Pubblicato da: giulianolapostata | 15 gennaio 2011

“Hereafter”, C. Eastwood, USA, 2010

Seguire la filmografia di Eastwood è come farsi un giro in una di quelle terribili montagne russe che ci sono nei luna park americani, quelle che prima ti portano su, spaventosamente in alto, poi di colpo ti precipitano giù, poi su di nuovo e poi ancora giù, in uno sconvolgente altalenarsi di ebbrezza e di nausea. Con Eastwood è la stessa cosa. Potete salire, fino a raggiungere grandi film allucinati (“Coraggio, fatti ammazzare”, 1983) e poi giù, un bel tonfo in una nauseante palude di melassa (“I ponti di Madison County”, 1995). Su ancora, verso film autenticamente rivoluzionari (“Gli spietati”, 1992), e poi ancora giù nella soap più detestabile (“Million dollar baby”, 2004). Ancora su, alle altezze vertiginose di capolavori quasi inarrivabili (“Gran Torino”, 2008), e poi giù, fino in fondo, a raggiungere invedibili boiate (“Fino a prova contraria”, 1999). E via così. E il bello è che quando si monta non si sa mai cosa ci aspetta: questa volta ci sarà una bella salita? Raggiungeremo qualche vetta luminosa? Oppure stiamo per precipitare in qualche lago di sciroppo d’acero?

Ecco, questa volta è andata male, e “Hereafter” è solo un disarmante fotoromanzo, di una banalità quasi imbarazzante, tenendo conto dei quarti di nobiltà dell’autore, che pure, come abbiamo visto, ci sono. I protagonisti sono George, di S. Francisco, divenuto capace di comunicare con l’al di là dopo un’operazione al cervello (ma è vera sensitività o gli hanno solo scombinato le rotelle?); Marie, una giornalista parigina coinvolta nello tsunami e che, quasi annegata, ha avuto un’esperienza di ‘contatto con l’al di là’; Marcus, un bambino londinese che non riesce assolutamente a rassegnarsi alla morte del gemello, e tenta di rimettersi in contatto con lui. Naturalmente tutti e tre combattono battaglie difficili. George non sa scegliere se il suo sia un dono o una condanna, e cerca di fuggirne; Marie si vede trattata da pazza dal suo entourage; Marcus deve cavarsela da solo, mentre la sua famiglia è allo sfascio. Ma naturalmente – poiché, come sappiamo, S. Francisco, Parigi e Londra sono tutte lì vicine, in un fazzoletto di terra – alla fine tutti e tre si incontrano, intrecciano le loro esistenze e trovano soluzione uno nell’altro. Già qui ci sarebbero buone ragione per alzarsi e andarsene, ma la sceneggiatura ne accumula altre, di continuo. Alzi la mano chi non capisce subito che il berretto di Marcus gli viene strappato dal fantasma fratello per impedirgli di salire proprio su quel métro (ci si potrebbe anche chiedere perché il fratellino bastardo salva solo lui e non anche le altre decine di persone che moriranno poco dopo, ma è meglio non infierire). E perché George prima gli nega la seduta e poi glie la concede? Dov’è la ‘giustificazione’ psicologica del fatto? Solo perché lo vede al freddo?! Per non parlare dell’ultima ‘visione’ di George al tavolino del bar, che perfino gli autori di Love Story si sarebbero vergognati di usare. Più varie bizzarrie, per esempio quell’ospizio per malati terminali che – alzi la mano chi non l’ha pensato! – sarebbe perfetto per un remake di Shining. Insomma, un disastro, per dirsela tutta. Hereafter non è un brutto film: è un film in-significante, nel senso che non significa nulla. Nulla a livello di approfondimento del tema (terribile e difficile: molti altri – e, con tutto il rispetto, spesso di livello ben superiore a Eastwood – ci si sono bruciati le dita in passato: solo per questo avrebbe dovuto pensarci due volte, prima di fare un film). Qui siamo davanti ad una trattazione dallo spessore degno di un reportage su “Chi”. Nulla dal punto di vista della fotografia: quanto di più scontato si possa vedere, semplicemente dilettantistica. Nulla dal punto di vista della sceneggiatura: il fervorino di George al bambino, nella camera d’albergo, è in-significante in modo esemplare, nel senso che, semplicemente, non vuol dire un cazzo di nulla. Parole-parole, buone per suscitare qualche erezione psicologica all’americano medio, che con questo genere di temi va a nozze. Insomma, è un film ‘americano’ nel senso peggiore del termine. Per cui concludiamo con due apprezzamenti che comunque non riguardano il regista. Primo. Ottimo lo tsunami in C.G.: congratulazioni all’addetto agli effetti speciali. Secondo. Quasi un terzo del film – la vicenda di Marie – è parlato in francese e sottotitolato: un bell’esempio di come potrebbe essere tutto il cinema se sparisse quella piaga tutta e solo italiana che è il doppiaggio.

Coraggio, alla prossima.

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Responses

  1. Purtroppo sono dolorosamente d’accordo su ogni punto. Un bel tonfo, pure da prevedere visto il tema. Dolorosamente perché adoro il cinema di Eastwood (non sono d’accordo per esempio su Billion Dollar Baby che trovo splendido e meravigliosamente crepuscolare, mentre penso che tra le delusioni hai dimenticato quella rara trombonata retorica di Invictus). Però, dai, tra gli orrori in circolazione (ho appena recensito The Tourist per Ciak), ce ne fossero di film brutti così…


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