Pubblicato da: giulianolapostata | 4 febbraio 2011

Multivisioni – 5 febbraio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

5 febbraio 2011

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 5 febbraio

Ombre bianche (N. Ray/B. Bandini, GB/Francia/Italia, 1960), 05.50, Rai3

Raro passaggio tv di questo film vecchio ma ancora bello ed interessante, sulla vita degli Innuit e sul dramma del loro incontro con la civiltà occidentale. Davvero da non perdere, anche per la stupenda fotografia.

La sottile linea rossa (T. Malick, USA, 1998), 21.00, DT

Immane quanto celebre rottura di marroni: è la storia di un gruppo di soldati americani che, durante la battaglia di Guadalcanal (1942) devono riconquistare una collina in mano ai giapponesi. In confronto, un film di Anghelopulos è vivace come un cartoon di Gatto Silvestro. Il tutto è appesantito da uno stile e da una fotografia insopportabilmente retorici. Basti – un’immagine per tutte – la noce di cocco che germoglia sulla spiaggia alla fine. Ma per arrivarci dovete soffrire per tre ore, continuando a mormorare: ‘Adesso sarà finito, adesso sarà finito … ‘. Semplicemente invedibile … ma nulla in confronto al successivo film di Malick, quel The new world (2005) che ha battuto ogni record di insopportabilità. L’epigrafe definitiva del cinema di Malick – sotto la quale seppellirlo per sempre! – potrebbe essere quella che Victor Hugo scrisse nella prefazione ad un suo dramma: “Tra il sublime e il ridicolo non c’è che un passo”.

Shutter Island (M. Scorsese, USA, 2009), 23.20, DT

Nel 1954 Teddy Daniels è un agente federale, che viene inviato al manicomio criminale di Shutter Island per indagare sulla misteriosa sparizione di una detenuta. La donna, incarcerata per aver annegato i suoi tre figli, è come svanita dalla sua cella, lasciando dietro di sé solo un incomprensibile biglietto. Teddy prova a seguirne le labilissime tracce, trovandosi però di fronte all’incomprensibile ma ferma ostilità sia dei medici che del personale di guardia. A complicare, anche materialmente, le indagini si aggiunge un furibondo uragano, che sconvolge le strutture dell’istituto e impedisce ogni contatto con la terraferma. Daniels inoltre comincia ad essere tormentato da incubi ed allucinazioni sul suo passato di soldato in Europa, quando dovette entrare nel Lager di Dachau appena liberato, e soprattutto dai ricordi della moglie morta tragicamente. A partire da questo plot, a metà tra il thriller e il paranormale – e di cui non sveleremo ovviamente il prosieguo, essendo il ‘vediamo come ca@@o va a finire ‘sta storia’ l’unica consolazione, si fa per dire, che rimane agli spettatori di questo film – Scorsese si intorcola in una vicenda sempre più complicata, gioca al rimpiattino col pubblico mediante continui mutamenti e stravolgimenti di percorso a 180°, si serve indegnamente di ogni possibile trucchetto di ‘genere’: indizi falsi, ambigui suggerimenti, verità apparenti e apparenti colpevoli, obbligando lo spettatore a resettarsi ogni cinque minuti e a ricominciare da capo, vittima di una manipolazione di minuto in minuto sempre più irritante. Lo stile adottato è funzionale a questa intenzione. Barocco, ipertrofico, eccessivo ed inutilmente ‘suggestivo’, procede per ‘accumulo’ visivo, fin quasi a provocare una indigestione di immagini fine a se stesse che, anche questa, irrita lo spettatore, perché è anch’essa senza giustificazione alcuna. A partire dall’immagine iniziale – e speriamo davvero che sia casuale l’evidente somiglianza del profilo di Shutter Island con quello dell’Isola dei morti di Arnold Bocklin (1880) – tutto nel film è ‘grosso’ e ‘tanto’: la pioggia che scende torrenziale, la luce livida degli esterni notturni, gli interni sepolcrali … Tutto ‘troppo’, ma senza sostanza. Ma tutti questi eccessi non producono nessun climax, anzi. Al punto che lo stesso Scorsese ad un certo punto fa precipitare bruscamente ed improvvisamente la tensione – sapete, come quando state facendo all’amore e suona il telefono … – delegando lo scioglimento dei mille capi della vicenda ad una lunga e banale ‘conversazione teatrale’ che col resto del film pare non aver quasi nulla a che fare. Lo spettatore, da parte sua, già da tempo si sta annoiando mortalmente, e quest’ultima trovata gli dà il colpo finale. Shutter Island appare dunque uno dei peggiori film di Scorsese: confuso pseudo thriller senza catarsi finale, inadeguato pseudo film manicomiale che fa acutamente rimpiangere Io ti salverò (A. Hitchcock, 1945). Una vera delusione.

Neverland (M. Foster, GB/USA, 2004), 15.35, DT

Ce ne vuole per riuscire a ‘spegnere’ la magia interpretativa di Johnny Depp, ma questo film – una biografia di James Matthew Barrie (1860-1927), il celeberrimo inventore di Peter Pan – purtroppo c’è riuscito in pieno. La storia è piatta e senza nessun coinvolgimento emotivo, il ritmo narrativo è lento, la fotografia è artificiosamente e stancamente elegante. Deludente e inutile.

Revolutionary Road (S. Mendes, USA/GB, 2008), 23.45, Sky

Connecticut, Anni Cinquanta. Frank ed April si incontrano ad una festa di ‘artisti’. April “studia per diventare attrice”, Frank, tutto sommato, cazzeggia, in adorazione di se stesso e degli anni della guerra trascorsi a Parigi, “dove quello che vedevi era vero, dove tutto era possibile”. Entrambi sono convinti di essere eccezionali, e di avere un grande destino davanti a sé. Si sposano, per attuarlo insieme, ma bastano dieci anni di matrimonio per uccidere le loro illusioni. Frank ha fatto due figli – “uno è stato un incidente, l’altro per verificare se il primo era stato un incidente” – April ha visto affondare miseramente le proprie ambizioni nella noia di teatrini di quart’ordine. Hanno trent’anni entrambi, non sono più dei ragazzini. April si sta spegnendo in una stupida e vuota quotidianità da casalinga, Frank si è adattato a lavorare come venditore nella stessa ditta in cui per vent’anni ha lavorato suo padre (“Da piccolo lo guardavo e mi dicevo: quando sarò grande non voglio diventare come lui”), in un impiego stupido e inutile, che odia e che lo schiaccia, ma ancora – nonostante tutto – coltivando il sogno di dimostrare un giorno chi egli sia veramente e quali incredibili potenzialità egli custodisca. Ma Frank mente a se stesso, e lo sa, e lo sa anche April, il cui cuore invece è ancora vivo. Così – con un coraggio che, mutuando i pensieri della cultura maschilista dell’epoca, potremmo definire ‘da vero uomo’ – propone a Frank di fare una follia. Vendere tutto, andare a Parigi, alla fonte del Mito. Lei lavorerà (‘l’uomo di casa’), lui non farà nient’altro che coltivare se stesso: leggerà, ascolterà musica, andrà per musei, fino a che finalmente avrà trovato la sua strada, dove poter esplicitare la grandezza inespressa che sente dentro di sé. April parrebbe, in questo suo agire, una donnetta succube del marito, appiattita sul suo egoismo, senza sogni propri. Invece, è lei, dei due, che vive ancora, e quando dice a Frank ‘Salvati’, in realtà gli sta dicendo ‘Salvati per salvare me assieme a te’. Ma Frank non è più, se mai lo è stato (“Quando ti ho conosciuto ero solo uno pieno di chiacchiere”), sulla sua stessa lunghezza d’onda. L’ipotesi di partire lo affascina per un po’, gli serve per assumere un’aria bohémienne con gli amici. Ma nel fondo ha paura, di lasciare la sicurezza che ha e soprattutto di scoprire che non c’è nessun grande destino ad attenderlo, e nessuna ‘lama dentro al fodero’, come direbbe Joseph Conrad. Per cui, quando il padrone gli agita di fronte al naso la carota della promozione e di un favoloso aumento di stipendio, egli seppellisce in fretta i suoi sogni, ed anche quelli di April. Ma col crollo di quest’ultima speranza di redenzione, per April crollano anche le ragioni di continuare ad esistere, e la disperazione nascosta così a lungo improvvisamente trabocca: sarà la fine dei sogni, e il destino tanto atteso non sarà glorioso e trionfante, ma misero e tragico. A far da controcanto all’esistenza di April e Frank, cui nessuno può dire la verità perché sono tutti immersi nella stessa menzogna, sta lo splendido personaggio di John – quasi un coro da tragedia greca – un ‘pazzo’, cui perciò è concesso di dire qualsiasi cosa, tanto cosa contano le parole di un pazzo. Ma invece le parole di John sono spaventose, sono quella verità che solo un folle può dire perché ha rinunciato alla vera follia, che è la vita reale, e il suo dito puntato contro il ventre gravido di April ha l’orrore panico di una profezia di Tiresia. Ma – si sa – gli Dèi confondono coloro che vogliono perdere. Dopo American beauty (1999), capolavoro sulla solitudine e opera di rara bellezza formale, Mendes si era smarrito prima con Era mio padre (2002), algida sequenza di eleganti diapositive senz’anima, poi con Jarhead (2005), insulsa balordaggine sull’Irak. Qui egli finalmente torna ad essere quel maestro cantore dell’alienazione che avevamo conosciuto, con un film che, anche a livello fotografico, è una continua lezione. Splendide le riprese degli impiegati che vanno al lavoro al mattino – che ricordano in modo impressionante analoghe inquadrature di Fritz Lang in Metropolis – e agghiaccianti i colori degli interni e dell’arredamento, freddi e spenti come l’interno di una morgue. E che altro è, la vita di April e Frank? Kate Winslet è semplicemente prodigiosa, per sensibilità e capacità di interpretare ed esprimere la disperazione con pochi moti del volto, e mai Leonardo di Caprio è davvero alla sua altezza. Michael Shannon, il vicino ‘pazzo’ ha due sole scene, ma sono di cupa grandezza.

La conversazione (F.F. Coppola, USA, 1974), 19.05, Sky

Raro passaggio di questo che è, per me, il più bel film di Coppola. Un incubo allucinato, in cui uno specialista di intercettazioni rimane preso nella sua stessa rete, costituita non più solo da fili e microfoni, ma anche dai fantasmi e dalle paure della sua stessa mente. Semplicemente strepitoso Gene Hackman, del resto come sempre. Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 6 febbraio

Quantum of solace (M. Forster, USA/GB, 2008), 21.00, Sky

Fra tradizione e innovazione (impagabile la citazione da Goldfinger, ma questa volta non è l’oro giallo ad essere usato come arma del delitto), ecco la seconda puntata del nuovo Bond, interpretato da un magnifico Daniel Craig, che ha raggiunto, e forse superato, il modello ‘inimitabile’ di Sean Connery. Se infatti il, peraltro grandissimo, attore scozzese, aveva fatto di 007 soprattutto un raffinato ed ironico gentleman e tombeur de femmes, Craig lo ha trasformato in un ‘eroe del nostro tempo’, cupo e scontento, avvelenato nel cuore e nella mente (“Darei non so cosa per consolarti, ma la tua malattia è qui dentro”) da un malessere che è umano e forse anche esistenziale, prima di essere legato ai nemici da abbattere e al dovere da compiere. Co-autore di questo cambiamento è certamente, questa volta, lo sceneggiatore, il geniale Paul Haggis, regista, nel 2005, di quel Crash che è uno dei film più belli e sensibili di questo decennio, e che mai avremmo pensato di veder ‘sprecato’ in un’avventura di Bond. Ecco invece un’altra storia bellissima, anche se forse non allo stesso livello dell’ottimo Casino Royale (2007), lussureggiante nelle ambientazioni e profondamente malinconico nello svolgersi degli eventi. In questo sequel, 007 deve pareggiare i troppi conti lasciati in sospeso a Venezia e sul lago di Como dopo la morte di Vesper, conti personali, talmente intensi da rischiare di fargli perdere di vista, apparentemente, il suo dovere. Così, inseguendone gli assassini, Bond si imbatte in Dominic Greene (eccezionale Mathieu Amalric, di nuovo in una parte di ambiguo vilain dopo il raffinato spione di Munich), capo di un’organizzazione internazionale che fa e disfa cinicamente governi e istituzioni con l’unico obiettivo di impadronirsi della risorsa più preziosa esistente oggi sul pianeta, che no, non è il petrolio. Per sconfiggerlo, e contemporaneamente saziare la sua sete di vendetta, 007 si lancia in un inseguimento frenetico (a volte forse troppo), che gli costerà la perdita del vecchio amico Mathis (bravissimo Giancarlo Giannini) e che, attraverso i quattro angoli della Terra, lo porta alla resa dei conti, sotto la neve di Mosca. Lì ritroverà anche la stima e l’affetto di M, la donna (Judi Dench, vera attrice, e non macchietta) che oggi è il suo capo (o madre spirituale?), la quale capirà di aver ingiustamente dubitato della sua integrità. Bond è ancora e sempre ‘al servizio di Sua Maestà’, e noi lo seguiamo con lo stesso affetto ingenuo di quando l’abbiamo conosciuto, ormai quasi cinquant’anni fa. Lunga vita a James Bond. Poscritto per chi ci sta rompendo la testa da mesi: Quantum of solace è il titolo di un racconto breve di Jan Fleming, il creatore di 007, e significa ‘un pizzico di consolazione’: almeno così ha dichiarato il produttore del film.

Lunedì 7 febbraio

Firewall (R. Loncraine, USA, 2006), 21.00, DT

L’esperto informatico di una banca ha messo a punto un firewall assolutamente invincibile, ma una banda di delinquenti prende in ostaggio la sua famiglia e minaccia di ucciderla se lui non li aiuterà a penetrare il sistema. Loffio e ‘già visto’ cento volto nella prima parte, diventa semplicemente ridicolo nella seconda, quando il buon Harrison Ford si trasforma in una specie di supereroe che ammazza tutti e salva la sua famigliola. Potete perdervelo tranquillamente.

Martedì 8 febbraio

Il favoloso mondo di Amélie (J.P. Jeunet, Francia, 2001), 21.10, DT

Amélie, cameriera di un bar, improvvisamente trova uno scopo per nobilitare la sua vita spenta e inutile, ridare la felicità a chi per colpa di qualcuno l’ha perduta, e ‘punire’ i cattivi. In questo suo percorso, troverà anche un delicato e dolcissimo amore. Dunque i miracoli accadono ancora, qualche volta, anche al cinema, ed Amélie è appunto un miracolo: di bellezza, d’amore, di gioia di vivere, d’ironia, ed anche di sublime eleganza filmica. E’ difficile commentare tanta perfezione. Di cosa parlare? Dell’incredibile bravura dell’interprete? Per tutto il film, verrebbe da pensare che sia solo capace di sorridere, ma quando alla fine piange, il suo volto esprime tutto il tenerissimo ed intimo dolore di una donna che soffre. Della corsa in motorino che conclude la storia, e che ricorda in modo impressionante gli amanti di Atalante? Due volte, in questi ultimi anni, la vita ci è stata svelata al cinema: nella sua terribile sofferenza, con American Beauty, e nella sua assoluta bellezza, con Amélie. Assolutissimamente imperdibile.

Popeye (R. Altman, USA, 1980), 21.00, DT

Cosa mai possa aver indotto Altman a girare questa balorda trasposizione cinematografica del geniale personaggio di E.C. Segar è un mistero, ma del resto la sua filmografia è una serie infinita di rotture di balle e boiatine sopravvalutate, e dunque questo non aggiunge né toglie niente all’insieme. Lasciate perdere.

The big Kahuna (J. Swanbeck, USA, 2000), 19.25, DT

‘Teatro filmato’, questo bellissimo film tutto ambientato in una camera d’albergo, in cui tre venditori aspettano un ricco cliente col quale sperano di concludere l’affare della loro vita, e intanto mettono a nudo sogni, speranze ed esistenze. Magnifico e sensibile, come sempre, Kevin Spacey, e molto bravo anche Danny de Vito. Da non perdere.

Mercoledì 9 febbraio

La scuola (D. Luchetti, Italia, 1995), 21.10, DT

Domenico Starnone, da cui libri è tratto questo film, ha fatto i soldi gettando fango sulla scuola italiana e suoi suoi insegnanti. Luchetti rincara la dose, raccontandone amori e traversie e dipingendoli come dei mezzi imbecilli, incapaci di fare il proprio lavoro. Un film vergognoso, semplicemente.

Ai confini della realtà (J. Landis/ S. Spielberg/ J. Dante/ G. Miller, USA, 1983 ), 19.15, DT

Modestissimo omaggio all’omonima e bellissima serie tv degli anni Cinquanta. Da segnalare solo il primo episodio, in cui un ottuso razzista viene ‘punito’ nel modo più atroce.

Amores perros (A. G. Iñárritu, Messico, 2000), 22.55, DT

Raro passaggio televisivo per questo capolavoro, opera prima di Iñárritu, da sempre invisibile in TV, sia in quella di stato che in quelle commerciali e perfino sul satellite, e da anni introvabile a noleggio e nel mercato dell’home video, dove ora invece è nuovamente disponibile. Primo capitolo della cosiddetta ‘trilogia dell’incomunicabilità’ – gli altri due sono 21 grammi (2003) e Babel (2006) – AP è forse, soprattutto, un canto sulla solitudine. Oltre e più che questo, è anche un film ‘moralista’, pur se una valutazione come questa può urtare, parlando di un regista come Inàrritu, che nei suoi film sembra limitarsi a raccontare, a ‘mostrare’, e che, se anche lascia percepire nelle sue opere una profonda pietas umana, tuttavia dà sempre l’impressione di mantenersi ‘al di sopra’, e di voler evitare qualsiasi ‘strumentalizzazione’ teorica e moralistica tramite le sue storie e i suoi personaggi. E’ forte tuttavia, in questo film, la sensazione di trovarsi di fronte ad una ‘parabola’ sulla violenza, apparentemente soluzione assoluta di ogni problema che invece tradisce e delude, lasciando ognuno paralizzato e impotente come e forse peggio di prima. Funzionale a questa ‘tesi’ è anche qui l’incrociarsi e lo sfiorarsi di vite, storie e personaggi, estranei tra loro come e forse anche più che nei film successivi, e che pure, alla fine, costituiscono gli elementi di un unico ‘coro’ tragico. Perciò, violenti sono indubbiamente Octavio e Ramiro, possessivamente innamorati della stessa donna, amorali, rapinatori e frequentatori di bestiali combattimenti di cani. Violento, paradossalmente, è Daniel, che abbandona la moglie per l’amante, che insulta a trascura quest’ultima quando si trova psicologicamente e fisicamente ferita. Violento è El Chivo, ex rivoluzionario finito a fare il barbone, assassino prezzolato al servizio del primo che passa. Violenze commesse ‘per amore’, tutte quante, e tutte ‘deludenti’: nessuna di esse paga mai, nessuna produce i ‘risultati’ sperati, ognuna annega nel fallimento. Simboli e vittime, i cani sono un altro ‘coro’ del film: usati come macchine per uccidere da umani stupidi e più feroci di loro, apprendono una violenza da cui non riescono più a liberarsi, e di cui pure sono ‘innocenti’. Divorati dai topi, che come un male oscuro infestano i sotterranei anche di chi pensa con la ricchezza di isolarsi dalla vita. Gettati via come immondizia quando sono inutili, si attaccano a chi li cura e li nutre. Amori e cani, dunque: tutti ugualmente disperati, tutti ugualmente inutili, tutti ugualmente falliti. “Tornerò” promette El Chivo, andandosene dalla città, ma la landa infernale, nera, arida e bruciata, in cui si inoltra, sembra inghiottirlo senza speranze di resurrezione. Opera prima di chi dopo ci ha dato solo capolavori, AP è uno splendido film, che finalmente possiamo recuperare e studiare, nell’attesa della prossima terribile storia di Alejandro González Iñárritu.

Giovedì 10 febbraio

Seven (D. Fincher, USA, 1995), 23.15, DT

Un sadico serial killer semina la città di orribili delitti, commessi ispirandosi ai sette peccati capitali. Si alleano, per sconfiggerlo, un vecchio poliziotto nero (un magnifico, come sempre, Morgan Freeman, saggio e paziente) e un giovane e tormentato poliziotto bianco (un bravissimo Brad Pitt), combattuto tra il dovere di cancellare quell’orrore dal mondo e il richiamo rappresentato dal caldo amore che gli offre la moglie (una dolcissima Gwyneth Paltrow, malinconica, triste e smarrita nella Gomorra dalla grande città). Kevin Spacey è, come al solito, al di sopra di ogni elogio. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 11 febbraio

Couscous (A. Kechiche, Francia, 2007), 21.00, Sky

Ma perché, perché, da certi condizionamenti ideologici non ci si libera mai, e per parlare di questo film qualcuno ha dovuto tirar fuori, come termine di confronto, il Neorealismo italiano? Perché quello sciaguratissimo periodo del nostro cinema (non che poi sia andata molto meglio …) deve ancora aggirarsi come un fantasma – anzi come un incubo – nella cultura del nostro paese? Forse perché in CousCous il protagonista è il ‘popolo’? Ma nel Neorealismo il ‘popolo’ non c’è mai: c’è la sua ‘idea platonica’, snobistica e astratta, tipica della sinistra dell’epoca, che aveva ‘commissionato’ quel cinema. Forse perché ci sono i ‘sentimenti’ e i ‘valori’? Ma anche quelli erano assenti nel Neorealismo, sostituiti da un’insopportabile retorica ad altissimo rischio diabetico, che, sia pur di segno opposto, evidentemente risentiva della falsità ipocrita e trombona del Ventennio appena trascorso. A meno che … – ma no, non ci credo, non oso crederci, non voglio crederci! – a meno che qualcuno non abbia visto, nella tragica conclusione della vicenda di Slimane, col furto del suo motorino, un parallelo col furto di Ladri di biciclette. Ma sarebbe assurdo anche questo, perché qui la tragedia di una vita povera e di lavoro c’è davvero, e ‘almeno’ Slimane muore per recuperare quel motorino. Le mille miglia lontano dall’altro finale grottesco, così tipicamente ‘italiota’, a magnarsi la mozzarella in carrozza: Chi ha avuto ha avuto ha avuto/chi ha dato ha dato ha dato/scurdammoce ‘o passato/nun ce pensamme ‘cchiù. Dunque lasciamo stare questi paragoni – ridicoli, inesistenti, e perfino offensivi – e parliamo di questo splendido film, pregno, anzi traboccante di vita, di vitalità, di sentimenti, di esistenza, di realtà. Slimane è un immigrato maghrebino, operaio sessantunenne nei cantieri navali di Sète, vicino a Marsiglia, e sta per essere licenziato: la globalizzazione arriva anche qui. È stanco, dopo trentacinque anni di lavoro, stanco non solo nel corpo, ma anche nello spirito: perché gli pare di non aver fatto abbastanza per la sua famiglia, anzi le sue famiglie. Slimane infatti è divorziato, e tuttavia si barcamena tra la prima famiglia – una ex moglie egoista e brontolona, dei figli che non lo capiscono – e quella nuova che si è rifatto con la proprietaria di un alberghetto e la figlia diciottenne, che lo ama come se fosse suo padre. Così, quando gli si presenta l’occasione di una barca da demolire, ha un’idea: comprarla e trasformarla in un ristorante di cibi tipici del suo paese, coinvolgendo nell’impresa tutta la sua multiforme famiglia: la ex moglie per il suo talento culinario, i figli per la ristrutturazione della barca e per la gestione del ristorante, Rym, la figlia acquisita, per aiutarlo nel disbrigo delle pratiche. Lo inaugurerà con una serata offerta ai maggiorenti del paese, per convincerli a dargli i finanziamenti e le autorizzazioni di cui ha bisogno. Ma, per uno stupido incidente, manca il piatto forte, il couscous di pesce. Gli ospiti cominciano a irritarsi, tutto sta per fallire: quando Rym decide di salvare la situazione, mettendo in gioco direttamente se stessa e il suo affetto per Slimane. La vita, quella vera, è il filo di cui è costituita la ‘trama’ di questo bellissimo film. I problemi di lavoro, di vita quotidiana, di salario, così autentici, semplicemente presenti e concreti. L’identità culturale di questa gente, che si sente “francese” pur conservando ancora un fortissimo legame con la terra d’origine. Il che non impedisce loro, però, di ‘praticare’ una multiculturalità concreta e reale. Julia, la moglie ucraina di Majid, uno dei figli di Slimane, e suo fratello Sergej, vengono più volte e sinceramente invitati ad ‘entrare’ nella loro rete di relazioni, e non sarà colpa loro se ciò non avviene, bensì del tradimento di Majid. E comunque, è a Slimane, suo ‘padre putativo’ che lei si rivolge con tutta la sua rabbia quando lo scopre. Poi c’è l’amicizia, un valore ‘vecchio’, obsoleto, da villaggio, che tuttavia il lavoro e la fatica non sono riusciti a distruggere, e che unisce tutto l’ambiente attorno a Slimane. E poi, sopra tutto, la famiglia. La famiglia è il cardine dell’esistenza di tutti, qui dentro. Non importano i divorzi, i nuovi matrimoni, i figli di sangue o acquisiti: c’è questo legame intenso e sotterraneo, non definibile o codificabile ma concretissimo, protettivo, vero; e il dramma di Julia è proprio quello di non essere riuscita ad entrarci, in quella famiglia, di sentirsene ‘estranea’. La famiglia è dove si trova compagnia, dove si trova ascolto, dove si sfugge alla solitudine, è depositaria di valori semplici ed elementari ma basilari. E’ talmente importante, talmente ‘fondante’, che essa agisce anche ‘per assenza’, e naturalmente con esiti negativi. Perché tout se tient, in questo bellissimo film, come, del resto, in ogni vera opera d’arte. Chi provoca l’incidente in seguito al quale va persa la pentola di couscous? Majid: il figlio ‘degenere’, superficiale e puttaniere, quello che non ha mai introiettato i valori dell’unità familiare e della fedeltà; quello che non ‘rispetta’ il padre, al punto da invitarlo senza mezzi termini a togliersi di mezzo e a tornare al paese d’origine. Ancora. Quando la prima moglie di Slimane ha finito di cuocere il couscous, mette da parte il “piatto del povero”, e chiede a Julia di andarlo a portare al primo povero che incontra. Ma Julia ‘si vergogna’, e rifiuta: proprio Julia, esclusa suo malgrado dalla famiglia, ma che appunto per questo non ha nemmeno lei potuto assorbirne tradizioni e valori. Sarà in seguito a quel rifiuto che Slimane non troverà in casa la ex moglie, e morirà, inseguendo il suo motorino. E ancora, per finire, un’osservazione che credo originale e importante. Chi sono i tre teppisti che rubano il motorino? Non li vediamo mai in faccia, ma certamente possiamo immaginarceli: ragazzi, appunto, senza una famiglia stabile, senza nessuno che cucini qualcosa di buono per loro, che li riunisca attorno ad un tavolo, che parli con loro, che mescoli la sua esistenza alle loro. E’ un film di parole e di dialoghi, CousCous: fitti, intensi, rumorosi, sovrapponentisi. Non sono affatto esageratamente lunghi, come qualcuno ha detto (per non parlare degli sciagurati che li hanno addebitati ad ‘improvvisazione’). In essi, al contrario, si recupera e vive la dimensione umanissima del conversare, del raccontarsi e del confidarsi, che la modernità e il progresso hanno distrutto, e che sono invece tipicamente costitutive delle culture preindustriali. Anche da questi sprizzano la vita, la verità dell’esistere e del fare quotidiani. Ed è, anche e forse soprattutto, un film di ‘femmine’. Belle o brutte, qui non ha nessunissima importanza. Ma vere, sincere, sensuali, materne, ironiche, buone e qualche volta cattive, punto di riferimento e portatrici, in fondo, di valori essenziali e basilari. Compreso quello del cibo, che in quest’universo è ancora cultura, segno identitario, elemento di unione e di collegamento: che esse soprattutto gestiscono, e che i maschi non possono far altro che apprezzare e riconoscere. Donne ‘sacerdotesse’ di vita, per cui la tanto ‘chiacchierata’ danza del ventre non ha nulla di osceno o di ruffianamente ammiccante – come invece la gran parte delle scene di sesso nel cinema contemporaneo, nella quasi totalità sostanzialmente inutili – ma esprime invece una sensualità ‘pagana’, naturale e primigenia, che se allude alla sessualità lo fa solo intendendo anch’essa come pulsione vitale ed essenziale: come il cibo, come la parola.  Irrompono sullo schermo, anche loro assolutamente veri, gli attori scelti da Kechiche, quasi tutti non professionisti, magnifici e sinceri. Bravissimo Habib Boufares nel dar vita ad uno Slimane umile, mite e stanco, ma determinato a realizzare il suo ultimo sogno; bravissima Hafsia Herzi nella parte di Rym, intelligente e sensibile. Bravissimo Abdel Kechiche nel creare un film che quasi fatichiamo a inquadrare e a percepire, tanto è lontano da quanto siamo abituati a vedere: senza artifici, senza l’ombra di una qualsiasi snobistica intellettualità, senza tesi ideologiche da dimostrare. ‘Semplicemente’, uno squarcio di vitalità autentico e commovente, che lascia la bocca pulita e il cuore allegro.

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