Pubblicato da: giulianolapostata | 22 gennaio 2011

Multivisioni – 22 gennaio 2011

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni 

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino 

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 22 gennaio

Il sesto senso (M.N. Shyamalan, USA, 1999), 21.10, Rete4

Un bambino che vede i morti e parla con loro (e già qui la faccenda si fa dura, trovandoci davanti all’insopportabile faccia da schiaffi  di H.J. Osment) si rivolge ad uno psicologo infantile (e qui va davvero male, perché Bruce Willis in quella parte è convincente come potrebbe esserlo Sylvester Stallone in quella di Einstein). Ma dove si rischia di scagliare una scarpa nel monitor è negli ultimi dieci secondi (dieci, non di più), in cui, con assoluta ‘disonestà’ narrativa, si scopre tutto il palco. Da vedere per detestare.

Colors (D. Hopper, USA, 1988), 23.10, DT

La ‘formazione’ di un giovane poliziotto, violento e inesperto, a fianco del collega anziano più saggio, in mezzo alle guerre delle bande di ispanici dei sobborghi di Los Angeles. Nonostante il regista, e la presenza di Robert Duvall e Sean Penn, un film noiosissimo e senza emozioni, nemmeno ‘effettistiche’: l’inseguimento in macchina è uno dei più piatti che si siano mai visti. Da dimenticare.

Bagdad Cafè (P. Adlon, RFT, 1987), 21.00, DT

Per un accidente del destino, una grassa e ‘stereotipa’ turista tedesca si ferma a vivere in un motel nel deserto di Las Vegas, portandovi una ventata di vitalità e d’amore che sconvolge l’esistenza di tutti coloro che vengono a contatto con lei. Favola magica e poeticissima sulla semplice essenza della vita. Un gioiello praticamente sconosciuto, e forse l’ultima apparizione sullo schermo, con una eccezionale prova d’attore, del grande Jack Palance. Assolutissimamente imperdibile.

The quiet american (P. Noyce, USA, 2002), 21.05, DT

Un film dalle ambizioni fallite. Forse voleva essere una storia ‘esotica’, ma di esotico c’è ben poco: una Hanoi non so se ricostruita in studio o dove altro, ma che dà un’acuta impressione di falso e di artificiale, ed il bel visino della protagonista, esotico certamente, visto che è vietnamita, ma niente di più, data la sua non proprio sublime capacità espressiva. Magari anche una storia intimista, ma tutti quei colori spenti e bruciaticci e quella continua semioscurità spesso semplicemente impediscono di vedere che cavolo succede, e fanno solo venir voglia di accendere la luce. Forse voleva essere una rimeditazione sulla guerra di Indocina, poi diventata del Viet-Nam, ma se è così non se ne capisce poi molto, e quella serie di titoli di giornale alla fine non sembrano molto più del finale di un discreto documentario televisivo. O forse voleva essere una meditazione ‘filosofica’ sulla vita e sulla passione (alla Simenon dei romanzi esotici, per intendersi), come farebbero pensare le citazioni iniziale e finale dal romanzo di Graham Greene da cui il film è tratto, ma anche qui il risultato manca, e quelle parole rimangono alla superficie, galleggiano su un prodotto cinematografico che rimane loro estraneo. Del resto, lo stesso testo di Greene è abbastanza noioso e indefinibile, come, a mio giudizio, tutti i suoi sopravvalutati romanzi. Alla fine, quel che pare ci rimanga tra le mani è una banale storia di corna, in cui l’amante vecchio e geloso complotta vilmente per liberarsi del giovane terzo incomodo, e l’unica cosa che si salva è l’interpretazione di Michael Caine, che man mano che invecchia sta perdendo quella compiaciuta effervescenza delle sue interpretazioni giovanili per diventare, lui sì, più riflessivo e filosofico. Davvero non un gran che.

Domenica 23 gennaio

La rapina (D, Lichtenstein, USA, 2001), 21.30, DT

Durante il festival dei sosia di Elvis Presley, a Las Vegas, cinque rapinatori entrano in un casinò tutti travestiti come il divo del rock, mettendo a segno una feroce rapina. La spartizione del bottino sarà ancor più sanguinosa, perché saranno tutti nel mirino del loro capo, una schizzatissimo e bravissimo Kevin Kostner. Film d’azione duro e violento, a tratti romantico e picaresco. Non è da buttar via, vale una visione.

A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004), 17.15, DT

Pursy, diciottenne, eredita la casa della madre, una cantante di New Orleans che non vede da anni, ma scopre che essa, per lascito testamentario, è occupata da un professore di lettere semialcolizzato e da un suo discepolo. Ostili all’inizio, i tre scopriranno poco a poco di essere strettamente legati, e troveranno la via ognuno del cuore dell’altro. Capolavoro di un’esordiente al Sundance Film Festival, altro raffinato e delicato personaggio ‘in levare’ della bravissima Scarlet Johansson (Lost in translation), grandissima interpretazione di John Travolta. Un film ‘intimista’ e poetico, da scoprire ed amare, assolutamente imperdibile.

Le ali della libertà (F. Darabont, USA, 1994), 18.20, Sky

Ottima versione del racconto di Stephen King (ma leggetevi l’originale, è stupendo: Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank) sul tema della conservazione della dignità anche nella barbarie del carcere. Magnifici sia Tim Robbins che Morgan Freeman.  Darabont è una specie di regista ‘ufficiale’ di King, con esiti più che accettabili: andate a vedervi il bel The mist, il suo ultimo film.

Lunedì 24 gennaio

L’ultimo uomo della terra (U. Ragona, Italia, 1964), 02.30, Rai1

La prima, ottima versione cinematografica del romanzo di R. Matheson, dopo il bel Occhi bianchi su pianeta Terra (B. Sagal, USA, 1971) con C. Heston ed il recente e buon Io sono leggenda (F. Lawrence, USA, 2007). Qui c’è il grandissimo Vincent Price, in un horror ingiustamente dimenticato, ma limpido ed intelligente. Da non perdere.

Confidenze troppo intime (P. Leconte, Francia, 2004), 17.40, DT

Una deliziosa Sandrine Bonnaire, in cerca di un analista, entra per errore nello studio di un fiscalista, il sensibilissimo Fabrice Luchini: entrambi si racconteranno l’infelicità e i desideri di tutta una vita. Apparentemente – ma solo apparentemente! – meno intenso dei suoi film precedenti, CTI è un’altra delicatissima riflessione di Leconte, poeta e filosofo dell’amore e della solitudine. Ancora una volta, l’amore e la coppia sono un disperato miracolo, che fortuitamente ci passa accanto nella nostra panica solitudine, e che ci è dato di afferrare solo ed esclusivamente per caso. Assolutissimamente imperdibile.

District 9 (N. Blomkamp, USA, 2009), 21.00, Sky

Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a raccontarci le nostre paure, oltre che i nostri sogni, a dirci/farci dire la verità, e se anche qui non siamo all’altezza – stilisticamente parlando – dell’angosciosa perfezione di Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), tuttavia quello che abbiamo davanti è un ottimo, veramente ottimo film, che alcuni difetti di scrittura non riescono ad affondare. Possiamo cominciare da quelli, così ci leviamo il pensiero. Troppo fracasso, intanto: troppo spesso, le sparatorie e i crash sembrano essere fine a se stessi, nel solco di una SF tanto rumorosa quanto vuota (Transformers) ed è evidente che il buon Blompkamp si è fatto prendere la mano (ma è giovane ed esordiente, e si farà: dategli tempo. Per esempio, si parla già di un sequel …). Inoltre, ma davvero a Johannesburg l’unico insulto che conoscono è ‘vaffanculo’? Ci sono sequenze di 5/10 secondi che sono pavimentate esclusivamente di ‘vaffanculo’ a raffica. Veramente lì non sanno dirsi altro? Che so: un ‘testa di cazzo’, un ‘bastardo’, un ‘figlio di puttana’? Magari romperebbe la monotonia. Detto ciò, è ben altro quello che il film racconta di quella città, che non moltissimi anni fa ebbe un Distretto 6, quello in cui veniva confinata la razza inferiore locale, i ‘negri’. Oggi il numero è capovolto, e il turno è cambiato. La razza inferiore sono i Prawns (“Gamberoni”), alieni simili a crostacei che sono scesi da un’immensa astronave planata ormai da vent’anni sul cielo della città, e che da lì non è più riuscita a ripartire. Ammalati, indeboliti, senza risorse, i Gamberoni vengono rinchiusi in un’immensa baraccopoli, un ghetto isolato dal quale non possono uscire, né possono mescolarsi in qualsiasi modo con gli umani (né questi possono aver contatti con loro, di nessun tipo: ecco l’anatema della “prostituzione interrazziale”): l’esperienza dell’apartheid ha pur insegnato qualcosa. Su di loro si scatena la gamma infinita del razzismo, declinato in tutte le forme possibili. Le ‘ronde’ che danno loro la caccia (troppo, troppo facile davvero: Blompkamp deve aver letto i giornali, e il film se l’è trovato già scritto davanti). Gli imbecilli che li bruciano per divertimento (“Adoro vedere i gamberoni morire!”). Il governo che vuole ‘integrarli’ e per far ciò costruisce strutture concentrazionario-militari. Gli emarginati di ieri che diventano gli oppressori e gli sfruttatori di oggi: c’è sempre qualcuno ‘più inferiore’ di te, basta cercare. La gente ‘per bene’ che non li vuole, non sa perché ma non li vuole (“Se ne devono andare, non so dove, ma via di qua”) e che per riavere la sua città ‘pulita’ delega il mantenimento dell’ordine ad una multinazionale fascistoide, salvo poi accorgersi in ritardo che il cambio non è stato molto conveniente (“Nessuno usciva più, la sera, era troppo pericoloso, c’era troppa polizia in giro”), disposta comunque a chiudere gli occhi sui laboratori paranazisti dove la razza inferiore viene fatta a pezzi e studiata, per carpirne non si sa quali segreti (l’ho detto: sembra perfino troppo facile. Noi non li facciamo a pezzi, dite? È vero, però … mai sentito parlare di traffico clandestino di organi?). Pian piano, la ‘umanità’, questo ‘valore’ che ci differenzia e ci rende superiore agli ‘alieni’ (“Se non ci stiamo attenti, poco per volta ci stacchiamo dalla nostra umanità, ed è quando stiamo davvero per perderla che ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa”, L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel, 1958: tragica ironia di una SF che identificava l’alieno col ‘comunista’, non avendo ancora scoperto il messicano o l’ivoriano) pare trasferirsi dagli esseri umani ai gamberoni, e quando finalmente riusciamo/abbiamo il coraggio di guardarli in faccia, scopriamo in loro due occhi ‘come i nostri’, colmi di uno straziante dolore e di un’immensa nostalgia per la “casa”. C’è dunque un solo modo per ‘capirli’: mescolarsi a loro, diventare ‘come loro’, e Wikus van der Merwe, sciocco ma innocente impiegato di quella multinazionale si troverà a vivere fino in fondo questa esperienza. Scoprirà, ma tramite suo scopriremo tutti, quando lo vedremo seduto nella spazzatura ad intrecciare fiori di metallo, che la ‘umanità’ non ha colore di pelle, né, a questo punto, di scaglie cornee. Banale? Retorico? Ma sono la quotidianità, la realtà, ad averci condotto a queste riflessioni. Il punto è che la nostra ‘cultura’ e i nostri ‘valori’ si sono talmente ‘disumanizzati’ che scoprirlo può perfino, sul momento, impedirci di riconoscere noi stessi. SF? Horror? Mockumentary? Tutte queste cose insieme, per un film quasi geniale, ‘sfacciato’ e ‘intollerabile’, meravigliosamente contemporaneo, assolutamente imperdibile.

Martedì 25 gennaio

Soldato Jane (R. Scott, USA-GB, 1997), 21.00, DT

Nel cammino che, fino a qualche anno fa, Ridley Scott aveva imboccato per negare il proprio genio e disperdere il proprio talento, una tappa importante (ma nel 2001 è riuscito a fare di ‘meglio’, con Black Hawk Down) è stato questo film, probabilmente una delle storie più maschiliste, antifemministe, fasciste e militariste che mai il cinema abbia prodotto. Una soldatessa vuole entrare nell’esclusivissimo – e maschilissimo! – corpo dei Navy Seals, e per riuscirci deve sottoporsi ad un addestramento violento e spersonalizzante, in cui dovrà dimostrare di avere anche lei gli attributi, o, come direbbe Calderoli, di avercelo duro. Guardare per credere: penso che saremo tutti d’accordo nel dire che l’affermazione dei diritti delle donne passa per altre strade.

2012 a.C. (R. Emmerich, USA/Canada, 2009), 21.00 Sky

Beh, insomma, lo sapete com’è Emmerich: o lo amate (si fa per dire) o lo buttate. Non è Michael Mann, per capirsi, e tanto basterebbe per cambiare cinema. Tuttavia, qualcosa per salvarlo si può trovare, e, onestamente, non si tratta d’una difesa d’ufficio. Primo. I film di Emmerich sono, per lo meno, ‘divertenti’: nel senso che stai lì a vedere come va a finire, che fai il tifo per l’eroe di turno, che non dici miodiochepallequandofinisce. Secondo. Nei film di Emmerich gli effetti speciali non sono fine a se stessi, come in quel genere di cinema ultimamente accade sempre più spesso (Transformers 2 non è un film, è uno spot pubblicitario della Industrial Light & Magic, e Parnassus vi si avvicina molto), ma strumenti di un particolare tipo di cinema. Di cui qualcuno può anche legittimamente dire che ‘non è cinema’, ma questo è un altro discorso. Terzo. Nei film di Emmerich non è mai tutto da buttar via, come sembrerebbe a prima vista. Così è di questo 2012, secondo film di quel suo sottofilone di cinema catastrofico che potremmo chiamare ‘Pentitevi-figli-di-p******-che-la-fine-del-mondo-è-vicina’. Il primo è stato The day after tomorrow (2004), in cui la fine arrivava per colpa dei cambiamenti climatici causati con criminale e suicida incoscienza da parte dell’uomo (chissà se Obama e i suoi amichetti cinesi l’hanno visto). Fu, sia pur nella sua ‘spettacolarità’, un film in grado di farci riflettere sull’immensa fragilità della nostra società tecnologica, e non fu facile dimenticare quelle terribili immagini di strade, fino a poco prima colme di auto e merci, improvvisamente invase dall’acqua, che trasformava tutto in un ammasso di inutile ferraglia; o di quella città, fino a poco prima arrogante nella sua potenza e ricchezza, in pochi giorni ridotta ad un pack gelido e mortale, in cui pochi sopravvissuti bruciavano libri e mobili per scaldarsi, e contendevano il cibo ai lupi di uno stabulario (la nemesi!). Qui il pericolo viene da fuori: una particolarissima stagione di tempeste solari aumenta oltre ogni limite il flusso di neutrini che investe la terra, rendendo fluida la crosta terrestre, causando il fluttuare delle placche e provocando inimmaginabili terremoti, apocalittiche eruzioni e tsunami da Diluvio Universale. L’Umanità, di fronte alla minaccia, mostra il suo lato peggiore. Nell’impossibilità di salvare tutti, costruisce quattro gigantesche ‘arche’ destinate a navigare sulle acque dopo la catastrofe, in cerca di un nuovo Ararat su cui rifondare la razza umana. Naturalmente il costo di questa operazione è immenso, per cui i biglietti sono riservati solo ad una ricchissima élite di politici e potenti, mentre tutti gli altri vengono tenuti rigorosamente all’oscuro. È angosciante il cinismo classista che Emmerich mette in bocca a questa gente (tra parentesi, è impressionante la somiglianza tra il bravo Oliver Platt, che interpreta Carl Anheuser, il peggiore di loro, e il Ministro Brunetta: che ci sia uno stereotipo fisiognomico degli *******?!), e la presenza di pochi ‘buoni’ non consola troppo. Un altro elemento collega i due film. Nel primo, gli americani trovano riparo dalla nuova Glaciazione proprio in quel Messico contro il quale hanno innalzato un Muro. Qui, dopo la catastrofe, le arche fanno rotta verso quell’Africa da cui tanti miseri barconi di disperati partono ogni giorno, unico continente, pare, sopravvissuto intatto alla rovina: forse un altro ‘messaggio’ non casuale del regista. Altro elemento positivo, la sceneggiatura: divertente, scoppiettante, mai loffia (esilarante la mimica del pollo in procinto di essere decapitato: e davanti ad un monaco buddista!), che riesce a ritagliarsi uno status autonomo di fronte ad effetti speciali semplicemente mirabolanti. Insomma: continuo a pensare che c’è di peggio, e se avete visto gli ultimi Boldi e De Sica di Natale, penso che mi darete ragione.

Mercoledì 26 gennaio

Zodiac (D. Fincher, USA, 2007), 21.00, DT

Quando fa da solo, Fincher fa bene, se non benissimo. Per esempio, suoi sono l’ottima terza puntata di Alien (1992), il bel Seven (1995), un thriller disperato ed umanissimo, e soprattutto il bellissimo Fight Club (1999), uno dei film più eversivi, anarchici e ribelli del cinema americano. Ma questa volta ha voluto raccontare una storia già ‘scritta’ da altri, cioè una storia vera: quella del serial killer che, dal 1969 agli anni Ottanta, terrorizzò gli USA con una serie di assurdi omicidi, oltretutto sfidando la polizia a prenderlo mediante lettere e messaggi cifrati che inviava regolarmente. Certamente l’ha fatto senza rinunciare al suo gran mestiere, e infatti bisogna ammettere che il film è confezionato molto bene: ben recitato, ben fotografato, ben montato, ben narrato (non era facile mettere insieme una sceneggiatura comprensibile da vent’anni di complicatissime indagini). ‘Troppo’ ben narrato, però: perché è stata proprio l’ossessione di raccontare tutto, in ordine, con chiarezza, di render conto di tutto, di non trascurare nulla, che ha ammazzato il film. Non c’è una sola favilla di passione, o di suspense, in queste due ore e passa, sia nella presentazione dei delitti che nelle vicende personali del giornalista che alla soluzione del caso dedica vent’anni della sua vita, mettendo a rischio il suo stesso matrimonio La storia scorre via silenziosa e diligente, ma senza l’ombra di un’emozione, anzi, con una considerevole dose di noia. E non si dica che è perché ‘sappiamo già come va a finire’: infiniti sono i film di cui ‘sappiamo già come va a finire’, ma la genialità di un regista sta proprio nel riempire di vita nuova una storia arcisaputa, e magari già raccontata cento volte. Qui assistiamo solo ad un lodevolissimo esercizio di bella grafia, ma totalmente vuoto di ‘contenuti’, anzi di vita. Peccato, per tutto quel talento sprecato. Provaci ancora, David.

 

Giovedì 27 gennaio

La vita è bella (R. Benigni, Italia, 1997), 21.10, DT

Benigni non è mai stato altro che un modesto cabarettista, che però, ad un certo punto ha scordato il senso dei propri limiti – ma chi ce l’ha in Italia? – e si è inventato attore. Con esiti tragici, perché un attore prima di tutto deve ‘recitare’, deve ‘interpretare’, e Benigni ignora totalmente l’una e l’altra cosa: Benigni, su qualsiasi scena o set, interpreta solo Benigni. Il che provocherà certo brividini orgasmici al suo Ego, ma induce a cupi rimpianti noi di una certa età, che con Vittorio Gassman abbiamo visto scomparire l’ultimo di una lunga serie di grandissimi interpreti: ora, appunto, ci rimangono solo i buffoni (tra parentesi: un percorso identico a quello di Benigni l’hanno fatto altri modesti cabarettisti come lui: Troisi, per esempio, o Verdone, il quale perfino ha gettato il cuore oltre l’ostacolo ed è passato anche alla regia. Di se stesso, addirittura …). Inoltre, poiché, appunto, siamo in Italia e, si sa, ognuno ‘tiene famiglia’, il Benigni ha coinvolto nella sua carriera ‘artistica’ la moglie, Nicoletta Braschi, che ha l’espressività di un pilone dell’autostrada. Questa vicenda, dell’ebreo italiano deportato in campo di sterminio, che riesce a nascondere la verità al figlio facendogli credere di essere in una vacanza premio, è semplicemente ripugnante, non si sa se più per lo sconcio fatto di tanto orrore o se per la melensa melassa che gronda da ogni fotogramma. Ha avuto tre Oscar perché è così che noi piacciamo agli americani: buffoni e pulcinella, spaghetti e mandolino. Semplicemente disgustoso.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 23.15, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

La voltapagine (D. Dercourt, Francia, 2007), 17.40, DT

Mélanie ha undici anni, è figlia di bottegai di un paesino della provincia, e studia pianoforte. Non si tratta, come ci si potrebbe attendere, di un mezzo, da parte della famiglia, per nobilitarsi socialmente: i suoi genitori apprezzano veramente i suoi sforzi ed il suo talento, e la amano per ciò che è e ciò che fa. Mélanie, a sua volta, li ricompensa con una dedizione allo studio quasi religiosa, ed un fortissimo senso del dovere e degli obiettivi da raggiungere. Ma arriva il giorno del concorso che dovrà decidere del futuro della bambina, e di altre giovani promesse come lei. Nella giuria, una grande e famosa pianista, che però, durante l’audizione, tiene un comportamento che sconvolge letteralmente la piccola: arrogante, superficiale, vanagloriosa, riesce, senza rendersene conto, ad impedirle di esprimersi al meglio. Con un pianto composto, Mélanie esce dalla sala. Potrebbe riprovare, certo, ma qui non si tratta di un concerto andato male: qui, quello che è stato infranto è il rispetto, il senso della sua dignità. Ed è per sempre: tornata a casa, la bambina chiude a chiave il piano, come a significare la chiusura irrimediabile e definitiva di quella fase della sua esistenza. La ritroviamo circa dieci anni dopo, a Parigi, in cerca di lavoro. E’ bella, fine, elegante. Non le è difficile introdursi nella cerchia più intima della pianista, nel frattempo divenuta una donna fragile ed insicura: ne carpirà i moti più intimi dell’animo, si insinuerà in lei, fino a distruggere totalmente la sua vita. La voltapagine è una di quelle perle che spesso il cinema francese ci regala: un’indagine introspettiva delicatissima quasi appena accennata, che tuttavia arriva nel più profondo dell’animo umano. Misurato, quasi freddo nei movimenti e nelle situazioni, il film si snoda senza colpi di scena, ma allineando sequenze equilibrate, eleganti e spesso, nella loro semplicità, intensissime: una per tutte, l’inquadratura finale di Mélanie che cammina sulla strada. Più che la storia di una vendetta – sarebbe quanto mai banale – questa è la storia di un cuore spezzato, dell’immensità del dolore che vi può albergare, e della ferocia che può esprimere. Una ferocia ‘a misura di Mélanie’, però: tanto era diligente e corretta da bambina, tanto metodica è ora nel suo percorso, che segue fino in fondo, con una lucidissima consapevolezza dell’obiettivo che si è prefissata. Ottima senz’altro Catherine Frot nella parte della pianista, ma semplicemente prodigiosa la bella Deborah François (il misero L’enfant, dei Fratelli Dardenne, nel 2005, non le aveva certo reso giustizia) in quella di Mélanie, bravissima nel saper esprimere tutto un intero universo interiore senza parole, per gesti impercettibili, per moti del volto appena accennati. Invisibile nelle sale, come quasi sempre accade per le opere davvero di qualità.

Urla del silenzio (R. Joffé, GB/USA, 1984), 23.00, DT

Pamphlet semidocumentaristico – troppo ‘manifesto politico’ per essere una storia convincente – sulla feroce dittatura dei Khmer rossi in Cambogia negli anni ’70, purtroppo mal riuscito ed abbastanza noioso. A parte il sublime Vatel (2000) e l’ottimo Mission (1986), la filmografia di Joffé non è particolarmente affollata né particolarmente brillante.

Venerdì 28 gennaio

Incontri ravvicinati del terzo tipo (S. Spielberg, USA, 1997), 21.10, DT

Assieme ad E.T. (1982) una delle due grandi boiate ‘spaziali’ di Spielberg. Come quello, una soap dolciastra, intrisa questa volta di messianismo salvifico e pacifismo new age semplicemente insopportabili. Se non fosse per la presenza del sensibile e misconosciuto Richard Dreyfuss, verrebbe da tirar le scarpe sul televisore.

Greystoke (H. Hudson, GB, 1984), 21.00, DT

Bella versione filologica di Tarzan, il personaggio creato da E.R. Borroughs nel 1912, in un film che non si limita a mettere in scena scimmie ammaestrate e petti virili, ma racconta il contrasto insanabile tra la libertà della natura e i condizionamenti della ‘civiltà’ (quella dei bianchi, naturalmente). Da non perdere.

Paranoid Park (G. van Sant, USA, 2007), 21.00, DT

Non si usa impunemente di Fellini, ed una delle chiavi di lettura di questo film bello e intelligente ci è apparsa subito l’uso insistente e reiterato del tema di Amarcord. Regista, in molti suoi film, solo in apparenza lieve, quasi ‘svagato’, in realtà Fellini è spesso il narratore della ‘inquietudine delle cose normali’, quando non del loro orrore (Toby Dammit), e di questa sua lettura sotterranea si fanno sempre strumento le musiche di Nino Rota, mai pura e semplice ‘colonna sonora’, ma intimo elemento narrativo. Perché, dunque, van Sant ha voluto riprendere con tanta evidenza quel tema, all’interno di una colonna sonora ricca e raffinata? Forse proprio perché questo è un film di cose ‘normali’, che però nascondono appunto inquietudine, e perfino orrore. E’ un film di persone ‘normali’, che custodiscono segreti. E’ un film di sentimenti ‘normali’, quasi banali, che tentano di soffocare la consapevolezza del Male. Alex è un adolescente. A casa “va tutto bene”, ma i suoi genitori stanno divorziando. Sua madre lo chiama ‘tesoro’, ma non ha il coraggio di provare a penetrare un po’ al di sotto delle sue piccole menzogne. “Non è la fine del mondo che due genitori divorzino, ci sono cose peggiori, per esempio la guerra in Irak”: ma non sembra molto convinto nemmeno lui, e intanto suo fratello di tredici anni tutte le sere vomita la cena per lo stress. A livello emotivo, affettivo, umano, Alex pare esistere in una bolla, e così pure coloro che gli stanno vicino, altre bolle che si guardano, si toccano, ma mai entrano davvero in comunicazione. E’ quasi un galleggiare in una condizione onirica, un’atmosfera che il film rende splendidamente, con bellissimi slow motion, camere fisse sugli oggetti e soprattutto magiche riprese in Super 8, ed anche con un utilizzo dei suoni apparentemente incongruo ed invece del tutto originale (le strida di uccelli inesistenti che riempiono la mente di Alex sotto la doccia, dove anche il suo corpo pare colare, liquefarsi, dissolversi, autodistruggersi). Paranoid Park, il luogo che pare attrarlo particolarmente, è una pista di cemento per skaters, frequentata da altri ragazzi come lui ma anche da sbandati e sfigati. Da lì, una sera, parte per una bravata sui binari della ferrovia, durante la quale un poliziotto muore. Rimorso e paura cominciano ad abitare le giornate di Alex, ma non danno l’impressione di sconvolgerlo particolarmente. Il Male commesso non diventa occasione di catarsi: è un elemento estraneo, che indubbiamente disturba, ma da cui bisogna solo trovare il modo di liberarsi. Il come, glie lo suggerisce un’amica: scrivere una lettera, e poi bruciarla, e tutto è finito. Pare non esservi stata soluzione di continuità nella sua vita. Riprende lo skate, sui marciapiedi, sui muretti, nel parco. Forse si tornerà anche a Paranoid Park. La vita continua. Ma è vita, quella di Alex? Abituati come siamo ad un cinema che troppo spesso si dimentica di essere l’arte dell’immagine in movimento e dunque troppo spesso ‘racconta’ – quando addirittura non ‘verbalizza’ – van Sant ci ripropone invece un cinema raffinato e distillato, in cui a ‘raccontare’ è solo la macchina da presa, che si muove sulle cose osservandole. O forse sono le cose stesse che si muovono davanti all’obiettivo, offrendosi in una muta, algida ed impersonale testimonianza di se stesse. Assolutissimamente imperdibile.

Sesso, bugie e videotapes (S. Soderbergh, USA, 1989), 21.00, Sky

A è la moglie di B, ma B scopa con C, la sorella di A. Arriva in casa loro D, la cui presenza provoca turbamenti in A, la quale oltretutto scopre la tresca di B e C. Insignificante, insapore, noiosissima commediola in interni che dovrebbe ispirare chissà quali intuizioni psicologiche ed invece si trascina inutilmente per due ore. Incomprensibile tonfo dell’autore di quel capolavoro che è, invece, Bubble (2005).

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