Pubblicato da: giulianolapostata | 22 gennaio 2011

“Vallanzasca”, M. Placido, Italia, 2010

Si leva, dalla crociata (preventiva, come le guerre di Bush) della Lega contro il film di Placido, un insopportabile afror di forca, un odioso sventolio di cappi, quasi una risposta alla foia giustizialista che spazza da tempo il paese. Rom, lavavetri, rapinatori, pedofili, e poi ladri comuni, spacciatori, puttane e compagnia bella: da più anni e da più parti si leva ormai, contro di loro, l’invocazione di una moratoria, sì, ma della legalità. Il carcere è poco, per questa feccia: la pena di morte, ci vuole, magari fucilati in piazza, la domenica mattina, e addebitare i proiettili alla famiglie, come si diceva ai tempi delle B.R. E per sopperire all’inefficienza di uno Stato troppo lassista e buonista, qualcuno si sta già organizzando per amministrare la giustizia in proprio: sempre più spesso piove benzina sugli accampamenti Rom, ed attendiamo gli squadroni della morte, che di notte vadano in giro ad eliminare mendicanti e barboni, esseri inutili e dannosi. Così la pensa – è inutile negarlo – la gran parte degli ‘italiani brava gente’, e di questa sensibilità si è fatta interprete e guida la Lega: fino a dove potrà arrivare, lo scopriremo vivendo. È interessante tuttavia osservare come, da parte leghista, non si siano avute analoghe reazioni quando Placido ha raccontato, in Romanzo criminale (2005), le malefatte della Banda della Magliana, attiva anni fa nel territorio della malfamata ‘Roma Ladrona’: forse, come ha commentato lo stesso regista, alla Lega i banditi vanno bene solo quando sono “immigrati, islamici o terroni”. Senza contare, ha poi aggiunto, “che in questo paese delle stragi mafiose e del terrorismo, in Parlamento c’è chi ha fatto peggio di lui”. Forse, prima di parlare, la Lega dovrebbe guardarsi un po’ intorno, tra i suoi amici più stretti. Ma basta con queste squallide miserie.

Chi è, chi è stato – invece – Renato Vallanzasca? Renato Vallanzasca è un delinquente. Ha rapinato, sparato, ucciso, più volte e in modo atroce. Ha provocato devastazioni alla società e dolore insanabile a numerosi esseri umani. Condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di reclusione, ha consumato in galera trentanove dei suoi sessant’anni di vita, più di qualsiasi altro terrorista o criminale comune in Italia. Oggi ‘vive’ ancora nel carcere di Opera, da cui esce al mattino e rientra alla sera, in quanto ammesso al lavoro esterno (il primo giorno gli hanno fregato la bici che gli era stata regalata per andare al lavoro: chi di furto ferisce …). In un Paese in cui si può fare a fette la propria madre e un’ora dopo l’arresto ci si precipita a chiedere ‘perdono’; in un Paese in cui i familiari delle vittime di delitti orrendi pare non attendano altro che l’opportunità di concedere quel ‘perdono’ sotto l’occhio morboso delle telecamere – secondo rituali idioti e osceni mutuati dai talk show televisivi – Vallanzasca non si è mai ‘pentito’ e non ha mai chiesto perdono: “Non sono così ipocrita da chiedere perdono a chi so che non potrebbe concedermelo. Non è dignitoso chiederlo ed è stupido pretenderlo”. Né ha mai preteso di farsi passare per qualche specie di rivoluzionario: “Ho deciso autonomamente di fare un certo tipo di vita, non ho mai accampato scuse, mai pensato di essere una vittima della società”. Ma in questa società, com’è noto, spesso e volentieri si usano due pesi e due misure. È di non molti anni fa la grazia a Sofri, condannato per un delitto certamente esecrabile ma spiegabile – non giustificabile, si badi bene – col disordine morale, culturale e politico dei tempi; lo stesso Sofri che, con gli anni, un po’ di carcere, la fama e i soldi, ha cambiato fronte e da “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia” di quello Stato è divenuto una colonna ideologica. È di questi giorni la crociata di pseudoscrittori e pseudointellettuali di mezzo mondo per la liberazione di Cesare Battisti, un vile assassino, che ha cercato di verniciare di rosso rivoluzionario le sue squallide infamie. L’unico errore di Vallanzasca – ha commentato qualcuno – è stato quello di sparare in proprio: l’avesse fatto sotto qualche bandiera, oggi come minimo sarebbe direttore di giornale. Andava punito, Renato Vallanzasca? Vanno puniti tutti quelli che come lui causano dolore agli uomini e danno alla comunità? Certamente, ma se è evidente che la pena di morte non è né un deterrente al crimine né una ‘punizione’ giusta e logica, tanto più evidente risulta che non lo sia nemmeno il carcere. A che serve tenere chiusa in cella una persona per cinque, dieci o vent’anni? A fargli frequentare un corso di specializzazione in alta criminalità? A farlo diventare un omosessuale coatto? A farlo diventare un tossico? A riempirlo di rabbia cieca e di vendetta, così che poi possa costituire una lombrosiana dimostrazione che i delinquenti è meglio ammazzarli tutti? E inoltre, sia pur accettando di ragionare secondo questa logica bottegaia, in che modo questo ‘risarcisce’ la società e il singolo del male patito? Ma cos’è, questa: Giustizia, o la versione per adulti delle bacchettate sulle dita e delle scudisciate sul culo di vittoriana memoria? O non è altro che la vecchia, cara legge del taglione? E’ un punto di vista ammissibile anche questo, perché no: ma allora, se non altro per coerenza – virtù molto poco praticata in Italia – cancelliamo dalla Costituzione quell’articolo che dice che la pena deve tendere non alla punizione ma alla rieducazione del condannato.

E Michele Placido, in tutta questa storia, che parte ha avuto? Placido ha scritto, con “Vallanzasca”, un film magnifico, uno splendido gangster movie che non sfigura affatto a fianco del bellissimo “Banditi a Milano” (C. Lizzani, 1968) né dello stupendo “Nemico pubblico n. 1” (J-F. Richet, 2008), che pure richiama alla mente. Un film teso, serrato, forte, senza la minima sbavatura, senza il minimo calo di tensione, senza la minima ombra di retorica, senza alcuna traccia di quel giustficazionismo che lettori ignoranti e ottusi hanno voluto vedervi. Un film costruito grazie ad eccezionali performances attoriali, da quella di Kim Rossi Stuart – semplicemente eccezionale – a quelle dei comprimari: Filippo Timi, Enzo, il tossico paranoico; Francesco Sciacca, Francis Turatello, ambiguo ma nel fondo sincero; Valeria Solarino, Consuelo, la donna intensa e tragica che gli darà un figlio. Un film cui contribuisce la colonna sonora dei Negramaro, che lascia senza fiato. Un film che, per ‘obbedire’ agli isterismi leghisti, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato fuori concorso, senza di che Rossi Stuart avrebbe certamente vinto la Coppa Volpi per il miglior attore. Un altro capolavoro, dunque, di quel cinema italiano ‘sociale’ e ‘civile’ che spesso sa dimostrare di che pasta vera sia fatta la nostra intellettualità, quando riesca a galleggiare sopra l’ignoranza e la meschinità. Insomma, un grande film, che ci rende felici.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: