Pubblicato da: giulianolapostata | 12 febbraio 2011

Multivisioni – 12 febbraio 2011

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

 

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 12 febbraio

 

Cacciatore di teste (C. Gavras, Francia/Germania/Belgio, 2005), 00.45, DT

L’avranno mai visto, questo film, il ministro Brunettolo (l’ottavo nano) e i suoi consulenti? Nel tepore ovattato e opulento di uno studio ministeriale o di una facoltà universitaria, isolati  e ignari delle miserie del mondo, gratificati da lussuose prebende, essi allineano su fogli immacolati file e file di numeri, decidendo olimpicamente dei destini della nazione. Questo film è la storia orribile e tragica di uno di questi ‘numeri’, Bruno Davert, alto dirigente di una fabbrica di carta, che per effetto di ristrutturazioni e delocalizzazioni viene improvvisamente licenziato, dopo quindici anni di ‘onorato servizio’. Orgoglioso delle proprie competenze, e perciò convinto di poter trovare subito un altro lavoro, Bruno precipita quasi subito in una spirale infernale di colloqui frustranti e senza risultato. Scopre anche che, comunque, non è il solo con quelle competenze, per cui, lucidamente, decide di eliminare fisicamente tutti coloro che possono frapporsi tra lui e un nuovo impiego. Rifiutato dalla società (“togliendomi il lavoro mi hanno tolto la vita!”) Bruno si rende conto che tutti i valori di cui gli avevano riempito la testa – amicizia, solidarietà, simpatia – sono parole vuote. Conta solo chi vince, chi ha ‘successo’ e di quel successo conquista i simboli tangibili: le belle donne e le macchine sportive che ossessivamente gli si parano davanti dalle insegne pubblicitarie. E lui si adegua, ridiventa homo omini lupus, e comincia ad uccidere. Non prova odio, e nemmeno pietà: il tremito alle mani dopo ogni omicidio passa presto, in attesa del prossimo, e ancora del successivo, finché la strada sarà libera. Apologo ‘inverosimile’ ma spietato, il film – freddo come un documentario, intenso come una tragedia greca – accompagna lo spettatore passo dopo passo a seguire gli orrori di Bruno, talmente coinvolgente che vorremmo gridargli: ‘Fermati, questa non è la strada’. Possiamo solo assistere muti alla sua rovina, chiedendoci se nella nostra società sia possibile, come un dirigente declama, “un lavoro fatto per l’uomo”.

Green zone (P. Greengrass, GB/USA, 2009), 14.40, DT

Il cinema sulla guerra (sulle guerre) in Irak è da un bel po’ diventato un genere, come a suo tempo quello sul Viet-Nam (criminale e dispendioso metodo per procurarsi del materiale cinematografico, quello di fare le guerre e poi pentirsene, ma questo è ovviamente un altro discorso). Dopo i brutti Three Kings (D.O. Russel, 1999) e Jarhead (S. Mendes, 2009), ecco l’illeggibile Syriana (C. Gaghan) e il bel Nessuna verità (R. Scott, 2008), indirettamente legati al tema, passando per il capolavoro, assolutamente sconosciuto, di Redacted (B. de Palma, 2007) per finire al bellissimo The Hurt Locker (K. Bigelow, 2008), giustamente premiato con una piccola valanga di Oscar. Buon ultimo, ecco ora questo film di Greengrass, abile mestierante, più qualificato per il secondo e terzo capitolo della saga di Jason Bourne che per il suo immeritatamente celebre Bloody Sunday (2002). Qui, in particolare, a Greengrass riesce il piccolo miracolo di costruire un thrilling avvincente su una trama di cui sappiamo già tutto, fino alle virgole: l’inesistenza delle celebri ‘armi di distruzione di massa’ in Irak, la costruzione di prove false fornite alla stampa e all’opinione pubblica mondiale, la volontà di scatenare comunque la guerra col fine di esercitare un controllo sui giacimenti petroliferi irakeni e di rafforzare la presenza USA in Medio Oriente. Miller è un ufficiale americano a capo proprio di una delle mitiche unità incaricate di trovare quelle armi. Quando scopre che i siti di stoccaggio indicatigli dall’Intelligence sono tutti vuoti, comincia a farsi qualche domanda, e soprattutto a farle in giro. Si renderà presto conto che quella che a lui appare una scandalosa verità è una specie di segreto di Pulcinella. Praticamente tutti lo conoscono, ed anche lo giustificano, in nome della ragion di Stato e, nella fattispecie, del diritto (divino?!) degli USA a governare e pacificare il mondo, ‘esportando la democrazia’. Pur non avendo voluto tratteggiare il protagonista come un eroe – è ‘un soldato, uno che fa il suo lavoro per il suo Paese’ – nel raccontarne la vicenda Greengrass ha comunque inserito molti temi ricorrenti del cinema americano, bellico e non: lo ‘uomo solo’ che con l’onestà sconfigge i corrotti, e la stampa, mito indistruttibile di libertà, verità e pulizia morale in una società altrimenti marcia fino alle midolla (non dimentichiamo nemmeno il bellissimo State of play, K. Macdonald, 2009, anch’esso legato alle operazioni sporche USA in Irak). Una lezione già saputa, dunque, ma mai come in questi casi repetita juvant, specie se vengono ripetute bene, e Geengrass ha fatto davvero un buon lavoro, girando un film appassionante, molto ben scritto, senza falle o inverosimiglianze. Un film, inoltre, che pur nell’ovvia struttura frenetica che una storia del genere implica, rimane leggibile e chiaro (il direttore della fotografia è lo stesso di The Hurt Locker), senza cedere alle fregola dei montaggi schizzati e folli che affliggono tanto cinema di oggi. Un’ultima osservazione: a memoria di cinefilo, io credo sia la prima volta che la parte del ‘buono’ la fa uno della CIA: attendo smentite.

Essi vivono (J. Carpenter, USA, 1998). , 14.15, DT

Per me, il capolavoro di Carpenter, nel senso del suo film più ‘sfacciatamente’ e violentemente politico. Un disoccupato di Los Angeles, dopo aver assaggiato l’altra faccia del ‘miracolo americano’, scopre casualmente che l’umanità è dominata da alieni che, mediante messaggi subliminali, la inducono al consumismo più folle e sfrenato e all’assoluta obbedienza alle autorità. Film poverissimo, girato con quattro soldi, ma visivamente allucinante e terribilmente inquietante e profetico. Assolutissimamente imperdibile.

L’ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, USA, 1988), 00.50, DT 

Dal bel romanzo del grande mistico greco Nikos Kazantzakis (Zorba, Cristo di nuovo in croce, Edizioni Mondadori: assolutamente da leggere), un bellissimo film, sempre sospeso tra il misticismo e la sensualità, sul dramma di Cristo che è costretto ad accettare la propria divinità e la propria missione rinunciando ad una vita da comune essere umano.  Bellissima la scelta dei colori, così spenti e polverosi, che lasciano in primo piano le emozioni. Del resto, non è una novità: già nei primi secoli, un’eresia – mi pare si chiamasse Docetismo – aveva proposto la stessa ipotesi sulla morte di Cristo. E poi, è comunque una meditazione legittima sul problema della salvezza.

Mr. Smith va a Washington (F. Capra, USA, 1939), 00.45, Sky

Un giovane capo scout viene nominato senatore al congresso americano. I politicanti corrotti che lo circondano pensano di manovrarlo come una marionetta, ma lui riuscirà a mantenersi integro, ed anzi li smaschererà, diventando un campione della democrazia. Ingenuo e, se si vuole, demagogico: ma comunque grande capolavoro, grazie come sempre al genio di Frank Capra che confeziona uno dei suoi soliti poemi dei buoni sentimenti (quanto ce ne sarebbe bisogno, di sinceri sognatori come lui!), e con quel suo meraviglioso attore-icona che fu James Stewart. Assolutamente imperdibile.

Domenica 13 febbraio

 

Hotel Rwanda (T. George, GB/Italia/Sudafrica, 2004), 21.00, DT

Ambientato all’epoca degli scontri etnici tra Hutu e Tutsi, che nel ’94 fecero quasi un milione di morti, il film racconta la storia di un direttore d’albergo che riesce a salvare un migliaio di profughi dal massacro. Nonostante l’eccezionalità del tema, il risultato è purtroppo un film estremamente noioso, e quasi del tutto privo di emozioni. ‘Non succede niente’, in quelle due ore, e ‘non si vede niente’, e purtroppo, se si vuole raccontare l’orrore, soprattutto quello vero, bisogna mostrarlo. I personaggi sono senza spessore psicologico, e si ha davvero l’impressione di assistere ad una brutta fiction televisiva, purgata dalla scene di violenza per farla vedere anche ai bambini. Il cast va perdonato: N. Nolte era lì di passaggio e si è fermato a bersi una birra, D. Cheadle se la cavicchia a fare il protagonista, e il resto è da dimenticare.

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie (Z. Helm, USA, 2007), 11,45, DT

Inconcepibile scemenza, una di quelle che vien voglia di consigliare solo per mostrare a che punto può arrivare la povertà di idee. Un vecchio mago gestisce da 243 anni un negozio di giocattoli magici, ma arriva anche per lui il momento di morire. Lascerà l’attività ad una giovane assistente e ad un bambino, che erediteranno anche la magia. Oltretutto, la regola secondo la quale al cinema i bambini nel 99% dei casi non sanno recitare, qui viene confermata al 101%: mai vista una tal massa di infelici tutti insieme. Di Dustin Hoffman (ma chi glie l’ha fatto fare? Doveva pagare le tasse, come si suol dire?) non si può dir meglio di Morando Morandini: “Cerca di essere bizzarro ma è solo patetico”.

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, Italia/Francia, 1972), 21.00, Sky

Un americano di mezza età ed una giovane parigina, perfettamente sconosciuti l’uno all’altro, s’incontrano, si rincorrono, si prendono, chiusi in un appartamento di Parigi nel quale l’erotismo diventa una chiave del mondo, lasciando fuori – illudendosi di lasciar fuori – ogni altra dimensione, compresa la morte. Per me, certamente il più bel film di Bertolucci, e film di sublime bellezza ed intensità: fotografica, intellettuale, filosofica, erotica. Solo Marco Ferreri, nel suo stupendo La grande bouffe (Italia/Francia, 1973), aveva trattato con altrettanto pathos il binomio amore/morte. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 7 febbraio

 

La caduta (O. Hirschbiegel, Austria/Germania/Italia, 2004), 21.05, Rai3

Fare un film su Hitler, quando Hitler è qui, ora, adesso, nelle bande di naziskin che infestano l’Europa tutta, negli striscioni e nelle bandiere allo stadio, nei cento razzismi che impestano la nostra cultura e la nostra politica, è estremamente difficile, e si rischiano risultati deludenti. Così è per questo film di Hirschbiegel (ma non è stato troppo ambizioso, il salto, dal Commissario Rex al Terzo Reich?), che non è altro che un lungo (e a volte anche un po’ noioso) documentario TV sugli ultimi giorni di Hitler. Cronaca, appunto, semplice narrazione, racconto, esposizione di fatti, allineamento cronologico di eventi. Un’opera irrisolta, insomma. Ottimo B. Ganz, ma assolutamente inattendibile U. Matthes, che dà vita ad un Goebbels isterico, lontanissimo da quel satanico e raffinato gentiluomo che conosciamo dai documentari.

 

 

Il tredicesimo piano (J. Rusnak, USA/Germania, 1999), 00.25, Sky

Al tredicesimo piano di un immobile della Los Angeles di oggi, qualcuno ha creato un universo virtuale ambientato in quella degli anni Trenta, i cui abitanti credono di essere ‘vivi’ e autonomi. Bello, misterioso, figurativamente affascinante: e comunque sempre meglio di quella puttanata pseudofilosofica crash-bang di Matrix. Provare per credere.

 

 

Martedì 15 febbraio

 

Cafè express (N. Loy, Italia, 1980), 13.55, DT

Come Alberto Sordi, anche Nino Manfredi è stato spesso – e purtroppo volentieri – il ‘cantore’ delle volgarità e delle miserie sottoproletarie italiane. Così è anche in questo film, in cui si raccontano le peripezie di un venditore abusivo di caffè sui treni di linea del Sud. Ridicolo è dir poco, anche se è riuscito a fare di peggio (Cioccolata a colazione).

Smoke  (W. Wang/P. Auster, USA, 1995), 21.00, DT

La tabaccheria di Auggie, a Brooklin, è l’epicentro di un mondo, il perno invisibile attorno a quale ruotano esistenze e vite, alcune apparentemente ‘insignificanti’ – e per questo Auggie tenta di fermarle ogni mattina, alle otto, con uno scatto della sua macchina fotografica – altre che conosciamo più da vicino. C’è quella di Paul, scrittore di successo, cui un dolore immedicabile ha interrotto la capacità di sognare. Quella di Rashid, giovane nero di strada, alla ricerca di un ubi consistam, di un valore per cui vivere, e di suo padre. Quella di Cyrus, meccanico d’auto, che un giorno ha ricevuto una chiamata da Dio, e quella di Ruby, un tempo innamorata di Augie, che dopo quindici anni torna a trovarlo, per rivelargli un segreto. Persone normali, qualunque, forse appunto ‘insignificanti’, ma tutte colme di umanità e di poesia. Attorno alla tabaccheria esse si incontrano tutte, in qualche modo i loro destini si intrecciano e si allacciano, e trovano una risoluzione. Film di estrema misura – quasi teatro filmato – Smoke vive anche delle performances di due grandissimi attori: Harvey Keitel, forse mai così bravo e sensibile, e Forest Whitaker, che davvero pare riempire ogni suo personaggio di una magia quasi soprannaturale. Bravo anche William Hurt, che però inevitabilmente sfigura davanti ai due grandi. Bravissima Stockard Channing nella parte di Ruby, ottimo Harold Perrineau Jr in quella di Rashid, straziante Ashley Judd nella parte breve ma folgorante della giovane tossica Felicity. Gioiello nel gioiello, alla fine, “Il racconto di Natale di Augie”, specie di film muto in bianco e nero, miracolo di bellezza e d’amore. Assolutissimamente imperdibile.

Notte prima degli esami (F. Brizzi, Italia, 2006), 21.10, Sky

E’ l’ultimo giorno di scuola, e sapendo che non rivedrà più i suoi insegnanti – lo aspetta la Maturità – Luca vuole togliersi un rospo dallo stomaco: va dal suo professore di italiano, soprannominato La Carogna, e gli vomita addosso tutto l’odio e il disprezzo che ha accumulato contro di lui per tre anni. Ma non sa una cosa: che proprio lui, all’ultimo momento, è stato nominato commissario interno all’esame, e quando lo scopre capisce di non avere futuro. Per consolarlo, gli amici lo portano ad una festa, e là Luca ha una visione: Claudia, la “donna della sua vita”. Ma non sa chi è, e inoltre l’ha vista insieme ad un burino alto il doppio di lui, e pieno di muscoli. Nella ricerca di questa fantomatica creatura, e nel tentativo di trovare una soluzione alla sua mostruosa gaffe, si consumano i giorni e le notti che separano Luca dall’esame. Ben lungi dall’essere l’ennesimo teenager-movie, sporcaccioncello  e volgarotto, NPE è un film delizioso, una commedia garbata, intelligente, discreta, piena di buon gusto e di spirito, e, tra l’altro, divertentissima. Dal micidiale colloquio iniziale con La Carogna all’ultima inquadratura, le avventure di Luca e dei suoi amici si susseguono attraverso un fuoco di fila di battute esilaranti e di situazioni comicissime, senza tuttavia che mai una sola volta si scada nella volgarità postribolare che è oggi la cifra e l’unico contenuto della commedia italiana (Boldi, De Sica e i Vanzina dovrebbero guardarselo non stop, per ventiquattr’ore filate). Fausto Brizzi – un signor nessuno dal luminoso avvenire, almeno a giudicare da questo esordio – è evidentemente un uomo di buone letture, perché raramente si è vista una sceneggiatura così squisitamente teatrale, dalla commedia degli equivoci di Feydeau al bellissimo Casa a due porte non puoi sorvegliare, di Calderon de la Barca, cui moltissime situazioni sono ‘sfacciatamente’ ma intelligentemente ispirate. In questo suo primo lavoro è stato coadiuvato da un cast davvero di qualità. Prima di tutto, ottimi i ragazzi del gruppo, impegnati solo a recitare, cioè a fare il loro lavoro, non a mettersi in mostra. Ma gli elogi maggiori vanno ai due principali interpreti adulti. Prima di tutto, è ovvio, Giorgio Faletti, semplicemente strepitoso nel dar vita ad una ‘carogna’ che però ha dentro di sé un animo e una storia, con una recitazione efficacissima, ma sempre misurata e sotto le righe, senza cedere una sola volta al tentativo di far riemergere, magari solo con un guizzo, i suoi vecchi (e peraltro pregevolissimi!) personaggi di cabaret, con cui si fece un nome a Drive In. In secondo luogo, elegantissimo, sensibile e bravissimo, ai limiti della commozione, Riccardo Miniggio, nella piccola parte del fidanzato della nonna, ad ennesima dimostrazione della sacrosanta legge per cui non esistono cattivi attori, o ruoli ‘minori’, ma solo cattivi registi. Lo aspettiamo alle prossime prove, ma certo qui cattivo regista Brizzi non è stato. Ci lascia con un altro tocco di professionalità, evitando un terrificante e stucchevole happy end che avrebbe rovinato tutto e con dei simpaticissimi titoli di coda affettuosamente ispirati ad Animal House, dopo un film che ricorderemo a lungo con vero piacere.

Amabili resti (P. Jackson, USA/GB/Nuova Zelanda, 2009), 00.40, Sky

Susie ha quattordici anni, una sorella più piccola, un fratellino più piccolo ancora, due amorevoli genitori, un inconfessato amore adolescenziale. Un giorno, mentre sta tornando da scuola, viene sequestrata ed uccisa da un serial killer di bambine, che vive nella casa di fronte alla sua, ma nell’aldilà la sua anima non trova pace. È colma d’odio per il suo assassino, non solo per averle strappato la possibilità di vivere quel primo romantico amore, e per aver distrutto la pace della sua famiglia, ma anche perché vede che ora sta ‘puntando’ la sorellina, che rischia di subire la stessa sorte. Prima di aprire definitivamente le porte del paradiso, Susie dovrà così cercare di pareggiare i conti col mondo dei viventi, dopo di che i suoi amabili resti potranno alfine trovare pace. Lasciando stare la trilogia del Signore degli Anelli – a tutti può capitare un momento di genio – Jackson rischia davvero di rimanere il regista di un solo film, e dopo King Kong (2005) – più che un film un videogioco – Amabili resti lo porta un passo più avanti sulla strada dell’abisso. Che cos’è questo film? Un manuale di spiritismo: ‘Colloqui con gli spiriti: istruzioni per l’uso’? Un decalogo antipedofilia: ‘Il maniaco della porta accanto: mai accettare caramelle dagli sconosciuti’? Oppure un pamphlet antiatei: ‘Il Paradiso esiste: io ci sono stato’? Di qualsiasi cosa si tratti, il risultato è una lagna dolciastra ed insopportabile, ma soprattutto un film ‘senza senso’, che cioè non ‘giustifica’ in alcun modo la propria esistenza. Tanto meno a livello fotografico. L’aldilà di Jackson è un pastrocchio inimmaginabile, che forse voleva imitare le scenografie oniriche di Al di là dei sogni (V. Ward, USA, 1998), ma che non ci si avvicina nemmeno. Il risultato è un frullato della più trita iconografia New Age, di Fantàsia (La storia infinita) e delle illustrazioni dalle rivistine dei Testimoni di Geova (con battute che potrebbero indurre al suicidio gli spettatori più ‘sensibili’: “Ma è bellissimo!”. “Certo che è bellissimo: è il Paradiso!”), colmo di simbologie o spaventosamente banali (il naufragio delle navi in bottiglia) o astruse e incomprensibili (il crollo del gazebo). Tra l’altro, si ride a raffica, in quel paradiso (risatine un po’ ebeti, a dire il vero: sembra una riunione di Born Again Christians, e Nikki SooHoo sembra la caricatura di Hello Kitty), o si piange ad annaffiatoio, e senza motivo, così, perché fa tanto anima in pena pentita. La sceneggiatura è la fiera dell’improbabile (e, trattandosi di colloqui coi fantasmi, avrei ben voluto vedere!): uno scava una buca in mezzo ad un campo piatto come una tavola, la attrezza e la arreda, e nessuno dal quartiere circostante vede niente?! Perché diavolo le gardenie appassiscono (e così appaiono nella foto)? Il tocco del Male?! Qual è l’elemento – parlo di elemento ‘logico’, non di percezioni extrasensoriali – grazie al quale il padre e la sorella scoprono la colpevolezza del vicino? Perché è viscido e antipatico?! Col che si arriva agli attori. Stanley Tucci, appunto, faceva prima ad attaccarsi al collo un cartello con scritto: ‘Sono un pedofilo viscido, ipocrita e antipatico’. Così com’è, fa solo ridere. Mark Wahlberg, che già nel 2008 ci aveva divertito la sua parte in E venne il giorno (M.N. Shyamalan), riprova qui invano a ‘fare il serio’. E, dulcis (è proprio il caso di dirlo) in fundo, Saoirse Ronan è troppo di tutto: troppo adolescente-ingenua-ai-primi-amori, troppo figlia-felice-di-mamma-e-papà-buoni-e-felici, troppo sorrisi-occhionisgranati-lacrimoni, troppo dolciastra e tenera, troppo di tutto. Invece che il cartello “Si avvertono gli spettatori che il film è proibito ai minori di 14 anni”, all’ingresso dovrebbero appenderne un altro: ‘Si avvertono i diabetici presenti in sala che la visione può provocare acute e pericolose crisi iperglicemiche’. Anche voi, siete avvertiti.

Starship troopers (P. Verhoeven, USA, 1997), 18.35, Sky

Mentre la Terra è dominata da una dittatura militarista e fascista, che concede lo status di Cittadino solo a chi abbia effettuato il servizio militare, viene attaccata da una specie aliena di mostruosi insetti pensanti, e la ‘meglio gioventù’ si arruola per difendere i Valori. Un film, paradossalmente, da far vedere a scuola come perfetta lezione di antifascismo, tanto limpidamente sono in esso disegnati gli stereotipi culturali del fascismo: maschilismo, razzismo, disprezzo e demonizzazione del nemico, esaltazione della forza, militarismo. Troppo perfetto, appunto, perché non fosse questa l’intenzione del regista. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 16 febbraio

 

Romanzo criminale (M. Placido, Italia, 2005), 21.10, Italia1

Dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo – noiosissimo, spesso francamente impossibile da reggere – un bel film, teso, rapido, drammatico, che racconta l’ascesa e la sanguinosa caduta della Banda della Magliana, nella Roma degli Anni Settanta, divenuta potente col traffico di droga e lo sfruttamento della prostituzione ma anche con oscure collusioni coi Servizi Segreti. Da vedere.

Carlito’s way (B. de Palma, USA, 1993), 21.10, Sky

1975. Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144’’ che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

 Giovedì 17 febbraio

 

Cognome e nome: Lacombe Lucien (L. Malle, Francia/Italia, 1974), 18.50, DT

Nella Francia di Vichy del 1944, ascesa e caduta di un giovane collaborazionista, ‘incosciente della sua stessa malvagità. Mortalmente noioso tentativo di Malle di raccontare il collaborazionismo in Francia. Da evitare.

L’amico americano (W. Wenders, Usa/Francia/RFT, 1977), 02.00, DT

Un uomo assume un malato di leucemia per fargli da sicario, ma poi non riesce ad estraniarsi dal meccanismo mortale che ha messo in moto. Malinconico e bellissimo film di amicizia e di morte, in un’Olanda desolata e solitaria. Da non perdere.

 Venerdì 18 febbraio

 

L’estate di Kikujiro (T. Kitano, Giappone, 1999), 19.00, DT

Takeshi Kitano, il grandissimo regista giapponese nato nel 1947 (Leone d’Oro a Venezia nel 1977 con Hana-bi), noto – superficialmente ed immeritatamente – per la violenza spesso presente nei suoi film, ci regala, con Kikujiro, un film di una tenerezza e bellezza abbaglianti. Il protagonista è Masao, un bambino di nove anni, timido e un po’ chiuso, che vive a Tokio con la nonna. Del papà non si parla, e la mamma non l’ha mai conosciuta: “vive lontano, perché lui possa studiare e diventare grande”. Masao trascorre solo gran parte della giornata, perché la nonna lavora, e quando la scuola chiude è ancora più solo, perché tutti i suoi compagni partono per le vacanze. Così, improvvisamente, decide di andare a conoscere la mamma, di cui non ha che l’indirizzo, e come compagno di viaggio coinvolge Kikujiro, uno sfaticato teppista di periferia. Non più giovanissimo, Kikujiro vive rubacchiando e giocando alle corse. E’ aggressivo e violento, ma più per sciocca sbruffoneria che per intima convinzione. I due partono, e quello che attraversano diventa presto, per Masao ma anche per la sua più vecchia e smaliziata guida, una specie di Paese delle Meraviglie. Buoni e cattivi (ma i ‘buoni’ sono in maggioranza, questa volta), matti e svitati, individui bizzarri, persino magiche presenze, animano e accompagnano le loro giornate. Masao scopre il dolore dell’abbandono, ma anche la forte dolcezza dell’amicizia. Kikujiro impara la tenerezza della ‘paternità’, e il sapore della responsabilità e del dovere. Torneranno a casa entrambi migliori, entrambi cresciuti, entrambi più felici. Kitano racconta con quel suo stile inconfondibile, che ad un primo sguardo può apparire dimesso e sciatto, e che invece è assolutamente essenziale, limpido e puro. Si sprigiona, da questo film, un’ondata irresistibile di felicità, accentuata dalla freschissima e sognante colonna sonora di Hisaishi Joe. Ci si chiede come sia possibile arrivare a tanto, come un essere umano possa creare tanta bellezza. Guardate la prima scena, quella in cui Masao corre a perdifiato sul ponte, col suo zainetto con le alucce da angelo: almeno che io ricordi, è la scena più ‘datrice’ di gioia della storia del cinema. Assolutissimamente imperdibile.

 

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