Pubblicato da: giulianolapostata | 18 dicembre 2010

Multivisioni – 18 dicembre 2010

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

18 dicembre 2010

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” L. Wittgenstein

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Sabato 18 dicembre

La caduta (O. Hirschbiegel, Austria/Germania/Italia, 2004) 21.00, DT

Fare un film su Hitler, quando Hitler è qui, ora, adesso, nelle bande di naziskin che infestano l’Europa tutta, negli striscioni e nelle bandiere allo stadio, nei cento razzismi che impestano la nostra cultura e la nostra politica, è estremamente difficile, e si rischiano risultati deludenti. Così è per questo film di Hirschbiegel (ma non è stato troppo ambizioso, il salto, dal Commissario Rex al Terzo Reich?), che non è altro che un lungo (e a volte anche un po’ noioso) documentario TV sugli ultimi giorni di Hitler. Cronaca, appunto, semplice narrazione, racconto, esposizione di fatti, allineamento cronologico di eventi. Un’opera irrisolta, insomma. Ottimo B. Ganz, ma assolutamente inattendibile U. Matthes, che dà vita ad un Goebbels isterico, lontanissimo da quel satanico e raffinato gentiluomo che conosciamo dai documentari.

American History X (T. Kaye, USA, 1999) 22.55, DT

Dopo tre anni di prigione, comminatigli per un atroce omicidio a sfondo razzista, Derek torna a casa. Lo attendono gli amici del gruppo neonazista di cui faceva parte, per i quali è diventato un eroe, ed il fratello adolescente, per cui è un mito. Nessuno però sa che l’orrore dell’atto commesso e l’esperienza carceraria lo hanno turbato fin nell’intimo, portandolo a rigettare da sé la spazzatura culturale di cui si era nutrito. Ma il razzismo è un veleno che non è facile eliminare, e nonostante la ‘conversione’ di Derek, in suo nome verrà sparso altro sangue innocente. Come Starship Troopers è, secondo me, il miglior film mai fatto sul/contro la mentalità fascista e militarista, così American History X lo è per il razzismo: come l’altro, un film da far vedere a scuola, per il suo adamantino rigore e la sua ‘spietatezza’, senza compromessi e senza ambiguità. Semplicemente divino E. Norton, e splendida la fotografia, pura e netta in un gelido bianco/nero. Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 19 dicembre

Allonsanfàn (P. e V. Taviani, Italia, 1974) 23.00, DT

Una delle più gran rotture di marroni dell’universo, come tutti i loro insopportabili film. Se lo dicevi negli anni ’70, quando eravamo tutti ‘di sinistra’, ti imbarcavano subito sul primo treno per la Siberia. Ora forse saremo meno di sinistra, ma almeno si può dire.

Casanova (F. Fellini, Italia, 1976) 00.20, Sky

Casanova è uno dei pochi veri capolavori di Fellini, ma di tal livello da riscattarlo ampiamente da altre sue, e numerose, sciocchezze. Il ‘mitico’ amatore del Settecento viene qui trasformato in un individuo che è ossessionato dall’amore e dal sesso perché, follemente, li intende come antidoti all’inevitabilità della morte. Ne deriva che tutti i suoi incontri erotici siano venati da una tragica disperazione. Massimamente quello, stupendo, con la bambola meccanica, ma tutto l’erotismo di questo Casanova è artificioso e costruito, ‘scene’ di teatro nelle quali egli cerca di rappresentare ed eternare se stesso. Questa sua ‘falsità’ esistenziale Fellini illustra con un film magicamente ‘finto’ e meravigliosamente ‘falso’: ma nell’immaginazione e negli occhi dello spettatore immagato quel falso diventa più vero del vero. Si veda solo la sublime scena dell’attraversamento in gondola di una laguna manifestamente realizzata con teli di plastica nera. Assolutissimamente imperdibile.

L’anno del dragone (M. Cimino, USA, 1985) 16.45, DT

A parte Il cacciatore – per me, uno dei più bei film di tutti i tempi – e il malinconico e bellissimo Una calibro 20 per lo specialista, Cimino ha infilato una serie, peraltro breve, di film confusi e non convincenti. Così dicasi di questa pasticciatissima storia. Un poliziotto di New York viene incaricato di sventare le mire di un giovane mafioso cinese, che vuole far fare un salto di qualità alla sua organizzazione criminale. Sempre in bilico tra il filmone d’azione (spesso eccessiva) e il drammone intimista (spesso lagnoso), è un film tutto sommato noioso, che induce solo a rimpiangere tanto talento sprecato.

Lunedì 20 dicembre

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, USA, 1942) 16.15, DT

Puro genio, capolavoro di travolgente comicità nera e demenziale: due vecchiette che gestiscono una pensione ‘danno la pace’ ai loro ospiti, avvelenandoli e seppellendoli in cantina. Cary Grant semplicemente magnifico, Peter Lorre inquietante anche in una parte comica, e Frank Capra rimane uno dei più grandi poeti del cinema. Assolutissimamente imperdibile.

The Body (J. McCord, USA/Israele, 2001) 01.20, DT

Cazzatina fantascientifico-religiosa costruita sulla scoperta, in uno scavo archeologico a Gerusalemme di un corpo che potrebbe essere quello di Gesù: un’archeologa israeliana ed un emissario del Vaticano si battono per confermare ciascuno la propria ‘verità’. Sarebbe da ignorare, se non fosse da segnalare per la stupida e veramente fuori luogo propaganda antipalestinese che lo ispira. Cosa aspettarsi, del resto, da una coproduzione Padrone/Servo?

Martedì 21 dicembre

Godzilla (R. Emmerich, USA, 1998) 21.10, Rete4

Ecco il buon, vecchio Emmerich in uno dei suoi film più divertenti, in cui riesuma non indegnamente il mitico lucertolone giapponese degli anni Sessanta. Appassionante, ottimi effetti speciali, divertente, anche per la deliziosa presenza del grande Jean Reno. Ci si passa una gran bella serata.

Frankenstein Junior (M. Brooks, USA, 1974) 23.55, Rete4

Forse il capolavoro di Mel Brooks, e certo uno dei film più divertenti che siano mai stati fatti. Il nipote del famigerato barone parte per la Transilvania, a raccogliere l’eredità del suo avo. Là ripeterà il terribile esperimento del suo avo: ma il risultato sarà incredibilmente diverso dall’originale. Poetica parodia del mitico ‘originale’ di J. Whale (1931) – anche a livello fotografico, con uno splendido b/n – e in genere degli stereotipi dell’horror di serie B degli anni ’40 e ’50, raggiunge risultanti assolutamente esilaranti, grazie ad una sceneggiatura di geniale ‘demenza’, alla folle maschera di Marty Feldman ed alla ‘bizzarria’ di Gene Wilder. Assolutamente imperdibile.

Arrivederci amore ciao (M. Soavi, Italia, 2006) 00.55, Sky

Con AAC, Michele Soavi ha fatto definitivamente il salto nel cinema d’autore. Già due sue precedenti fiction televisive, passate su Canale 5, avevano destato l’attenzione: La Uno bianca e L’ultima pallottola, la seconda ispirata ai delitti di Donato Bilancia. Due storie malvagie e cupe, che rendevano benissimo la prima l’assurda disumanità di quei poliziotti corrotti, e la seconda la morbosa follia che produsse quella spaventosa serie di delitti. E se lì gli si poteva rimproverare qualche lungaggine, debito inevitabile ai tempi della televisione, qui invece, forse ‘costretto’ dai diversi tempi del film, Soavi ha raccontato una storia in cui malvagità e morte dell’anima si presentano turgide allo spettatore, senza sosta, senza un attimo di respiro. Giorgio, ex terrorista rosso riparato in America Latina, ha improvvisamente nostalgia di casa. Dopo aver ‘tagliato’ tutti i ponti, rientra in Italia, ma l’ufficiale della Digos che lo prende in custodia è più marcio di lui, e in cambio dell’impunità – lui possiede ancora le prove degli attentati di cui fu colpevole – lo obbliga a vendere tutti i suoi antichi compagni, e lo coinvolge in un suo giro privato di rapine, violenze e droga. Giorgio accetta, perché vuole arricchirsi e perché vuole tornare normale, “una persona onesta, come tutti”, e affonda sempre più in una palude di amoralità. Quando crede di avercela fatta, ed è addirittura sul punto di fare un ‘buon matrimonio’, la sua anima nera lo cerca ancora, per un altro delitto, e la sua fidanzata comincia a sospettare qualcosa. Una storia forte, vera, e purtroppo verosimile, un noir che è anche ‘sociale’, perché ci porta a conoscere un’Italia che ci scorre accanto e di cui, spesso, nemmeno sospettiamo l’esistenza, un film che è testimonianza e testamento degli anni del berlusconismo, e dell’etica dell’enrichissez-vous, della pura e selvaggia amoralità del denaro e del potere, un noir magnificamente girato e magnificamente interpretato: bravissima Alina Nedelea, nella parte della fidanzata ‘di buona famiglia’, per bene e stupida, ma non così tanto; bravo Michele Placido, che, come scrive F. Montini in Vivicinema di gennaio/febbraio 2006, “sembra ispirarsi ad un modello illustre: G.M. Volonté e il suo commissario di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di E. Petri”; impagabile, pur nella sua breve apparizione, Carlo Cecchi, che interpreta un avvocato corrotto. Ma su tutti bravissimo Alessio Boni, l’interprete di Giorgio, di cui nuovamente benissimo scrive Montini: “Alessio Boni, nel ruolo del protagonista (…), non sottolinea il fascino del male, quanto la sua banalità. Giorgio è a suo modo un vincente (…), eppure mai si provano nei suoi confronti simpatia ed empatia. Non era facile tenere il film e il personaggio su questo precario equilibrio”. Uno dei più bei film italiani degli ultimi decenni, assolutissimamente imperdibile. Poi correte a noleggiarvi il successivo Cemento armato (2007) dell’esordiente Marco Martani, evidentemente ottimo ‘allievo’ di Soavi.

Una storia vera (D. Lynch, USA/Francia, 1999) 23.10, DT

Alvin – 73 anni, deambulazione incerta e respirazione difficile, cui è anche stata ritirata la patente – non parla con suo fratello da dieci anni perché ci ha litigato, ma quando viene a sapere che ha avuto un infarto decide di andarlo a trovare, viaggiando su un tosaerba. Film di emozioni intensissime e vere quanto contenute e distillate, di tempi lunghi, sereni e rarefatti, di sentimenti semplici ed essenziali. Un capolavoro di profonda poesia e umanità. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 22 dicembre

L’arte del sogno (M. Gondry, Francia/Italia, 2006) 17.35, DT

Dopo alcuni bei film – Human nature (2000), Se mi lasci ti cancello (2004) – variamente trattati o bistrattati e non sempre compresi e amati – Gondry ci regala qui un film bellissimo, poetico, straziante e geniale. Stéphane è un giovane grafico dalla creatività onirica e sfrenata. Tornato a Parigi dal Messico (ma torna veramente? Il taxi che lo deposita davanti alla porta riparte con Stéphane all’interno, che guarda se stesso davanti alla porta …), in cui ha vissuto fino a quel momento, va ad abitare dalla madre, nella sua vecchia casa, e scopre che nell’appartamento di fronte abita Stéphanie, ‘artista’ strampalata, che cuce animali di pezza. E’ amore, quello tra Stéphane e Stéphanie, ma non tanto ‘a prima vista’. Si tratta di sintonia, affinità elettiva, comunione emotiva, sintesi onirica. Lui rincorre lei, e poiché teme di non averla nella realtà, la corteggia e la seduce nel sogno. Lei, ancora immatura e spaventata dall’amore, fugge lui, in una continua fusione/commistione/confusione tra sogno e realtà che affascina e rapisce mente e cuore. Il sogno, i sogni di Stéphane sono i grandi protagonisti di questo incredibile film che se può ricordare la doppia dimensione del sia pur bellissimo Amélie (2001) di J.P. Jeunet – altro grande ‘sognatore’ – travalica e supera quel capolavoro per viaggiare in una dimensione davvero ‘altra’. Stéphane entra ed esce dai suoi sogni, li riporta nel mondo attraverso le macchine magiche che inventa, le quali macchine usa poi per fuggire ancora. Gondry è un genio, che crea magie ricorrendo ad una tecnica di animazione degli oggetti che già conoscevano nella cinematografia dell’Est, qui portata a vertici poetici davvero eccezionali. Si ‘consuma’, l’amore tra Stéphane e Stéphanie? O davvero “la vita è sogno”, come insegnava Calderon de la Barca? O davvero “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come insegnava Shakespeare? Anche l’amore è sogno? Cosa è ‘reale’? Il bacio – sommamente straziante! – che Stéphanie pone sulla fronte di Stéphan addormentato? Lui e lei che cavalcano in una foresta di carta su un cavallo di pezza? Si ‘consuma’, dunque, questo amore? E’ pur reale, il dialogo surreale alla fine del film, tra tettine, pompini e uccelli duri, eppure così lunare e giocoso da spingere nuovamente verso una dimensione sognata, di coprolalia quasi ‘infantile’. Un capolavoro, nel quale/anche perché ogni istante è al tempo stesso immensamente creativo e tuttavia intimamente ‘controllato’, voluto e collegato col tutto, in una sinfonia onirica senza pari. Gael Garcia Bernal recita come un bambino che – appunto! – sogni di essere entrato in un immenso magazzino di giocattoli. Charlotte Gainsbourg commuove e innamora: non più – forse mai – ‘attrice’, ma Musa, simbolo, icona di una femminilità sensuale, giocosa e pura.

Era mio padre (S. Mendes, USA, 2002) 18.10, Sky

Che delusione. Con American Beauty, Mendes ci aveva dato un capolavoro sulla solitudine esistenziale, ed anche un film di rara bellezza ed eleganza formale. Forse con questo voleva farci vedere di poter essere ancora più bravo, ma ha davvero esagerato. EMP è un film assolutamente ‘perfetto’. Attori perfetti e mostruosamente bravi; sceneggiatura perfetta: non c’è una battuta sbagliata, una parola fuori posto; recitazione perfetta: non c’è un movimento, ma che dico, uno sguardo, che non sia perfetto; fotografia perfettissima, da urlo: la corsa in bicicletta sulla neve all’inizio, l’avvicinarsi della macchina del killer nella nebbia. Inquadrature che sarebbero da incorniciare, una dopo l’altra, tanto sono, appunto, ‘perfette’ ed esaurite in se stesse nella loro eleganza. E il punto è proprio questo, perché il risultato è un film assolutamente freddo, che non commuove mai, che non emoziona mai, che non fornisce nemmeno il più piccolo stimolo emotivo, mai, nemmeno alla fine, quando anche il gesto del bambino che si abbraccia la testa davanti al cadavere del padre appare una raffinatissima e vuota esercitazione calligrafica. Per cui, gli ‘esercizi di bravura’ sembrano quasi ovvi e fastidiosi: si veda la strage sotto la pioggia, alla fine, in cui l’assenza del sonoro, che dovrebbe rendere ancora più ‘evidente’ la violenza, ha solo il sapore di un compitino ‘elementare’ e manualistico. Benissimo ha detto chi ha scritto che EMP è un film ‘costruito per l’Oscar’: una ‘macchina da Oscar’ (che poi non ha preso …) elegantissima, di lusso, ma senza cuore. Avevamo urlato di entusiasmo alla sua opera prima, e con ragione, lo ripeto, ma questo è solo onanismo stilistico.

Viaggio al centro della Terra (E. Brevig, USA, 2008) 21.25, Sky

Il 3D sta diventando la soluzione finale di chi, non avendo idee e non sapendo fare cinema, pensa di aver trovato in questo espediente la bacchetta magica per stupire: una versione in negativo del mariniano “È del poeta il fin la meraviglia”. Naturalmente qui si tratta, appunto, di una ‘meraviglia’ intesa da chi l’autentica capacità di meravigliarsi e far meravigliare l’ha dimenticata da un pezzo, e l’ha sostituita con l’accumulo: di rumori, di assurdità, di buffonate. Un esempio è questo film di rara idiozia, specie di viaggio fracassone a Mirabilandia che deve aver fatto rivoltare nella tomba non solo Jules Verne, ma anche H. Levin, autore, nel 1959, della prima versione cinematografica del libro: un gioiello di sceneggiatura, di recitazione (ma Brendan Frazer ha una paresi facciale?), di intelligenza e di spirito, ma ‘soprattutto’ – visto che è di questo che stiamo parlando – di effetti speciali, ottenuti coi poverissimi mezzi degli anni Cinquanta eppure strabilianti ed emozionanti. Dove si conferma che per avere idee non occorrono i soldi: occorrono le idee.

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976) 19.00, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Giovedì 23 dicembre

Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas (H. Selick, USA, 1993) 03.55, Rai1

Ideata e prodotta da Tim Burton, questa malinconica favola dark è, prima di tutto, un capolavoro della stop motion (con poche e trascurabili intrusioni di computer grafica. Ad ulteriore disdoro di quelle idiozie plasticate che oggi qualcuno chiama animazione). Ambientata nel regno di Halloween e in quello di Babbo Natale, è la storia di John Skeletron che, stanco di essere solo oggetto di spavento da parte dei bambini, rapisce Babbo Natale e si sostituisce a lui nella consegna dei regali. Ma gli esiti saranno disastrosi, e solo l’amore di Sally, una bambola di pezza, lo riporterà al suo mondo e gli darà la felicità. Grafica elegantissima, atmosfere romantiche e magiche, affascinanti scenografie, una colonna sonora poetica ed intrigante ne fanno uno dei capolavori di Burton, che già aveva dimostrato quanto gli fossero congeniali i registri più spinti del dark e della favola in quell’altro meraviglioso film che è Edward Mani-di-forbice (1990) – assolutamente da vedere – e perfino nel bizzarro, geniale e delizioso Beetlejuice (1988), credo la sua opera prima – e che magistralmente lo dimostrerà nel 2005 con La sposa cadavere, anche questo frutto di un uso incredibilmente raffinato della stop motion, film di eleganza, poesia e perfezione tecnica inarrivabili. Assolutamente imperdibile.

1997 – Fuga da New York (J. Carpenter, USA, 1981) 23.55, Rete4

Nel 1997, l’isola di Manhattan è stata isolata dal resto dell’America e trasformata in un’immensa prigione a cielo aperto. Ma un ex criminale ed ex eroe di guerra deve penetrarvi, ed ha poche ore per recuperare il presidente USA ed una cassetta che sola può salvare il mondo da una catastrofe nucleare. Poema dark, capolavoro apocalittico, grande interpretazione di Kurt Russel e di Ernest Borgnine. Assolutissimamente imperdibile.

La sposa cadavere (M. Johnson/T. Burton, USA, 1995) 19.40, DT

Non ci sono parole, davanti a certi film. Stai lì, a guardare, anzi ti ci perdi proprio dentro, e magari anche ogni tanto – incredibilmente!- guardi l’orologio e dici: mio dio, ma sta per finire, perché non dura mezz’ora di più. E’ la stessa cosa che ti succedeva da piccolo, quando la mamma o la nonna ti raccontavano le favole, e tu dicevi: ancora, ancora, e non avresti mai voluto che finisse. La sposa cadavere è una delle più belle favole mai raccontate, e Tim Burton è l’affabulatore che ce la narra. Come fa? C’è tutto il necessario, in questa favola. Un amore difficile, un giovane goffo che alla fine si fa coraggio, una fanciulla mite e buona ma intraprendente, genitori cattivi ed egoisti, una vecchia domestica fedele, un infido malvagio alla fine castigato. E poi c’è il mistero, e la paura dei morti, e i morti che tornano tra noi. Tutto, tutto quello che potreste desiderare per una storia che vi tenga avvinti, lì, senza parlare. E com’è, questa storia? E’ fantastica, magica, misteriosa, ma anche ironica, divertente, gioiosa. Fa sospirare per l’eroe, ma anche per la sua antagonista; fa fremere di soddisfazione quando il vile viene punito; fa ridere, quando si incontra l’assurdo e l’impossibile; fa sognare, fa venir voglia di riascoltarla ancora. Prima e forse più dell’immensa abilità con cui sono usati i mezzi tecnici – del resto semplicissimi: a parte pochi interventi di computer grafica, questo è il trionfo assoluto della stop motion – quello che impressiona in questo film è l’effervescenza, la genialità, il traboccare di inventiva. Un’idea ad ogni scena, cioè un’idea ad ogni inquadratura, ad ogni movimento, ad ogni espressione. Non esiste letteralmente un solo istante di film che sia inutile, o ‘di passaggio’; tutto è essenziale, tutto è eccezionale, ogni inquadratura è come una storia a sé, e quasi si fa fatica a tener dietro alla sovrabbondanza di cenni, suggerimenti, messaggi e spunti. Un trionfo di idee, lo ripeto, prima ancora che di perizia. L’artiste s’amuse, anche, e semina con nonchalance deliziose citazioni dal grande cinema del passato: cinque o sei almeno, se non di più. E poi si ride, in questo film, si ride di continuo, per un umorismo che è tutt’altro che macabro, come ci si potrebbe aspettare dato il tema (quanto sono incomparabilmente più cupe, le atmosfere di The Nightmare before Christmas!), ma, al contrario, ilare, semplice, folle e grottesco, assurdo e surreale. Un regalo gioioso, che conferma ancora una volta il genio e la poesia di Tim Burton, un film ‘superiore’ e geniale, una grande opera d’arte.

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000) 22.40, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di “un’offerta che non si può rifiutare”, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

Venerdì 24 dicembre

Papà Gambalunga (J. Negulesco, USA, 1955, con Fred Astaire) 23.25, Rete4

Un miliardario americano adotta una ragazza francese e la fa studiare, ma vuole rimanere nell’ombra perché lei non si senta obbligata e ringraziarlo. Lei però lo individua lo stesso, e se ne innamora. Favola, poesia, sogno, cinema ‘di quello di una volta. Imperdibile.

Pelham 1-2-3 (T. Scott, USA/GB, 2009) 21.00, Sky

È da quel po’ che Tony Scott si è scrollato di dosso la sgradevole etichetta di fratello ‘scemo’ della famiglia, da quando Ridley, che aveva iniziato la carriera con quattro capolavori consecutivi da far la storia del cinema (Legend, Blade runner, Alien, I Duellanti), si è poi impaludato in una serie senza fine di ciofeche. Tony, invece (cui possiamo perdonare Top gun, 1986: era giovane e inesperto …), ha costruito la sua con una serie di film d’azione che, in primo luogo, sono sempre di qualità alta se non altissima (Déjà vu, 2006, è un gioiello), e che, in secondo luogo, spessissimo si prestano ad analisi che, sotto quella ‘azione’, scoprono letture sempre più intelligenti e acute. Così è di questo suo ultimo film, magnifico action movie, certo, come abbiamo già detto, ma anche – e sembrerebbe impossibile – acuta metafora delle paure globali e collettive (la crisi economica, il terrorismo) e di quelle americane (ancora crisi e terrorismo, ma soprattutto l’angoscia, ben lontana dall’essere stata esorcizzata, dell’11 Settembre). Non solo. Altro topos del cinema USA del dopoguerra è l’incubo del Male nascosto nel sottosuolo, nelle viscere della città, che quando meno te l’aspetti riemerge a sconvolgere l’ordine e l’armonia. Nel geniale Them (G. Douglas, 1954), le formiche giganti che riemergevano dalle fogne di New York erano sì il prodotto degli esperimenti atomici, ma erano soprattutto la materializzazione dell’ossessione anticomunista, del nemico invisibile annidato sotto l’apparente serenità della superficie, pronto a distruggere il sogno americano, quello che non ha bisogno d’altro che di due litri di latte per la colazione di domani. Certo, ma tutto, in fondo, era più semplice in quegli anni, anche la distinzione tra buoni e cattivi, mentre oggi, purtroppo non è più così. Walter Garber, impiegato allo smistamento dei treni della metro, è un buono, ma i suoi segreti purtroppo li ha anche lui: è – sarà – un eroe, ma non senza macchia. Ryder, il criminale amorale e sadico che sequestra diciotto persone in un vagone per un riscatto apparentemente principesco, è un cattivo, ma ‘cattiva’ è anche la società ‘sopra’ di lui, quella che produce vedove di guerra con bambini piccoli ed ex marines disoccupati, quella che produce il crollo della Lehman Brothers, le tendopoli di nuovi poveri, le teorie di case in svendita perché i proprietari non possono più pagare i mutui e, nella fattispecie, consente proprio a Ryder di mettere in piedi un suo gioco perverso per far soldi. Ancora una volta i soldi si fanno sul sangue, reale e/o metaforico, della gente comune, e se qualcuno aveva davvero creduto che la Crisi avesse fatto ritrovare al capitalismo una sua ‘moralità’, allora può credere anche a Biancaneve. Di questa ‘confusione di piani’, di questa indefinizione di ruoli, si fa veicolo la fotografia, che dissolve la metropoli in immagini iperveloci ed imprecise, negando sempre anche allo sguardo – oltre che alla morale, come abbiamo appena visto – un ubi consistam. John Travolta, mai così bravo e giustamente sopra le righe, contende il posto di protagonista ad un bravissimo Denzel Washington, eroe imperfetto ed insicuro. E Tony Scott, come dicevamo all’inizio, si conferma con questo film un regista, maturo, intelligente e raffinato: se gli avanza tempo, tra un set e l’altro, potrebbe anche dare qualche ripetizione a suo fratello. Assolutamente imperdibile.

La vita è meravigliosa F. Capra, USA, 1946) 21.00, Sky

Ineffabile capolavoro di Capra, sulla vicenda di un uomo che, dopo aver dedicato tutta la sua esistenza alla famiglia ed alla comunità, di fronte ad un rovescio finanziario pensa di suicidarsi: ma Dio decide di fargli vedere come sarebbe stato il mondo se lui non fosse mai esistito. Favola ‘natalizia’, ma soprattutto film di intensissima umanità ed amore, da far vedere ai bambini, da rivedere tutti per ritrovare un po’ di fiducia nel mondo. Assolutissimamente imperdibile.

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