Pubblicato da: giulianolapostata | 1 gennaio 2011

Multivisioni – 1 gennaio 2011

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

 

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 

L. Wittgenstein

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Sabato 1 gennaio

 

L’angolo rosso (J. Avnet, USA, 1998)

Un ricco avvocato americano è a Pechino per concludere un ricchissimo affare per conto di una grossa compagnia televisiva USA, a danno di un importante concorrente. Dopo che le cose sono andate a buon fine, in un night rimorchia quella che sembra una qualsiasi prostituta e se la porta a letto. Ma la mattina si risveglia intontito, con la ragazza morta a fianco: non una prostituta ma la figlia di un alto ufficiale dell’esercito, che ora vuole la sua morte. La giovane avvocato d’ufficio che viene nominata a difenderlo ha pochissime speranze di sottrarlo alla fucilazione, ma il fascino del bel Gere trionferà, e giustizia sarà fatta. Ora. È  verissimo che la Cina è la più spaventosa dittatura nazista oggi esistente al mondo; è verissimo che, tra le altre sue infamie, è colpevole del genocidio ed etnocidio del popolo Tibetano. Ma niente, nemmeno questo, giustifica la fattura di un film brutto come questo. Le battute sono da schiaffi (“Io sarò per sempre la tua famiglia dall’altra parte del mondo”); la sceneggiatura è confusa, disordinata, lentissima; la giovane Bai Ling è tanto (abbastanza) graziosa ma totalmente incapace; Richard Gere è al minimo sindacale. Semplicemente invedibile.

Wargames (J. Badham, USA, 1983), 22.40, DT

Un ragazzino, hacker ante litteram ed appassionato appunto di wargames, entra casualmente nel computer del Norad, col quale comincia a giocare una partita di guerra termonucleare totale. Solo che il computer – ‘folle’, ma programmato e controllato da militari più folli di lui – invece fa sul serio, e la guerra vuole scatenarla davvero. Divertente, intelligente ed estremamente avvincente; forse un po’ datato, ma attualissimo per il monito sulla follia della guerra nucleare. Chi vince la partita? “Winner none” come dice alla fine il computer. Imperdibile.

Robocop (P. Verhoeven, USA, 1987), 22.50, DT

In un’America imbarbarita dal medioevo prossimo venturo, la polizia fabbrica un poliziotto indistruttibile coi resti di uno vero mescolati ad una macchina. Dieci anni prima del fascismo ‘di stato’ di Starship Troopers, Verhoeven ci racconta il fascismo ‘di strada’, la cui regola è: l’unico colpevole buono è il colpevole morto. Imperdibile.

Segnali dal futuro (A. Proyas, USA/GB, 2009), 17.00, Sky

Solo un acuto e disperato sentimento di autolesionismo può indurre una persona a girare un film del genere, ed io ho compassione di Proyas, il cui ultimo film è stato sì quella boiata di Io, robot (USA, 2004), ma che ha esordito con un capolavoro senza tempo, Il corvo (USA, 1994), dopo il quale gli si può perdonare ogni cosa. Qui non ha fatto del male solo a se stesso: ne ha fatto agli spettatori, indecisi se andarsene o cominciare a tirare i popcorn sullo schermo, al simpatico Nicholas Cage, trascinato in una sciagurata avventura, ed ai suoi non indegni partners, ed anche al cinema, specie quello americano, che nel genere ‘catastrofe-e-fine-di-mondo’ ha prodotto forse molte baracconate, ma sempre di qualità (vedi R. Emmerich). Qui, carissimi, i miei occhi di cinefilo hanno visto cose che si vergognano perfino a riferire. Una bambina sensitiva che nel ‘59 riceve da (non ve lo posso dire subito, se no poi alla fine non ridete più) dei messaggi sulle catastrofi prossime venture. La piccola carogna non solo non le rivela a nessuno, lasciando che migliaia di persone muoiano come mosche, ma le trascrive sotto forma di codice numerico (ecchec****: se le scriveva semplici semplici era finito il film) e le seppellisce in una capsula del tempo, che dopo cinquant’anni viene recuperata da … provate a indovinare chi? Un parrucchiere? Un fruttivendolo? Ma naturalmente no: un astrofisico, che ovviamente interpreta subito il codice e capisce che non c’è più trippa per gatti. Aggiungeteci: lo scienziato ateo che si converte sullo sfondo delle fiamme (sembra Clark Gable in San Francisco, W.S. Van Dyke II, USA, 1936), gli alieni prima simil-gay poi trasparenti e luminosi, alla Incontri ravvicinati (pochi film hanno fatto tanto danno all’immaginario collettivo come quello …), le voci bisbiglianti (dall’aldilà?) ed avrete un fritto misto di banalità indegno di qualsiasi esordiente, con contorno di assurdità: perché gli alieni non parlano mai? Si son presi la faringite, come i marziani de La guerra dei mondi? Perché deve salvarsi solo chi ha ricevuto la “chiamata”? È un sadismo da paura. E perché poi una “chiamata”? Non sta mica arrivando il Messia, solo la fine del mondo: basta dirlo, caricare tutta l’Umanità su quelle belle astronavi rotanti (come, a questo punto, le palle dello spettatore) e scaricarla sul pianeta di Alice nel Paese delle Meraviglie (dite se non è vero che ci assomiglia: c’è perfino il Bianconiglio!). Invece no, ed è vano chiedersi il perché. Comunque, non è tutto da buttar via. Godetevi gli ultimi 30 secondi (e ringraziate il cielo che ci sono almeno quelli, se no all’uscita mordereste il bigliettaio), quando il fly solare devasta il pianeta: splendide immagini davvero, angoscianti e paniche, assolutamente degne di un film migliore di questo.

Alice in Wonderland (T. Burton, USA, 2010), 21.00, Sky

Ahi-ahi-ahi: e due …Nel 2008 Burton ci aveva lasciato con Sweeney Todd, la storia vera del barbiere londinese che nell’Ottocento uccideva e trasformava le sue vittime in pasticci di carne a prezzi popolari. Fu quello un eccezionale esercizio di stile, una grande dimostrazione di mestiere, ma anche un film sostanzialmente vuoto, che non scendeva di un pollice sotto l’elegantissima superficie. Perdonabile tuttavia: e, appunto, per la solita, grande abilità dimostrata e perché – si pensò – anche gli artisti come lui hanno bisogno di un po’ di relax. Lo si aspettava alla prova successiva, quella Alice di cui si favoleggiava da tempo. Quale soggetto migliore per un visionario dark come Burton, dissero moltissimi suoi fans? È vero, dissero subito molti altri, ma stiamoci attenti, perché proprio per questo il Nostro corre uno dei rischi peggiori: quello di fare un film ‘alla Burton’, senza riuscire nemmeno questa volta a raggiungere le radici della sua ispirazione. Stiamo a vedere. Ora abbiamo visto, e avevano ragione loro. Dopo Mars Attacks (1996) e Il pianeta delle scimmie (2001), questo è certamente non tanto il film più brutto di Burton, quanto il più inutile. Acuto è il rimpianto del cartoon disneyano del 1951, col quale questo film è strettamente imparentato, non solo per il soggetto, quanto – ed è questo il punto – per la produzione. Paradossalmente però, il passaggio dal cartoon al film non solo non ha giovato, ma è stato disastroso. Colpa anche dei sessant’anni trascorsi. Nonostante tutta la pruderie degli anni Cinquanta, tuttavia allora il politically correct era ancora un concetto abbastanza sconosciuto. Ne risultò così un cartoon acidino e cattivello, allusivo, inquietante anzichenò, che non a caso non è mai stato ai vertici delle preferenze dei bambini per quel che riguarda la produzione disneyana classica. Ma, appunto, il tempo è passato, Disney è diventata una major, muove somme favolose, e non può permettersi errori. Il risultato è dunque, questa volta, un film che più piccoloborghese non si può: politically very correct, pudico, beneducato. Un film che non contiene una sola scintilla di originalità e di provocazione, e che si adagia in un perbenismo familiare della domenica desolante. Un film in cui i ‘cattivi’ vengono liquidati in fretta, per evitare che qualcuno in sala si faccia domande (e c’è più trasgressione in un capello del Principe Azzurro di Shrek che in tutto il Fante della Regina Rossa) e i buoni sono loffi e noiosi. Un film in cui, tra l’altro, Burton è completamente assente: sparita la cattiveria irriverente di Beetlejuice (1988), spariti gli incubi dark e sanguinosi di Sleepy Hollow (1999), spariti i sogni e gli strazianti ricordi di Big Fish (2003). Rimane una storia banale, nello svolgimento e nella conclusione. ‘Istruita’ dalla sua permanenza in Wonderland, Alice diventa un mercante in Cina. Fantastico! Tutto ‘sto casino per trafficare in oppio e schiavi?! Sarebbe questa la lezione ‘libertaria’ del personaggio?! Aridatece il cartoon, per favore … Ad affossare definitivamente la storia contribuiscono massicciamente i trucchi. Come ha scritto il critico di Liberazione – mi inchino a tanto sarcastico genio – il Cappellaio Matto sembra la caricatura del Mago G di Galbusera. E, aggiungo io, Anne Hataway, nella parte della Regina Bianca, pare la caricatura di Cicciolina, con l’aggravante di essere evidentemente in preda ad una grave crisi confusionale. Sarà stata una scelta registica o si era fatta un cannone prima di andare sul set? Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che questo è un film fallito, che ci siamo annoiati a morte, che abbiamo buttato via i soldi, e che Burton è (era?) un altra cosa.

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (L. Wertmuller, Italia, 1974), 22.50, DT

Un marinaio comunista ‘duro e puro’ e un’arrogante sciura milanese vengono gettati da un naufragio su un’isoletta deserta del Mediterraneo. Finché durerà sarà una ‘rivoluzionaria’ inversione di ruoli, ma appena restituiti alla vita civile, ognuno tornerà ‘al suo posto’. Se mai a Giancarlo Giannini e Mariangela Melato è capitato per sbaglio di essere attori, non è stato certo in questo film, dove mettono in scena due macchiette di un’ovvietà desolante. Come poi la Wertmuller, cui dedico questa segnalazione una tantum, sia assurta nell’Olimpo del cinema italiano, potrebbe essere un gaudioso mistero, se in quell’olimpo non ci fossero già Muccino, Castellitto, Ozpetek eccetera. Cambiate canale.

Duemiladodici (R. Emmerich, USA/Canada, 2009), 21.00 Sky

Beh, insomma, lo sapete com’è Emmerich: o lo amate (si fa per dire) o lo buttate. Non è Michael Mann, per capirsi, e tanto basterebbe per cambiare cinema. Tuttavia, qualcosa per salvarlo si può trovare, e, onestamente, non si tratta d’una difesa d’ufficio. Primo. I film di Emmerich sono, per lo meno, ‘divertenti’: nel senso che stai lì a vedere come va a finire, che fai il tifo per l’eroe di turno, che non dici miodiochepallequandofinisce. Secondo. Nei film di Emmerich gli effetti speciali non sono fine a se stessi, come in quel genere di cinema ultimamente accade sempre più spesso (Transformers 2 non è un film, è uno spot pubblicitario della Industrial Light & Magic, e Parnassus vi si avvicina molto), ma strumenti di un particolare tipo di cinema. Di cui qualcuno può anche legittimamente dire che ‘non è cinema’, ma questo è un altro discorso. Terzo. Nei film di Emmerich non è mai tutto da buttar via, come sembrerebbe a prima vista. Così è di questo 2012, secondo film di quel suo sottofilone di cinema catastrofico che potremmo chiamare ‘Pentitevi-figli-di-p******-che-la-fine-del-mondo-è-vicina’. Il primo è stato The day after tomorrow (2004), in cui la fine arrivava per colpa dei cambiamenti climatici causati con criminale e suicida incoscienza da parte dell’uomo (chissà se Obama e i suoi amichetti cinesi l’hanno visto). Fu, sia pur nella sua ‘spettacolarità’, un film in grado di farci riflettere sull’immensa fragilità della nostra società tecnologica, e non fu facile dimenticare quelle terribili immagini di strade, fino a poco prima colme di auto e merci, improvvisamente invase dall’acqua, che trasformava tutto in un ammasso di inutile ferraglia; o di quella città, fino a poco prima arrogante nella sua potenza e ricchezza, in pochi giorni ridotta ad un pack gelido e mortale, in cui pochi sopravvissuti bruciavano libri e mobili per scaldarsi, e contendevano il cibo ai lupi di uno stabulario (la nemesi!). Qui il pericolo viene da fuori: una particolarissima stagione di tempeste solari aumenta oltre ogni limite il flusso di neutrini che investe la terra, rendendo fluida la crosta terrestre, causando il fluttuare delle placche e provocando inimmaginabili terremoti, apocalittiche eruzioni e tsunami da Diluvio Universale. L’Umanità, di fronte alla minaccia, mostra il suo lato peggiore. Nell’impossibilità di salvare tutti, costruisce quattro gigantesche ‘arche’ destinate a navigare sulle acque dopo la catastrofe, in cerca di un nuovo Ararat su cui rifondare la razza umana. Naturalmente il costo di questa operazione è immenso, per cui i biglietti sono riservati solo ad una ricchissima élite di politici e potenti, mentre tutti gli altri vengono tenuti rigorosamente all’oscuro. È angosciante il cinismo classista che Emmerich mette in bocca a questa gente (tra parentesi, è impressionante la somiglianza tra il bravo Oliver Platt, che interpreta Carl Anheuser, il peggiore di loro, e il Ministro Brunetta: che ci sia uno stereotipo fisiognomico degli *******?!), e la presenza di pochi ‘buoni’ non consola troppo. Un altro elemento collega i due film. Nel primo, gli americani trovano riparo dalla nuova Glaciazione proprio in quel Messico contro il quale hanno innalzato un Muro. Qui, dopo la catastrofe, le arche fanno rotta verso quell’Africa da cui tanti miseri barconi di disperati partono ogni giorno, unico continente, pare, sopravvissuto intatto alla rovina: forse un altro ‘messaggio’ non casuale del regista. Altro elemento positivo, la sceneggiatura: divertente, scoppiettante, mai loffia (esilarante la mimica del pollo in procinto di essere decapitato: e davanti ad un monaco buddista!), che riesce a ritagliarsi uno status autonomo di fronte ad effetti speciali semplicemente mirabolanti. Insomma: continuo a pensare che c’è di peggio, e se avete dato un’occhiata alle recenti puttanate di Natale, non potrete che darmi ragione.

Domenica 2 gennaio

 

Biancaneve e i sette nani (D. Hand/W. Disney, USA, 1937), 21.30, Rai1

Ma davvero i ‘buoni sentimenti’ sono passati di moda? Veramente dobbiamo rassegnarci a che il mondo sia quello che vediamo fuori dalle nostre finestre: cattivo e ostile, cinico e spento? Sono proprio morti i sogni, le ‘belle speranze’, i desideri semplici e puliti come li avevamo da bambini? Mi vengono in mente i numerosi tentativi che si sono avuti in passato, credo tutti purtroppo falliti, di creare un quotidiano che pubblicasse solo ‘buone notizie’. Troppo facile liquidarli come fantasie buoniste di anime belle, di giornalisti imbecilli con la sindrome di Peter Pan. Forse, invece, ogni volta si è trattato proprio di questo, del desiderio di offrire alla gente anche solo il sogno, se davvero nella realtà è impossibile, di un mondo buono e migliore, sapendo che spesso, se non altro, il sogno consola e conforta e – chissà mai – può perfino indurre a cercarlo davvero, un futuro diverso. Se anche voi siete uno di quelli che quel quotidiano vorrebbero comprarlo ogni mattina in edicola, allora, intanto, correte a comprarvi Biancaneve. Sì, correte, perché dopo l’ultima ristampa – nel 1987, per il Cinquantenario della prima proiezione – questa è la prima che ricompare. Correte perché mai come questa volta potrete vederla in tutto il suo splendore: rimasterizzata, in blue-ray, praticamente perfetta. Correte perché sta andando via come il pane: nel negozio dove l’ho comprata io, non l’avevano nemmeno esposta in vetrina. La tengono sotto il banco, la vendono solo ai clienti che la chiedono, ed è bastato il passaparola di questi giorni perché ci fosse la fila. Poi andate a casa, lustrate il lettore di DVD e accomodatevi, con tutta la famiglia: coi bambini, certo, ma anche con vostra moglie. Cosa c’è di più romantico che cantarle sottovoce “Oggi non ho che un canto …” e sognare di essere il suo Principe Azzurro (anche se siete piccoletti e cicciottelli)?! E preparatevi a vedere uno dei più bei film della storia del cinema. Perché di film, infatti, si tratta, più che di un ‘semplice’ cartoon, anche se estremamente affascinanti, pur nella loro brevità e semplicità, già erano state le Silly Symphonies. Nel 1934, però, di ritorno da un viaggio in Europa, dove aveva avuto modo di studiare a fondo il cinema muto contemporaneo, Disney ebbe l’idea di produrre il suo primo lungometraggio. La lavorazione durò tre anni, e richiese la cifra, folle per l’epoca, di 1.700.000 $, dai 600.000 preventivati. La lievitazione dei costi fu dovuta alla maniacale cura che Disney pose nella lavorazione. Il team dei disegnatori dovette seguire, in progress, appositi corsi di specializzazione e di aggiornamento. Nuove tecniche (Multiplane e Rotoscope) vennero sperimentate per dare al movimento e agli sfondi la maggior fluidità e profondità possibile. I migliori illustratori europei vennero chiamati a collaborare per la creazione delle ambientazioni: la foresta, la casa dei nani, le segrete del castello eccetera. Il risultato fu, cinematograficamente – del suo contenuto ‘ideale’ e ‘sentimentale’ crediamo di aver già detto – un vero e proprio film, con sequenze lunghe e scorrevoli, ricche perfino di autentici virtuosismi tecnici, come, nella prima scena, la carrellata che dalla finestra di Biancaneve porta fino a quella della Regina. Così pure, del cinema ‘vero’ Biancaneve ha la ‘caratterizzazione’ dei personaggi, che non sono più macchiette caricaturali, come nei precedenti cartoon, ma diventano vivi, ricchi di sentimenti ‘umani’ e sinceri; perciò, essi creano e vivono autentici ‘drammi’ che avvincono e  commuovono. Si guardi, tra i mille esempi che potremmo fare, il volto di Biancaneve quando il cacciatore le rivela la folle perfidia della matrigna: poche attrici di carne saprebbero esprimere con tanta autenticità lo spavento e lo smarrimento. Con quest’opera, Disney diede vita ad un capolavoro davvero immortale, e se probabilmente il miracolo non riuscì più nemmeno a lui (nonostante altri titoli stupendi: Bambi, Pinocchio ecc.), sicuramente è perfino ‘blasfemo’ il confronto con quella plastica stupida e anodina che oggi qualcuno si ostina tuttavia a chiamare animazione. Se la computer grafica ha fatto danni devastanti nel cinema ‘classico’, essi non sono ancora nulla in confronto a quelli che ha fatto, appunto, nell’animazione, ridotta ad un mucchio di pupazzi tutti uguali, che vivono storie tutte uguali, schizzate e fracassone, con sceneggiature che strizzano l’occhio al cinema ‘per grandi’, perdendo così ogni personalità ed ogni individualità. Insomma, siete ancora lì?! Andate a prendervelo! Ehi-ho!

Mary Poppins (R. Stevenson, USA, 1964), 15.25, Rai2

Occorre dirne qualcosa? Sempre commovente, meravigliosamente british, assolutamente imperdibile.

Panic Room (D. Fincher, USA, 2002), 23.25, Rete4

Appena arrivate nel loro nuovo e lussuoso appartamento, madre e figlia sono costrette a ritirarsi nella stanza blindata per difendersi dall’irruzione di tre criminali, i quali però vogliono qualcosa che sta proprio in quella stanza. Modesto, moderatamente noioso, ben confezionato ma scontato. E il ghiacciolo di Jody Foster non contribuisce certo a scaldare l’atmosfera.

Magnolia (P.T. Anderson, USA, 2002), 21.00, DT

Nove vite e nove destini si incrociano in una piovosa giornata a Los Angeles, in un film che vorrebbe essere una riflessione filosofica sull’esistenza e sull’amore, ed è invece una delle più micidiali mattonate sui cosiddetti che vi possiate beccare, sotto forma di una storia tanto incomprensibile quanto grottesca. Da evitare accuratamente.

Miami vice (M. Mann, USA, 2006), 23.30, DT

Anche se – diciamolo subito – sarebbe stato difficile ripetere l’exploit di un film puro e disperato come Collateral (in assoluto il più bel film di Mann, assieme all’Ultimo dei Mohicani), tuttavia anche questa volta il maestro ha dato una lezione di cinema, ed anche questa volta l’ha fatto con una storia apparentemente ‘fredda’, perché già vista mille volte, quella di due agenti infiltrati in una grossa organizzazione criminale per smantellarla (ma l’aveva già fatto in The Heat, con lo ‘stereotipo’ della caccia tra il vecchio poliziotto e il vecchio criminale). Anzi, qui si è addirittura preso il lusso di fare quello che potrebbe sembrare un remake della vecchia e (immeritatamente) celebre serie TV. Con la quale questo film non ha nulla in comune, se non il titolo, e lo schema dei due sbirri che vivono pericolosamente. Tutto il resto è Mann, il solito Mann: visionario, entusiasmante, scenografico, col suo incredibile senso del ritmo e della composizione delle scene (ho sempre pensato che, se non avesse fatto il regista, forse avrebbe fatto il coreografo). Il solito Mann, ‘esteta’, se vogliamo, per il quale par quasi che ad essere importante non sia tanto la storia, ma il modo in cui viene raccontata, anzi: mostrata. E’ questo, ancora una volta, che entusiasma e turba, in questo suo nuovo film. Tutto diventa emozione pura: la tensione notturna in una discoteca (par quasi un fissazione per lui: ricordate il sublime ‘balletto’ della sparatoria nella discoteca in Collateral), la scia di un off-shore sul mare, i murales che ‘esplodono’ dai muri scrostati di Haiti, le palme agitate dal vento davanti ad un appartamento vuoto, la violenza macellaia di una sparatoria. Tutto sembra ‘già visto’, in questo film, e tutto è diverso, tutto viene ‘da dentro’ le cose, e si scrive dentro di noi. Come, per esempio, l’inseguimento sull’autostrada, che non è un videogioco alla Fast&Furious, ma una corsa verso la morte. Eppure, non è estetismo puro e fine a se stesso, il suo. Lo dicono i cieli spesso in tempesta, i lampi inquietanti che graffiano il buio, i tuoni, che minacciano distruzione. Lo dice la fotografia, a volte sgranata fino ad entrare nei pori della pelle e negli animi, a volte lucidissima, come l’occhio di uno scienziato. Comunque, ancora una volta, Mann ci da un film ‘culturale’: non un’indagine poliziesca, che ci avrebbe annoiato a morte, ma un’indagine nei nostri luoghi oscuri – quelli del nostro animo e quelli attorno a noi. Forse, a ripensarci, la distanza dal killer nichilista di Collateral non è poi così grande. Assolutissimamente imperdibile.

Mediterraneo (G. Salvatores, Italia, 1991), 21.00, Sky

Nel 1941, otto soldati italiani vengono ‘dimenticati’ per errore su un’isoletta greca dell’Egeo, dove rimarranno due anni, completamente isolati dalla patria. In quel mondo ‘primitivo’ e ‘pagano’, poco per volta essi vedranno cadersi di dosso tutti gli schemi, gli stereotipi, le ideologie. Abbandonata ogni caratterizzazione ‘militare’, essi fraternizzeranno con la popolazione, tornando ad antichi mestieri e riscoprendo finalmente e in assoluta libertà la propria più autentica natura. Estraneo anni luce a qualsiasi riproposizione del mito ‘Italiani brava gente, una razza una faccia’, Mediterraneo è invece un puro e semplice capolavoro di umanità, di verità e di poesia. Se la dedica iniziale “a tutti coloro che stanno scappando” potrebbe farcelo intendere come una ballata hippie in ritardo, la battuta finale di Abatantuono (qui assolutamente prodigioso) ci obbliga a confrontarci crudamente con una scelta nei confronti dell’attualità che non è solo quella del ’91 ma, in tutto e per tutto, anche quella di oggi: “Almeno non potranno dire che siamo stati complici”. Assolutissimamente imperdibile.

Starship troopers (P. Verhoeven, USA, 1997), 22.45, Sky

Mentre la Terra è dominata da una dittatura militarista e fascista, che concede lo status di Cittadino solo a chi abbia effettuato il servizio militare, viene attaccata da una specie aliena di mostruosi insetti pensanti, e la ‘meglio gioventù’ si arruola per difendere i Valori. Un film, paradossalmente, da far vedere a scuola come perfetta lezione di antifascismo, tanto limpidamente sono in esso disegnati gli stereotipi culturali del fascismo: maschilismo, razzismo, disprezzo e demonizzazione del nemico, esaltazione della forza, militarismo. Troppo perfetto, appunto, perché non fosse questa l’intenzione del regista. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 3 gennaio

La cosa da un altro mondo (C. Nyby, USA, 1951), 02.45, Rai1

In una base artica, uno scienziato si trova a combattere contro un mostro orribile venuto dallo spazio. Capolavoro, come tutta la sf americana degli anni Cinquanta, migliore del sia pur ottimo remake di Carpenter dell’82. Imperdibile.

 

Shutter Island (M. Scorsese, USA, 2009), 21.00, Sky

Nel 1954 Teddy Daniels è un agente federale, che viene inviato al manicomio criminale di Shutter Island per indagare sulla misteriosa sparizione di una detenuta. La donna, incarcerata per aver annegato i suoi tre figli, è come svanita dalla sua cella, lasciando dietro di sé solo un incomprensibile biglietto. Teddy prova a seguirne le labilissime tracce, trovandosi però di fronte all’incomprensibile ma ferma ostilità sia dei medici che del personale di guardia. A complicare, anche materialmente, le indagini si aggiunge un furibondo uragano, che sconvolge le strutture dell’istituto e impedisce ogni contatto con la terraferma. Daniels inoltre comincia ad essere tormentato da incubi ed allucinazioni sul suo passato di soldato in Europa, quando dovette entrare nel Lager di Dachau appena liberato, e soprattutto dai ricordi della moglie morta tragicamente. A partire da questo plot, a metà tra il thriller e il paranormale – e di cui non sveleremo ovviamente il prosieguo, essendo il ‘vediamo come ca@@o va a finire ‘sta storia’ l’unica consolazione, si fa per dire, che rimane agli spettatori di questo film – Scorsese si intorcola in una vicenda sempre più complicata, gioca al rimpiattino col pubblico mediante continui mutamenti e stravolgimenti di percorso a 180°, si serve indegnamente di ogni possibile trucchetto di ‘genere’: indizi falsi, ambigui suggerimenti, verità apparenti e apparenti colpevoli, obbligando lo spettatore a resettarsi ogni cinque minuti e a ricominciare da capo, vittima di una manipolazione di minuto in minuto sempre più irritante. Lo stile adottato è funzionale a questa intenzione. Barocco, ipertrofico, eccessivo ed inutilmente ‘suggestivo’, procede per ‘accumulo’ visivo, fin quasi a provocare una indigestione di immagini fine a se stesse che, anche questa, irrita lo spettatore, perché è anch’essa senza giustificazione alcuna. A partire dall’immagine iniziale – e speriamo davvero che sia casuale l’evidente somiglianza del profilo di Shutter Island con quello dell’Isola dei morti di Arnold Bocklin (1880) – tutto nel film è ‘grosso’ e ‘tanto’: la pioggia che scende torrenziale, la luce livida degli esterni notturni, gli interni sepolcrali … Tutto ‘troppo’, ma senza sostanza. Ma tutti questi eccessi non producono nessun climax, anzi. Al punto che lo stesso Scorsese ad un certo punto fa precipitare bruscamente ed improvvisamente la tensione – sapete, come quando state facendo all’amore e suona il telefono … – delegando lo scioglimento dei mille capi della vicenda ad una lunga e banale ‘conversazione teatrale’ che col resto del film pare non aver quasi nulla a che fare. Lo spettatore, da parte sua, già da tempo si sta annoiando mortalmente, e quest’ultima trovata gli dà il colpo finale. Shutter Island appare dunque uno dei peggiori film di Scorsese: confuso pseudo thriller senza catarsi finale, inadeguato pseudo film manicomiale che fa acutamente rimpiangere Io ti salverò (A. Hitchcock, 1945). Una vera delusione.

Martedì 4 gennaio

 

La moglie dell’astronauta (R. Ravich, USA, 1999)

Modestissimo fanta-horror, apprezzabile solo dai fanatici di Johnny Depp e Charlize Theron. Un astronauta, di rientro da una strana missione nello spazio, durante la quale la sua navetta sembra essere stata colonizzata da una forma aliena, appare eccessivamente e ‘morbosamente’ interessato al bambino che sua moglie sta per partorire. Non sta né in cielo né in Terra … Naturalmente non c’è confronto col classico della SF anni Cinquanta, Il primo uomo dello spazio (R. Day, 1959), di cui è un maldestro remake.

I figli degli uomini (A. Cuaròn, GB, 2006), 21.00, DT

Pura e semplice ‘fantascienza’, oltretutto nel senso snobisticamente spregiativo che molti danno a questo termine? O è semplicemente – e tragicamente – un futuro prossimo venturo, quello che Cuaròn ci presenta in questo film? Duemilaventisette: dunque, fra non molto. Da diciassette anni, nel mondo non nascono più bambini. Prima le donne hanno cominciato ad abortire, poi hanno smesso di restare incinte. Non si sa il perché. Una sconosciuta pandemia genetica? Inquinamento? Radiazioni? Nessuno è riuscito a capirlo, e, tutto sommato, non pare interessi a nessuno. Conscia di essere condannata all’estinzione al massimo entro un centinaio d’anni, l’umanità pare aver deciso che questi ultimi decenni che le rimangono dovranno essere una specie di Crepuscolo degli Dèi. Violenze, devastazioni, terrorismo, guerre di tutti contro tutti sconvolgono il mondo. Non solo. Nemmeno la consapevolezza della prossima fine, riesce a rendere gli uomini solidali. Anzi. In Inghilterra, per esempio – lì è ambientato il film – il potere ha assunto venature fasciste e razziste. Tutti coloro che non sono inglesi purosangue vengono rinchiusi in campi di detenzione ed abbandonati a se stessi, tra miseria e violenza. (Tra parentesi. In meno di un anno, dopo quell’intensissimo capolavoro che è stato V per vendetta, è la seconda volta che il cinema ci racconta una futuribile Inghilterra fascistizzata e razzista: non deve tirare una gran bell’aria, oltre Manica). Sembra però che esista ancora qualcuno che spera. Si dice che, nascosto in Africa, un gruppo di scienziati, lo Human Project, stia lavorando per capire, e ridare all’umanità una speranza ed un futuro. Theo, ex militante pacifista, oggi ricco burocrate integrato nel sistema, un giorno viene contattato dalla ex moglie, che invece ha continuato la lotta ed ora è in clandestinità, militante di un gruppo antigovernativo. Gli chiede un favore che ha dell’incredibile: accompagnare sulla costa una giovane ragazza nera, ‘miracolosamente’ incinta. Lì verrà prelevata da una nave dello Human Project, dal fatidico nome di Tomorrow, che la porterà al sicuro. Non dev’essere difesa solo dal governo, ma anche da un potente gruppo terroristico, entrambi interessati a servirsi politicamente di questo incredibile evento. Theo, stanco e disilluso, accetta svogliatamente, e solo per una notevole somma di denaro. Ma l’odissea che deve percorrere con Kee ed il suo bambino, tra violenza e degrado, rischiando continuamente la vita, lo rende nuovamente conscio della sua appartenenza al genere umano, e che per affermare quella appartenenza si può anche mettere in gioco la propria vita. Diciamolo subito: I figli degli uomini non è certo un capolavoro, soprattutto per colpa di una sceneggiatura debole, slabbrata, confusa, che spesso rende incerta anche la struttura narrativa. Tuttavia c’è molto di buono. Com’è accaduto per The day after tomorrow (R. Emmerich, USA, 2004), quel che conta qui non è tanto la pregnanza ‘artistica’ del film, quanto quello che suggerisce, le riflessioni ed i collegamenti che mette in moto. Terminator, il protagonista di quella che secondo me è la più bella ed inquietante saga ‘fantascientifica’ del secolo scorso, ad un certo momento dice ad un umano: “E’ nella vostra natura autodistruggervi”. E’ probabile che Cuaròn se ne sia ricordato, quando ha scritto le ottime scene di violenza e d’azione che costellano il film – assolutamente sconvolgente la bomba in un bar pieno di gente, e davvero impressionanti i combattimenti nel campo di detenzione – e quando mostra i campi che marciscono per gli scarichi tossici, le città degradate e sepolte dalle immondizie. Un film che fa pensare, dunque, ed un film che lascia anche aperto un barlume di fiducia nel futuro. Nessun happy end, però: solo un monito alla fedeltà a se stessi ed alla propria ‘appartenenza’. Curioso – e chissà se voluto – il fatto che la nuova gravidanza che ‘salva’ l’umanità venga da una ragazza di colore. Centinaia di migliaia di anni fa, dicono gli antropologi, la vita prese origine in Africa, e da lì colonizzò il mondo. Qui è ancora una donna di colore – di quei neri che, nelle nostre città opulente, ci siamo abituati a considerare come paria reietti, senza diritti – a rappresentare una speranza. Un altro spunto, un altro elemento di riflessione in un film comunque interessante e intelligente: si può desiderare di più?

Mercoledì 5 gennaio

L’ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, USA, 1988)

Dal bel romanzo del grande mistico greco Nikos Kazantzakis (Zorba, Cristo di nuovo in croce, Edizioni Mondadori: assolutamente da leggere), un bellissimo film, sempre sospeso tra il misticismo e la sensualità, sul dramma di Cristo che è costretto ad accettare la propria divinità e la propria missione rinunciando ad una vita da comune essere umano.  Bellissima la scelta dei colori, così spenti e polverosi, che lasciano in primo piano le emozioni. Del resto, non è una novità: già nei primi secoli, un’eresia – mi pare si chiamasse Docetismo – aveva proposto la stessa ipotesi sulla morte di Cristo. E poi, è comunque una meditazione legittima sul problema della salvezza.

Evolution (I. Reitman, USA, 2001), 21.00, Sky

Nel deserto dell’Arizona cade un meteorite, contenente un brodo di coltura ricco di unicellulari alieni. Il reperto viene sottoposto allo studio di due pseudoscienziati del locale college: Ira, ex ricercatore del Pentagono, cacciato per un clamoroso errore medico, e Harry, un geologo unicamente interessato ai favori delle allieve. I due fanno appena in tempo a scoprire che gli unicellulari si evolvono ad una velocità prodigiosa – concentrando in pochi giorni un processo che alla vita sulla Terra ha richiesto centinaia di milioni di anni – quando vengono espropriati delle loro ricerche da un battaglione dell’esercito, il cui comandante è proprio quello che aveva licenziato Ira. Mentre la ‘evoluzione’ continua a ritmi acceleratissimi, disseminando nella cittadina vicina stranissime e primitive forme di vita, i militari proseguono i loro studi e, di fronte al pericolo concreto che gli organismi prendano il posto dell’umanità, decidono di eliminarli col napalm. Ma i due scienziati, non solo scoprono che col calore gli organismi si evolveranno ancor più velocemente, ma, di fronte all’ottusità dei militari, riescono ad escogitare una soluzione che distrugge gli alieni e salva il mondo intero dalla sopraffazione. Se non fosse per i discreti effetti speciali, un film inesistente, scontato e noioso, tutto giocato su battute e situazioni che definire grassocce e goliardiche è poco, e su personaggi che non sono nemmeno stereotipi, ma macchiette da teatro dell’arte. Se ne è detto che voleva essere un affettuoso ed ironico richiamo alla fantascienza anni ’50, ma, se è così, si tratta di un esperimento fallito.

Giovedì 6 gennaio

 

Mulholland drive (D. Lynch, USA/Francia, 2001), 21.05, DT

A pensarci bene, credo che nella mia – ormai, purtroppo, abbastanza lunga – carriera di cinefilo mi sia capitato non più di due volte di aver visto un film che rientra a pieno titolo nella categoria dei film-dove-non-ci-si-capisce-un-beato-c…. La prima fu nel 1965, con Alphaville, di Godard, una incomprensibile storia di fantascienza (forse), in cui un tipo deve combattere contro un gigantesco computer (pare) e non si sa cosa succede e come va a finire. Ma con MD siamo al ‘capolavoro’ puro del genere. Due ore e quaranta di immagini totalmente isolate, di storie completamente slegate le une dalle altre e assolutamente incomprensibili, di simboli del tutto indecifrabili, di atmosfere pseudoinquietanti e di inquadrature pseudoansiogene che però non dicono nulla, di assurdità incomprensibili e senza spiegazione alcuna. Due ore e quaranta di puro nonsense, in cui non prendi a calci la tv solo perché, disperatamente, speri sempre che finalmente arrivi qualcuno a raccogliere i fili e a dare un senso a tutto quell’assurdo casino, e quando ti accorgi che ti hanno solo preso per il c… ormai hai troppo sonno e devi andare a letto. Gli attori . . . ma sono lì per recitare? Naomi Watts è brava, d’accordo, ma nemmeno lei sa cosa ci sta a fare, ma Laura Elena Harring è gelida come una Playmate nel paginone centrale, e non bastano le sue belle tette a renderla sopportabile. Come sia possibile che l’autore di un film ‘perfetto’, delicato, poetico ed al tempo stesso assolutamente ‘vero’, come Una storia vera, abbia potuto dar vita a questa incredibile boiata, è uno dei misteri più insondabili della natura umana.

Johnny Guitar (N. Ray, USA, 1954), 19.10, Sky

Dopo la guerra di Secessione, una donna gestisce un saloon e deve barcamenarsi tra i potenti del luogo ed una banda di fuorilegge che si insediano da lei. L’aiuta e la protegge il pistolero Johnny Guitar, suo ex amante ma ancora segretamente innamorato di lei. Come dice benissimo il Morandini, “un capolavoro di lirismo barocco”, una storia d’amore ‘strappalacrime’, una figura femminile forte e commovente, una colonna sonora da sciogliersi. Non ve lo perdete, anche perché questo è uno dei suoi rari passaggi TV.

Venerdì 7 gennaio

 

King Kong (G. Guillermin, USA, 1976), 00.25, RaiSat

Tra l’ingenuo e bellissimo originale (M.C. Cooper/E.B. Schoedsack, USA, 1933), e l’invedibile videogioco di P. Jackson (USA, 2005), un’onesta versione sempre troppo immeritatamente stroncata dalla critica. Frequenti i momenti di vera magia (per esempio la lotta tra Kong e le creature preistoriche in un paesaggio onirico) e Jessica Lange, giovane e semplice, è una deliziosa e fragile bambolina bionda tra le mani del Re. Guardatelo, ne vale la pena. 

Possession (N. LaBute, USA/GB, 2002), 00.35, DT

Tipico esempio della legge cinematografica (spesso sbagliata, peraltro) per cui da un bel libro si ricava sempre un brutto film. Il libro è il raffinatissimo romanzo omonimo della scrittrice inglese A. S. Byatt (Einaudi Ed.), in cui si racconta la storia di due ricercatori universitari che tentano di svelare il mistero di un’ipotetica relazione tra un poeta vittoriano ed una poetessa coeva. Nel film, ne rimane una storiellina d’amore abbastanza noiosetta, sostenuta soprattutto dalle mossettine della, peraltro appetibilissima, G. Paltrow. Lasciate perdere e compratevi il libro.

 

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