Pubblicato da: giulianolapostata | 25 dicembre 2010

Multivisioni – 25 dicembre 2010

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 25 dicembre

 

Viaggio al centro della Terra (H. Levin, USA, 1959), 13.55, DT

Deliziosa e divertentissima versione del capolavoro di Jules Verne, con qualche variante rispetto al testo originale, del resto accettabile perché narrativamente geniale. Cinema semplice ma di classe, come si faceva una volta, e così dicasi degli attori, tra cui l’ottimo James Mason. Vedetelo, se non l’avete mai visto, e registratelo, e fatelo vedere ai vostri figli, e poi comprate loro tutti i libri del grande Verne. Assolutamente imperdibile, e davvero abbastanza raro in tv. Recentemente è stato ripubblicato in edizione restaurata e con la traccia in italiano, che da molto tempo era assente dal mercato.

L’Armata Brancaleone (M. Monicelli, Italia/Francia, 1966), 21.00, DT

Semplicemente, puro genio. Film anarchico e irriverente, ma anche ‘epico’ e a suo modo eroico, Brancaleone è uno dei film più divertenti, colti ed intelligenti del cinema italiano: un’accoppiata rarissima, se non unica. Gassman forse mai così grande istrione, Gian Maria Volonté in un personaggio tanto raffinato quanto divertente, e il bravo e dimenticato Carlo Pisacane. Assolutissimamente imperdibile.

L’ultima legione (D. Lefler, USA/Italia, 2007), 21.10, DT

Dev’esser proprio vero che da un bel romanzo d’avventure è difficilissimo, se non impossibile, tirar fuori un bel film: perché l’aspetto ‘filmico’ della storia è già contenuto nelle pagine – se di grandi pagine si tratta, appunto – e diventa impossibile ‘fare meglio’. Stanno a testimoniarlo gli innumerevoli film tratti da Dumas – tutti delle ignobili ciofeche, noiose esibizioni di cappa e spada – ma soprattutto certe pagine dello stesso Dumas (l’esecuzione di Milady in riva al fiume, nei Tre Moschettieri), già in sé così potentemente visionarie da essere insuperabili. Conviene inventarsela, l’avventura, e così si avranno, per esempio, dei piccoli capolavori come Il prigioniero di Zenda (R. Thorpe, 1952), quasi un archetipo del cappa-e-spada, o il magnifico King Arthur (A. Fuqua, 2004). Sì, perché purtroppo è praticamente impossibile guardare L’ultima legione senza confrontarlo mentalmente col capolavoro di Fuqua – quasi un poema epico sul mito di Artù – ed è altrettanto impossibile non schierarsi incondizionatamente per quello contro questa ridicola storiellina per bambini. Il confronto purtroppo è d’obbligo perché la vicenda che raccontano proviene dallo stesso bacino immaginario: là la nascita della leggenda arturiana, qui addirittura i suoi prodromi, collocati all’epoca di Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore romano deposto da Odoacre nel 476 d.C. Ma, evidentemente, le cose bisogna sentirle dentro, e mentre il film di Fuqua turba, emoziona e commuove per il suo contenuto epico ed eroico, qui evidentemente il tema non era nelle corde del buon Lefler (ma chi c**** è?!), che ci confeziona una storiellina insipida e sciocca, una specie di ‘Fantaghirò Parte Seconda: la Vendetta’, senza il minimo afflato emotivo e senza nessuna parentela ‘culturale’ col materiale che sta trattando. Si ride per non piangere, di fronte all’ambientazione (trucchi di serie z), alle scene di battaglia (non c’è una volta che le spade si macchino di sangue: guardare per credere!), ma soprattutto alle performances attoriali (si fa per dire). Ben Kingsley interpreta un improbabile e assurdo Merlino. Aishwarya Rai può darsi che possa dire qualcosa nuda, senza quella grottesca tunica di castità con cui esce dall’acqua: ma così com’è, col suo bel faccione da Bollywood, truccato e immobile come una maschera di Carnevale, è inesistente. Per non parlare del piccolo T. Sangster, il quale doveva essersi preparato per interpretare Billy Elliot 2: la vendetta, e che ispira tenerezza per la buona volontà, purtroppo non compensata da risultati adeguati. Non ci sarebbe altro da dire, se non che non si capisce la ragione di tanto sfregio inferto ad uno dei migliori romanzi di Valerio Massimo Manfredi, grande e unico scrittore italiano ‘di avventura’, che coi suoi libri, tanto avvincenti quanto colti ed intelligenti, sta rinverdendo una tradizione che ha in Salgari il suo illustre padre fondatore. Ci dispiace davvero per lui, e per l’occasione sprecata.

Domenica 26 dicembre

 

I tre giorni del condor (S. Pollack, USA, 1975), 21.00, DT

Un agente della CIA è l’unico sopravvissuto del suo gruppo, sterminato da sicari sconosciuti. Scoprirà che si tratta di una ‘scheggia’ deviata della stessa CIA, e dovrà lottare per salvare la propria vita. Sopravvalutato e noiosetto, nonostante tutti gli sforzi di Robert Redford per convincerci che anche gli agenti della CIA hanno un cuore.

Lunedì 27 dicembre

 

Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007), 22.50, DT

La Valle di Elah è quella in cui, secondo la Bibbia, un giovane ed impaurito Davide trovò comunque il coraggio di affrontare il gigantesco Golia, e di sconfiggerlo. Oggi, secondo Haggis, la Valle di Elah è l’Irak, ove giovani Davide vengono mandati a combattere contro un Golia ancora più spaventoso di quello biblico, perché più feroce, più spietato, più disumano, ed ad esso soccombono, feriti non solo nel corpo, ma anche, troppo spesso, nella mente e nello spirito. Così avviene a Mike, figlio di Hank, soldato di professione. Mike si è arruolato non solo per seguire le orme del padre, ma anche sulla spinta di un genuino e personale entusiasmo, per “portare la democrazia in quel posto di merda”, come dice Hank con orgoglio. Ma quando, dopo una lunga permanenza in zona di guerra, viene rimandato alla sua base negli USA per una licenza, Mike inspiegabilmente scompare, senza farsi vivo in alcun modo con la famiglia. Ad avergli parlato per l’ultima volta è proprio suo padre, qualche settimana prima della partenza, in una telefonata disturbata e convulsa, in cui, tra le scariche elettriche della chiamata satellitare, Hank è riuscito solo a sentire un figlio disperato e sconvolto che gli ha detto: “Tirami fuori di qui. E’ successa una cosa”. Poi silenzio, nient’altro, fino a quando la polizia militare della base lo chiama per informarlo prima, appunto, della sparizione, e poi che il suo cadavere è stato trovato all’esterno della base, in mezzo ai campi, fatto a pezzi, bruciato con la benzina e poi sbranato dai cani. Nessuna traccia, nessun indizio, nessun colpevole. Già un altro figlio Hank aveva perso nell’esercito, dieci anni prima, in un incidente aereo, ma la morte di quest’ultimo è inaccettabile, non solo per il suo orrore, ma per la sua assoluta mancanza di senso. Così Hank, anche lui poliziotto militare attualmente in pensione, decide di indagare per conto suo, quando si rende conto che non solo molte cose non tornano, ma soprattutto che di quella morte pare non importare molto a nessuno. Non ci mette molto a scoprire la verità, e ciò che trova è atroce, intollerabile, perché non riguarda solo suo figlio. Ciò che scopre è la tragedia di una generazione mandata a combattere una guerra di cui non capisce assolutamente il senso, una guerra che come tutte le guerre – ma forse anche più di altre, più di molte delle tante combattute dagli USA – corrompe il loro animo, i loro valori, le basi della loro esistenza. Droga, crudeltà gratuite, e poi follia disumana: ecco le medaglie che questi giovani riportano a casa dal fronte irakeno. Una di queste è toccata anche a Mike, e lui non ce l’ha fatta: non aveva il coraggio di Davide. Così, l’esposizione finale della bandiera rovesciata non si configura affatto come un artificio narrativo, bensì come un appello umano, vero e profondamente commovente, che si alza in tutta sincerità dal cuore di una nazione violentata e ferita da questa guerra: “E’ una richiesta di aiuto internazionale. Significa che siamo nella merda fino al collo: chi verrà a salvarci?”. E’ inevitabile, vedendo questo film, tracciare mentalmente un parallelo col bellissimo Missing (Costa-Gavras, USA, 1982), ma forse quel che accade qui è ancora più grave. Là è un reazionario doc, oltre che un padre, che scopre le vergogne della politica estera del suo Paese; qui è un soldato, un patriota e un padre, che constata l’orrore nascosto dietro ciò per cui lui stesso ha combattuto ed ha sacrificato due figli. Sceneggiatore di Million Dollar Baby (C. Eastwood, USA, 2004), secondo noi la sua prova peggiore; cosceneggiatore di Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, USA, 2006) e di Flags of our fathers (C. Eastwood, USA/Islanda, 2007), ma soprattutto autore di quel capolavoro dolente sull’incomunicabilità umana che è stato Crash (USA/Germania, tre Oscar nel 2004), Haggis firma qui un altro bellissimo film, intenso, profondo e rigoroso, interpretato da un Tommy Lee Jones mai così bravo e puro. Praticamente insignificante, al suo confronto, Charlize Theron, che brilla per la sua interpretazione scialba e senza spessore. Assolutissimamente imperdibile.

In compagnia dei lupi (N. Jordan, GB, 1984), 22.45, DT

Elegantissima favola sulla ‘paura’ del lupo e sul terrore del lupo mannaro: colta, raffinata, intelligente. Non potrei dire meglio del Morandini: “Insolito film dello scrittore irlandese N. Jordan che ebbe un inaspettato successo per il suo erotismo allusivo, le qualità figurative, i bizzarri trucchi. Discontinuo, ma con sequenze di suggestiva intensità fantastica e onirica: è, in fondo, la favola di Cappuccetto Rosso in chiave orrorifica e psicoanalitica. Per adulti intelligenti e bambini precoci”. Assolutamente imperdibile.

Martedì 28 dicembre

Il colore viola (S. Spielberg, USA, 1985), 23.25, DT

Storie tragiche di due sorelle nere nell’America dei primi Novecento: lacrimoni, emozioni, melodrammone noiosissimo. Woopy Goldberg – ‘attrice’ (si fa per dire …) le cui virtù attoriali si sono sempre mosse tra i confini della pagliacciata disneyana, della soap e del grottesco – al massimo potrebbe fare la ‘mamie’ in un remake di Via col vento, ma recitare è un’altra cosa.

Il Grande Dittatore (C. Chaplin, USA, 1940), 21.10, DT

Esiste ancora qualcuno che non conosca questo capolavoro assoluto, uno dei film più belli del mondo? Satira ferocissima del potere (non solo di quello di allora: provate a guardarlo con gli occhi di oggi) e al tempo stesso sogno di pace e armonia, è un film da rivedere infinite volte. Ecco di seguito il discorso finale del protagonista:

“Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio conquistare né governare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca a fare le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi, la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha reso duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci servono bontà e gentilezza: senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora, la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico: non disperate. L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare assieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo, e qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati, non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senz’anima, uomini-macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini! Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate: nel Vangelo di S. Luca è scritto: “Il regno di Dio è nel cuore dell’uomo”: non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi, voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità, voi, il popolo, avete la forza di far sì che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti, combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza. Promettendovi questo, dei bruti sono andati al potere: mentivano. Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo? Allora combattiamo per mantenere quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!

Anna, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Anna. Le nuvole si diradano, comincia a risplendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce e vivremo in un mondo nuovo, un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità. Guarda in alto, Anna. L’animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno, verso la luce della speranza, verso il futuro, il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi. Guarda in alto, Anna, lassù”.

La promessa dell’assassino (D. Cronenberg, G.B./Canada, 2007), 21.10, DT

In una Londra anonima e spersonalizzata, quasi irriconoscibile – e quindi non luogo storico-geografico definito, ma proprio ‘non luogo’, luogo del mondo, un luogo qualunque del pianeta globalizzato – una ragazza entra in una farmacia a chiedere aiuto. E’ giovanissima – poco più di quattordici anni, come scopriremo di lì a poco – è sporca, stracciata, piena di lividi e di punture di eroina: ed è incinta, anzi sta proprio per partorire. Tuttavia le sue condizioni sono così compromesse che morirà durante il parto. Ma la bambina si salva, e Anna, l’ostetrica ucraina che l’assiste, cercando nei suoi effetti personali un indirizzo che le consenta di risalire alla famiglia, trova un diario. La sua lettura le aprirà le porte dell’orrore, mettendola in contatto con l’ambiente da cui la ragazza è fuggita: quello della mafia russa. Un ambiente feroce e disumano, costruito sul sangue e sulla violenza, che trae i propri profitti col traffico di droga, armi e tecnologie; un ambiente disumano, in cui contano solo il potere e la forza, e le donne sono meno che prostitute, meno di niente: “la stalla” viene chiamato uno degli appartamenti in cui le tengono rinchiuse. Proseguendo nel suo cammino alla ricerca di verità e giustizia, Anna viene suo malgrado coinvolta in quel mondo, mettendo in gravissimo pericolo se stessa, la bambina che vuole salvare e la propria famiglia, ma sarà proprio all’interno di quel mondo che, paradossalmente, essa dovrà cercare un aiuto per salvarsi. Con coerenza esemplare e geometrico rigore, Cronenberg continua ed amplia, con questo capolavoro, il discorso sulla malvagità dell’animo umano iniziato con lo splendido History of violence, giungendo ad esiti se possibile ancor più pessimistici e tragici. Là la violenza, anche se proveniente dall’esterno, pareva in un certo qual modo circoscritta all’ambito della ‘famiglia’, ed in essa trovava, alla fine, se non una soluzione, per lo meno una specie di consolazione. Qui è diventata, con assoluta evidenza, la dimensione del mondo, in cui colpisce e fa strage senza rispettare confini né patrie, e la famiglia, ancora una volta elemento centrale della narrazione, diventa al massimo un buco in cui rifugiarsi, sempre tuttavia col timore che il male cacciato dalla porta stia spiando dietro i vetri della finestra. Non ci sono né gioia né serenità, nel salotto di Anna, alla fine, ma solo un’attesa sospesa ed impotente, una speranza senza fondamenti che non debba succedere di nuovo. Coerente col precedente, e specularmente ‘opposto’ nelle conclusioni, questo magnifico film è servito da un cast di attori semplicemente inarrivabile. Viggo Mortensen è trasfigurato, nella parte della macchina per uccidere senza sentimenti; Naomi Watts, vera e indifesa, è la persona qualunque che scopre questa realtà e quasi non riesce a comprenderla; seguono Vincent Cassel, sempre bravissimo, anche se forse, in questo caso, un po’ troppo sopra le righe, ed un vecchio e grandioso Armin Mueller-Stahl, dalla recitazione distillata ed essenziale.

Vidocq (Pitof, Francia, 2001), 00.35, DT

Un’autentica delizia. E non solo per la presenza del gigantesco Dépardieu, che è gigantesco non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua incredibile capacità di ‘essere’ il personaggio, di riempire la scena, di focalizzare su di sé tutta l’attenzione e l’interesse. È una delizia anche per l’incredibile fotografia, che pare dipingere le scene con colori fortissimi, acidi, contrastati all’eccesso; per le prospettive allucinate; per gli inquietanti contrasti di luci ed ombre. E poi c’è la storia. Attingendo dal vastissimo serbatoio del feuilleton ottocentesco (che consiglio vivissimamente a chi abbia fame e sete di avventura ‘pura’, di intrigo inestricabile e di pauroso mistero: tutte cose che il cinema oggi rarissimamente ci dà), Pitof costruisce una storia perfetta, che pare davvero uscita dalla penna di Allain e Souvestre. Non per nulla lo sceneggiatore è Jean Christophe Grangé, quello dello splendido I fiumi di porpora. Guardatelo, abbandonatevi e godete (anche delle grazie di Inès Sastre, ahimè troppo velocemente esposte).

Mercoledì 29 dicembre

 

Il Cardinal Lambertini (G. Pàstina, Italia, 1954), 02.50, Rete4

Rarissima occasione di vedere questa splendida versione della pièce teatrale di Alfredo Testoni sulla vita del cardinale che, nel 1739, divenne Papa Benedetto XIV, testo forse non eccezionale in sé (benché vi sia chi l’ha avvicinato allo Shakespeare comico), ma reso eccezionale dall’interpretazione del grandissimo Gino Cervi. Il resto del cast è da abbagliare, una serie di attori di formazione teatrale quali quel canile che è il cinema italiano di oggi se li può solo sognare: Arnoldo Foà, Sergio Tofano, Tino Buazzelli. Assolutamente imperdibile.

Elephant (G. van Sant, USA, 2003), 22.45, DT

Ispirandosi alla strage del liceo di Columbine (1999), gia raccontata dall’ottimo documentario Bowling a Columbine di Michael Moore (2002), van Sant scrive qui quello che probabilmente è il suo capolavoro. E. è un film ‘freddo’, perché il regista pare voler maniacalmente evitare ogni coinvolgimento ‘emotivo’ nelle vicende raccontate; ma è anche un film di terribile ‘violenza’, perché l’alienazione e la solitudine poco per volta si gonfiano intollerabilmente, ed urlano letteralmente ‘contro’ lo spettatore che assiste. Elegantissimo e raffinato nella fotografia, la macchina da presa di van Sant segue ossessivamente i ragazzi nei lucidissimi corridoi della scuola, sta loro addosso, punta alla nuca, cercando forse di penetrare nell’anima. Ma essi galleggiano in tutto quel vuoto asettico, ignoti a se stessi, estranei al mondo, folli senza saperlo, normali in una ‘normalità’ le cui regole sono aliene e non umane. Van Sant racconta, anzi nemmeno: mostra, semplicemente, senza commentare, ed anche a noi si chiude la gola, non all’emozione, ma a qualsiasi tentativo di moralismo o di condanna, e ci chiediamo: come fare perché i ciechi riescano finalmente a vedere l’elefante?

Blueberry (J. Kunen, Francia/Messico/USA, 2004), 21.10, DT

Ispirato ai fumetti di Moebius, la storia di uno sceriffo del New Mexico allevato dagli indiani, che nasconde nel proprio passato un oscuro ricordo, e che deve difendere la sua tribù d’origine dalle mire di un bandito che vuole impadronirsi di un favoloso tesoro nascosto. Troppo evidente – nei volti, nei colori carichi e barocchi, nell’uso degli effetti speciali – la derivazione da Moebius, e francamente insopportabile il delirio grafico a cui si abbandona nel tentativo, veramente ingenuo, di descrivere i ‘viaggi’ col mescal. Comunque, Vincent Cassel è sempre affascinante, e il nudo subacqueo di Juliette Lewis è davvero piacevole e magico.

American Graffiti (G. Lucas, USA, 1973), 23.05, DT

In una cittadina americana degli anni Cinquanta, un gruppo di ragazzi festeggia la fine del college e la partenza, la mattina dopo, per l’università. In quella notte, cercheranno di realizzare i loro ultimi sogni di adolescenti, oppure li vedranno svanire. Poeticissima meditazione sul dolore, lo strazio, la malinconia, la nostalgia – e la bellezza – del passaggio dall’adolescenza all’età matura. Richard Dreyfuss, sensibilissimo artista, forse mai come qui in stato di grazia, guarda alla bellezza del mondo con occhi di un’innocenza kerouakiana. Certissimamente, il miglior film di Lucas. Assolutissimamente imperdibile.

District 9 (N. Blomkamp, USA, 2009), 21.00, Sky

Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a raccontarci le nostre paure, oltre che i nostri sogni, a dirci/farci dire la verità, e se anche qui non siamo all’altezza – stilisticamente parlando – dell’angosciosa perfezione di Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), tuttavia quello che abbiamo davanti è un ottimo, veramente ottimo film, che alcuni difetti di scrittura non riescono ad affondare. Possiamo cominciare da quelli, così ci leviamo il pensiero. Troppo fracasso, intanto: troppo spesso, le sparatorie e i crash sembrano essere fine a se stessi, nel solco di una SF tanto rumorosa quanto vuota (Transformers) ed è evidente che il buon Blompkamp si è fatto prendere la mano (ma è giovane ed esordiente, e si farà: dategli tempo. Per esempio, si parla già di un sequel …). Inoltre, ma davvero a Johannesburg l’unico insulto che conoscono è ‘vaffanculo’? Ci sono sequenze di 5/10 secondi che sono pavimentate esclusivamente di ‘vaffanculo’ a raffica. Veramente lì non sanno dirsi altro? Che so: un ‘testa di cazzo’, un ‘bastardo’, un ‘figlio di puttana’? Magari romperebbe la monotonia. Detto ciò, è ben altro quello che il film racconta di quella città, che non moltissimi anni fa ebbe un Distretto 6, quello in cui veniva confinata la razza inferiore locale, i ‘negri’. Oggi il numero è capovolto, e il turno è cambiato. La razza inferiore sono i Prawns (“Gamberoni”), alieni simili a crostacei che sono scesi da un’immensa astronave planata ormai da vent’anni sul cielo della città, e che da lì non è più riuscita a ripartire. Ammalati, indeboliti, senza risorse, i Gamberoni vengono rinchiusi in un’immensa baraccopoli, un ghetto isolato dal quale non possono uscire, né possono mescolarsi in qualsiasi modo con gli umani (né questi possono aver contatti con loro, di nessun tipo: ecco l’anatema della “prostituzione interrazziale”): l’esperienza dell’apartheid ha pur insegnato qualcosa. Su di loro si scatena la gamma infinita del razzismo, declinato in tutte le forme possibili. Le ‘ronde’ che danno loro la caccia (troppo, troppo facile davvero: Blompkamp deve aver letto i giornali, e il film se l’è trovato già scritto davanti). Gli imbecilli che li bruciano per divertimento (“Adoro vedere i gamberoni morire!”). Il governo che vuole ‘integrarli’ e per far ciò costruisce strutture concentrazionario-militari. Gli emarginati di ieri che diventano gli oppressori e gli sfruttatori di oggi: c’è sempre qualcuno ‘più inferiore’ di te, basta cercare. La gente ‘per bene’ che non li vuole, non sa perché ma non li vuole (“Se ne devono andare, non so dove, ma via di qua”) e che per riavere la sua città ‘pulita’ delega il mantenimento dell’ordine ad una multinazionale fascistoide, salvo poi accorgersi in ritardo che il cambio non è stato molto conveniente (“Nessuno usciva più, la sera, era troppo pericoloso, c’era troppa polizia in giro”), disposta comunque a chiudere gli occhi sui laboratori paranazisti dove la razza inferiore viene fatta a pezzi e studiata, per carpirne non si sa quali segreti (l’ho detto: sembra perfino troppo facile. Noi non li facciamo a pezzi, dite? È vero, però … mai sentito parlare di traffico clandestino di organi?). Pian piano, la ‘umanità’, questo ‘valore’ che ci differenzia e ci rende superiore agli ‘alieni’ (“Se non ci stiamo attenti, poco per volta ci stacchiamo dalla nostra umanità, ed è quando stiamo davvero per perderla che ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa”, L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel, 1958: tragica ironia di una SF che identificava l’alieno col ‘comunista’, non avendo ancora scoperto il messicano o l’ivoriano) pare trasferirsi dagli esseri umani ai gamberoni, e quando finalmente riusciamo/abbiamo il coraggio di guardarli in faccia, scopriamo in loro due occhi ‘come i nostri’, colmi di uno straziante dolore e di un’immensa nostalgia per la “casa”. C’è dunque un solo modo per ‘capirli’: mescolarsi a loro, diventare ‘come loro’, e Wikus van der Merwe, sciocco ma innocente impiegato di quella multinazionale si troverà a vivere fino in fondo questa esperienza. Scoprirà, ma tramite suo scopriremo tutti, quando lo vedremo seduto nella spazzatura ad intrecciare fiori di metallo, che la ‘umanità’ non ha colore di pelle, né, a questo punto, di scaglie cornee. Banale? Retorico? Ma sono la quotidianità, la realtà, ad averci condotto a queste riflessioni. Il punto è che la nostra ‘cultura’ e i nostri ‘valori’ si sono talmente ‘disumanizzati’ che scoprirlo può perfino, sul momento, impedirci di riconoscere noi stessi. SF? Horror? Mockumentary? Tutte queste cose insieme, per un film quasi geniale, ‘sfacciato’ e ‘intollerabile’, meravigliosamente contemporaneo, assolutamente imperdibile.

Giovedì 30 dicembre

 

Catwoman (Pitof, USA, 2004), 21.00, DT

Geniale, immaginifico, visionario Pitof. Chi, come me, l’aveva scoperto ed amato con lo splendido Vidocq (2001), non potrà che gridare al miracolo con questo capolavoro, che è sì una trasposizione cinematografica del personaggio di Bob Kane, ma è soprattutto un sua creatura, uscita dalle medesime viscere sulfuree che avevano partorito anche il precedente. Ritroviamo qui, forti della sicurezza di tre anni di mestiere e dell’accresciuta perizia dei responsabili degli effetti speciali, i medesimi deliri coloristici del precedente, talmente ‘forti’ che sembrano uscire dalla schermo, esaltano ed entusiasmano (la partita a basket tra Patience e Tom); ritroviamo le stesse notti cupe, disperate, malinconiche (il corpo di Patience disteso sulle rocce, Catwoman che cammina sui tetti contro la luna piena); ritroviamo il senso del mistero e della magia, ammaliante e assolutamente coinvolgente. Come in Vidocq, anche qui sono, con tutta evidenza, innumerevoli le inquadrature manipolate in post produzione, ma questa tecnica, lungi dal creare fastidio ed artificiosità, è invece servita a creare una favola densissima e dark, degna del miglior Tim Burton.

Quanto ad Halle Berry, questa è forse la sua consacrazione. Chi credeva ancora che fosse solo la strafiga che mostra le tette in Codice Swordfish (2001), probabilmente non aveva visto quel capolavoro tragico e dolcissimo che è Monster’s Ball (Marc Fosters, USA, 2002). Qui, una volta per tutte, è una grandissima attrice, e basterebbe, a dimostrarlo, la prima parte del film, con la sua deliziosa interpretazione – spessissimo volutamente sopra le righe – dell’impiegata goffa ed umiliata. Si era poi parlato di una sua sensualità eccessiva, ‘estranea’ alla storia: non ve n’è neppure l’ombra. Tutto il suo impegno, qui, è profuso ad esprimere una sensualità animale – dopo la ‘resurrezione’ operata dal gatto Midnight – che è autentica, vera, ‘necessaria’: il suo corpo è diventato – e si muove come – quello di una donna-gatto, e lei ce lo fa capire al massimo grado, tutto qui. Non sfigura, accanto a lei, il bravissimo Benjamin Bratt, sobrio ma intenso, scanzonato ma sensibile. Come pure, perfetti nel loro ruolo di ‘figurine dei cattivi’, sono Sharon Stone e Lambert Wilson; e una menzione deve andare anche alla eterea ’gattara’ interpretata dalla brava Ophelia Powers. Insomma, due ore di puro piacere: visivo, dinamico e fantastico. Quando Catwoman se ne va scomparendo sui tetti, in compagnia di Midnight, ci lascia colmi di fantastica ammirazione, di malinconia, e di desiderio di un sequel, che non potrà assolutamente farsi attendere. Dopo, ma solo in ordine cronologico, i Batman di Tim Burton, certo il miglior film tratto da un fumetto che mai si sia visto.

Venerdì 31 dicembre

 

Excalibur (J. Boorman, USA, 1981), 23.25, Rete4

Forse la miglior versione mai realizzata del mito arturiano, qui raccontato nella sua versione leggendaria, senza nessuna pretesa di verosimiglianza storica. Ne risulta un film intriso di magia, di leggenda e di fascino, che sarebbe bello vedere assieme al bellissimo King Arthur di A. Fuqua (2004), per confrontare due ottiche diverse ma entrambe interessantissime.

Signore e signori (P. Germi, Italia/Francia, 1965), 22.35, DT

In una cittadina veneta piccolo borghese e bigotta, corna, tradimenti e porcheriole varie sono il leit motiv di una vita stupida e senza valori. Uno spettatore distratto potrebbe scambiarlo per una commedia scollacciata anni Sessanta, ed è invece un film amarissimo e ‘cattivo’, tanto che spesso le risate si soffocano in gola. Imperdibile. Da vedere assieme al bellissimo Il commissario Pepe, di E. Scola, 1969 (se ci riuscite: da decenni è assente dal mercato dell’home video).

 

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