Pubblicato da: giulianolapostata | 27 gennaio 2011

G. Sinoué, “Armenia”, Neri Pozza Editore, 2011 (traduzione di Giuliano Corà)

Con questo libro, che narra del genocidio perpetrato dalla Turchia nei confronti del Popolo Armeno durante la Prima Guerra Mondiale, la produzione di Gilbert Sinoué opera un autentico salto di qualità.

Nei suoi libri precedenti – da me tutti tradotti – coi quali pure aveva ottenuto esiti più che lusinghieri, egli ha sempre operato nell’ambito del ‘romanzesco’, scrivendo testi che erano sì immersi nel contesto storico di riferimento, ma nei quali la componente principale era costituita dalle vicende personali dei personaggi: ‘romanzi’ nel senso più proprio del termine. Con “Armenia” (il titolo originale è “Erevan”, che dell’Armenia è la capitale), come ho detto, la prospettiva muta radicalmente. Le vicende familiari e personali, qui, sono uno strumento – peraltro efficacissimo ed appassionante – per illustrare la Storia all’interno della quale essi si muovono. I personaggi sono ‘persone’, ma al tempo stesso diventano figure simboliche dei grandi eventi nei quali sono immersi. Attraverso di loro parla la Storia, parlano i Popoli. Un metodo di lavoro di cui Sinouè aveva già dato due ottimi esempi, prima, nel 2005, col bellissimo “L’Ambasciatrice” (biografia di Emma Hamilton, 1765-1815, amante di Lord Nelson) e poi, nel 2010, , con “La signora con la lampada” (biografia di Florence Nightingale, 1820.1910) ma che trova qui la sua piena e compiuta espressione.

È questo, insomma, un ‘romanzo storico’, anche questa volta nel senso migliore del termine. Per quanto pregevoli possano essere le altre opere letterarie che possediamo sulla tragedia armena – per esempio “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, il bellissimo romanzo di Franz Werfel e quelli di Antonia Arslan – nessuna tuttavia riesce, come invece fa il libro di Sinoué, a disegnare il quadro complessivo che costituisce lo sfondo della vicenda armena, e a render conto limpidamente delle losche connivenze politiche, dei sordidi interessi economici, dell’ignavia e delle complicità che indussero il mondo a tacere mentre in Anatolia si consumava l’orrore. E se – naturalmente – nessun romanzo può sostituire un libro di Storia, tuttavia questo può essere un’introduzione magnificamente propedeutica alla conoscenza e poi allo studio di quel periodo e di quel dramma.

Sulla stessa scia compositiva si pone anche il nuovo romanzo di Sinoué in due volumi “Inch’Allah”, di cui ho in corso di traduzione il primo volume, “Le souffle du jasmin”. Si tratta questa volta di un magnifico ‘quadro’ che racconta le vicende che hanno condotto all’attuale tragedia in cui si dibatte tutto il Medio Oriente, dal dramma del popolo palestinese alla guerra in Irak. Ma di questo riparleremo a suo tempo.

CHE COS’E’ UN GENOCIDIO?

“Armenia”, l’ultimo romanzo di Gilbert Sinoué, in libreria in questi giorni, è un’interessante e commossa ricostruzione del genocidio del popolo armeno perpetrato in Turchia negli anni 1915/1916 . Di quell’evento mostruoso – non certo il primo, nella storia europea, ma di particolare interesse, perché per la prima volta si teorizzò in modo ‘moderno’ e scientifico la distruzione di un intero popolo e della sua cultura – oggi in Turchia è proibito parlare. Sepolto sotto una montagna di menzogne e falsificazioni storiche, il solo nominarlo viene considerato un attentato all’onore nazionale, e chiunque si azzardi a farlo viene, se gli va bene, esiliato o ridotto al silenzio, se gli va male, ‘rieducato’ con metodi molto più drastici.

Lascio alla penna di Sinoué raccontare di quei giorni atroci, ma, prima di dare appuntamento ai lettori in libreria, permettetemi una breve nota, le cui considerazioni di fondo troveranno anch’esse sviluppo nel romanzo. Sarebbe facile, di fronte a tanto orrore, attaccare incondizionatamente la Turchia, tacciandola di ‘barbarie’ ed ‘inciviltà’: quella stessa Turchia, tra l’altro, di cui gran parte dell’Europa ‘civile’ chiede con curiosa insistenza l’ingresso nella UE. Si può anche fare, per carità – è un punto di vista come un altro – ma forse è meglio lasciare questa xenofobia da marciapiede ai Borghezio e ai Calderoli che sono usi praticarla (anche se – questo sì, almeno – l’ingresso della Turchia nella UE dovrebbe assolutamente essere subordinato al suo pubblico riconoscimento del genocidio). Così facendo, infatti, si rischia di dimenticare che quel genocidio fu – ovviamente – responsabilità dei Turchi che lo commisero, ma solo, diciamo così, al 51%; per il 49% per cento esso pesò, e pesa tutt’ora, sulla coscienza delle potenze occidentali, che voltarono il capo dall’altra parte per non vedere, bramose, come scrive Sinoué, delle “succose concessioni e ricchi affari” che già avevano nell’Impero Ottomano e che speravano di aumentare ulteriormente. Oggi non è cambiato quasi niente, e dovremmo chiederci le ragioni di quell’insistenza, che ho definito curiosa ma che meglio sarebbe chiamare pelosa, con cui l’Europa ‘civile’ propugna la causa di quel Paese: forse stanno nel progetto di una Turchia come sicuro oleodotto del petrolio irakeno, e magari anche di quello iraniano, quando le bombe israeliane avranno compiuto il loro lavoro, senza dimenticare la sua funzione di bunker antirusso. Nel frattempo, gli Armeni attendono ancora, non dico giustizia – sarebbe pretendere troppo, a questo punto – ma almeno che si faccia il nome dell’assassino. Così, per la cronaca.

Ad impedirlo, c’è una delle più vergognose ‘istituzioni’ delle ‘democrazie’ moderne: la ‘Ragion di Stato’, e tra le molte e disgustose ragioni che inducono gli esseri umani a commettere infamie, forse questa è proprio la più rivoltante. Innumerevoli sono gli esempi nella Storia, e ci vorrebbe ben altro che una modesta nota per ricordarli tutti. Tanto per dir qualcosa, così, a volo d’uccello, negli anni Trenta America ed Europa trescarono a lungo col Nazismo, prima di prender posizione: l’una pensando che potesse essere utile in funzione antisovietica, l’altra per autentica ‘sintonia’. A parte, infatti, il Fascismo italiano, forti furono le simpatie filonaziste in Francia e in Inghilterra, anche in alcuni membri della casa regnante inglese (che del resto, non dimentichiamolo, era Hannover, e che già durante la Prima Guerra Mondiale aveva assunto il nome di Windsor proprio per non parer troppo imparentata col nemico). Riguardo all’America, quando si decise ad intervenire in Europa non fu tanto perché commossa dalle sofferenze degli Europei sotto il giogo della croce uncinata, quanto, molto più ‘banalmente’ e ‘realisticamente’, perché i suoi analisti militari avevano ormai capito che il Reich avrebbe perso la guerra, e che non intervenire avrebbe significato ritrovarsi, alla fine del confitto, con un’Unione Sovietica in posizione di strapotere, immensamente più forte di quella che comunque riuscì a conquistarsi. E perché – una domanda questa cui non si è mai data risposta – gli Americani, subito dopo l’inizio dell’intervento, non mandarono le fortezze volanti a bombardare i Lager, di cui conoscevano perfettamente l’esistenza? Avrebbero fatto qualche migliaio di morti tra gli Ebrei, ma ne avrebbero salvato milioni. C’è chi attribuisce la spiegazione ad un latente antisemitismo americano, ma – a proposito appunto di ragion di stato – che chi dice che quei bombardamenti avrebbero fornito un grosso vantaggio militare ai Sovietici, il cui fronte era relativamente vicino alla Germania, mentre quello americano era ancora molto lontano, e con una montagna di ostacoli frammezzo. E oggi, ai nostri giorni? Oggi tutti i capi di stato del mondo – a cominciare da quel Sant’Obama da cui ci si aspettava poco meno che la resurrezione dei morti, per finire al nostro Presidente della Repubblica (che tra parentesi fu uno dei molti dirigenti del PCI, nel ’56, a plaudire pubblicamente all’invasione dell’Ungheria) – strisciano in ginocchio pietendo prebende e commesse miliardarie ai piedi del trono di Hu Jintao, macellaio capo del nazicomunismo cinese, che dopo aver quasi cancellato culturalmente ed etnicamente il Tibet, ora sta facendo la stessa cosa col Turkestan degli Uiguri. Armeni, Tibetani, Uiguri? Ma chi se ne frega: business is business, e affanculo i diritti umani, di cui, abitualmente, ogni cialtrone titolato è pronto a riempirsi la bocca. È questa la ‘democrazia’ che vogliamo insegnare al resto del mondo, anche a suon di bombe? Non mi sembra che ci sia molto da imparare.

Ma la vergogna di cui l’Occidente si è macchiato nei confronti del popolo Armeno non si è limitata a questo. Si dà il caso infatti che anche in America ed in Europa, sedi e fonti di ogni ‘democrazia’, sia infatti, se non proibito, per lo meno difficile, parlare del genocidio armeno. È avvenuto infatti che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la lobby sionista internazionale, mirabilmente organizzata, si sia strenuamente battuta per impedire che il termine ‘genocidio’ potesse essere usato anche per indicare la vicenda armena, pretendendo invece che esso venisse riservato solo alla Shoah. Una squallida conta dei morti (comunque, se proprio vogliamo parlar di numeri, da più di due milioni che erano alla fine dell’Ottocento, gli Armeni erano ridotti a circa centoventimila alla fine della Prima Guerra mondiale), talmente vergognosa che non necessiterebbe di commenti, se non vi fosse il grottesco particolare che fu proprio un intellettuale ebreo, Raphael Lemkin, a coniare, nel 1943, il termine “genocidio”, appunto partendo dall’analisi della vicenda armena (http://fr.wikipedia.org/wiki/Raphael_Lemkin). La forza di questa lobby – particolarmente potente, come sappiamo, negli USA, e segnatamente nell’industria cinematografica – è stata tale che, alleandosi con la lobby turca, anch’essa molto forte negli Stati Uniti, è sempre riuscita ad impedire che Hollywood girasse un film sul genocidio armeno, sabotando ogni progetto ed ogni tentativo (come quello di Sylvester Stallone, che per anni ha inutilmente cercato di trovare i finanziamenti per tradurre in film il libro di Werfel).

Sull’argomento esistono anche pochi film. “Ararat” di Atom Egoyan, una produzione francocanadese del 2002 distribuita in Italia dalla BIM, che ha avuto scarsissima visibilità (http://www.bimfilm.com/ararat/). Nel 2007 è uscito “La masseria delle allodole“, di Paolo e Vittorio Taviani, una produzione di Italia, Bulgaria, Francia e Spagna, 01Distribution, dal romanzo omonimo dell’armena padovana Antonia Arslan (http://www.01distribution.it/film/masseria).

Non solo. Sempre per effetto delle medesime pressioni, sono pochissimi gli Stati al mondo che abbiano riconosciuto quello armeno come “genocidio”: tra essi l’Italia, la Francia, la Grecia, il Parlamento Europeo e pochi altri. Nei restanti Paesi, non si usa mai il termine “genocidio”, ma si parla genericamente e vagamente di ‘massacri’, oltretutto commessi ‘dall’una e dall’altra parte’. Così è, per esempio, negli USA, ‘la più grande democrazia del mondo’, dove solo alcuni Stati hanno riconosciuto il genocidio armeno, ma a titolo individuale, senza che ciò impegni in alcun modo il governo federale.

Durante la sua campagna elettorale, Sant’Obama – ancora lui! – aveva promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe dato luogo al riconoscimento e durante la sua prima visita in Turchia avrebbe chiesto ragione di quel crimine. La visita c’è stata, il 6 e 7 aprile 2009 (mancavano pochi giorni al 24 aprile, data scelta dalla Comunità armena internazionale per commemorare il genocidio, perché fu in quel giorno del 1915 che il movimento nazionalista dei Giovani Turchi emanò il primo Ordine di deportazione dell’etnia armena), ma sugli Armeni, nemmeno una parola. Ancora la ‘Ragion di Stato’.

 Intanto, l’Armenia attende ancora che qualcuno osi pronunciare in faccia al mondo il nome del suo boia.

(Questa nota è stata pubblicata anche nel sito della Comunità Armena Italiana: http://www.comunitaarmena.it/comunicati/anteprima%20ereva%20sinoue%200909.html)

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