Pubblicato da: giulianolapostata | 22 gennaio 2011

“Nemico pubblico n. 1”, J-F. Richet, Francia/Canada/Italia, 2008

“NEMICO PUBBLICO N. 1 – PARTE PRIMA: L’ISTINTO DI MORTE” (J-F. Richet, Francia/Canada/Italia, 2008)

Jacques Mesrine era nato a Clichy nel 1936. Arruolato giovanissimo nell’esercito, combatté in Algeria, dove pare sia stato pesantemente influenzato dalla violenze contro la Resistenza, alle quali dovette partecipare attivamente. Rientrato in Francia nel 1959, rifiutò l’invito dei genitori, ricchi commercianti di tessuti, a rientrare nella normalità, e si diede alla scalata del milieu criminale, di cui divenne in breve tempo una figura di spicco. Nel 1968 fuggì in Canada, per sottrarsi ad un clima divenuto ormai parecchio pesante, e là entrò in contatto con le frange estreme del Movimento per la Liberazione del Québec, dedicandosi ancora alle rapine e ad altre attività illegali. Catturato ed imprigionato, riuscì a fuggire dal carcere, tentando poi di organizzare anche l’evasione dei compagni rimasti dentro. Dopo l’uccisione di due guardie forestali, nel 1972 decise di rientrare in Francia. Ne “L’istinto di morte”, il primo dei due film che Richet ha girato sulla sua vita, il regista ce ne racconta la storia fino a questo punto, rimandando la conclusione del racconto al film successivo. Lungi però dall’essere la prima puntata di una fiction, questo è un film a sé stante, perfettamente compiuto, nel quale Richet fonde mirabilmente la tradizione del noir francese con quella del poliziesco americano. Alla prima appartengono le atmosfere parigine, i bistrot malfamati, le strade bagnate di pioggia, gli amori mercenari. Dalla seconda, invece, deriva lo stile spesso nervoso e asciutto, e soprattutto la costruzione del protagonista e dei comprimari, mostrati e raccontati a tutto tondo e senza alcuno sconto, ma anche senza nessuna fascinazione romantica. Nonostante, infatti, l’eccezionale bravura – come sempre, del resto – di Vincent Cassel, e la sua innegabile simpatia, sarebbe sbagliato affermare che il film ‘stia dalla sua parte’. Richet non si schiera – e sarebbe stato facile, considerando l’icona ribellista che ancor oggi Mesrine rappresenta per i giovani francesi – ma si limita a raccontare (Mesrine, ma anche il suo tempo), con grande semplicità e stile sopraffino, confezionando un film non solo appassionante ma anche ‘bello’ ed intelligente. Merita di essere segnalata, in questa prima parte, la comparsata di Gérard Depardieu, che sembra sempre più calcare la parabola di Marlon Brando: la sua immensa bravura cresce di pari passo con le sue dimensioni, ed è ormai uno di quegli attori cui, per recitare e riempire la scena di emozione ed atmosfera, è sufficiente una mossa del corpo, un movimento appena accennato del volto.

“NEMICO PUBBLICO N. 1 – PARTE SECONDA: L’ORA DELLA FUGA” (J-F. Richet, Francia/Canada/Italia, 2009)

Ancora bel cinema, e grande cinema d’azione, in questa seconda parte del dittico che conclude il biopic dedicato da Richet a Jacques Mesrine, il rapinatore che negli anni Sessanta e Settanta terrorizzò la Francia – e non solo – con le sue imprese. Anche questa volta, non una puntata di una fiction, ma un film compiuto in se stesso, che racconta l’ultima fase della vita di Mesrine, dal ’72, data del suo rientro in Francia dal Canada, al ’79, anno della morte. Film diverso e autonomo, abbiamo detto, e così è anche nello stile. Se nel primo poteva capitare a volte di respirare una certa aria zingaresca, con qualche venatura alla Bonnie & Clyde, qui l’atmosfera è pesantemente cambiata. Mesrine è ‘cresciuto’, come capacità criminali e ‘militari’, ma anche intellettualmente. Riflette su se stesso, sul senso della vita e della sua vita; progetta, perfino, pur intuendo che ‘non vivrà abbastanza per invecchiare’. Senza addomesticare in nulla il suo ego debordante ed eccessivo – “La morte non esiste per chi ha saputo vivere” – egli par scoprire quasi per la prima volta di avere un ruolo, anzi, di esercitare e meglio ancora potremmo dire di rappresentare un ruolo nella società del tempo: quello del ribelle, dell’eversore. Se il resto del mondo sembra addirittura non esistere per lui – “Ma chi è questo Pinochet?” – ne sa tuttavia abbastanza per stringere rapporti col terrorismo di matrice araba, rapporti che non sono solo criminali, ma anche di amicizie personali, e soprattutto ‘ideali’ e ideologici. Finalmente Mesrine ‘si vede’, e vede il mondo intorno a sé. Sia pur confusamente, egli comprende che il suo rapinare banche non significa solo insaccare pacchi di banconote per comprare belle macchine e gioielli alle sue donne – cosa che comunque continua a fare – ma rappresenta anche un granellino di sabbia negli ingranaggi del sistema. Un piccolo granellino, in fondo, perché tutti sanno che le banche sono assicurate e che in fondo nessuno ci rimette, ma un granellino fastidioso, che può crescere, incollarsi ad altri e diventare macigno pericoloso. Sempre confusamente – ma non così tanto – egli arriva alla stessa ‘verità’ di Brecht – che certamente non aveva mai letto e di cui probabilmente ignorava perfino il nome – secondo la quale la fondazione di una banca è un crimine più grave della rapina alla banca stessa. Comincia, conseguentemente, a capire le ragioni autentiche e profonde dell’odio che le istituzioni gli portano; comincia, avremmo detto negli anni Settanta – a ‘politicizzarsi’. E il feroce pestaggio di Jacques Tillier, giornalista di Minute, foglio di destra, non è solo per punirlo di aver messo in dubbio il suo ‘onore’, quanto perché è “un fascista di merda”. La parabola ‘rivoluzionaria’ di Mesrine continua, la valanga si ingrossa, e quando, nel novembre del ’79, in un agguato davvero senza onore, la polizia lo massacra alle porte di Parigi – viene in mente la fine di Luciano Liboni, a Roma, nell’estate del 2004 – Mesrine è in partenza per l’Italia, dove ‘un amico deve presentargli le Brigate Rosse’. Film, come si vede, maturo ed intelligente, ma anche magnifico film d’azione, in uno di quei purtroppo rari casi in cui il cinema europeo prende a schiaffi quello americano, seppellendolo sotto inarrivabili lezioni di stile. Evitando con cura il fracasso e l’eccesso, Richet dirige un film forte ma perfino elegante e calligrafico, in cui l’azione non è mai baracconata fine a se stessa ma funzionale ad un atmosfera, come, per fare un esempio di alto livello, nel bellissimo Ronin (John Frankenheimer, 1998). Vincent Cassel è, per l’ennesima volta, al di là di ogni possibile elogio. Per più di due ore corre sul filo della lama, dando vita e concretezza ad un ‘magnifico egotista’ senza però mai cadere nella gigioneria e nell’autorappresentazione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: