/Algeria, 2009

7 luglio 2005. Londra viene sconvolta da una serie di attentati di matrice islamica. Tra gli altri, salta per aria uno di quei tipici autobus rossi che girano per le vie della capitale. Dal giorno dopo, due telefoni in città non rispondono più: quello di Jane Sommers, una ragazza di Guernsey trasferitasi lì per studiare, e quello di Jim, un ragazzo senegalese. Elizabeth, la madre di Jane, fa la contadina, e ormai vede rarissimamente la figlia: di fronte al telefono muto si precipita a Londra per cercare di sapere qualcosa. Il padre di Jim, Ousmane, vive in Francia, dove lavora come guardia forestale. Anche lui non vede il figlio da quasi quindici anni, da quando, grazie al denaro che lui manda al paese, il ragazzo ha potuto andare a Londra a studiare. Anche lui, pur vecchio e incerto nei movimenti, è costretto ad attraversare il caos della grande città, per cercare le tracce di un figlio che, praticamente, non ha mai conosciuto. Lo shock per Elizabeth è terribile. Contadina ignorante e bigotta, inconsciamente razzista (e questo suo razzismo diverrà appunto conscio ed esplicito nel corso delle sue peregrinazioni), la donna non riesce ad accettare la realtà che incontra: una Londra multietnica, in cui par che le facce nere siano quasi più di quelle bianche, dove perfino il padrone di casa di Jane è un arabo mussulmano, proprietario di una macelleria halal, dove – ed è questa la cosa inconcepibile, fuori dal mondo – la figlia frequenta un ragazzo nero, proprio il figlio di Ousmane, e assieme a lui studia l’arabo in moschea. Per contro, i pensieri di Ousmane sono, se possibile, anche peggiori: chissà perché, il vecchio teme che il ragazzo possa essere implicato negli attentati, e la sua ricerca è anche il desiderio di uscire da questo incubo angosciante. Per giorni e giorni Elizabeth e Ousmane si sfiorano e si incrociano, si incontrano e si scontrano, tra obitori, ospedali, stazioni di polizia, alla ricerca dei figli, e poco per volta sono ‘costretti’, quasi contro la loro volontà, a lasciar cadere i muri che li dividono. Ousmane esce pian piano dalla corazza ieratica che lo difende dal mondo, e comincia a guardare con affetto quella donna che lo rifiuta. Elizabeth ‘scopre’ finalmente che lui e lei stanno facendo la stessa strada: “Le nostre vite non sono poi così diverse”. A modo loro insieme, i due dovranno percorrere quella strada fino alla fine, affrontando la verità, quale che sia. London River è un piccolo-grande film, che ovviamente in sala si è visto pochissimo. È ‘piccolo’ per la scelta stilistica, che rifugge da qualsiasi estetismo e qualsiasi retorica per raccontare la città e i suoi abitanti con un linguaggio semplice, normale, quasi minimale, che degli uomini, delle loro culture e delle loro emozioni fa risaltare solo la ‘realtà’. È un grande film per il suo riproporre, grazie anche a questo modo espressivo, il tema dell’incomprensione etnicoculturale e del razzismo, che nella sua versione più elementare consiste, come saggiamente ha detto Giorgio Gaber, nella “diffidenza iniziale, quasi istintiva, che proviamo nei confronti di chi non è come noi”. Elizabeth e Ousmane, ‘divisi’ dalle superfetazioni artificiali di culture, religioni, abitudini e lingue, si ritrovano in fondo affratellati da ciò che è essenzialmente umano: l’amore per i figli e il dolore per averli persi. In ciò trovano un linguaggio comune che – ecco l’intento di Bouchareb – potrebbe arrivare ad appartenere a ciascuno di noi. Può un film insegnare questo? Certo l’opera del regista francoalgerino è, in questo senso, un tassello prezioso, che speriamo sparga il suo seme. Da segnalare, per concludere, la prodigiosa interpretazione dei protagonisti. Brenda Blethyn è immensamente brava ed umana nel rappresentare la sua iniziale e ‘naturale’ diffidenza, che poco a poco si scioglie nel confronto. Il maliano Sotigui Kouyaté – che per questa parte ha ottenuto l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino del 2009 – è grande nel rappresentare un uomo in parte ‘prigioniero’ del suo mondo, dal quale pure si libera con l’incontro.

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