Pubblicato da: giulianolapostata | 15 gennaio 2011

Multivisioni – 15 gennaio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 15 gennaio

Il sospetto (F. Maselli, Italia, 1975), 01.25, DT

E’ sempre un piacere rivedere questi vecchi film ben fatti ma soprattutto rigorosi ed ‘etici’, scritti da intellettuali per i quali le appartenenze contavano ancora qualcosa. Nella vicenda di un operaio comunista fuggito in Francia (anni Trenta), che il Partito rimanda in Italia per servire da esca ad un infiltrato, Gian Maria Volonté dà vita ad una delle sue interpretazioni più intense e misurate. Imperdibile.

Darkman (S. Raimi, USA, 1990), 23.25, DT

Una delle prime opere del bravissimo autore di Spiderman, in un film meno ‘psicologico’ dei successivi, e invece potentemente fumettistico e visionario. Uno scienziato che sta cercando di realizzare una pelle sintetica rimane sfigurato in un incendio doloso, e si vendica atrocemente di chi lo ha colpito. Protagonista un ottimo e giovane L. Neson. Davvero piacevole.

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976), 21.00, Sky

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Domenica 16 gennaio

L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009), 21.00, Sky

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare.

Harsh times (D. Ayer, USA, 2007), 21.00, Sky

Jim è un ex della Guerra del Golfo, ma non uno qualunque: lì era un Ranger, uno di quelli incaricati di azioni di spietata macelleria, di quelle da ‘non fate prigionieri’. Ha servito la Patria con eroismo, ed è stato congedato con onore, ma ora, tornato a Los Angeles, è ancora in cerca della sua strada. Ha cercato di entrare in Polizia, ma – non gli hanno detto perché – non ha superato i test psicologici. Eppure, dovrebbe accorgersene da solo, perché continuamente può verificare che la sua aspirazione non è dettata da desiderio di ordine e giustizia, ma dal bisogno di sfogare quel fondo cupo che ha portato con sé dalla guerra: momenti di ‘sconfinamento’, lampi di follia in cui realtà, ricordi e paure gli si confondono nella mente, rendendo imprevedibili le sue reazioni. Ora finalmente è stato accettato nei Federali, e partirà presto per la Colombia come consigliere militare contro i narcos. “Dovrò uccidere della gente?”. “Certo, se vuoi” gli risponde l’ufficiale, di fronte al quale lui, abitualmente provocatore e violento, ritrova quel senso del rispetto che gli è stato inculcato come un secondo DNA. Forse non è cattivo, Jim. Lo ama teneramente una povera ragazza messicana che ogni tanto lui raggiunge oltre confine, e che vorrebbe davvero sposare. Quando la sua violenza, un giorno, trabocca al punto da raggiungere anche lei, gli dice: “Ti amo non per quello che fai, ma per quello che sei”. E gli vuole bene Mike, l’amico fraterno, suo compagno di cazzate. Mike è disoccupato, e invece di cercare lavoro vive a spese della fidanzata Silvia – affermata e matura – accompagnandolo a dilapidare il tempo tra droga, puttane ed atti gratuiti di violenza, in cui entrambi esprimono il loro infantile machismo. Non è cattivo, ma è malato. Se ne rendono conto tutti, attorno a lui. Silvia, che non apprezza la sua amicizia con Mike e gli dice: “Il mio peggior incubo sei tu con un cazzo di distintivo addosso”. Mike stesso, che, pur soggiogato dalla sua personalità, tuttavia a volte ne è terrorizzato, e tenta, magari senza troppa convinzione, di tirarsi fuori. La sua ragazza in Messico, che lo tiene tra le braccia quando si risveglia dai suoi incubi gelato come se gli fosse passata addosso l’ala della morte. Se ne rende conto lo spettatore, che di momento in momento lo segue, lo accompagna, quasi sperando in una sua impossibile salvezza e redenzione, conscio invece che il suo cammino verso l’autodistruzione è irreversibile. Esordiente come regista, ma autore della sceneggiatura del bellissimo Training day (Antoine Fuqua, 2001), Ayer ci regala un film stupendo, dolente e vero, come ‘vero’ è il personaggio – reso con grandissima sensibilità da Christian Bale – un ‘reduce’ la cui ‘innocenza’ è stata distrutta senza speranza. Quanti ne abbiamo visti, nel cinema americano, a partire dal commovente Un cappello pieno di pioggia (Fred Zinneman, 1957), quanti ancora ne vedremo, in un Paese che troppo spesso fa della guerra il suo unico strumento di comunicazione con ‘gli altri’. Un reduce e, in fondo, una vittima – della guerra, dei superiori, della competitività ad ogni costo, persino della sua ‘ignoranza’ – contro la quale per tutto il film, nonostante tutta la violenza che esprime, non si prova odio, ma profonda compassione. Un magnifico film e magnificamente fotografato, con immagini sporche e schizzate, con le vere strade di Los Angeles a fare da sfondo, una ‘opera prima’ da vero Maestro.

Lunedì 17 gennaio

Nikita (L. Besson, Francia/Italia, 1990), 23.55, Rete4

Condannata all’ergastolo, una giovane assassina accetta di entrare in un centro di addestramento dei servizi segreti francesi per diventare un killer. Un noir teso ed appassionante, ma al tempo stesso poetico e commovente. Bravissima Anne Parillaud, meraviglioso come sempre Jean Réno.

Il volo della fenice (R. Aldrich, USA, 1966), 13.55, DT

Un aereo precipita nel Sahara. Per i superstiti non c’è salvezza possibile se non costruirne un altro con i rottami del primo e volare verso l’oasi più vicina. Un capolavoro di suspense, asciutto, teso e vigoroso; un film – qui davvero si può dire – come non se ne fanno più. E se non ci credete, andate a vedere il recente  e penoso remake di J. Moore (2004). Imperdibile.

Ogni maledetta domenica (O. Stone, USA, 2000), 21.00, DT

Uno dei film di Stone più belli e intensi. La società USA, schiava del denaro e del successo, letta attraverso le vicende di una squadra di rugby americano, del suo allenatore – uno ‘schizofrenico’ e geniale Pacino – e della sua proprietaria, una Cameron Diaz lontanissima da certi suoi stereotipi alla Barbie. Sinceramente si dubita se Stone ami o condanni il mondo che descrive, ma il risultato è di splendida fattura e professionalità. Imperdibile.

Una calibro 20 per lo specialista (M. Cimino, USA, 1974), 21.00, Sky

Stupenda e malinconica ballata sulla vita spericolata e sull’amicizia maschile. Il rapporto tra il vecchio gangster Eastwood e il giovane ‘apprendista’ Jeff Bridges è un dolente rapporto tra padre e figlio, e Bridges è eccezionale, certo all’altezza del suo magnifico partner. Imperdibile.

The wrestler (D. Aronofsky, USA, 2008 – Leone d’Oro alla 65a Mostra del Cinema di Venezia, 2008), 21.15, Sky

Ve lo ricordate il sorriso di Harold Angel (Angel heart, A. Parker, 1987)? Quel sorriso timido, infantile, spaurito ed amaro, che lo conduce di orrore in orrore, fino alle soglie dell’Inferno? Sembra impossibile, ma se farete attenzione ogni tanto riuscirete a coglierne ancora qualche sprazzo nel volto devastato di Andy “The Ram” Robinson, come se per il bellissimo Mickey Rourke di allora vent’anni di botte e stravizi non fossero riusciti a spegnere, in quel “vecchio pezzo di carne maciullata” che è adesso, il suo amore e al tempo stesso la sua paura per la vita. In questo magnifico film – si dice non il suo canto del cigno, ma la fiammata in cui ancora una volta la Fenice par voglia rigenerarsi – Rourke è un vecchio eroe del wrestling degli anni Ottanta. Un tempo invincibile, oggi porta in giro a fatica il suo corpo provato da mille combattimenti. Pieno di acciacchi, imbottito di farmaci, con un apparecchio acustico da poco prezzo piantato nell’orecchio, Andy non ha salvato nulla dei successi d’un tempo. Non il denaro guadagnato a piene mani, sputtanato a donne e whisky. Oggi vive in una vecchia roulotte, e qualche volta non riesce nemmeno ad entrarci a dormire, perché quando non paga l’affitto (spesso) il padrone lo chiude fuori. Non una famiglia. Della donna che gli ha dato una figlia nulla si sa, e quella figlia lo odia, per non essere stato un padre, per essere sempre rimasto assente dalla sua vita. La gloria, però, gli è rimasta, e quando ancora si esibisce in incontri di serie B, il pubblico che lo ricorda, o che addirittura lo conosce come una leggenda, e lo acclama ritmando il suo nome, gli fa vibrare il cuore. Ed anche la dignità, gli è rimasta, quella che gli fa sopportare un lavoretto di merda in un supermercato per tirar su qualche dollaro e andare avanti. E un’altra cosa: la purezza del cuore. Nonostante tutto, Andy è davvero un puro di cuore, che né la violenza né la decadenza hanno potuto incattivire, ancora capace di gesti semplici e gentili, ancora in grado di commuoversi, ancora colmo di quell’umanità che forse nella sua vita non ha mai trovato il modo di esprimere davvero, ripiegando sui compagni del ring e sul pubblico, “la sua vera famiglia”. E lo sa bene Cassidy, la spogliarellista che, nonostante i rigidi confini emotivi che si è imposta verso i clienti, non riesce a fare a meno di innamorarsi di lui. Ma sono gli ultimi fuochi, per Andy, uno che “ha sempre bruciato la candela da entrambi i lati”. Alla fine di un incontro, un infarto lo stronca. Ne esce vivo, ma lo avvisano: ancora uno e sarà la fine. Andy prova dunque a rimettere insieme i pezzi di una vita al limite, ma ormai è impossibile. La figlia lo rifiuta definitivamente, perché c’è troppo da ricostruire, troppo da ricucire, e lei non ne ha la forza. Cassidy par voglia seguirlo, ma all’ultimo momento si tira indietro: ha un figlio da tirar su. Ma non tutto è perduto, anzi niente è perduto, quando la folla ti chiama urlando, quando i ragazzi ti riveriscono come un mito, quando sui manifesti appare ancora una volta il tuo nome scritto in grande. The Ram accetta ancora un incontro, e dal ring guarda con amore e riconoscenza per l’ultima volta il suo pubblico: se per Angel alla fine si aprivano le porte dell’inferno, qui la luce di quell’ultimo riflettore è certo, per Andy “The Ram”, quella del Paradiso. Una grande performance, con tutta evidenza, quella di Mickey Rourke, ma sarebbe comunque un errore leggere questo film come costruito addosso a lui, che anzi qui è tutto meno che un monumento a se stesso, ma attore maturo e sensibile. TW è, soprattutto, un grande film, girato con pudore e delicatezza, e con un’ammirevole sobrietà, che come non assume mai banali toni pietistici, così pure evita accuratamente il remake dello stereotipo ‘solo chi cade può risorgere’, scrivendo una storia che ha i toni della ballata ma anche quelli, semplici e quotidiani, del racconto. Così, per esempio, non è casuale che Aronofsky riprenda quasi sempre il protagonista di spalle o ad una certa distanza, rifuggendo l’icona dell’eroe romantico che riempie lo schermo, e i rarissimi primi piani sono squarci di sentimento preziosi ma discreti, brevi e fulminanti incursioni nella sua anima. Pochi attori, in questo film a fianco di Rourke, e tutti bravissimi: Marisa Tomei è la spogliarellista che combatte la sua personale battaglia per sopravvivere, Eva Rachel Wood è la figlia, il cui isterico dolore nasconde il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non sarà più.

Martedì 18 gennaio

The patriot (R. Emmerich, USA, 2000), 21.10, Rete4

Ottimo ed appassionante film storico sulla Guerra d’Indipendenza Americana, chiaramente debitore, per accuratezza di ricostruzione storica, al bel romanza Canaglia in armi (di cui si può cogliere anche una citazione testuale) di Kenneth Roberts (recentemente ripubblicato negli Oscar: da leggere!). Fotografia, ambientazione ed effetti speciali splendidi. Una delle prove migliori di Emmerich, forse la migliore, per accuratezza della ricostruzione storica e approfondimento culturale. Imperdibile.

Il tè nel deserto (B. Bertolucci, GB/Italia, 1990), 02.35, Rete4

Morbose e malate atmosfere di una coppia di turisti americani in viaggio in Algeria alla fine degli anni Quaranta. Allusioni che non portano a niente, simboli che non rimandano a nulla, esistenzialismo  impenetrabile, noia assassina: Bertolucci. (ma Novecento e L’ultimo tango, li ha fatti proprio lui?!).

Amistad (S. Spielberg, USA, 1997), 21.00, Sky

Nel 1839 un gruppo di schiavi neri si impadronirono della nave spagnola che li trasportava, uccidendo l’equipaggio. Bloccati da una nave americana, vennero processati per pirateria. Forse a volte un po’ prolisso e didattico, ma fortissimo e adamantino nel suo racconto dell’orrore dell’istituzione schiavistica. Morgan Freeman è meraviglioso, ma Anthony Hopkins è al di là del bene e del male. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 19 gennaio

Il colore viola (S. Spielberg, USA, 1985), 21.00, DT

Storie tragiche di due sorelle nere nell’America dei primi Novecento: lacrimoni, emozioni, melodrammone noiosissimo. Woopy Goldberg – ‘attrice’ (si fa per dire …) le cui virtù attoriali si sono sempre mosse tra i confini della pagliacciata disneyana, della soap e del grottesco – al massimo potrebbe fare la ‘mamie’ in un remake di Via col vento, ma recitare è un’altra cosa.

Frost/Nixon (R. Howard, USA, 2008), 01.25, DT

Nel 1974 il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dovette dimettersi, in seguito all’inchiesta sul suo coinvolgimento nello spionaggio ai danni del Partito Democratico, il famoso scandalo Watergate. Nel ’77, dopo tre anni di silenzio assoluto, per la prima volta Nixon accettò di farsi intervistare sulla vicenda. L’intervistatore era David Frost, giovane e brillante giornalista britannico, celebre e ricco conduttore di talk show nel suo paese ed anche in Australia. Frost, forse non così esperto come sembrava, riteneva probabilmente di poter facilmente aggiungere una nuova testa alla sua galleria dei trofei, e nell’organizzazione dell’evento, che costò più di due milioni di dollari, impegnò quasi tutte le sue sostanze. Ma Nixon, cinico ed abile politico, lo sopraffece in fretta, e l’intervista si stava avviando ad essere un fallimento quando Frost, in uno scatto di orgoglio e di disperazione, riuscì a mettere il Presidente alle corde, costringendolo ad ammettere pubblicamente le sue colpe ed ottenendo perciò un successo personale, anche finanziario, davvero eccezionale. Questi sono, per sommi capi, i fatti, ed altro non ci sarebbe da dire, perché, quanto al film, il film non esiste. Frost/Nixon è la più gigantesca montagna di fuffa che si sia vista al cinema da anni, un vero e proprio imbroglio, che svilisce il cinema e prende in giro lo spettatore. Fuffa di altissima qualità, beninteso, e perciò ancor più insidiosa, perché è facilissimo prenderla sul serio: recitazione eccezionale (da scuola di recitazione sia Frank Langella che Michael Sheen), raffinato montaggio, splendida fotografia (da scuola di cinema i primi piani) eccetera. Ma sotto di ciò, il vuoto. Sì, questo è un film fondamentalmente ‘vuoto’: psicologicamente, emozionalmente, perfino storicamente. Non c’è nulla, sotto la splendida copertina. Nessun reale approfondimento psicologico, ma solo due ottimi attori che ‘recitano’ emozioni stereotipe scritte a tavolino da sceneggiatori bravissimi e munificamente ricompensati; nessuna emozione, ma solo due che ‘fanno finta’ di emozionarsi, costruendo scene che, appunto, potrebbero essere molto utili in un manuale di recitazione, ma che sono intimamente fredde e disanimate; nessun vero ‘personaggio’, ma solo l’ennesima riproposizione del vecchio ‘mito’ americano dello scontro di ‘eroi’; nessun arricchimento storico: questo film non ci dà un grammo di informazione in più di quella che, in tutti questi anni, abbiamo avuto dai giornali (e, appunto, dalla tv). Abbiamo, insomma, un prodotto di gran lusso e di grande scaltrezza, costruito per dare allo spettatore l’illusione, e la soddisfazione, di aver visto chissà che capolavoro, mentre in realtà non ha visto nulla: ‘plastica’, come si suol dire. Abilissimo, dunque, Ron Howard, tanto più se, sciaguratamente, il premio a tanta astuzia sarà l’Oscar. Noi continuiamo a credere che il cinema sia qualcosa d’altro. Aspettavamo perciò con cieca certezza l’Oscar a Gomorra, forse il più bel film italiano degli ultimi vent’anni, ma invece qualcuno ha deciso che no, era meglio escluderlo dalla rosa, e qualcun altro ha detto che è stato giusto farlo, perché i panni sporchi si lavano in casa, e Gomorra dava ‘una brutta immagine del nostro Paese’. Chissà chi è stato quel qualcuno. Da dietrologo assatanato qual sono, non riesco a togliermi dalla mente la battaglia che la destra fece contro La Piovra (in assoluto la cosa migliore che la televisione italiana abbia prodotto nella sua storia), appunto con le stesse motivazioni. Erano gli anni in cui uno dei suoi ministri affermava che ‘con la Mafia bisogna imparare a convivere’, e certo non aiutava la convivenza una fiction che mostrava giudici sani e poliziotti onesti a combattere i mulini a vento della criminalità organizzata collusa con l’alta politica e la finanza internazionale. La Piovra è sparita, come avete visto, e chissà, magari anche contro quel disfattista di Garrone è partita una telefonata agli amici. Del resto, volete che tra major della produzione cinematografica non ci si aiuti? Meglio dunque l’Oscar alla plastica colorata: non fa pensare, non fa male a nessuno, scherza coi fanti e lascia stare, appunto, i santi. Ma che dolore per il cinema.

Fino a prova contraria (C. Eastwood, USA, 1999), 21.00, DT

Uno dei numerosi tonfi di Eastwood: l’ennesima ‘ballata’ sull’eroico giornalista americano che scopre un ingiustizia e in 24, 48 0 36 ore – dipende dal tipo di film – la risolve, smascherando i cattivi e premiando i buoni. Storia già vista, infinite volte, con esiti in passato anche buoni. Qui le ore sono dodici: wow! Vien da chiedersi perché in America non eliminano il sistema giudiziario e non ne trasferiscono le competenze all’ordine dei giornalisti …

Mediterraneo (G. Salvatores, Italia, 1991), 01.55, Sky

Nel 1941, otto soldati italiani vengono ‘dimenticati’ per errore su un’isoletta greca dell’Egeo, dove rimarranno due anni, completamente isolati dalla patria. In quel mondo ‘primitivo’ e ‘pagano’, poco per volta essi vedranno cadersi di dosso tutti gli schemi, gli stereotipi, le ideologie. Abbandonata ogni caratterizzazione ‘militare’, essi fraternizzeranno con la popolazione, tornando ad antichi mestieri e riscoprendo finalmente e in assoluta libertà la propria più autentica natura. Estraneo anni luce a qualsiasi riproposizione del mito ‘Italiani brava gente, una razza una faccia’, Mediterraneo è invece un puro e semplice capolavoro di umanità, di verità e di poesia. Se la dedica iniziale “a tutti coloro che stanno scappando” potrebbe farcelo intendere come una ballata hippie in ritardo, la battuta finale di Abatantuono (qui assolutamente prodigioso) ci obbliga a confrontarci crudamente con una scelta nei confronti dell’attualità che non è solo quella del ’91 ma, in tutto e per tutto, anche quella di oggi: “Almeno non potranno dire che siamo stati complici”. Assolutissimamente imperdibile.

L’uomo che volle farsi re (J. Huston, USA, 1975), 22.50, Sky

Dall’omonimo racconto di R. Kipling (assolutamente da leggere!), uno stupendo film d’avventura, che ripercorre il mito di Alessandro Magno e della sua conquista dell’India. Appassionante e misterioso, malinconico e sfolgorante, grande interpretazione di Sean Connery. Assolutamente imperdibile.

Giovedì 20 gennaio

L’esercito delle dodici scimmie (T. Gilliam, USA, 1995), 23.35, Rete4

C’è un premio in palio, a cura dell’Internazionale Masochista, per chi riesce a raccontare logicamente la trama di questa insopportabile palla, uno dei più balordi film di fantascienza che si siano mai visti sullo schermo, ma non l’ha mai vinto nessuno. Le estimatrici possono godersi Brad Pitt, ma non so se basta a compensare Bruce Willis. Evidentemente il registro della SF non si addice all’immaginario visionario e fantastico di Gilliam, altre volte grande e sognante artista (La leggenda del re Pescatore, del 1995, e il magnifico Tideland, del 2005).

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008), 21.00, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

Venerdì 21 gennaio

Le chiavi di casa (G.Amelio, Italia, 2004), 15.55, DT

Ennesimo film piagnone e lacrimogeno di Amelio, che proprio per questo raggiunge vertici impareggiabili, anche se certo involontari, di grottesco (vedi Come ridevano, che qualcuno ha ribattezzato ‘Come ridiamo’). Qui il nostro, per spremere qualche lacrima in più, è andato a cercare la storia di un bambino disabile – più in ‘basso’ è difficile spingersi – che subito dopo la nascita è stato abbandonato dal padre, incapace di accettarne la diversità. Cresciuto e maturato, il padre torna a cercarlo quando ormai è un adolescente, cercando di instaurare con lui quel rapporto che all’inizio aveva rifiutato. Al vostro buon cuore.

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