Pubblicato da: giulianolapostata | 11 dicembre 2010

Multivisioni – 11 dicembre 2010

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 11 dicembre

Ransom (R. Howard, USA, 1996), 21.10, Rete4

Ottimo thriller, teso e serrato, e ben recitato. Il figlio del presidente di una compagnia aerea viene rapito. Dapprima, ovviamente, il padre subisce qualsiasi richiesta dei rapitori, ma poi, esasperato, vuole dettare le sue condizioni. Mel Gibson bravo, ma Gary Sinise molto di più. Si vede e si rivede con piacere.

One hour photo (M. Romanek, USA, 2002), 00.45, Sky

Sy Parrish vive in una bolla di ghiaccio, azzurro e bianco come la sua divisa, gelido come i corridoi del supermarket in cui lavora, spigoloso come gli scaffali su cui stano allineate merci senza colore e senza spessore, desolato e disanimato come la sua casa. Da questo gelo, da questo iceberg che nasconde un nocciolo malvagio e doloroso, egli cerca di uscire con le sue illusioni, innamorandosi di famiglie che non sono le sue, tentando di vivere vite che non gli appartengono. Non ci riuscirà, naturalmente, e rischierà di ferire a morte gli attori inconsapevoli della sua tragica commedia, ma almeno, alla fine, avrà il coraggio – o sarà costretto – a scoprire quel nocciolo, e chissà che da quell’amarissima rivelazione egli non possa guarire e risorgere. Gioiello di introspezione, piccolo poema sulla solitudine, One hour photo è anche un capolavoro nello studio e nell’uso degli spazi e soprattutto del colore. E chi ha detto che questa volta Robin Williams fa il ‘cattivo’, forse non ha capito né lui né il film. Williams fa ciò che ha sempre fatto: il grande attore ‘sentimentale’, solo che questa volta i sentimenti che esprime sono quelli cupi del dolore. I grandi attori sono davvero come il buon vino: invecchiando migliorano sempre.

L’uomo che volle farsi re (J. Huston, USA, 1975), 00.40, Sky

Dall’omonimo racconto di R. Kipling (assolutamente da leggere!), uno stupendo film d’avventura, che ripercorre il mito di Alessandro Magno e della sua conquista dell’India. Appassionante e misterioso, malinconico e sfolgorante, grande interpretazione di Sean Connery. Assolutamente imperdibile.

Domenica 12 dicembre

 

Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata (L. Zampa, Italia, 1972), 14.00, Sky

Uno dei vertici della volgarità sordiana. Ci sono molte ragioni, purtroppo, per vergognarsi di essere italiani, non ultima quella che si venga illustrati e rappresentati all’estero da film come questo.

Lunedì 13 dicembre

 

Brothers (J. Sheridan, USA, 2009)

Da anni invochiamo una proposta di Legge composta di un solo articolo: “È proibito fare i remakes”. Anzi, se siamo ancora in tempo vorremmo suggerire a Berlusconi di inserire detto articolo nella manovra, togliendo una delle innumerevoli cazzate che ci ha messo: farebbe felici i cinefili, e il resto d’Italia. Se avessimo avuto quella legge, ci saremmo risparmiati, per esempio, questo film, deludente al punto da far rimpiangere il già sgradevole originale di S. Bier (Danimarca, 2004). La storia è la stessa: ma proprio la stessa, come diremo tra poco. Il capitano Sam Cahill viene dato per disperso dopo una missione in elicottero sull’Afghanistan. A casa rimangono la moglie, le due figlie e il fratello Tommy, un ‘poco di buono’, ubriacone e nullafacente. Ma proprio la tragedia pare tirar fuori il meglio da Tommy, che un po’ alla volta dà una sterzata alla sua vita. Si presta a mille lavoretti per rimettere in sesto la casa, si propone come una specie di ‘padre alternativo’ alle bambine, aiuta la cognata ad uscire dall’abisso di dolore in cui è precipitata, al punto che la sua amicizia comincia a trasformarsi in amore. Riesce perfino a  riconquistare l’affetto del padre, ombroso reduce del Viet-Nam semialcolizzato, che gli aveva sempre preferito Sam, un eroe, un perfetto ragazzo americano. Quando però il fratello viene ritrovato e torna a casa, tutto prestissimo si infrange: Sam porta con se un orribile segreto, maturato nei mesi di prigionia, che lo sta distruggendo. Nuovamente, sarà  Tommy, il ‘brutto anatroccolo’ di casa, a tendergli una mano e a salvarlo, ad un passo dall’abisso. Come scrivemmo per l’originale, una storia bella e tragica, che tuttavia mai, nemmeno per un istante, trova il colpo d’ala per diventare arte e messaggio. Il film si trascina stancamente, per colpa di una sceneggiatura stanca e superficiale, che o riproduce tout court l’originale (va bene che questo è un remake, ma a volte si ha la fastidiosa sensazione di vedere un calco), o riesce addirittura a peggiorarlo (come nella figura del padre ‘deluso’, rozza ed approssimativa, decisamente inferiore al potente personaggio della Blier), o accumula banalità, per difetto di autentica ispirazione (troppe volte viene ripetuto ‘sono tuo fratello’: sostanza, non parole). Anche qui, incredibilmente, accade la stessa cosa del film originale: due ottimi attori protagonisti (la Portman non è che si dia eccessivamente da fare) la cui interpretazione tuttavia pare galleggiare nel vuoto senza corpo di un film che, insomma, non ha ragion d’essere. Incomprensibile un simile risultato da un regista che, oltre al bel Nel nome del padre (Irlanda, 1993), ha firmato nel 2003 (GB-Irlanda) lo stupendo In America, un capolavoro di poesia e di umanità che non ha più avuto seguito. Poscritto. Gli Dei perdonino chi ha paragonato Brothers a Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007): diciamo che deve aver visto un altro film.

Donnie Brasco (M. Newell, USA, 1997)

Donnie Brasco è il nome con cui Joseph Pistone, un agente FBI, ormai da due anni tenta di infiltrarsi in una grande famiglia mafiosa. Per farlo, ricerca l’amicizia di Lefty Ruggiero, un gangster di mezza tacca che gravita ai margini della famiglia. Da trent’anni Lefty si dà da fare per avere un po’ di considerazione, e un posto più importante, più vicino al ‘grande capo’, ma nessuno lo prende sul serio, e ogni volta che si presenta qualche buona occasione, gli viene preferito sempre qualcun altro. Il suo ruolo è di sicario e killer quando occorre, ma generalmente di servo, di cameriere, che deve essere sempre pronto a soddisfare ogni capriccio dei potenti. In trent’anni – continua a ripeterlo, e a rimpiangerli – non ha combinato niente: sempre senza soldi, con una casa modestissima, il figlio drogato all’ultimo stadio, Lefty è un fallito, e lo sa benissimo. Improvvisamente, la stima di quel ragazzo sembra dargli uno scopo nella vita: lo addestra, gli insegna trucchi e gergo, lo introduce nelle segrete cose della mafia, si espone e compromette per lui, assumendo nei suoi confronti un atteggiamento paternalistico, di grottesca superiorità. Donnie, intanto, per questa sua lunghissima assenza da casa vede disfarsi poco a poco il suo matrimonio e il rapporto con le figlie. Non solo: un po’ per volta, egli viene irretito da quel mondo e dalle sue regole, e sente sempre più forte il rapporto con Lefty, fino a dire, in un drammatico colloquio: “Io non penso come uno di loro, io sono uno di loro”. Quando finalmente l’FBI deciderà di chiudere l’operazione, Donnie tornerà al suo mondo con la coscienza del dovere compiuto, ma col rimorso di aver tradito ‘gli amici’. La narrazione procede lenta, ma fredda ed impietosa; l’ambiente dei mafiosi viene mostrato in tutta la sua stupidità, la sua cattiveria e la sua miseria: non vi sono eroismo o dignità in quei quattro animali rozzi che, attorno, ad un tavolo, si spartiscono mucchietti di dollari, cercando di escogitare qualche altro squallido espediente per far soldi. Una pulizia narrativa ed un efficacia espressiva che si cercherebbero invano nei film di Scorsese sullo stesso ambiente. Quanto agli attori, francamente non condivido le lodi sperticate che, per questa interpretazione, sono state fatte a Johnny Depp. Sì, indubbiamente bravo, ma nulla di più: un lavoro dignitoso, tra le righe; anzi, forse sarebbe meglio non parlare di una sua certa monotonia espressiva da cui non si discosta mai, quale che sia la situazione in atto. Forse pero, oltre a questo c’è da dire un’altra cosa: che chiunque sarebbe scomparso, sarebbe stato annullato da un’altra, l’ennesima, straordinaria interpretazione di Al Pacino. Come sempre, Pacino recita con l’anima. Lui è Lefty, veramente: di Lefty sono le smorfie, le occhiate malinconiche e ciniche, i vestiti fuori moda e volgari, le chiacchiere stupide, la miseria. C’è solo lui, sullo schermo e nella storia, che diventa la sua storia, la saga di un povero sfigato che da una vita si sbatte per essere qualcuno, e ormai sa che non sarà mai nessuno. Un ottimo film, una grandissima interpretazione, una bellissima storia: e, tanto per non buttar via niente, dei bellissimi titoli di testa.

In nome del popolo italiano (D. Risi, Italia, 1971), 22.50, DT

Amarissima commedia sull’Italia “da bere” degli anni ’70, nella quale possiamo leggere impressionanti corrispondenze – provate e vedrete – con quella di oggi. Un giudice integerrimo ‘perseguita’ un industriale fascistoide, dall’ambiguo arricchimento. Crede di averlo incastrato come colpevole di un omicidio, ma quando scopre le prove della sua innocenza le distrugge, pur di eliminarlo dalla società. Geniale, cinico, ironico, superbamente recitato da Gassman e Tognazzi in una delle loro prove migliori. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 14 dicembre

 

Vertical limit (M. Campbell, USA, 2000), 18.50, Sky

Una spedizione alpinistica deve affrontare le quote proibitive del K2, unite a condizioni meteorologiche particolarmente avverse, per salvare una coppia di colleghi intrappolati in una caverna di ghiaccio, ma alle difficoltà oggettive rappresentate dall’ambiente si uniscono invidie e rancori, che faranno anch’essi le loro vittime. Bel thrilling di montagna, avvincente e teso, con splendide riprese (in Nuova Zelanda), nelle quali la computer grafica è comunque assolutamente invisibile.

Mercoledì 15 dicembre

 

Highwaymen (R. Harmon, USA, 2003), 21.00, DT

Dello stesso regista del bellissimo The Hitcher (1986) è la storia di un uomo alla ricerca di un serial killer psicopatico su ruote, che gli ha ucciso la moglie. Anche qui, buone atmosfere e belle scene ‘di strada’, ma la costruzione dei personaggi è troppo schematica e stereotipa. Comunque un film interessante, da vedere.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 00.40, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Blu profondo (R. Harlin, USA, 1999), 22.50, DT

In una stazione sottomarina, un medico modifica la struttura genetica di alcuni squali per effettuare delle ricerche. Quando un tifone semidistrugge la stazione, gli squali, resi superintelligenti, attaccano gli esseri umani, per fuggire e riprodursi in libertà. Magnifico thrilling mozzafiato, senza un solo attimo di tregua, con eccezionali effetti speciali e riprese subacquee. Non ve lo perdete.

 

Giovedì 16 dicembre

 

La giusta distanza (C. Mazzacurati, Italia, 2007), 21.00, DT

Mazzacurati racconta storie semplici in modo semplice, quasi elementare, eppure chi abbia visto, dei suoi film, almeno gli ottimi Il toro (1994) e Vesna va veloce (1996), sa bene quanta complessa umanità e quanto acume psicologico e sociologico vi siano, sotto quell’apparente semplicità. Così è anche questa volta, in questo bellissimo film, che nuovamente, dopo il recente Cemento armato (M.Martani) mostra quanto possa essere importante e disvelante una ‘piccola’ storia quando viene raccontata con intelligenza e sensibilità. In un paesetto di campagna alle foci del Po – ma siamo in provincia di Rovigo – arriva Mara, la nuova maestra, a sostituire d’urgenza quella vecchia, improvvisamente impazzita. Da parte dei maschi del paese è tutto uno scoccare di sguardi che, con termine arcaico ma adeguato, potremmo definire lascivi, e qualcuno ci prova, anche, ma Mara è una donna libera: gli uomini se li sceglie, ed anche la vita, e quella breve supplenza è solo una parentesi, prima della partenza per il Brasile, verso un progetto di cooperazione internazionale. L’unico che riesce a stabilire un legame con lei è Hassan, il meccanico tunisino del paese, e non a caso: come lei, Hassan è un déraciné, come lei ha anch’egli, dietro di sé, una cultura ed una sensibilità che sono ignote ed incomprensibili al resto del paese. Non ha però futuro, appunto, la storia tra Hassan e Mara, e ciò ferisce entrambi nel profondo, ma proprio quando sono riusciti comunque a capirne la ragione, Mara viene trovata assassinata. Il meccanico viene arrestato, processato e condannato per omicidio, e tutto sembrerebbe risolto e ‘a posto’, ma Hassan ‘parla’ ancora: si suicida in carcere, ed in uno dei bigliettini con cui spesso comunica – laconici lampi di un universo interiore intensissimo, che si difende dalla superficialità col mutismo – protesta ancora una volta la sua innocenza. Chi vorrà ascoltarlo, in paese? Questa la prima parte di un film che potremmo anche leggere proprio in questo modo, come un lungo e denso prologo, cui segue la tragedia, come un ‘racconto breve’ e fulminante. Ruota, attorno a Mara ed Hassan, tutto un universo umano e sociale che funge quasi, ed involontariamente, da coro. Prima di tutto Giovanni Capovilla, poco più che diciottenne, anch’egli attratto da Mara, ma soprattutto dal giornalismo. Testimone quasi estraneo ed indifferente sia della relazione che del delitto, sarà proprio lui, in quanto giovane giornalista, a dover scavare in cerca della verità. Poi Giuseppe Battiston, interprete di un commerciante, che, come ha detto lo stesso Mazzacurati in una recente intervista, sembra la versione aggiornata dei bottegai sporcaccioni di Pietro Germi in Signore e signori. Ma da quel 1965 sembrano passati non quarant’anni, ma secoli, e il commerciante che ci mostra oggi il regista è un uomo degradato moralmente e socialmente dalla ricchezza, dalla Modernità, da uno stupido e superficiale progresso. A suo modo, un déraciné anche lui, ma senza alcuna coscienza di esserlo, e, quel che è più tragico ancora, senza nessun rimpianto. Non vi sono, in questo film, sociologismi politici, come ci si potrebbe aspettare, e come si potrebbe perfino temere, data la materia del narrare. La chiave, la cifra vera di tutta questa umanità, che la definisce e la stigmatizza, è l’ignavia, una misera e piatta indifferenza morale che li spegne tutti in quanto esseri umani. Ignavo è certo, l’avvocato di Hassan (Ivano Marescotti: è sempre un piacere), ma ignavi sono tutti: Giovanni, che sta a guardare, che ha bisogno di vederlo morire, e di leggere il suo biglietto, per cominciare a porsi delle domande; lo stesso quotidiano per cui lavora, che liquida in poche righe la scoperta di una fabbrica di cinesi ridotti in schiavitù, ma dà amplissimo risalto alla pesca di un tonno gigante; i paesani tutti, che osservano senza fiatare il folle ritorno della vecchia maestra. Possiamo immaginarceli, dopo che la verità viene ristabilita, scrollare le spalle e tornare ai centri commerciali, ai call center erotici, a tutto quell’effimero economico e culturale che ha devastato e desertificato la società e le coscienze. Un cast, per questo film, non certo hollywoodiano, e tuttavia semplicemente ottimo: a partire dal bravissimo Ahmed Afiene, passando per la dolce e sensibile cognata, e poi – l’abbiamo già nominato – Giuseppe Battiston; Giovanni Capovilla, semplicemente perfetto nella parte dell’ancora adolescente, ‘crudo’ nei sentimenti e nelle reazioni emotive, che cresce lentamente e faticosamente, e Fabrizio Bentivoglio, giornalista di provincia con velleità da Maestro del giornalismo. Unica nota stonata, proprio l’interprete femminile, Valentina Lodovini, che eccede in mossette, ammiccamenti e  sorrisini – alla Renée Zellweger, per intenderci – particolarmente fastidiosi ed irritanti a  fronte della misuratissima recitazione di Hafiene (non basta a farla perdonare la fugace esibizione delle sue peraltro prodigiose tette). Girato in buona parte sulle rive del Po, pare che il grande fiume, sia pur anch’esso corrotto e violato, abbia comunque particolarmente ispirato Mazzacurati come ha fatto con Olmi, nello stupendo I centochiodi: lampi di quella sensibilità si ritrovano nella bella fotografia di Luca Bigazzi, e il recuperante di rottami – verrebbe da dire unica, ed ultima, come si vedrà, faccia umana del paese – non può non ricordare il vecchio pazzo felice, che sognava i pesci ridere. Un altro film italiano da segnare in agenda, nella lista non foltissima dei piccoli capolavori. Assolutissimamente imperdibile.

La leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991), 15.50, DT

La mente devastata dalla morte della moglie, un professore di Storia Medievale si perde tra i barboni di New York, cercando un impossibile Graal, e la sua resurrezione. Continuamente e poeticamente in bilico tra realismo e fantasia, è una storia profondamente umana e al tempo stesso visionaria sui valori essenziali della vita: amore ed amicizia. Intenso e commovente: una delle migliori interpretazioni di R. Williams, ed una delle perle del genio di Gilliam, che purtroppo non è assolutamente riuscito ad eguagliarsi nel recente Parnassus.

Venerdì 17 dicembre

 

American beauty (S. Mendes, USA, 1999), 23.30, Rete4

A quarant’anni passati, Lester è prigioniero di un matrimonio inesistente, di un lavoro alienante e, nel complesso, di una vita che lo ha deluso. L’amore improvviso e irrazionale – potremmo dire adolescenziale – per una giovane amica di sua figlia gli dà l’occasione e il coraggio per infrangere tutti gli schemi e provare ad essere, per la prima volta, se stesso. Ma la feroce e stupida gabbia perbenista da cui ha tentato di uscire reclamerà i suoi diritti, e lo fermerà. Stupendo apologo sulla solitudine, sul dolore e la ’follia’ di tante nostre esistenze quotidiane, ma soprattutto sul diritto di essere felici, raccontato con immensa eleganza, che tuttavia non si risolve mai in formalismo fine a se stesso, ma è sempre strumento calligrafico magistralmente usato per indagare nell’animo dei personaggi. Kevin Spacey si riconferma ancora una volta interprete sensibilissimo, quasi subliminale, di emozioni tanto intense ed essenziali quanto nascoste e inespresse. Assolutissimamente imperdibile.

La mosca (D. Cronenberg, USA, 1986), 21.00, DT

In un esperimento di teletrasporto della materia, uno scienziato mescola inavvertitamente i propri geni con quelli di una mosca, andando incontro ad un orribile destino. Un remake con padri illustri: prima L’esperimento del Dottor K (The fly), K. Neumann, USA, 1958, capolavoro della SF americana ‘antiscientista’ degli anni Cinquanta, poi il non disprezzabile sequel La vendetta del Dottor K (Return of the fly), E. Bernds, USA, 1959. Contravvenendo alla legge non scritta che sancisce il fallimento di quasi tutti i remakes, Cronenberg, quasi trent’anni dopo, scrive un film perfettamente costruito – cosa abbastanza rara per lui, autore intelligente ma spesso confuso e tirato via – ed estremamente inquietante, che anticipa i moderni terrori per le nuove tecnologie e la loro invasività nella vita umana. Da vedere assolutamente.

Lasciami entrare (T. Alfredson, Svezia, 2009), 22.55, DT

Esistono alcune, e non rarissime, occasioni in cui il cinema horror riesce a superare la dimensione elementare e ‘ludica’ dello splatter per diventare discorso metaforico su determinati aspetti della vita e della società. Così pure, i ‘mostri’ che vi appaiono non sono più pupazzi spaventosi da Casa delle Streghe, ma nostri ‘doppi’, portatori alla massima potenza di nostre autentiche e personali ‘malattie’, nei quali dunque possiamo rispecchiarci, ed ai quali possiamo addirittura affidare il compito di raccontare ciò che noi, direttamente, non riusciremmo a dire. Sarebbero molti gli esempi, e tutti interessanti: dal vampiro di F.W. Murnau, spento dal sole palingenetico di un’Europa che dalla Società delle Nazioni aspettava pace e prosperità (Nosferatu, 1922) alla Terra dei morti viventi (G. Romero, 2005), lettura in chiave cadaverica dell’organizzazione sociopolitica del mondo globalizzato. In questo capolavoro di Alfredson, il tema è molto più prossimo ed intimo. Anzi, ‘i’ temi, perché varie potrebbero essere le chiavi di lettura del film, tutte valide e tutte incrociantisi tra loro: l’isolamento adolescenziale, l’estraneità del mondo adulto, l’alienazione urbana (degli uomini e delle cose). Il protagonista, il dodicenne Oskar, vive con la madre separata in un sobborgo di Stoccolma. Fragile più che timido, è la vittima designata di un gruppo di miseri bulli della sua scuola, che lo tormentano e lo feriscono. Privo del coraggio ed anche della forza di ribellarsi, Oskar sogna improbabili vendette con un coltellino da caccia e immagina di piantarlo nella pancia dei suoi nemici, quasi una patetica caricatura della caricatura del De Niro di Taxi driver (M. Scorsese, 1976) fatta da Vincent Cassel nel bellissimo La haine (M. Kassovitz, 1995): tra parentesi, anche quella una storia di emarginati contro nemici più ‘forti’ di loro. Improvvisamente, alle sue spalle pare materializzarsi dal nulla Eli, una sua coetanea: un po’ sparuta, malvestita – e comunque non certo in modo adatto alla stagione – e come lui molto solitaria. Basta un nulla perché tra loro scocchi un’intesa: Oskar ed Eli riconoscono uno nell’altra la stessa solitudine, la stessa diversità, lo stesso bisogno di un appoggio sicuro. Poco per volta, la loro amicizia, il loro legame, crescono e si rafforzano, mentre vagano in una periferia le cui geometrie desolate e gelide (magnificamente fotografate, tra l’altro) sottolineano con assoluta evidenza il loro isolamento e la loro estraneità. Scoprire che Eli è una vampira non turba minimamente il ragazzo: che vuol dire, in fondo, ‘vampira’? Un diverso, uno diverso dagli altri, uno rifiutato dagli altri: esattamente ciò che lui è, ciò che lui si sente. E dunque, la ‘riconosce’ immediatamente, e percepisce istantaneamente le affinità elettive che li legano. Momento per momento, con un ritmo narrativo mirabile e delicatissimo – che ha della fiaba, dello stereotipo ‘romantico’ (cui contribuisce la bellissima colonna sonora) ed anche del romanzo di formazione (sarebbe troppo pensare al Grand Meaulnes, di H. Alain Fournier, 1913?) – la vicenda dei due si snoda verso un epilogo che appare logico e – sembra strano usare questo termine, dato il tema – colmo di speranza. Oskar riceve e riceverà da Eli forza e sicurezza, acquisterà il senso di un’identità personale; Eli troverà in lui il sostegno che ha perduto e di cui ha necessità in un mondo che non la capisce e non comunica con lei. Ma loro sì, loro ‘comunicano’, e le dita di Oeskar che picchiettano in Morse sul nascondiglio di lei sono il simbolo di un’intesa segreta, mentre un treno vuoto li porta verso un futuro nuovo. Assolutamente imperdibile.

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005), 13.35, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, Einaudi Ed.

 

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