Pubblicato da: giulianolapostata | 29 gennaio 2011

Multivisioni – 29 gennaio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” L. Wittgenstein

Sabato 29 gennaio

Sette anni in Tibet (J.J. Annaud, USA/GB, 1997) 10.50, DT

Versione un po’ romanzata ma accettabile del bel libro omonimo (Oscar Mondadori) dell’ alpinista austriaco Heinrich Harrer (1912-2006), che alla fine degli anni Quaranta si recò in Tibet, divenendo amico e consigliere del Dalai Lama. Ottima occasione per ricordare la tragedia che sta vivendo il popolo tibetano, sottoposto all’etnocidio e al genocidio del Reich cinese. Da non perdere.

Blood diamond (E. Zwick, USA, 2007) 18.35, DT

Forse quello che fa più male di questo ottimo film – potente, semplice e sincero – è lo spot della FAO che viene mandato prima dei titoli di testa. ‘Aiutateci a sconfiggere la fame nel mondo’, dice: ma come è possibile, se la realtà è quella che vediamo? Africa, anni Novanta. La Sierra Leone è devastata dalla guerra civile, che contrappone i sanguinari ribelli del RUF alle forze governative. Solomon è un povero pescatore nero, che vive sulla costa assieme alla sua famiglia, e sogna un avvenire di riscatto sociale per i suoi figli. Quando il suo villaggio viene assalito dai RUF, i suoi scompaiono nel caos, mentre lui viene ridotto in schiavitù e costretto a scavare diamanti per finanziare la guerriglia. Nella miniera Solomon trova uno splendido diamante rosa, e capisce che quello può essere il mezzo per fuggire da quell’inferno, ma mentre lo sta nascondendo il villaggio viene attaccato dai governativi, e lui stesso arrestato. In carcere conosce Danny Archer, bianco, un tempo mercenario ed ora avventuriero in proprio, che scopre casualmente il suo segreto, e decide di rubargli il diamante promettendogli, in cambio, la liberazione della famiglia. Con l’aiuto di Maddy Dowen, reporter americana che cerca di raccontare le sofferenze del continente africano e le complicità del Primo Mondo nel loro sfruttamento, i due si imbarcano in un ‘viaggio allucinante’ che li porterà attraverso i più spaventosi orrori dell’Africa moderna: i soldati-bambini, strappati alle famiglie, drogati, condizionati, fino a trasformarli in bestie feroci senz’anima; la miseria di milioni di persone sulla quale pochi eletti, distanti migliaia di chilometri, lucrano immense ricchezze; il saccheggio da parte dell’Europa e degli USA delle risorse naturali di un intero continente; la disperazione e il caos di intere nazioni in cui il colonialismo non è mai finito, ma ha solo cambiato nome, vesti e metodi. Chi è responsabile di tutto questo? Noi, che compriamo avorio, petrolio e diamanti ottenuti col sangue? Il capitalismo moderno e globale, che gestisce il mondo intero come una riserva di caccia? Gli africani stessi? “Mio nonno mi raccontava delle guerre tra tribù nemiche – racconta Solomon – e questo lo capisco, ma com’è possibile che la mia gente faccia questo a se stessa?”. Eppure, potremmo rispondergli, da qualcuno la sua gente l’avrà pur imparata questa ‘barbara’ cultura della sopraffazione ad ogni costo, del disprezzo assoluto della vita, dell’assenza di ogni valore: questa par essere l’eredità che il colonialismo e la civiltà bianca hanno lasciato agli africani, e c’è da vergognarsi, ad essere bianchi e ‘civili’. ‘Non è possibile far niente’, vien da rispondere a quello spot, ed ogni intervento sarà una goccia nel mare, addirittura un’inutile e grottesca elemosina, se non cambieranno alla radice gli schemi, culture e valori su cui questo mondo si regge. Grazie a film come questo – che tanto ricorda il bel Lord of War di Andrew Niccol (2005) sul commercio internazionale di armi, non a caso sponsorizzato da Amnesty International – che ci aiutano a capirlo. Grazie agli ottimi interpreti: un Leonardo di Caprio irriconoscibile, maturo e reale; una Jennifer Connelly sensibile e misurata (oltre che bellissima); e soprattutto Djimon Hounsou – che già avevamo ammirato nel magico In America (2002) di Jim Sheridan – qui semplicemente strepitoso per l’intensità delle sue capacità interpretative.

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981) 23.10, DT

Capolavoro horror del grande Landis, narrativamente semplice, ma di grande fascino. Magiche le scene nella brughiera, magnifiche quelle della metamorfosi, che solo il recente The Wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009) è riuscito ad eguagliare. Un raro passaggio tv, davvero imperdibile.

S. Darko (C. Fisher, USA, 2009) 17.00, Sky

Prima di tutto, mettiamo le mani avanti, a difesa dello spettatore e dell’onorabilità di Richard Kelly, autore del misterioso ed inquietante Donnie Darko (USA, 2001), di cui questo signor Fisher pretende di aver scritto il sequel. Prima ancora che il film uscisse, Kelly aveva dichiarato: “Ci sono alcune cose che mi piacerebbe precisare. Non ho letto lo script. Non sono assolutamente coinvolto in questa produzione, né mai lo sarò. Non ho controllo sui diritti del nostro film originale, e né io né il mio produttore Sean McKittrick riceveremo un dollaro dagli incassi di questo film”. Una precisazione dovuta, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, e per sollevare dall’angoscia in cui indubbiamente si troveranno i fan del primo film dopo aver visto questo sequel ignobile. Non era stato facile, indubbiamente, ‘capire’ D.D., e non a caso su di esso circolano letture ed interpretazioni le più varie e complesse. Film di ‘fantascienza’ sulla possibilità dei viaggi nel tempo. Film di ‘fantafisica’, sull’esistenza di Universi paralleli e dunque, appunto, sulla possibilità di spostarsi dall’uno all’altro. L’uno e l’altro mescolati ad un messaggio di ribellismo giovanile cupo e nichilista … Comunque sia, le differenti ‘scuole’ hanno anche potuto litigare sulla ‘spiegazione’ del film, ma nessuna ha osato non riconoscerne l’intelligenza e il fascino. Pareva dunque difficile, pur sapendo che il regista non era lo stesso, immaginare che dal quell’inizio si potesse trarre un sequel che non fosse all’altezza, ma avevamo dimenticato una possibilità, quella della caricatura: magari involontaria, dovuta ad incapacità (nel qual caso, però, sarebbe bene cambiar mestiere), ma pur sempre caricatura. Così è, purtroppo, e la lista delle prove a carico sarebbe lunga. Si ha come l’impressione che il film sia stato sì calcato sull’originale, ma sempre uno scalino più sotto, così che ciò che in quello suggeriva ed inquietava, qui blatera, o semplicemente annoia, o induce allo sghignazzo. Donnie era un adolescente preda di incubi e sogni premonitori sulla fine del mondo, la sorella Samantha – sua è l’iniziale nel titolo – è una fighetta semitossica che non sa che fare di sé e del mondo. Il Coniglio era lo psicopompo che guidava e istruiva Donnie, Samantha sembra una vampiretta dark di qualche teen movie troppo di moda. Middlesex era una sintesi ‘intollerabile’ dello spirito piccolo borghese, Conejo Springs sembra la parodia di Burkburnett, la cittadina di “Non aprite quella porta”. E via così. Ci s’incazza, soprattutto se siete un fan di D.D, ma soprattutto ci si annoia, e quando s’è capito che aria tira s’incomincia a sbirciare l’orologio, il che ci salva il fegato dalla congestione. Si potrebbe andar avanti coi confronti per un’ora, ma – credetemi – non ne vale la pena. Attenti a voi.

Stanza 17-17, Palazzo delle Tasse, Ufficio delle Imposte (M. Lupo, Italia, 1971) 22.45, Sky

 Oberati da tasse che ritengono ingiuste (anticipatori di Berlusconi?!), quattro sprovveduti pensano di vendicarsi e di rifarsi svaligiando proprio l’ufficio che li perseguita. Una commedia, certo, ma niente affatto stupida e non priva di humour e di una satira acida e amara. Il cast, inoltre (Gastone Moschin, Philippe Leroy, Lionel Stander, Ugo Tognazzi) ne rende la visione ancora estremamente piacevole. Raccomandato.

Domenica 30 gennaio

Il Pianista (R. Polanski, GB/Francia/Germania/Polonia, 2002) 21.00, DT

Personalmente ritengo che Polanski sia un regista assolutamente discontinuo. Nella sua carriera ha alternato a capolavori assoluti, che resteranno nella storia del cinema – L’inquilino del terzo piano (1976) e Macbeth (1971) – puttanate ignobili come Pirati (1986), o banalità e palle micidiali come Frantic (1988). Questo Pianista appartiene alla categoria di mezzo, dei film ‘senza infamia e senza lodo’. Non è un capolavoro, diciamolo subito. E’ un discreto film, abbastanza ben raccontato, abbastanza ben recitato (a parte la ‘naturale’ ed insopprimibile antipatia di Adrien Brody), abbastanza ben fotografato. Ma tutto finisce lì. L’emozione, il pathos, il dramma latitano assolutamente, e se questa doveva essere una dolente commemorazione della Shoah, allora sarà bene che qualcuno – non solo lui, ma anche i critici che gli hanno assegnato la Palma d’Oro a Cannes – vada a rivedersi Schindler’s List (S. Spielberg, 1993) per imparare come si fa a raccontare l’orrore e il dolore. Tutto il film si esaurisce fondamentalmente nell’esteriorità della biografia del protagonista, senza che quasi mai si percepisca e si scorga il ‘senso’, il ‘perché’ di questo racconto. Il film finisce e uno si chiede: beh, e allora? Cosa voleva dirmi? Qual è lo scopo di tutto ciò? Non si capisce quasi mai, il perché, e se in qualche rarissimo momento pare che il tono si sollevi – splendido il volto desolato dell’ufficiale nazista che lo ascolta suonare nella casa distrutta – subito ridiscende, schiacciato da un dialogo davvero ovvio e banale (“Non ringrazi me, ringrazi Dio, è a lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza, almeno è così che ci hanno insegnato a credere”). Sarebbe bello se anche i critici cinematografici – come pure la commissione che assegna i Nobel per la letteratura: ma questo sarebbe un altro, lungo discorso – la smettessero di conferire premi ‘politici’ e cominciassero a badare veramente ai valori artistici. Ne guadagneremmo tutti: noi, il cinema e l’arte.

The Beach (D. Boyle, USA/GB, 2000) 21.00, DT

Insopportabile papocchio pseudoecologista, pseudopacifista e tante altre ambizioni abortite, col ‘bel’ (?) Di Caprio che scopre un’isola incontaminata dalla civiltà e ci passa una bella vacanza con altri imbecilli come lui a rincoglionirsi di canne. Tra parentesi, per girare questa boiata il Di Caprio la civiltà lì ce l’ha portata lui, e nei suoi aspetti peggiori, devastando l’ambiente, inquinando, tagliando alberi, corrompendo gli indigeni. Da boicottare.

Lunedì 31 gennaio

1975 – Occhi bianchi sul pianeta Terra (B. Sagal, USA, 1971) 02.30, Rai1

Buona versione del bel racconto di R. Matheson I am a legend. Una guerra batteriologica ha sterminato l’umanità e i pochi sopravvissuti non sopportano più la luce e vivono nascosti come vampiri. Solo uno scienziato tenta di trovare la soluzione. Violento ed appassionante, con un C. Heston sempre bravissimo.

Cocoon (R. Howard, USA, 1985) 16.15, Rete4

Sciocchezzuola fantastico-buonista, con un gruppo di anziani che ritrova vigoria e gioventù grazie all’intervento di un’entità aliena. Decisamente, gli americani questo vizio di aspettarsi un rinnovamento messianico dai dischi volanti non riescono a perderlo. Non sarebbe più utile che si comportassero un po’ meglio qui sulla Terra?

Un dollaro d’onore (H. Hawks, USA, 1959) 21.00, DT

Il grande John Wayne qui impegnato non solo a sconfiggere i soliti prepotenti, ma anche a restituire onore e dignità ad un amico alcolizzato, in un western elegante e perfetto. Imperdibile.

L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009) 15.00, DT

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare.

Avatar (J. Cameron, USA/GB, 2009) 21.00, Sky

Viaggio a Pandora, provincia di Cartoonia. Ma è possibile?! È mai possibile che si spendano oceani di quattrini per (ri)fare un film già fatto cento volte? È possibile che la critica dell’universo mondo si prostri estatica – “il film che cambierà la storia del cinema”! – davanti ad un film già visto altre cento? Alcune settimane prima dell’uscita nelle sale, prima di tanta ‘epifania’, Michele Serra ebbe a dire in tv che non apprezzare Avatar significa essere un “passatista”. “Non tutto ciò che viene dopo è progresso”, gli si potrebbe rispondere, citando Alessandro Manzoni, e fregiarsi addirittura di quell’irritante e sciocco epiteto, nelle sue intenzioni spregiativo, come di un titolo di merito, dopo di che, stroncare il film a priori, addirittura senza vederlo. Confesso che l’idea mi era anche passata per la mente, ma sarebbe stata davvero una canagliata (resto comunque dell’idea che Avatar sia uno di quei film che si possono recensire dopo aver letto la trama e visto il trailer: non sono pochi, ed anzi spesso il trailer è la loro parte migliore). Vederlo è, oltre che giusto, anche istruttivo, perché consente di rendersi conto di quanto incredibilmente sia stato gonfiato questo, che non è un film, ma – in linea con la moderna cultura dell’apparire – un evento, e permette di scoprirne gli innumerevoli ascendenti (e mentre ve ne state seduti lì, per quasi tre interminabili ore, ve li vedete sfilare davanti agli occhi, e potete cominciare a fare mentalmente la lista: è un modo per passare il tempo). La storia, innanzitutto. Nel 2154, sul pianeta Pandora, a 44 anni luce dalla Terra (che nel frattempo si è ridotta ad un deserto senza più energia), viene scoperto l’Unobtainium, un minerale che costituisce una prodigiosa fonte energetica. Purtroppo il pianeta è abitato da una razza indigena, che vive in perfetta simbiosi con gli animali e le piante. Ma questo non conta per la Compagnia mineraria, che lo invade e lo devasta con mostruose macchine da scavo: a difenderla i Marines, comandati dal diabolico Colonnello Quaritch. Gli indigeni, chiamati Na’vi, cercano di opporsi, ma dispongono solo di archi e frecce. A Jake Sully, un marine tornato da una missione sulla Terra con le gambe distrutte, viene offerto, in cambio delle gambe nuove, di infiltrarsi tra i Na’vi sotto forma di Avatar – una specie di androide controllato neurologicamente a distanza – perché l’atmosfera di Pandora è tossica per i terrestri. Le informazioni che lui porterà serviranno ai marines per individuare i punti deboli dei Na’vi e così colpirli più efficacemente, fino a distruggerli. Ma la frequentazione degli indigeni influisce radicalmente su Jake: poco per volta egli ne assorbe e condivide la cultura, s’innamora di una delle loro donne, fino a diventare uno di loro. Così, quando la Compagnia scatenerà l’attacco finale, egli si ribellerà e combatterà dalla loro parte, perché possano conservare ambiente, cultura e tradizioni. Già sentito, dite? ‘a@@o se è vero: facciamo un elenchino e magari proviamo a calcolare le percentuali, così, a spanne. Potremmo cominciare con un 30% di Un uomo chiamato cavallo (E. Silverstein, USA, 1970), da cui, con scientifica malafede, viene estrapolato il mito del ‘buon-selvaggio-in-armonia-con-l’ambiente’. Un altro venti di Soldato blu (R. Nelson, USA, stesso anno): ad uno dei suoi protagonisti, il Colonnello John Chivington, sembra evidentemente ispirato il grottesco personaggio del colonnello Quaritch, ma le sue ridicole battute (“Così si disperdono gli scarafaggi”) non raggiungono nemmeno per un istante l’orrore di quelle di Chivington (“Compiamo un gesto pietoso”). Mettiamoci ancora un venti di Balla coi lupi (K. Costner, USA, 1999): stesso discorso che per il film di Silverstein. Potete aggiungerci un 15% de L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992) – c’è una scena quasi identica, anche nelle battute: per chi la scopre in premio c’è il rimborso del biglietto – e un 10% di Pocahontas (M. Gabriel/E. Goldberg, USA, 1995). Avanza un 5%, che potrete colmare coi vostri personali ricordi, di qualche altro film che certamente avrò dimenticato. Ed è tutto qui. Ecologismo? Ma ce n’è di più negli spot dei SUV ‘ecologici’, quelli che sembra che dalla marmitta buttino fuori aria di montagna. Quel poco che c’è, si disperde nell’assurdo ed interminabile duello tra l’Avatar e il Colonnello – specie di Freddie Kruger indistruttibile – che trasforma il film in un western di serie B. Richiami al presente? Qualcuno ha detto che Pandora sarebbe l’Irak, e l’Unobtainium il petrolio: ‘ma mi faccia il piacere’, come direbbe Totò … Il fascino di un ambiente fantastico, completamente inventato? Mille volte meglio Alice nel paese delle meraviglie (C. Geronimi/H. Luske/W. Jackson, USA, 1951), dove almeno la ‘finzione’ è dichiarata nella natura del cartoon. Davvero, non c’è altro da dire, se non chiedersi quale demone maligno abbia posseduto James Cameron, autore, oltre che di Titanic (USA, 1997), ottimo thrilling ed ottima storia d’amore, di due film che – quelli sì! – hanno fatto la storia della cultura del Novecento: Terminator (USA, 1984) e Terminator 2 (USA, 1991): tutte opere in cui gli effetti speciali erano, ancora, strumenti per fare un film, non, come avviene qui, il film stesso. Una parola (di requiem?) per il 3D: che il 90% degli spettatori non ha visto né vedrà mai, essendone la quasi totalità delle sale completamente sprovvista, e che probabilmente, in questa sua seconda resurrezione, farà la stessa fine che fece dopo la prima, negli anni Cinquanta: quella di affondare nell’oblio senza rimpianti da parte di nessuno se non dei produttori, che ci spesero allora, e ci hanno speso adesso, come dicevamo all’inizio, un oceano di quattrini. Alla prossima.

Novecento (B. Bertolucci, Italia/Francia/RFT, 1976) 21.00, Sky

Assieme al Piccolo Buddha (1993) ed al bellissimo Ultimo tango a Parigi (1972), certamente il film più bello e commovente di Bertolucci. La lunga saga di un contadino emiliano e del suo padrone, nati nello stesso giorno del 1900 e le cui esistenze procedono allacciate per tutto il secolo, attraversando la Prima Guerra Mondiale, gli scioperi, il Fascismo e la Resistenza. Canto epico sul proletariato contadino, imparentato col grande cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta, alla cultura del realismo socialista ma anche alla grande narrativa proletaria di Zolà e dell’Ottocento francese ed inglese. Troppo lussureggiante il cast per mettersi ad elencarlo: nominiamo solo un grande Donald Sutherland nella parte del fascista. Stupendo ed assolutamente imperdibile.

Martedì 1 febbraio

Pulp fiction (Q. Tarantino, USA, 1994) 24.00, Italia1

Probabilmente il film più ‘osceno’ ed ‘immorale’ che io abbia mai visto. Ebbene sì. A costo di passare da bacchettone e sciocco moralista, voglio dirlo. Trovo ‘osceni’ i film di Tarantino: per il gusto della violenza e del sangue fine a se stessi. Li trovo immorali: per l’assenza di qualsiasi argomentazione estetica che giustifichi e renda funzionale quell’esibita violenza. Li trovo ripugnanti: per il piacere che il regista sembra ricavare da questa esibizione, da questo avvoltolarsi nella ferocia fine a se stessa. Non sto esprimendo – dovrebbe essere ovvio, spero che sia chiaro – un rifiuto preconcetto ed aprioristico della violenza al cinema come strumento narrativo. Quanti capolavori ‘violenti’ abbiamo visto? Ci sono sangue e ferocia negli western di Sergio Leone: ma servono a creare figure mitiche, eroi terribili da tragedia greca. C’e violenza apparentemente gratuita e stupida in Fight Club: ma costituisce la radice della sua carica anarchica ed eversiva. C’è follia omicida in Henry pioggia di sangue: ed è strumento per narrare la disperata solitudine del protagonista ed il suo progressivo perdersi nella pazzia. Qui c’è solo il gusto di farlo, e basta. Non è cinema: è educazione alla perversione, e Tarantino è un perverso pornografo della violenza. Se avessi un figlio minorenne, non gli farei vedere il suo cinema.

Piccolo Buddha (B. Bertolucci, GB/Francia, 1993) 21.10, DT

Assieme ad Ultimo tango a Parigi e Novecento, uno dei migliori film di Bertolucci, che proprio quell’ultimo ricorda per la gioia e la semplicità del narrare. Jesse, bambino americano di Seattle, viene contattato da alcuni lama bhutanesi perché, secondo i loro calcoli, egli potrebbe essere il tulku, la reincarnazione di un lama morto otto anni prima. Dapprima diffidente e scettica, poco per volta anche la famiglia di Jesse si fa coinvolgere in questo, che non sarà solo un viaggio nello spazio ma anche all’interno del loro animo. Parallelamente, a Jesse ed allo spettatore viene raccontata la vicenda del Principe Siddharta, il Buddha (565-486 a.C. circa), sotto forma di una splendida fiaba che stempera sì nella dimensione mitica e favolistica la vicenda dell’Illuminato, senza però alterarne gli insegnamenti di fondo. Non un film ‘per convertire’, ma certo un film che esprime profondo rispetto per una tradizione ancor oggi vivissima (alla quale, con mia profonda gioia, io ho aderito), e che, conseguentemente, non propone nessun happy end, ma una conclusione davvero ‘meditativa’, sulla quale ognuno viene lasciato libero di riflettere. Imperdibile.

L’avvocato del diavolo (T. Hackford, USA, 1997) 21.05, DT

Un giovane avvocato senza scrupoli – ha appena fatto assolvere un viscido pedofilo – riceve una ricchissima ed inspiegabile offerta per entrare a far parte di un prestigiosissimo studio legale di New York. All’inizio crederà di aver realizzato tutti i suoi sogni, ma ben presto scoprirà di quanto Male sia intessuto il suo lavoro quotidiano, e quale oscuro passato abbia presieduto alla chiamata. Bravo Keanu Reeves, ma eccezionale Charlize Theron nella parte della giovane moglie cui pian piano viene succhiata l’anima, e semplicemente strepitoso – of course – Al Pacino nella parte del Maligno. Con splendidi effetti speciali, ed una bellissima citazione della Tentazione di Cristo dai Vangeli. Imperdibile.

Il tredicesimo guerriero (J. McTiernan, USA, 1999) 21.10, DT

Storia fantasy di consumo, e tuttavia non priva di fondamenti culturali, antropologicamente corretta e ben costruita: un arabo, capitato casualmente in una tribù di Vikinghi, si allea con loro per combattere un’altra tribù di ‘cannibali’ praticanti un culto ctonio e sanguinario. Avvincente e suggestivo. Da vedere.

Déjà vu (T. Scott, USA, 2006) 21.00, DT

Visto che suo fratello Ridley – sarebbe stato il ‘genio’ della famiglia – dopo un prodigioso inizio di carriera (Duellanti, 1977; Alien, 1979; Blade runner, 1982), ormai da decenni inanella una boiata dopo l’altra (per dirne una sola, Soldato Jane, 1997: e tacciamo del resto perché siamo sotto Natale), almeno godiamoci i film di suo fratello, che per qualcuno sarebbe stato il ‘fratello scemo’, ma almeno il suo mestiere lo sa fare, con grande passione e professionalità. Ed è già molto. Qui il protagonista, l’agente Doug Carlin, indaga su un attentato che, a New Orleans, ha fatto saltare in aria un traghetto carico di marinai e loro familiari. Il gruppo dell’FBI con cui collabora gli propone un nuovo strumento di lavoro: un complesso di satelliti e supercomputer che riescono a registrare un’immensa mole di dati fino a quattro giorni prima, dando così la possibilità di individuare l’attentatore. Ma Doug ci mette poco a capire che la natura e le potenzialità di quel congegno sono ben altre, assolutamente inimmaginabili, e ben oltre i limiti della fantascienza. Appunto di questo si tratta: di un thrilling costruito sulla possibilità del viaggio nel tempo. Non è certo un tema nuovo, e sappiamo bene tutti che sarà difficile superare quel delizioso capolavoro che è stata la saga del Ritorno al futuro di Robert Zemeckis. Tuttavia, il film che Scott ci propone è un fanta-thriller ottimamente costruito, teso, avvincente, mai noioso, ed anzi pieno di suspense. I vari pezzi del puzzle si incastrano al loro posto uno dopo l’altro con assoluta precisione, senza un istante di ritardo e nel momento giusto, e se – ovviamente – sappiamo di doverci attendere un happy end, tuttavia rimane il fatto che, fino a meno di cinque minuti dalla fine non sapremo quale e come esso potrà essere, e che la spiegazione del titolo l’avremo guardando la faccia di Denzel Washington negli ultimi dieci secondi. Dopo il poliziotto alcolizzato ma redento, che brucia i suoi ultimi giorni di vita in una sanguinosa vendetta (Man on fire, 2004), Washington e Scott tornano insieme con un altro bel thrilling, che davvero non fa rimpiangere il tempo speso.

Pelham 1-2-3 (T. Scott, USA/GB, 2009) 19.10, Sky

È da quel po’ che Tony Scott si è scrollato di dosso la sgradevole etichetta di fratello ‘scemo’ della famiglia, da quando Ridley, che aveva iniziato la carriera con quattro capolavori consecutivi da far la storia del cinema (Legend, Blade runner, Alien, I Duellanti), si è poi impaludato in una serie senza fine di ciofeche. Tony, invece (cui possiamo perdonare Top gun, 1986: era giovane e inesperto …), ha costruito la sua con una serie di film d’azione che, in primo luogo, sono sempre di qualità alta se non altissima (Déjà vu, 2006, è un gioiello), e che, in secondo luogo, spessissimo si prestano ad analisi che, sotto quella ‘azione’, scoprono letture sempre più intelligenti e acute. Così è di questo suo ultimo film, magnifico action movie, certo, come abbiamo già detto, ma anche – e sembrerebbe impossibile – acuta metafora delle paure globali e collettive (la crisi economica, il terrorismo) e di quelle americane (ancora crisi e terrorismo, ma soprattutto l’angoscia, ben lontana dall’essere stata esorcizzata, dell’11 Settembre). Non solo. Altro topos del cinema USA del dopoguerra è l’incubo del Male nascosto nel sottosuolo, nelle viscere della città, che quando meno te l’aspetti riemerge a sconvolgere l’ordine e l’armonia. Nel geniale Them (G. Douglas, 1954), le formiche giganti che riemergevano dalle fogne di New York erano sì il prodotto degli esperimenti atomici, ma erano soprattutto la materializzazione dell’ossessione anticomunista, del nemico invisibile annidato sotto l’apparente serenità della superficie, pronto a distruggere il sogno americano, quello che non ha bisogno d’altro che di due litri di latte per la colazione di domani. Certo, ma tutto, in fondo, era più semplice in quegli anni, anche la distinzione tra buoni e cattivi, mentre oggi, purtroppo non è più così. Walter Garber, impiegato allo smistamento dei treni della metro, è un buono, ma i suoi segreti purtroppo li ha anche lui: è – sarà – un eroe, ma non senza macchia. Ryder, il criminale amorale e sadico che sequestra diciotto persone in un vagone per un riscatto apparentemente principesco, è un cattivo, ma ‘cattiva’ è anche la società ‘sopra’ di lui, quella che produce vedove di guerra con bambini piccoli ed ex marines disoccupati, quella che produce il crollo della Lehman Brothers, le tendopoli di nuovi poveri, le teorie di case in svendita perché i proprietari non possono più pagare i mutui e, nella fattispecie, consente proprio a Ryder di mettere in piedi un suo gioco perverso per far soldi. Ancora una volta i soldi si fanno sul sangue, reale e/o metaforico, della gente comune, e se qualcuno aveva davvero creduto che la Crisi avesse fatto ritrovare al capitalismo una sua ‘moralità’, allora può credere anche a Biancaneve. Di questa ‘confusione di piani’, di questa indefinizione di ruoli, si fa veicolo la fotografia, che dissolve la metropoli in immagini iperveloci ed imprecise, negando sempre anche allo sguardo – oltre che alla morale, come abbiamo appena visto – un ubi consistam. John Travolta, mai così bravo e giustamente sopra le righe, contende il posto di protagonista ad un bravissimo Denzel Washington, eroe imperfetto ed insicuro. E Tony Scott, come dicevamo all’inizio, si conferma con questo film un regista, maturo, intelligente e raffinato: se gli avanza tempo, tra un set e l’altro, potrebbe anche dare qualche ripetizione a suo fratello. Assolutamente imperdibile.

Ad ovest di Paperino (A. Benvenuti. Italia, 1982) 19.20, Sky

Tre ragazzi attraversano Firenze passando da un’avventura ad un’altra, sempre in un clima di surreale poesia e di malinconica umanità. I vecchi Giancattivi – chi se li ricorda ancora? – in un film lieve e magico. Imperdibile.

Mercoledì 2 febbraio

The assassination (N. Mueller, USA, 2004) 22.35, DT

Samuel Byke è una specie di Candide volterriano. Il mondo è buono, gli essere umani naturalmente buoni: perché mentirsi l’un l’altro? Perché umiliarsi? Perché insultarsi? Non può essere sempre tutto “una questione di soldi”. Invece sì, lo è: il mondo è infinitamente peggio di come lui lo immagina, e prima di capirlo Samuel perde un lavoro dopo l’altro, la famiglia, la moglie e i figli, gli amici. Man mano che precipita verso il fondo, il suo odio si focalizza sul Presidente Richard Nixon, “il miglior venditore del mondo”, quello che per due volte ha venduto agli americani le stesse bugie, convincendoli che fossero la verità. Samuel progetta dunque di distruggerlo, e prima della fine registra la sua storia in una lunga confessione che spedirà a Leonard Bernstein, il direttore d’orchestra, perché “la sua musica è onesta e pura”. Riflessione tragica, intima ed intensa su come una società fondata sul possesso sia anche una società che uccide gli individui e i sentimenti, TA è uno dei film più belli degli ultimi dieci anni, quasi interamente sorretto da uno Sean Penn per cui non esistono elogi sufficienti, e da una Naomi Watts quasi altrettanto brava. Assolutissimamente imperdibile.

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009) 21.00, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia – ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, ha appena declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa è, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati”. Nell’attuale classifica, l’Italia viene retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi sono cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

Giovedì 3 febbraio

Marie Antoinette (S. Coppola, USA, 2006) 23.25, Rete4

Di Lost in translation, l’ultimo film di Sofia Coppola, si era detto: uno dei pochi film per i quali si spenderebbe volentieri la parola ‘perfetto’. E per questa M.A., che parola andremo a cercare? Opera d’arte? Bisogna parlare a mente fredda, di questo film, lasciarlo decantare, filtrare, riposare nella mente, tanto abbagliante è l’impressione che ci lascia nella mente e negli occhi dopo la visione. Il tema è noto: la vita di Maria Antonietta d’Austria, da quando viene data in moglie a Luigi XVI sino alla fuga da Versailles, incalzata dai sanculotti. Non è la ‘regina’, l’aristocratica fredda e lontana di tanta pubblicistica denigratoria, quella che la Coppola ci racconta. E’ un’adolescente, semplice, affettuosa, gentile, in cui il ricchissimo contenuto umano non viene affatto distrutto dal ruolo pesante cui è stata costretta. Maria Antonietta vuole vivere, e passa da un ballo in maschera ad una gioiosa festa di compleanno, dai fuochi d’artificio ad un’alba sui laghetti di Versailles, ad aspettare il sole. Intimamente gioioso è anche lo stile con cui la Coppola scrive e racconta. Gli splendidi vestiti, i dolciumi fantastici, le scarpe, i salottini fastosi ed eleganti, non sono descritti come gli odiosi privilegi di una sciocca aristocratica, ma come la stanza dei balocchi di una giovane donna, forse ancora un po’ bambina, che ama la vita, e che addirittura ambisce ad un ritorno a quello ‘stato di natura’ di cui legge nelle pagine di Rousseau, e che tenta di ricreare nel villaggio contadino che si fa costruire a poca distanza dalle reggia. Un tocco di levità, anche esistenziale, attraversa mirabilmente tutto il film, dalla bellissima colonna sonora punk e romantica al paio di AllStars fucsia che si intravedono tra le scarpe della regina, uno scherzo, evidentemente, della durata di un istante, con cui la regista pare volerci dire: ‘Vedete, è come una di noi’. Tuttavia Maria Antonietta ‘cresce’, in questi anni a Versailles, e, se è l’iniziale indifferenza del marito a gettarla per un attimo tra le braccia del Conte Fersen, tuttavia è proprio con quel marito, e suo re, che essa decide di rimanere, quando la folla inferocita assedia il palazzo e minaccia di ucciderla, quando i colori delicati, le luminosità, i suoni argentini si spengono, per lasciar posto a stanze cupe, e a dissonanze di morte. E’ davvero bizzarro come – ci avrà pensato la Coppola, scrivendolo? – il suo solenne inchino di fronte al popolo infuriato ricordi in modo impressionante quello che, nel meraviglioso Mondo nuovo di Ettore Scola (1982), Hanna Schygulla, dama di compagnia della regina, tributa agli abiti del re, appena arrestato a Varennes: paradossalmente entrambi, gli abiti e il popolo, simboli di una regalità che è superiore alla contingenza ed agli eventi. Un’immensa pietà ci coglie, ogni volta che il cinema – oltre a Scola, i magnifici Che la festa cominci di Bernard Tavernier (1975) e La nobildonna e il duca di Eric Rohmer (2001), per esempio – ci racconta il declino di questa classe che della joie de vivre aveva fatto un arte raffinatissima, e che non si rende conto di star danzando sull’orlo dell’abisso: verranno presto spazzati via da una rivoluzione di bottegai che manderanno avanti, a combattere al loro posto, folle insipienti e probabilmente non poi così affamate, e la loro eleganza verrà sostituita dalla boria volgare dell’arricchito. Kirsten Dunst, che il film vuole protagonista assoluta, lo è anche nella strepitosa gamma di emozioni e sentimenti che esprime, da donna e da attrice adulta, incredibilmente matura. La fotografia è cristallina e riflessiva, e Versailles – in cui la Coppola ha per la prima volta potuto girare – offre tutta la sua perfetta bellezza.

Venerdì 4 febbraio

L’amore che non muore (P. Leconte, Francia/Canada, 2000) 19.10, DT

Assolutamente imperdibile, come tutti i film di quel grandissimo poeta e indagatore dell’animo umano che è Patrice Leconte (l’autore, per chi l’avesse dimenticato, del Marito della parrucchiera, uno dei più bei film degli ultimi cinquant’anni), qui impegnato a raccontare una storia di amore e morte ambientata a metà Ottocento. C’è il bravissimo Daniel Auteuil (L’avversario, e tanto basta).

Il regno del fuoco (R. Bowman, USA, 2002) 21.10, DT

L’Inghilterra e il mondo vengono devastati da un attacco di draghi sputafuoco, che li riportano ad un livello sociale ed economico di dura primitività. Sarà il solito soldataccio americano con le palle a risolvere il problema. Ricordo ancora la delusione quando, entrato al cinema per vedere quello che speravo fosse un bel fantasy, mi sono trovato davanti ad una versione Medioevo-prossimo-venturo di Black Hawk down. Invedibile.

Essi vivono (J. Carpenter, USA, 1998). 21.00, DT

Per me, il capolavoro di Carpenter, nel senso del suo film più ‘sfacciatamente’ e violentemente politico. Un disoccupato di Los Angeles, dopo aver assaggiato l’altra faccia del ‘miracolo americano’, scopre casualmente che l’umanità è dominata da alieni che, mediante messaggi subliminali, la inducono al consumismo più folle e sfrenato e all’assoluta obbedienza alle autorità. Film poverissimo, girato con quattro soldi, ma visivamente allucinante e terribilmente inquietante e profetico. Assolutissimamente imperdibile.

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