Pubblicato da: giulianolapostata | 8 gennaio 2011

Multivisioni – 8 gennaio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” L. Wittgenstein

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Sabato 8 gennaio

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, USA, 1942) 01.10, Rai1

Puro genio, capolavoro di travolgente comicità nera e demenziale: due vecchiette che gestiscono una pensione ‘danno la pace’ ai loro ospiti, avvelenandoli e seppellendoli in cantina. Cary Grant semplicemente magnifico, Peter Lorre inquietante anche in una parte comica, e Frank Capra rimane uno dei più grandi poeti del cinema. Assolutissimamente imperdibile.

 The hunting party (R. Shepard, USA/Croazia/Bosnia-Herzegovina, 2007) 21.00, DT

Simon Hunt è un giornalista di guerra americano che, in coppia col fedele cameramen Duck, è abituato a seguire in tutto il mondo gli eventi bellici più pericolosi. Non lo fa solo per professione: per lui, ‘sentirsi vivo in mezzo alla violenza ed alla morte’ è diventata una droga mentale, che lo spinge a rischiare sempre di più. Ma un giorno del 1995, in Bosnia, la sua sicurezza crolla. Entrando in un villaggio mussulmano la cui popolazione è stata appena sterminata dai serbi, l’orrore cui è costretto ad assistere è troppo anche per lui. In una diretta col suo network si lascia andare a commenti così pesanti sul ruolo degli USA e dell’ONU in quella guerra che la sua carriera viene troncata di colpo. Simon scompare, riducendosi a fare il free lance per piccole ed oscure televisioni, ma quando, cinque anni dopo, nel 2000, a guerra teoricamente finita, Duck – che nel frattempo invece ha scalato i vertici dell’azienda – capita lì nuovamente per un insulso servizio celebrativo della pace, Simon riemerge dal nulla e lo contatta. Ha per le mani una storia fortissima: conosce il nascondiglio della Volpe, uno spietato criminale di guerra serbo, su cui esiste una taglia di cinque milioni di dollari ma che da anni, incredibilmente, nessuno riesce a catturare, e vuole l’aiuto di Duck per intervistarlo e – eventualmente – per impadronirsene. Duck si fa a malavoglia coinvolgere in quella che sembra una pura pazzia, ma che invece sarà un nuovo viaggio nelle atrocità di una guerra mai davvero terminata e, soprattutto, nei meandri della politica internazionale. Si tratta, com’è evidente, di una versione romanzata (ma non tanto: il film è ispirato alla vicenda reale di tre reporter americani) dei tentativi di catturare Radovan Karadzic e Mirko Mladic – il primo, come sappiamo, recentemente ‘venduto’ dalla Serbia alla CE in cambio del passaporto per entrare nella Comunità, e il secondo ancora uccel di bosco – e degli sporchi intrighi in cui USA e ONU sono stati, e probabilmente sono ancora, implicati nella gestione degli equilibri delle guerre balcaniche che essi stessi hanno fomentato. Richard Gere ha detto il vero quando, in una sua intervista di qualche mese fa, ha dichiarato che ora sceglie i suoi ruoli con maggior oculatezza di una volta, e infatti HP, senza essere un capolavoro, è comunque un buon film, hollywoodiano nel ‘miglior’ senso del termine, divertente e interessante, con un’abilmente amalgamata dose di impegno civile ed umanitario. Peccato che, come al solito, la figura dei cattivi ce la facciano sempre i Serbi, ma a questo, ormai, siamo abituati da un pezzo. Notevole Terrence Howard – già prodigioso interprete di Crash (P. Haggis, 2004) – nella parte di Duck. Consigliato.

Assassinio sull’Eiger (C. Eastwood, USA, 1975) 18.15, DT

Un discreto ‘mountain thriller’, nobilitato comunque dal mestiere di Eastwood e dalle sue belle riprese di scalate. Piacevole. Varrebbe comunque la pena, se avete tanta ma tanta pazienza, di andare a cercare, su qualche bancarella o in qualche biblioteca di provincia, i romanzi di Trevanian (J.B. Savage, 1925-1992), da uno dei quali è tratto questo film: sono gialli raffinati, intelligenti e colti, che non deludono (Il ritorno delle gru, Il castigo dell’Eiger ecc.).

Domenica 9 gennaio

Spider (D. Cronenberg, GB/Francia/USA, 1993) 02.25, Canale5

Spider è un film gelido, perfetto, incomprensibile ed inutile. Gelido e perfetto lo è certamente per le sue belle scene di città degradata, sola e deserta, per la bellissima fotografia, per la tensione delle situazioni e dei momenti. Perfetto lo è per la recitazione di Ralph Fiennes, che è quanto di più essenziale ed assoluto si sia mai visto sullo schermo nel ritrarre la follia. Avvince ed ipnotizza sin dal primo istante, da quella malata e stanca lentezza con cui scende dal treno, e non cede mai, nemmeno per un istante. Ma, detto questo, il film è, appunto, incomprensibile ed inutile. Cosa sono quegli spaghi che il protagonista tende nella sua stanza? Tele di ragno? Ma non l’avremmo mai capito se non ce l’avesse detto la critica. Perché lo fa? Perché la madre lo aveva soprannominato ‘spider’ (ragno)? Anche questo ce l’ha detto la critica. A che cosa servono, cosa esprimono? Questo rimane un mistero. Fiennes è, l’ho detto, immensamente bravo. Ma a cosa serve? Mi viene in mente l’accusa fatta a Kevin Spacey, in quel poeticissimo capolavoro che è K-Pax, di essere stato ‘troppo bravo’. Ecco, anche Fiennes, qui, è stato ‘troppo bravo’, assolutamente ‘troppo’, perché tutta la sua fatica non esprime nulla, nessuna commozione, nessuna emozione, nemmeno un decimo, per fare un altro esempio, dell’autistico di Al Pacino in Rainmen. Per Cronenberg si è trattato di un esercizio estetizzante e fine a se stesso, un compito in classe da ottimo per far vedere quanto è bravo, ma che si è tradotto in un aborto senza vita e senz’anima. Una delusione, ed anche – provate un po’ a chiedervelo, dopo una mezz’ora – una noia: e questo, al cinema ed in letteratura, è un peccato imperdonabile.

Sugarland Express (S. Spielberg, USA, 1974) 16.50, Rete4

Non perdete, se non l’avete mai visto, il film d’esordio di Spielberg, tragica ed amara storia sul potere e l’emarginazione nella società americana. Lou, in visita al giovane marito carcerato, lo convince ad evadere, ed insieme partono in un viaggio folle per riprendersi il loro bambino dato in affido.

People I know (D. Algrant, USA, 2002) 21.00, DT

Si tratta, prima di tutto, di un’incredibile prova d’attore di Al Pacino, come se ne avessimo avuto bisogno, del resto, per renderci conto che si tratta di uno dei più grandi e sensibili attori che il cinema abbia mai avuto. Qui interpreta la parte di un press agent di New York, costretto a soddisfare, all’occorrenza, anche le voglie e i bisogni più squallidi dei suoi assistiti. Pur in mezzo alla corruzione ed al marciume morale – a cui ‘reagisce’ con la malattia, la decadenza fisica e, quando capita, con la droga – egli ha conservato tuttavia in fondo a sé un’innocenza primigenia, ed un’intima onestà. Attraversa questo mondo malato senza farsene infettare, col miraggio lontano di un ‘ritorno alla natura’ impersonato dalla vedova di suo fratello, suicidatosi per non essere invece riuscito a resistere al male. Quando la misura è colma, ed anche i suoi fedeli collaboratori cominciano ad abbandonarlo (stupenda la battuta del suo segretario, che dimettendosi gli dice: “Torno al nord, ho nostalgia della pioggia”), egli finalmente decide di seguire questo amore, questa palingenesi, ma non gli sarà possibile, e la stupidità dei corrotti lo fermerà prima che possa mettere in atto il suo sogno. Il personaggio della cognata – che da sempre lui aveva amato, e che non aveva avuto il coraggio di sposare, lasciandola al fratello – è interpretato da una dolcissima e quasi irriconoscibile Kim Basinger, ed anche in questo caso si tratta di un’interpretazione magica. Già in L.A. Confidential la Basinger aveva dato vita ad un personaggio femminile immensamente struggente, ma qui supera se stessa. Quanto tempo è passato dalla stupida vuotaggine di Nove settimane e mezzo (quel genio di Tullio Kezic lo recensì su Repubblica definendolo “l’opera fondatrice della filmografia del Paese di Stupilandia”). E’ proprio vero che non bisogna mai condannare nessuno e che bisogna concedere a tutti un’ultima chance: per esempio, può darsi che, un giorno, perfino Valeria Golino smetta di esibire le sue sia pur pregevoli tettine e impari a recitare … Nell’attesa di questo altamente improbabile evento, prendetevi una sera di calma e di riflessione, e godetevi questo gioiello, oltretutto semisconosciuto: scalda il cuore, nonostante tutto.

Le crociate (R. Scott, Spagna/GB, 2005) 21.00, DT

Le Crociate è uno di quei film di cui ti chiedi: ‘Ma perché’? Non è la prima volta, nella controversa carriera di R. Scott, che, dopo aver esordito con tre capolavori assoluti, di cui possiamo dire che abbiano segnato la storia del cinema – I duellanti (1977), Alien (1979), Blade runner (1982), Legend (1985) – ha poi proseguito con una serie di film mediocri (Black rain), accettabili (Thelma & Louise), infantili (L’albatross), ripugnanti (Soldato Jane) eccetera, disperdendo lungo la strada quello che era sembrato un incredibile e geniale talento. Solo che qui, secondo me, siamo veramente alla frutta. Non c’è una cosa che stia in piedi, in questo film, a partire dalla sceneggiatura, infarcita di dialoghi criptici e allusivi (?!), spesso semplicemente incomprensibili, che conseguentemente rendono inconsistenti ed ‘irreali’ i personaggi. Quando non li rendono ridicoli: lo scambio di battute tra Balian e il Saladino, quando quest’ultimo esce dalla tenda dopo la resa, sembra uscito da un western all’italiana. Anche la storia traballa parecchio. La pulsione di Balian verso Gerusalemme è davvero poco convincente e poco giustificata; e quel dividere semplicisticamente i cavalieri cristiani tra buoni ed onesti contro cattivi e corrotti lo fa tanto assomigliare ad un film americano di serie B. Dove sarebbe il ‘messaggio’ antibellicista sulla ferocia della guerra? Quattro schizzi di sangue non fanno un messaggio: sono solo effettacci per la cassetta. Per parlare alto contro la violenza e la guerra ci vuol altro: forse prima era meglio rivedersi Salvate il soldato Ryan. Dove sarebbe il tanto strombazzato scontro di civiltà e di culture? Se c’è una cosa che è assente dal film – a parte qualche sporadica e telegrafica battuta sulla ‘somiglianza’ tra morale cristiana e mussulmana, caduta per caso nella sceneggiatura – è proprio la caratterizzazione delle due culture, e bisogna guardare i vestiti per capire da che parte stanno i personaggi. Lo scontro invece c’è sì, ma con la logica e la storia: mai, un nobile del XII secolo avrebbe potuto fare i discorsi pseudo democratici e pseudo egualitari – dunque del tutto anacronistici – che tiene Balian prima della difesa di Gerusalemme; mai e poi mai, avrebbe potuto pensare le tirate ‘laicistiche’ di Balian. Anche i ‘simboli’, come certe battute, cadono casualmente qua e là nella storia, ed anch’essi, molto spesso, sono altrettanto indecifrabili. Per esempio: che diavolo significa il crocifisso che il Saladino raccoglie da terra e rimette in piedi dopo la ripresa della città? Forse un riconoscimento della fatale supremazia finale del Cristianesimo sull’Islam? A dire il vero, non mi pare che sia andata proprio così. E dunque? Il tutto, immerso in una luce ed una fotografia spente e polverose, che ti vien da gridare: ‘Proiezionista, le luci!’. Più che un brutto film, una grossa delusione. Perfino Il gladiatore era stato meglio. Lì almeno c’era un ‘eroe’. Qui non c’è nemmeno quello, e il film si trascina stancamente ma soprattutto noiosamente verso una fine che, dopo un po’, si comincia a desiderare con ansia. E quando vi accorgete che state cominciando a dire: ‘Ecco, sì, dai, questa dev’essere l’ultima scena’, allora vuol dire che è il momento di alzarsi dalla poltrona ed andare a letto.

Training day (A. Fuqua, USA, 2001) 23.20, DT

Terribile e bellissimo. Un giovane poliziotto esce di casa al mattino: dovrà affrontare la sua prima giornata sulle strade, in compagnia di un superiore. Se sarà all’altezza, potrà entrare nella Squadra Narcotici, fare carriera, ed essere veramente utile alla collettività: questo è il suo sogno. È sposato da poco, ed ha una bambina di nove mesi. La piccola ha appena succhiato dal seno della madre, ha “mangiato come una porcellina”; dietro a quella porta rimangono una assoluta, totale normalità, quotidianità, ‘giustizia’. Il poliziotto raggiunge il suo capo, e da quel momento è come cadere in un’altra dimensione spazio-tempo. Precipita in un altro universo, spaventosamente violento, corrotto, amorale. Tutto ciò in cui lui crede viene violato, tutto ciò in cui lui crede viene irriso. Amici/nemici, buoni/cattivi, giusto/ingiusto: non c’è più differenza. non c’è più moralità, non c’è più legge. Il suo capo è uno di loro, in nulla diverso o migliore/peggiore del ‘male’ che dovrebbe combattere. Lo accompagna, lo istruisce, gli insegna i primi rudimenti di questa nuova ‘dimensione’, gli spiega come adattarvisi, come entrarvi, glie ne fa vedere i vantaggi. Il poliziotto attraversa tutto l’inferno e questa giornata opponendo al male solo la sua goffaggine, che diventa con chiarezza assoluta metafora della sua ‘sanità’. La sera torna pure a casa, ma che sarà di lui, del suo ‘se stesso’? Quando si ritroverà al di là di quella porta, sarà ancora quel ‘se stesso’ che ne è uscito al mattino? Che io ricordi, solo il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, 1985) ci aveva mostrato con tanta forza l’orrore e la violenza della ‘legge’ metropolitana. Forse Training Day non ne possiede la stessa forza visiva, non può contare sulla stessa fotografia iperrealista, sugli stessi colori ‘violenti’, ma rimane un capolavoro, uno dei noir metropolitani più belli del cinema americano. E il cinema americano – si sa – è il più bello del mondo. Uno dei risultati migliori di Fuqua, autore sì di quella boiata megagalattica di L’ultima alba (2003) – ma avrebbe potuto fare diversamente, avendo nel cast la Bellucci?! – ma anche del bellissimo King Arthur (2004). E attenzione: lo sceneggiatore è David Ayer, regista del recente e bellissimo Harsh times.

Nel nome del padre (J. Sheridan, Irlanda/GB, 1993) 21.00, DT

Quattro irlandesi, arrestati nel 1974 e falsamente condannati come terroristi IRA, si fecero quindici anni di carcere prima che venisse ristabilita la giustizia. Bel film civile ed eroico sulla lotta dell’Irlanda per la sua indipendenza. Da vedere.

Gangs of New York (M. Scorsese, USA, 2002) 21.00, DT

Davvero bello, splendidamente costruito, magnificamente girato. Non mi viene da urlare al capolavoro – non so perché: forse perché, nonostante tutta l’intelligenza e la pervicacia con cui viene inseguito, mi pare che tutto sommato l’epos autentico latiti da questo film – ma è certo che si tratta di uno splendido film. Per le scenografie; per la costruzione e la conduzione dei movimenti di masse e di folle, davvero magistrale; per la ‘verità’ che le vicende esprimono; per la cura con cui viene messa in luce la connotazione di classe delle rivolte; per l’interessantissima analisi della religione usata come rito magico; per l’impianto storico, accuratissimo ed illuminante; per la recitazione, quasi tutta, almeno. Daniel Day-Lewis è incredibile, semplicemente; e penso che, ricordando il bellissimo ‘selvaggio’ dell’Ultimo dei Mohicani, molti cuori femminili si saranno spezzati, vedendo come si è ‘ridotto’ nella parte del capobanda sanguinario (posso fare un’aggiunta, senza nessuna cattiveria? Non sbaglia chi ha detto che, con quella tuba smisurata e gli occhi strizzati, certe volte assomiglia tanto ad Ezechiele Lupo . . .); Leonardo Di Caprio man mano che cresce sta perdendo il suo faccino da cicciobello, il che lo aiuta ad essere un attore vero: magari a cinquant’anni sarà perfetto; Cameron Diaz, invece, mi ha deluso. A parte il fatto che, oltre a Ogni maledetta domenica, continuo a pensare che la sua interpretazione migliore sia stata quella di quel delizioso fumetto che è The Mask (come non innamorarsi di quel purissimo ed innocentemente sensuale angelo biondo?), qui mi è sembrata scialba e poco significante. Spesso appare distratta, quasi che ciò che sta facendo non la interessasse, e nonostante la drammaticità del suo personaggio, di drammaticità ce n’è pochissima nella sua recitazione. È stato detto che questo film mostra la violenza insita nel popolo americano, e addirittura che non è possibile ‘capire’ gli americani senza averlo visto. Antiamericanismo a parte, ritengo che sostanzialmente si tratti di affermazioni fondate. GON ci fornisce il ritratto di un popolo che è nato dal crogiuolo dell’odio razziale e di classe, e per il quale il ‘progresso’ è consistito solo nella vittoria del più forte sul più debole; non dimentichiamo che, mentre si svolgevano le vicende del film, a ovest si stava consumando il più infame genocidio della storia: decine di milioni di Amerindi massacrati in nome del profitto e della ‘superiorità’ della razza bianca. Bel film, dunque, ed anche film ‘istruttivo’, e sciocche le polemiche sulla ‘violenza’ delle sue scene: certo, è terribile e a volte insopportabile, ma lo è proprio perché nasce dal vero e dalla storia.

Dorian Gray (O. Parker, GB, 2009) 22.45, Sky

“Il ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde, è non solo e non tanto uno dei più bei romanzi, ma uno dei libri più grandi del Novecento. Lo attribuisco a questo secolo perché, pur essendo stato pubblicato nel 1891, esso stenderà la sua profezia etica e filosofica proprio sul secolo successivo, giungendo fino al nostro. Epitome di ogni possibile suggestione del Decadentismo, vertice della letteratura ‘gotica’, romanzo immensamente raffinato e colto, terribilmente bello e ‘demoniaco’, “Il ritratto” è anche, occorre dirlo, un libro totalmente e visceralmente amorale, la cui lettura e meditazione turba e induce alla vertigine, tanto profondo è l’abisso sul quale apre uno squarcio. Meno di dieci anni prima, Friedrich Nietzsche aveva proposto al mondo la sua Teoria del Superuomo (nel 1882 con Die froeliche Wissenschaft, “La gaia Scienza” e nel 1883/1885 con Also sprach Zarathustra, “Così parlò Zarathustra”). Nelle pagine del “Ritratto”, Wilde tradusse la filosofia in vita, creando un personaggio che del delirio superomistico si fa primo attore e nuovo teorizzatore, simbolo e stereotipo dell’umanità avvenire. Per noi, che lo leggiamo più di un secolo dopo, esso sembra suggerire le linee guida delle follie che sconvolgeranno il Novecento, e dell’inesausto cupio dissolvi che sta portando il nostro alla rovina. Bastano queste poche righe, per farci tremare: “Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta attuazione della nostra natura: è questa la ragion d’essere di ognuno di noi. Oggi gli uomini hanno paura di sé, hanno dimenticato il più alto di tutti i doveri, quello che abbiamo verso noi stessi. Naturalmente sono caritatevoli, nutrono chi ha fame e vestono gli ignudi. Ma la loro anima muore d’inedia e di freddo. Il coraggio ha abbandonato la nostra razza, o forse non lo abbiamo mai realmente avuto. Il terrore della società, che è la base della morale, il terrore di Dio, che è la base della religione: ecco le due leggi che ci dominano. E tuttavia, se ognuno potesse vivere pienamente e compiutamente la sua vita, dar forma a ogni sentimento, espressione a ogni idea, realtà a ogni sogno, credo che il mondo accoglierebbe un così puro flusso di gioia da dimenticare tutte le malattie del medievalismo e tornare all’ideale ellenico, forse a qualcosa di più sottile e prezioso dello stesso ideale ellenico. Ma anche i più temerari fra noi hanno paura di se stessi. La mutilazione dei selvaggi ha la sua tragica sopravvivenza nella negazione di sé che deturpa la nostra vita. Noi siamo puniti per le inibizioni che ci imponiamo, ogni impulso che cerchiamo di soffocare fermenta nella nostra anima e ci intossica. Il corpo pecca, ma una volta che ha peccato ha superato la sua colpa, perché l’azione è una forma di purificazione: nulla più rimane, se non il ricordo di un piacere o la voluttà di un rimpianto. L’unico modo per liberarsi di una tentazione è di abbandonarvisi: resistete, e la vostra anima si ammalerà di nostalgia per le cose che si è vietata, di desiderio per ciò che le sue mostruose leggi hanno reso mostruoso e fuori legge”. È stato forse per il timore di confrontarsi con un simile ‘profeta’, e con un simile, gigantesco ed inarrivabile modello, che il cinema ha praticamente sempre evitato “Il ritratto”. A parte il film di Albert Lewin (USA, 1945, bello ma algido), non mi risultano altri tentativi di portare sullo schermo il libro. Numerosi sono, invece, i film ‘alla Dorian Gray’, le cui atmosfere testimoniano dell’enorme influsso, ovviamente anche estetico, che l’opera ha avuto e continua ad avere sulla cultura moderna. Per citarne solo due, il bellissimo From Hell (Allen & Albert Hugues, USA, 2001) e le scene londinesi di Bram Stoker’s Dracula (USA, 1992). Questa volta, a raccogliere la sfida – con coraggio, forse con incoscienza – è Oliver Parker, regista di non eccelso lignaggio, che ha al suo attivo altre due riduzioni dal teatro di Oscar Wilde: Un marito ideale (GB, 1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (USA/GB/Francia, 2002), nessuna delle due di particolare eccellenza. Bisogna dire che qui, se il compito era comunque impari, è stato perlomeno svolto con onestà e discreto rispetto. Bella la ricostruzione della Londra di fine Ottocento, ottime le atmosfere sordide dei quartieri miserabili della città, conturbante la sensualità delle esperienze cui Dorian si abbandona. Ottima la sceneggiatura, in cui le battute sono quasi sempre una pura e semplice trascrizione di quelle del romanzo (e vorrei ben vedere il contrario!), e ben scelti i volti, anche se ho trovato Colin Firth forse un po’ troppo mefistofelico e sulfureo nella parte di Lord Henry, e Rachel Hurd-Wood forse un po’ troppo in carne per quella di Sybilla Vane. Difetti? Purtroppo parecchi, ma, come ho detto, non vale la pena di prendersela. Spiace, intanto, che la ricerca di emozioni e piaceri di Dorian sia stata ridotta a sesso, alcol e droghe, tagliando completamente tutta la sfera delle sue esperienze artistiche ed estetiche. Spiace ancor di più che sia stato cancellato l’espediente del libro ‘galeotto’, questa presenza quasi magica che s’impadronisce delle mente e dell’anima di Dorian, che lo vorrà sempre presente vicino a sé. Infastidisce la connotazione eccessivamente horror data al quadro, e quando l’immagine torna dalla tela al volto di Dorian, non è chi non vi veda una curiosa somiglianza con Zio Tibia … Comunque, signori, questo è quel che offre la ditta. È poco, direte voi: sì, è vero, ma per chi, come me, ha amato alla follia quel libro, dedicandogli anni di studi e riletture, è già un regalo. Comunque, buona visione.

La notte dei morti viventi (G. A. Romero, USA, 1968) 01.35, Sky

Per noi fu l’epifania del genio di Romero, che tanti altri capolavori ci avrebbe dato negli anni successivi, ma che forse mai come qui fu ‘perfetto’, semplice, essenziale, a partire da quel bianco/nero rozzo e sgranato, quasi ‘documentaristico’ (della fine tragica del sogno americano!), quasi una ri-scoperta per palati già abbondantemente avvelenati dalle bellurie del Technicolor. Brillante e geniale nel plot, e nella sublime conclusione, e ferocemente politico nella lettura, e c’è da chiedersi quanto tempo l’America ci abbia messo a riconoscere, nelle squadre della morte che alla fine battono la città per fare ‘pulizia’, gli sgherri scatenati dal Presidente Johnson contro i giovani americani che rifiutavano l’arruolamento in Viet-nam. Non ci sono parole, per film come questi, se non rivederli mille volte. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 10 gennaio

Amabili resti (P. Jackson, USA/GB/Nuova Zelanda, 2009) 21.00, Sky

Susie ha quattordici anni, una sorella più piccola, un fratellino più piccolo ancora, due amorevoli genitori, un inconfessato amore adolescenziale. Un giorno, mentre sta tornando da scuola, viene sequestrata ed uccisa da un serial killer di bambine, che vive nella casa di fronte alla sua, ma nell’aldilà la sua anima non trova pace. È colma d’odio per il suo assassino, non solo per averle strappato la possibilità di vivere quel primo romantico amore, e per aver distrutto la pace della sua famiglia, ma anche perché vede che ora sta ‘puntando’ la sorellina, che rischia di subire la stessa sorte. Prima di aprire definitivamente le porte del paradiso, Susie dovrà così cercare di pareggiare i conti col mondo dei viventi, dopo di che i suoi amabili resti potranno alfine trovare pace. Lasciando stare la trilogia del Signore degli Anelli – a tutti può capitare un momento di genio – Jackson rischia davvero di rimanere il regista di un solo film, e dopo King Kong (2005) – più che un film un videogioco – Amabili resti lo porta un passo più avanti sulla strada dell’abisso. Che cos’è questo film? Un manuale di spiritismo: ‘Colloqui con gli spiriti: istruzioni per l’uso’? Un decalogo antipedofilia: ‘Il maniaco della porta accanto: mai accettare caramelle dagli sconosciuti’? Oppure un pamphlet antiatei: ‘Il Paradiso esiste: io ci sono stato’? Di qualsiasi cosa si tratti, il risultato è una lagna dolciastra ed insopportabile, ma soprattutto un film ‘senza senso’, che cioè non ‘giustifica’ in alcun modo la propria esistenza. Tanto meno a livello fotografico. L’aldilà di Jackson è un pastrocchio inimmaginabile, che forse voleva imitare le scenografie oniriche di Al di là dei sogni (V. Ward, USA, 1998), ma che non ci si avvicina nemmeno. Il risultato è un frullato della più trita iconografia New Age, di Fantàsia (La storia infinita) e delle illustrazioni dalle rivistine dei Testimoni di Geova (con battute che potrebbero indurre al suicidio gli spettatori più ‘sensibili’: “Ma è bellissimo!”. “Certo che è bellissimo: è il Paradiso!”), colmo di simbologie o spaventosamente banali (il naufragio delle navi in bottiglia) o astruse e incomprensibili (il crollo del gazebo). Tra l’altro, si ride a raffica, in quel paradiso (risatine un po’ ebeti, a dire il vero: sembra una riunione di Born Again Christians, e Nikki SooHoo sembra la caricatura di Hello Kitty), o si piange ad annaffiatoio, e senza motivo, così, perché fa tanto anima in pena pentita. La sceneggiatura è la fiera dell’improbabile (e, trattandosi di colloqui coi fantasmi, avrei ben voluto vedere!): uno scava una buca in mezzo ad un campo piatto come una tavola, la attrezza e la arreda, e nessuno dal quartiere circostante vede niente?! Perché diavolo le gardenie appassiscono (e così appaiono nella foto)? Il tocco del Male?! Qual è l’elemento – parlo di elemento ‘logico’, non di percezioni extrasensoriali – grazie al quale il padre e la sorella scoprono la colpevolezza del vicino? Perché è viscido e antipatico?! Col che si arriva agli attori. Stanley Tucci, appunto, faceva prima ad attaccarsi al collo un cartello con scritto: ‘Sono un pedofilo viscido, ipocrita e antipatico’. Così com’è, fa solo ridere. Mark Wahlberg, che già nel 2008 ci aveva divertito la sua parte in E venne il giorno (M.N. Shyamalan), riprova qui invano a ‘fare il serio’. E, dulcis (è proprio il caso di dirlo) in fundo, Saoirse Ronan è troppo di tutto: troppo adolescente-ingenua-ai-primi-amori, troppo figlia-felice-di-mamma-e-papà-buoni-e-felici, troppo sorrisi-occhionisgranati-lacrimoni, troppo dolciastra e tenera, troppo di tutto. Invece che il cartello “Si avvertono gli spettatori che il film è proibito ai minori di 14 anni”, all’ingresso dovrebbero appenderne un altro: ‘Si avvertono i diabetici presenti in sala che la visione può provocare acute e pericolose crisi iperglicemiche’. Anche voi, siete avvertiti.

Live! (B. Guttentag, USA, 2009) 23.30, Sky

Ci aveva già pensato, quasi trent’anni fa, Stephen King, in una di quelle sue cupe ed inquietanti occhiate sul nostro futuro, non tanto ‘fantascienza’, quanto vere e proprie visioni, come di una sibilla che, inalati i miasmi della società presente, profetizzi gli orrori di quella futura. Fu quando scrisse “La lunga marcia” (The Long Walk, 1979). Ogni anno, cento ragazzi partono a piedi da un punto qualsiasi ad un altro degli Stati Uniti, distante seicento chilometri. Devono marciare, continuamente, senza mai scendere sotto i sei chilometri all’ora. Ogni rallentamento viene sanzionato con una “Ammonizione” – che può essere cancellata se, per altre tre ore, si recupera il ritmo e lo si mantiene – ma dopo la terza ammonizione si riceve il “Congedo”: uno dei soldati, che con sonar e radar sofisticatissimi li seguono su mezzi militari, elimina il perdente con un colpo in testa. Al vincitore – sempre che vi sia, un vincitore – un premio quale nessuno ha mai nemmeno osato immaginare: “Tutto quello che vuoi, per tutto il resto della tua vita”. Nei primi chilometri il pubblico è scarso – ‘non c’è gusto’: troppi sono ancora i concorrenti, la selezione è ancora blanda: è più ‘divertente’ starsene a casa a guardarli camminare e morire in TV – ma man mano che la distanza aumenta, che i ‘congedati’ rimangono cadaveri sul ciglio, man mano che la stanchezza bestiale e la disperazione riducono i superstiti a disumani automi, fantocci che si trascinano avanti spinti solo dal terrore della morte, allora il pubblico aumenta, sempre più. Archi di trionfo accolgono i disperati, parate, coriandoli, fuochi artificiali, e negli ultimi chilometri è necessario l’esercito per trattenere le folle urlanti che si assiepano ai lati della strada, a godere delle orme di sangue impresse sull’asfalto. E pochi anni prima, nel 1975, Norman Jewison, col suo magnifico e disperato Rollerball, ci aveva mostrato una società futura e dittatoriale, in cui una nuova versione dei giochi gladiatori viene riproposta come valvola di sfogo delle repressioni e dell’aggressività umane. Fantasie? Sì, forse, ma dieci anni prima Sidney Pollack, in quello che forse è il suo capolavoro – “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?, USA, 1969) – ci aveva raccontato una storia abbastanza simile, e vera: quella delle gare di ballo che si svolgevano negli anni Trenta, durante la Grande Depressione: cinquanta coppie ballano ad esaurimento in uno stadio coperto, con poche e brevi pause per mangiare, bere ed espletare le funzioni fisiologiche. Una alla volta cadono a terra distrutte: alla coppia vincitrice, un premio di millecinquecento miserabili dollari, abbacinante miraggio nell’America di Furore (J. Steinbeck, 1939), dove i dannati della terra si perdevano come polvere e foglie morte sulle strade. Sulle gradinate, il pubblico assiste divertito: mangia e beve, incita, fa il tifo, scommette, e più gli infelici crollano sfiniti più la febbre sale, e le poste si alzano. Oggi tocca a Bill Guttentag raccontarci di nuovo quasi la stessa storia, ma stavolta la verosimiglianza con quanto ogni giorno vediamo sulle nostre televisioni – sempre che ci regga lo stomaco a guardarle – è così impressionante che ci fa rabbrividire d’inquietudine. Katie Courbet (una brava ed intelligente Eva Mendes, finalmente esentata dall’obbligo di esibire le sue grazie e libera di ‘recitare’) è una giovane e rampante creatrice di format televisivi in un grosso network, che sta attraversando una crisi di ascolti. La sua TV trasmette già ogni sorta di spazzatura – sangue, violenze, follie di ogni tipo – “perché è questo che la gente vuole”, ma non basta, e quando qualcuno, per ridere, butta lì che la gente si guarderebbe perfino la roulette russa, quella per Kate non è una battuta, ma un’illuminazione. La roulette russa dovrà essere il prossimo show, ad ogni costo, e lo spettacolo si chiamerà “Live!”, ‘geniale’ gioco di parole che significa allo stesso tempo ‘Vivi!’ e ‘Dal vivo’. Dapprima tutto il suo staff e la dirigenza del network la prendono per pazza, ma quando lei comincia a mettere in moto la macchina, dimostra l’incredibile attrattiva che l’idea può avere, fa intuire l’immenso ritorno finanziario che l’operazione può produrre, velocemente tutte le resistenze si sfaldano, e saranno proprio i suoi capi – quelli che sul primo momento hanno tuonato contro l’intima immoralità ed antieticità dell’idea – a difenderla a spada tratta con ineffabile cinismo davanti alla Commissione Ministeriale che deve dare l’autorizzazione, in nome della “libertà di parola” (vi ricorda qualcosa, tra parentesi?). Migliaia sono coloro che si presentano ai provini ed i cinque concorrenti della prima serata sono tutti, ciascuno a suo modo, volti di quel sogno americano e ‘popolare’ sui cui TV come quella di Kate hanno costruito la loro fortuna. Lo show comincia, lo share sale fino al 65% – “Un evento storico!” – il sesto proiettile parte e uccide. Quello sparo par scuotere Kate dal suo sogno di gloria, ma purtroppo non sapremo mai – e capirete perché – se le sue ultime parole (“Questo è il futuro”) siano la reazione d’orrore di chi ha gettato uno sguardo nell’abisso o un grido di trionfo. Alcune delle critiche che sono state fatte a questo film sono indubbiamente fondate. Non è – incredibilmente, nonostante il plot – abbastanza spettacolare, e la regia è spesso lenta, asfittica, par quasi – appunto! – una regia televisiva. Forse a Guttentag – peraltro Premio Oscar nell’89 e nel 2003 per due documentari – sarebbe stato utile qualche passaggio ad Hollywood. Tuttavia, detto ciò basta appunto l’idea, per rendere il film un documento prezioso della nostra epoca. Tutto – nell’ambiente di Kate, della gente che lavora con lei, dell’America intera: ma potremmo dire del mondo, perché di quella cultura facciamo parte tutti – tutto è falso, costruito, inesistente se non sul monitor. Non è la realtà quella che dev’essere venduta al pubblico, ma il sogno, quel sogno che lui vuole, e dunque “nella realtà può anche capitare che una ballerina di lap dance mostri per un istante un capezzolo, qui no”. Del resto, la stessa Kate che vediamo sullo schermo è ‘reale’ fino ad un certo punto; lo è nella misura in cui essa stessa è un ‘prodotto’ del cameraman che la segue sempre e ovunque, perché anche la sua vita quotidiana diventi finzione e materiale televisivo. Film, documentario (o meglio mockumentary) “Live!” è, che io ricordi, l’opera migliore che a tutt’oggi abbia per lo meno cercato di rappresentare la barbarie culturale della TV trash: quella e unicamente quella – sarà bene ricordarlo – di cui anche milioni di italiani si nutrono quotidianamente, e che ha contribuito alla loro lobotomizzazione. Una TV il cui scopo è appunto quello di realizzare “guadagni immensi”, ma che ha come danno collaterale – messo in conto, se non esplicitamente voluto – quello di demolire poco per volta ogni barriera morale ed etica nello spettatore, cioè nel cittadino, cioè nell’elettore (vi ricorda qualcuno?). Non è difficile immaginare, vedendo le file infinite di persone in attesa di accedere ai provini (vi ricorda altre file per altri provini?), che ad un bel momento qualcuno estragga una pistola – come quella che lo show gli metterà in mano tra poco – e cominci a far fuori i potenziali suoi concorrenti: ogni mezzo è lecito per arrivare ed apparire, non ce lo insegnano ogni giorno?

Martedì 11 gennaio

La maschera di ferro (R. Wallace, USA, 1998) 21.30, Canale5

Nella storia dei rapporti tra letteratura ‘di avventura’ (e che Calliope, la Musa protettrice della Poesia, mi perdoni una definizione così riduttiva) e cinema, c’è un autore che sembra fatto apposta per il cinema: Alexandre Dumas. Dumas par quasi aver profeticamente ‘anticipato’ il genere del ‘cappa e spada’, con le sue storie tutte intessute di duelli, inseguimenti, amori di re e regine, tesori nascosti, intrighi. Parrebbe proprio così. Invece – ci avete mai fatto caso? – è uno degli autori meno ‘tradotti’ per lo schermo. Non solo. Quando lo si è fatto, i risultati sono stati, nella migliore delle ipotesi, mediocri; nella peggiore tragici. Per esempio, si veda (se se ne ha il coraggio) questa sciocchezza ignobile, tratta da una costola del Visconte di Bragelonne; ma possiamo tranquillamente affermare che tutti i film dumasiani si risolvono in gran sventolii di cappelli impennacchiati e gran salti su e giù per i tavoli di un’osteria, fracassando brocche e bicchieri, con la spada in pugno e gridando: ‘Fatti avanti, vil marrano!’. Perché, allora, questo strano esito, quando proprio lui sembrerebbe un perfetto ‘contenitore’ di materiale cinematografico? Paradossalmente, proprio per questo. Per dirla sinteticamente, ho sempre pensato che la scrittura di Dumas sia profondamente ‘cinematografica’, tutta costruita com’è di colpi di scena, bruschi cambiamenti di situazione, ambienti ‘esotici’, caratteri ‘evidenti’, storie complesse ma coerenti; e poi per l’uso assolutamente emotivo e magistrale del ‘colore’ e dell’atmosfera. E dunque, come si può trarre un film da ciò che ‘è già’, un film? E’ possibile, sullo schermo, rendere più cupa e lugubre di quanto già lo sia sulla pagina la scena della decapitazione di Milady, illuminata a sprazzi dalla luna seminascosta dalle nuvole? Provate per credere.

John Rambo (S. Stallone, USA, 2008) 21.10, Italia1

Curioso destino, quello di John Rambo. Quando, nel 1972, David Morrel scrisse il romanzo Primo sangue, Feltrinelli Ed. – da cui poi sarebbe stato tratto il primo film della serie, il bel Rambo di Ted Kotcheff (USA, 1982), dal quale sarebbe poi derivata tutta la ‘saga’ – non aveva affatto l’intenzione di fare un film ‘fascista’ e militarista. Anzi, tutt’altro. Reduce anche lui dal Viet-Nam, Morrel voleva scrivere un libro ‘di sinistra’, in cui raccontare la tragedia dei reduci e il dramma del loro reinserimento. E si vede: è innegabile che lì il ‘fascista’ non è Rambo – tutto sommato, anzi, un po’ patetico, con la sua misantropia e gli incubi delle torture subite – ma lo sceriffo, ottuso, razzista e violento. Il successo di quel film fu enorme. Come dice Morando Morandini nel suo Dizionario, “piacque a destra perché ha al centro un ex eroe in divisa; a sinistra perché esalta un emarginato che combatte contro l’ordine costituito”. Ma la deriva di destra fu più forte di tutto il resto, e in breve Rambo divenne un’icona del machismo armato. Gli fecero fare di tutto: di nuovo in Viet-Nam (Rambo 2: la vendetta, George Pan Cosmatos, 1985: un po’ fiacco) a recuperare prigionieri di guerra dimenticati, (proprio mentre il governo americano stava cominciando ad allacciare rapporti commerciali con l’antico nemico), e in Afghanistan (Rambo 3, Peter MacDonald, USA, 1988: ottimo film d’azione) a combattere i sovietici cattivi (proprio mentre il suo governo cominciava a finanziere i talebani contro i quali stanno morendo oggi i suoi nipotini). Ora, forse un po’ ruffianamente, pare che Stallone voglia riallacciarsi a quelle radici ‘pacifiste’, e manda Rambo a combattere contro la giunta militare birmana (a proposito: do you remember Birmania? Qualcuno se la fila ancora, la Birmania? Sono passati mesi, alla stampa ‘democratica’ è stata imposta la sordina e nessuno ne parla più. Of course, fratelli: troppi ghiotti affari fa con essa l’Occidente, e a chi volete che freghi di quattro monaci straccioni?). Nuovamente ‘in ritiro’, questa volta sulle rive del fiume Salween, nella giungla tailandese ai confini con la Birmania, John viene contattato da un gruppo di missionari che vogliono portare aiuto ai Karen, un’etnia birmana perseguitata dalla giunta. Lui tenta di dissuaderli, ma di fronte alla loro ostinazione (ed al fascino discreto di una missionaria bionda, purtroppo più o meno felicemente sposata) cede e li accompagna. Ma non li vede più tornare, e dopo qualche decina di giorni riceve la visita di un gruppo di mercenari: i missionari sono stati fatti prigionieri dai militari, e bisogna assolutamente liberarli. A quel punto Rambo decide di accompagnarli, ed è una nuova discesa all’inferno. Si tirano le somme, in questo film. Non più (ma meglio sarebbe dire non mai) la stupida ed a-morale macchina da guerra che credevamo che fosse, John Rambo è solo e ancora un uomo straziato da ricordi atroci, convinto che Dio non possa più perdonarlo per tutto il male che ha commesso. Forse per questo decide di giocarsi la vita per l’ennesima volta proprio salvando dei missionari: chissà che a Dio avanzi un po’ di perdono anche per lui (ma interessantissimi, soprattutto in un film americano, sono i dialoghi spietatamente cinici tra lui e i religiosi sull’impossibilità di cambiare qualcosa senza l’uso delle armi!). Ed ora è davvero finita. Finalmente il vecchio John torna a casa, e questa volta, evidentemente, per sempre. Non sappiamo cosa lo aspetterà, dietro quella cassetta postale arrugginita, ma gli facciamo mille auguri: di trovare finalmente la pace, novello Cincinnato che ha deciso di sostituire la spada con la vanga.

Heat (M. Mann, USA, 1995) 21.00, DT

McCauley, grande rapinatore, contro Hanna, grande poliziotto. L’uno alla caccia dell’altro: della vita dell’altro, delle sue emozioni, di ciò che c’è dentro di lui, che l’ha fatto diventare quel che è, che l’ha portato fin lì. Thriller turgido, complesso, denso di storie, ma in cui è ancora una volta presente quel senso della ‘coreografia’ di Mann, che qui si esprime e nel ritmo perfetto della storia e nella stupenda fotografia. De Niro ed Al Pacino sono quanto di meglio il cinema abbia prodotto da molto tempo, e Mann è – lo sappiamo – un genio. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 12 gennaio

Quel treno per Yuma (J. Mangold, USA, 2007) 21.10, Rete4

Non è vero che i generi muoiono e non possono essere resuscitati. I generi non muoiono mai, ed eventualmente il problema è che a ‘resuscitarli’ sia la mano di un genio, il tocco di un artista. Si veda, per esempio, il bellissimo Gli spietati (USA, 1992), in cui un Maestro come Clint Eastwood, proprio nel momento in cui sembra celebrare, con un film crepuscolare e ‘decadente’, la fine dell’epopea western, al tempo stesso ci dà un film perfetto, che di quell’epopea è una massima esaltazione. Così pure, non c’è nulla di male ad usare gli stereotipi – il Mito ne è pieno! – purché essi sfuggano alla bassa condizione della macchietta da caratterista e diventino simbolo ‘universale’. Tutte considerazioni, queste, evidentemente del tutto estranee, a chi ha concepito e messo in atto questo film (non è che la filmografia di Mangold sia precisamente infarcita di capolavori) in cui l’epos è assente in misura assoluta, e che addirittura irrita per la sua balordaggine. Non si sa da che parte cominciare. O forse sì: certo dalla sceneggiatura, che vola raso terra, tra banalità, stereotipi – appunto! – involontarie cadute nel ridicolo, incongruenze. Il bandito Ben Wade è “Il Bandito”: gentile con le donne, che gli cadono ai piedi come cachi, spietato coi traditori e i nemici, uomo d’onore con gli uomini d’onore; e per chi gli tocca la Mamma sono c**** amari. Dan Evans, l’eroe suo malgrado, è anche lui “L’Eroe-suo-malgrado”: pulito, semplice, onesto, che preferisce farsi ammazzare piuttosto di rubare un cent, che non avrebbe mai voluto essere lì dov’è, ma che ora che ci si trova ha un onore da difendere, e lo fa fino alla morte. Li accompagna nel loro viaggio verso l’appuntamento fatale (l’avrete visto tutti l’originale del 1957 di Delmer Daves, che ora si starà rivoltando nella tomba) un gruppo di comprimari abbastanza normali e prevedibili. Un’eccezione (in negativo) è il figlio di Dan, una figura all’insegna del battistiano “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, che passa a corrente alternata dall’ammirazione per il Bandito a quella per L’Eroe-suo-malgrado, e non si capisce per quale mai ragione alla fine scelga il secondo, se non per la volontà incomprensibile del regista: “Mi hanno disegnato così” potrebbe ripetere anche lui con Roger Rabbit. Le avventure si susseguono – con una certa fantasia, bisogna ammettere – ma bisogna anche riconoscere che la sfiga di Wade, che cento volte arriva sul punto di riconquistare la libertà e altrettante fallisce per un pelo, è davvero troppa, e quando si arriva alla scena nella tenda degli operai cinesi è difficile soffocare una risata. Come pure è difficile non ridere durante la fuga tra le case di Contention, con questi due che, come un incrocio tra Batman e James Bond, sfuggono ad una inimmaginabile pioggia di pallottole; o ascoltando la frase: “Non durerei due minuti come capo di questa banda se non fossi marcio dentro”, che candidiamo immediatamente all’Oscar per la battuta più artificiosa e falsa che si sia sentita al cinema da decenni. E Wade? Wade che, dopo un assurdo dialogo finale, accetta di andare a farsi impiccare solo per permettere a Evans di dimostrare a suo figlio di essere “un uomo”? E che ammazza tutti appunto perché lui ‘ha capito’? Ma loro, poveri sfigati, come possono capire che lui ha capito?! “Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò. Da questa fiera dell’improbabilità, una sola figura emerge, prepotente, davvero epica, e nemmeno si capisce come sia andata a finire in un film così: l’aiutante di Wade, Charlie, il pistolero gay, l’unico Franti, l’unico vero vilain del gruppo, fatto come Dio comanda: perverso, feroce, spietato, crudele, beffardo, immorale ed amorale, intimamente malvagio. Un autentico ‘eroe negativo’, uno splendido personaggio – sembra scritto da Sergio Leone – per il quale viene immediato e istintivo ‘parteggiare’, splendidamente interpretato da Ben Foster, cui auguriamo miglior fortuna e miglior compagnia. Cosa aggiungere ancora. Russel Crowe e Christian Bale non interpretano i personaggi, ma semplicemente mettono in atto una gara di recitazione, in questo ennesimo ed inutile remake, a proposito del quale ancora una volta invochiamo, dalle Nazioni Unite, una legge composta di un solo articolo: “E’ severamente proibito fare remakes”. Punto.

M il mostro du Dusseldorf (F. Lang, Germania, 1931) 13.55, DT

Uno sconosciuto maniaco terrorizza la città, violentando ed assassinando bambine. Per acciuffarlo, la polizia scatena una caccia all’uomo che disturba gli affari della malavita, la quale decide di catturarlo e di processarlo essa stessa. Molto più di un thrilling ante litteram, soprattutto un’indagine sugli abissi del cuore umano, e sulla pulsione del Male. Semplicemente stupendo Peter Lorre nella parte dell’assassino (Murder, in tedesco). Prodigiosa la fotografia (la tromba delle scale deserta, quando la madre chiama la figlia; la palla che rotola via eccetera) di un genio del cinema espressionista. Assolutissimamente imperdibile.

La battaglia di Alamo (J. Wayne, USA, 1960) 16.45, Sky

Una delle due sole regie del grande (l’altra è stata l’atroce Berretti verdi). Questo, però, (sul sacrificio di duecento volontari americani a Fort Alamo, nel 1836, contro l’esercito messicano) è un capolavoro: un poema epico ed eroico, un racconto di uomini eccezionali, superiori, buoni, disinteressati, onesti, sinceri . Retorica? Certamente, ma di grandissima qualità, ed il risultato è un film commovente ed avvincente, davvero imperdibile.

Giovedì 13 gennaio

Big Fish (T. Burton, USA,2003) 23.25, Rete4

Non capita spesso di vedere un film col groppo alla gola. Ma non perché lui ha lasciato lei, o perché lei si è abbandonata languidamente tra le braccia di lui. No: perché si è visto un film che ci ha commosso, che ha toccato corde intime e profonde dentro di noi, che ci ha donato bellezza e poesia. Così sarà, credo, per gli spettatori di questo capolavoro. La vicenda è presto raccontata. Il vecchio Edward Bloom – un sensibilissimo Albert Finney – sta per morire. Da molti anni aveva litigato col figlio, che gli rimproverava sia di essere stato ‘assente’ dalla sua vita e sia di aver raccontato a tutti un sacco di storie mirabolanti sul suo passato, tanto da impedirgli di ‘conoscerlo’ veramente. Ora il figlio ritorna, chiamato dalla madre – Jessica Lange, mai così tenera – ed accompagnato dalla giovane moglie incinta – Marion Cotillard, delicata e magica – si siede al capezzale del padre e gli chiede: ‘Dimmi chi sei veramente, raccontami la verità’. Ma che cos’è la verità e cosa sono i sogni, per Edward Bloom? Il padre risponde a suo modo, raccontando a tutti per l’ultima volta le sue storie meravigliose, mescolando ancora una volta verità e bugie – è possibile, in fondo, distinguerle? – e, come una sirena, affascinando tutti ancora una volta. La giovane e delicatissima nuora si siederà anche lei ad ascoltarlo rapita, e il figlio addirittura gli sarà vicino nelle ultime ore, e lo accompagnerà fino in fondo alla sua storia più bella. Con Big Fish, Tim Burton ci ha dato quello che è, senza ombra di dubbio il suo capolavoro. Molto è rimasto, qui, dei suoi film precedenti, e molto è stato lasciato per strada. Sono rimaste la poesia e la tenerezza degli affetti, l’affascinante bellezza dei sogni: ricordate Edward Mani-di-forbice e suo padre; invece, certi eccessi dark del, sia pur bellissimo, Tim Burton’s The nightmare before Christmas, si sono invece stemperati nelle delicate e tiepide brume che fanno da sfondo ad alcune delle scene più belle. Permettetemi, per concludere, una notazione personale. Ultimamente ho rivisto anche Le invasioni barbariche. Entrambi i film parlano della perdita del padre, entrambi raccontano il tormento di un figlio che, negli ultimi momenti, cerca di recuperare il colloquio che non è riuscito a costruire durante tutta una vita. Mio padre è scomparso alcuni anni fa, e le parole che non gli ho dette, quelle che da lui non ho ascoltato, spesso ancora mi perseguitano. Andiamo a vedere questi dolcissimi film, e ricordiamoci di avere un padre. Assolutissimamente imperdibile.

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006) 21.05, DT

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

Donnie Brasco (M. Newell, USA, 1997) 22.50, DT

Donnie Brasco è il nome con cui Joseph Pistone, un agente FBI, ormai da due anni tenta di infiltrarsi in una grande famiglia mafiosa. Per farlo, ricerca l’amicizia di Lefty Ruggiero, un gangster di mezza tacca che gravita ai margini della famiglia. Da trent’anni Lefty si dà da fare per avere un po’ di considerazione, e un posto più importante, più vicino al ‘grande capo’, ma nessuno lo prende sul serio, e ogni volta che si presenta qualche buona occasione, gli viene preferito sempre qualcun altro. Il suo ruolo è di sicario e killer quando occorre, ma generalmente di servo, di cameriere, che deve essere sempre pronto a soddisfare ogni capriccio dei potenti. In trent’anni – continua a ripeterlo, e a rimpiangerli – non ha combinato niente: sempre senza soldi, con una casa modestissima, il figlio drogato all’ultimo stadio, Lefty è un fallito, e lo sa benissimo. Improvvisamente, la stima di quel ragazzo sembra dargli uno scopo nella vita: lo addestra, gli insegna trucchi e gergo, lo introduce nelle segrete cose della mafia, si espone e compromette per lui, assumendo nei suoi confronti un atteggiamento paternalistico, di grottesca superiorità. Donnie, intanto, per questa sua lunghissima assenza da casa vede disfarsi poco a poco il suo matrimonio e il rapporto con le figlie. Non solo: un po’ per volta, egli viene irretito da quel mondo e dalle sue regole, e sente sempre più forte il rapporto con Lefty, fino a dire, in un drammatico colloquio: “Io non penso come uno di loro, io sono uno di loro”. Quando finalmente l’FBI deciderà di chiudere l’operazione, Donnie tornerà al suo mondo con la coscienza del dovere compiuto, ma col rimorso di aver tradito ‘gli amici’. La narrazione procede lenta, ma fredda ed impietosa; l’ambiente dei mafiosi viene mostrato in tutta la sua stupidità, la sua cattiveria e la sua miseria: non vi sono eroismo o dignità in quei quattro animali rozzi che, attorno, ad un tavolo, si spartiscono mucchietti di dollari, cercando di escogitare qualche altro squallido espediente per far soldi. Una pulizia narrativa ed un efficacia espressiva che si cercherebbero invano nei film di Scorsese sullo stesso ambiente. Quanto agli attori, francamente non condivido le lodi sperticate che, per questa interpretazione, sono state fatte a Johnny Depp. Sì, indubbiamente bravo, ma nulla di più: un lavoro dignitoso, tra le righe; anzi, forse sarebbe meglio non parlare di una sua certa monotonia espressiva da cui non si discosta mai, quale che sia la situazione in atto. Forse pero, oltre a questo c’è da dire un’altra cosa: che chiunque sarebbe scomparso, sarebbe stato annullato da un’altra, l’ennesima, straordinaria interpretazione di Al Pacino. Come sempre, Pacino recita con l’anima. Lui è Lefty, veramente: di Lefty sono le smorfie, le occhiate malinconiche e ciniche, i vestiti fuori moda e volgari, le chiacchiere stupide, la miseria. C’è solo lui, sullo schermo e nella storia, che diventa la sua storia, la saga di un povero sfigato che da una vita si sbatte per essere qualcuno, e ormai sa che non sarà mai nessuno. Un ottimo film, una grandissima interpretazione, una bellissima storia: e, tanto per non buttar via niente, dei bellissimi titoli di testa.

Borsalino (J. Deray, Francia/Italia, 1970) 21.00, Sky

Nella Marsiglia degli anni Trenta, due gangster prima si combattono e poi si alleano per conquistare la città. Storia di un’amicizia virile, e magnifica gangster story scritta da un grande Maestro del genere (recuperate il suo stupendo Sinfonia per un massacro, del 1963), con un grande cast ‘di genere’ anch’esso: Alain Delon e Jean-Paul Belmondo. Imperdibile.

Venerdì 14 gennaio

Black Dahlia (B. de Palma, USA, 2006) 22.30, DT

Confesso di non aver mai amato De Palma, e di non aver mai condiviso quella specie di culto che lo riguarda. Ho sempre pensato che la cifra del suo far cinema non sia mai andata oltre ad un banale e normalissimo mestiere. La sua filmografia è tanto abbondante quanto modesta, e accanto a film appena vedibili ed assolutamente sopravvalutati – Blow out, 1981; Omicidio a luci rosse, 1984; Gli intoccabili, 1987 – allinea incredibili ciofeche, come Mission: Impossibile (1996), o peggio ancora, Mission to Mars (2000). Questa volta, con tutta evidenza, De Palma ha fatto il passo più lungo della gamba, cimentandosi con un testo che non solo è uno dei più bei libri del grande scrittore americano James Ellroy – tutto da leggere, lui sì! – ma anche una delle più spietate indagini che la letteratura moderna ci abbia dato del ‘cuore nero’ dell’America. Da un libro dunque bello e intenso – che narra, partendo da un fatto di cronaca vera, l’atroce omicidio irrisolto di una attricetta di Hollywood – De Palma ha tratto un film che è certamente un raffinato esercizio calligrafico sull’America Anni Quaranta, ma dal quale mancano del tutto l’algido disincanto, ma anche la profonda pietà, con cui Ellroy guarda agli orrori che racconta; una chiave narrativa che, invece, si trova pienamente in quel capolavoro che è stato L.A. Confidential, tratto nel 1997 da un altro suo romanzo ad opera delle mani forse meno ‘nobili’, ma certo più abili, di Curtis Hanson. Più che ad un film, a volte par di assistere ad una sfilata di moda rétrò: i cappelli sono sempre perfettamente in forma, quando entra in scena la Johansson con le sue permanenti – peraltro bravissima, la migliore senz’altro, rispetto all’antipatia perfettina e studiata di Hilary Swank – sembra di vedere il parrucchiere che se la fila sul fondo, le automobili paiono appena uscite non dal concessionario, ma addirittura dal modellista, i set sono artificiosi, immobili, ingessati, e molte scene – per fare un solo esempio, quella del ritrovamento del cadavere dello stupratore sotto la pioggia – ricordano inevitabilmente il manierismo stilizzato di Sam Mendes in Era mio padre (2002). Gli interpreti – di alcuni ho già detto – fanno tutti del loro meglio, ma non riescono a liberarsi dalle pastoie di una regia che li irrigidisce in figurine a due dimensioni, quasi fossero uscite da una strip di Dick Tracy. Anche la sceneggiatura ha i suoi problemi. Indubbiamente non era facile destreggiarsi nei labirinti, mentali e narrativi, di Ellroy, ma il risultato è stato un racconto a volte veramente difficile da seguire, contorto, in cui spesso nessi e collegamenti sono appena accennati. Molta gente, al cinema, si è alzata dalla poltrona dicendo ‘Non ho capito un *****’, il che, per un film, è perfino peggio di ‘Non mi è piaciuto un *****’.

La casa dei mille corpi (R. Zombie, USA, 2003) 23.10, DT

La storia sembra la solita: quattro studenti sfigati capitano in una casa in campagna abitata da una famiglia di folli sanguinari che li fanno a pezzi. Ma la confezione – oh ragazzi! – è di lusso: un horror surreale, quasi favolistico, e violentemente eversivo (guardate la maglietta del Dottor Satana!). Due ore di vero piacere.

L’Albatross (R. Scott, USA, 1995) 21.00, Sky

Un gruppo di liceali americani si imbarca su una nave-scuola per una lunga crociera nel Pacifico: le avversità li faranno diventare uomini. Probabilmente il peggior film di R. Scott – ma è una bella gara con Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001) – insopportabilmente retorico e stereotipo, e se il modello era Capitani coraggiosi (V. Fleming, USA, 1937), allora c’è da mettersi le mani nei capelli. Questo sembra la versione allungata di uno spot di Capitan Findus, e non c’è altro da dire.

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