Pubblicato da: giulianolapostata | 4 dicembre 2010

Multivisioni – 4 dicembre 2020

Sabato 4 dicembre

Il mercante di Venezia (M. Radford, Italia/USA/GB/Lussemburgo 2004), 21.00, DT

Ci vuole impegno a spegnere il fuoco, lo smalto e il sangue della prosa di Shakespeare, eppure Radford c’è riuscito, in questo film patinatissimo, leccatissimo e noiosissimo. Su sfondi da cartolina – la Pro Loco Venezia ringrazia – i personaggi scorrono come figurine senza spessore e la storia si trascina verso un finale senza passione. Perfino il grande Al Pacino pare annichilito da tanto sfarzo, e la sua recitazione, di solito ‘sopra le righe’, è atrofizzata e minimale.

People I know (D. Algrant, USA, 2002), 19.20, DT

Si tratta, prima di tutto, di un’incredibile prova d’attore di Al Pacino, come se ne avessimo avuto bisogno, del resto, per renderci conto che si tratta di uno dei più grandi e sensibili attori che il cinema abbia mai avuto. Qui interpreta la parte di un press agent di New York, costretto a soddisfare, all’occorrenza, anche le voglie e i bisogni più squallidi dei suoi assistiti. Pur in mezzo alla corruzione ed al marciume morale – a cui ‘reagisce’ con la malattia, la decadenza fisica e, quando capita, con la droga – egli ha conservato tuttavia in fondo a sé un’innocenza primigenia, ed un’intima onestà. Attraversa questo mondo malato senza farsene infettare, col miraggio lontano di un ‘ritorno alla natura’ impersonato dalla vedova di suo fratello, suicidatosi per non essere invece riuscito a resistere al male. Quando la misura è colma, ed anche i suoi fedeli collaboratori cominciano ad abbandonarlo (stupenda la battuta del suo segretario, che dimettendosi gli dice: “Torno al nord, ho nostalgia della pioggia”), egli finalmente decide di seguire questo amore, questa palingenesi, ma non gli sarà possibile, e la stupidità dei corrotti lo fermerà prima che possa mettere in atto il suo sogno. Il personaggio della cognata – che da sempre lui aveva amato, e che non aveva avuto il coraggio di sposare, lasciandola al fratello – è interpretato da una dolcissima e quasi irriconoscibile Kim Basinger, ed anche in questo caso si tratta di un’interpretazione magica. Già in L.A. Confidential la Basinger aveva dato vita ad un personaggio femminile immensamente struggente, ma qui supera se stessa. Quanto tempo è passato dalla stupida vuotaggine di Nove settimane e mezzo (quel genio di Tullio Kezic lo recensì su Repubblica definendolo “l’opera fondatrice della filmografia del Paese di Stupilandia”). E’ proprio vero che non bisogna mai condannare nessuno e che bisogna concedere a tutti un’ultima chance: per esempio, può darsi che, un giorno, perfino Valeria Golino smetta di esibire le sue sia pur pregevoli tettine e impari a recitare … Nell’attesa di questo altamente improbabile evento, prendetevi una sera di calma e di riflessione, e godetevi questo gioiello, oltretutto semisconosciuto: scalda il cuore, nonostante tutto.

Non è un paese per vecchi (E. e J. Coen, USA, 2008), 22.50, DT

L’ennesimo tassello di una filmografia, quella dei Fratelli Coen, che continuo a trovare tanto irritante quanto inutile. Un uomo trova una valigetta con due milioni di dollari e un mucchio di morti: evidentemente trafficanti di eroina che si sono uccisi a vicenda per la spartizione. Si impadronisce del denaro, ma subito si trova ad essere oggetto della caccia di un assassino psicopatico che vuole recuperare la somma: ovvio il finale. Ancora una volta il grottesco è la chiave preferita dai Coen, ed ancora una volta il mezzo finisce con l’essere il fine. Grottesco, se non ridicolo, è tutto il film: le luci, i volti, le situazioni. Javier Bardem porta in giro per due ore il suo volto perennemente stabilizzato in un rictus che spesso e volentieri strappa le risate, nonostante ogni cinque minuti qualcuno ripeta che è, appunto, “un assassino psicopatico”, probabilmente per convincere gli spettatori, che altrimenti avrebbero già cominciato a fare ‘Buuu!’ ogni volta che lo vedono sullo schermo. Tommy Lee Jones, solitamente attore sensibile e tormentato, pare uscito da un bagno in una vasca d’amido. Semplicemente invedibile.

Domenica 5 dicembre

Non torno a casa stasera (F.F. Coppola, USA, 1969), 03.20, Rai1

Quando scopre di essere incinta, Natalie, casalinga di ceto medio (una delicata, inquieta e sensibilissima Shirley Knight) fugge da casa, lasciando solo un biglietto al marito e ai familiari. Dal nulla della sua vita, con la sua macchina punta verso un altro nulla, l’America delle campagne, della provincia, di chi non ce l’ha mai fatta e non ce la farà mai. Improvvisamente non sa più chi è, né chi è stata, e meno ancora sa chi vuol essere. Sulla sua strada incontrerà individui come lei, gente senza (più) storia, persone per cui la ricerca di un’identità è non tanto un bisogno quanto una disperatissima utopia. Prima di tutto Jimmy, ex campione di football oggi ridotto ad una specie di burattino per una lesione al cervello. Magnifica metafora della perdita del sé, Jimmy (un magnifico James Caan, in quella che forse è l’interpretazione più bella della sua carriera) farà con lei un tratto di strada, senza che nessuno dei due riesca a spezzare il personale muro di alienazione. Così sarà per Gordon (Robert Duvall, bravissimo come sempre), chiuso nel suo modello machista, in realtà prigioniero della propria solitudine. La sua ricerca si spezzerà, senza tuttavia esser giunta ad un vero risultato, lasciando Natalie carica di nuova solitudine e di nuovo dolore. Bello il titolo italiano, ma ancor di più quello originale, The rain people: perché la pioggia diventa allegoria del paradiso infranto, ma anche perché questa ‘gente della pioggia’ pare essere tutta accomunata da un solo e dolente destino, che li trascina via nei rigagnoli delle strade, senza dar loro, non che una speranza di redenzione, neppure un lampo di comprensione. Scritto e fotografato, con una delicatezza ed una ‘lentezza’ che non sono prolissità, ma attenta pietas verso l’esistenza umana, questo è certo uno dei capolavori di Coppola. Una buona occasione per rivederlo o scoprirlo, assolutissimamente imperdibile.

Mash (R. Altman, USA, 1970), 21.05, DT

Goliardia in un campo americano durante la guerra del Viet-Nam. Dovrebbe far ridere, e invece annoia, quando non irrita. Il solito, insopportabile Altman.

L’angolo rosso (J. Avnet, USA, 1998), 21.10, DT

Un ricco avvocato americano è a Pechino per concludere un ricchissimo affare per conto di una grossa compagnia televisiva USA, a danno di un importante concorrente. Dopo che le cose sono andate a buon fine, in un night rimorchia quella che sembra una qualsiasi prostituta e se la porta a letto. Ma la mattina si risveglia intontito, con la ragazza morta a fianco: non una prostituta ma la figlia di un alto ufficiale dell’esercito, che ora vuole la sua morte. La giovane avvocato d’ufficio che viene nominata a difenderlo ha pochissime speranze di sottrarlo alla fucilazione, ma il fascino del bel Gere trionferà, e giustizia sarà fatta. Ora. È  verissimo che la Cina è la più spaventosa dittatura nazista oggi esistente al mondo; è verissimo che, tra le altre sue infamie, è colpevole del genocidio ed etnocidio del popolo Tibetano. Ma niente, nemmeno questo, giustifica la fattura di un film brutto come questo. Le battute sono da schiaffi (“Io sarò per sempre la tua famiglia dall’altra parte del mondo”); la sceneggiatura è confusa, disordinata, lentissima; la giovane Bai Ling è tanto (abbastanza) graziosa ma totalmente incapace; Richard Gere è al minimo sindacale. Semplicemente invedibile.

Mars attacks! (T. Burton, USA, 1996), 19.10, DT

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare tutto, e quindi passiamogli anche questa scemenza, unico suo fallimento assieme al noiosissimo remake del Pianeta delle scimmie (2001). Un’orda di marzianini brutti e cattivi invade la terra. I politici si tormentano inutilmente per decidere come combatterli, ma sarà una vecchia nonna a trovare l’arma finale. Ispirato ai personaggi di una serie di figurine popolare in America e sconosciuta da noi, profonde a piene mani un’ironia che lascia quasi del tutto indifferenti, forse proprio per l’eccessiva ‘distanza’ culturale. Da dimenticare.

Lunedì 6 dicembre

Le invasioni barbariche (D. Arcand, Canada/Francia, 2003), 14.05, DT

Uno di quei doni speciali che, sempre più raramente, il cinema ogni tanto ti elargisce, un gioiello di bellezza e di intelligenza. L’intelligenza infatti – l’assenza, lo smarrimento dell’intelligenza nel mondo, assediato dalla barbarie american-modernista – è infatti il tema principale del film, quello che gli da il titolo. Ma altri temi vi si intrecciano e vi si coniugano, primo tra tutti quello dell’importanza fondamentale, nella vita, dell’amicizia, degli affetti, dei legami; o quello della necessità, ad un certo punto dell’esistenza, di trovare “il senso delle cose”, come dice arrovellandosi Rémy, il professore canadese che sta morendo di cancro. Scoprirà di averlo forse già trovato e costruito vivendo, in tutti gli amori vissuti, nelle splendide amicizie intrecciate; esorcizzerà la paura della morte (“Pensa che quando tu morirai, migliaia di altre persone staranno morendo in quel momento” gli dice la ragazza tossica che proprio con l’eroina lenisce le sue sofferenze. “Sì – dice lui – ma io, proprio io, non ci sarò più”) lasciando la sua splendida biblioteca – nei cui scaffali, tra gli altri, brilla tra gli altri il terribile maestro Emile Cioran – proprio a lei, come promessa di nuova e futura ‘ragione’; ironizzerà su se stesso, ridendo delle proprie passioni politiche e culturali in un’ultima socratica cena con gli amici, prima di addormentarsi assumendo volontariamente e liberamente la sua ‘cicuta’. Film profondamente poetico e saggio, ode all’amicizia e all’amore, “Le IB” sono un capolavoro di cui render grazie, un film che ci aiuta a vivere.

Il papà di Giovanna (P. Avati, Italia, 2008), 21.05, DT

Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna, psicologicamente debole, uccide per amore una compagna di classe. Il padre, insegnante di Liceo, che già l’aveva sempre amata di un amore esclusivo, da quel momento si dedica solo a lei, seguendola fino a quando uscirà dal manicomio criminale, sette anni dopo. Poco più di una favoletta, una specie di soap di lusso, in cui va totalmente sprecato il grande talento di Silvio Orlando.  Anche la sceneggiatura è debole e periclitante, specialmente nel disegnare i rapporti tra il padre e la moglie, che lo ha abbandonato. Quale demone abbia poi spinto Avati a reclutare un non attore come Ezio Greggio, è un mistero assoluto.

Dorian Gray (O. Parker, GB, 2009), 21.00, Sky

 “Il ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde, è non solo e non tanto uno dei più bei romanzi, ma uno dei libri più grandi del Novecento. Lo attribuisco a questo secolo perché, pur essendo stato pubblicato nel 1891, esso stenderà la sua profezia etica e filosofica proprio sul secolo successivo, giungendo fino al nostro. Epitome di ogni possibile suggestione del Decadentismo, vertice della letteratura ‘gotica’, romanzo immensamente raffinato e colto, terribilmente bello e ‘demoniaco’, “Il ritratto” è anche, occorre dirlo, un libro totalmente e visceralmente amorale, la cui lettura e meditazione turba e induce alla vertigine, tanto profondo è l’abisso sul quale apre uno squarcio. Meno di dieci anni prima, Friedrich Nietzsche aveva proposto al mondo la sua Teoria del Superuomo (nel 1882 con Die froeliche Wissenschaft, “La gaia Scienza” e nel 1883/1885 con Also sprach Zarathustra, “Così parlò Zarathustra”). Nelle pagine del “Ritratto”, Wilde tradusse la filosofia in vita, creando un personaggio che del delirio superomistico si fa primo attore e nuovo teorizzatore, simbolo e stereotipo dell’umanità avvenire. Per noi, che lo leggiamo più di un secolo dopo, esso sembra suggerire le linee guida delle follie che sconvolgeranno il Novecento, e dell’inesausto cupio dissolvi che sta portando il nostro alla rovina. Bastano queste poche righe, per farci tremare: “Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta attuazione della nostra natura: è questa la ragion d’essere di ognuno di noi. Oggi gli uomini hanno paura di sé, hanno dimenticato il più alto di tutti i doveri, quello che abbiamo verso noi stessi. Naturalmente sono caritatevoli, nutrono chi ha fame e vestono gli ignudi. Ma la loro anima muore d’inedia e di freddo. Il coraggio ha abbandonato la nostra razza, o forse non lo abbiamo mai realmente avuto. Il terrore della società, che è la base della morale, il terrore di Dio, che è la base della religione: ecco le due leggi che ci dominano. E tuttavia, se ognuno potesse vivere pienamente e compiutamente la sua vita, dar forma a ogni sentimento, espressione a ogni idea, realtà a ogni sogno, credo che il mondo accoglierebbe un così puro flusso di gioia da dimenticare tutte le malattie del medievalismo e tornare all’ideale ellenico, forse a qualcosa di più sottile e prezioso dello stesso ideale ellenico. Ma anche i più temerari fra noi hanno paura di se stessi. La mutilazione dei selvaggi ha la sua tragica sopravvivenza nella negazione di sé che deturpa la nostra vita. Noi siamo puniti per le inibizioni che ci imponiamo, ogni impulso che cerchiamo di soffocare fermenta nella nostra anima e ci intossica. Il corpo pecca, ma una volta che ha peccato ha superato la sua colpa, perché l’azione è una forma di purificazione: nulla più rimane, se non il ricordo di un piacere o la voluttà di un rimpianto. L’unico modo per liberarsi di una tentazione è di abbandonarvisi: resistete, e la vostra anima si ammalerà di nostalgia per le cose che si è vietata, di desiderio per ciò che le sue mostruose leggi hanno reso mostruoso e fuori legge”.

È stato forse per il timore di confrontarsi con un simile ‘profeta’, e con un simile, gigantesco ed inarrivabile modello, che il cinema ha praticamente sempre evitato “Il ritratto”. A parte il film di Albert Lewin (USA, 1945, bello ma algido), non mi risultano altri tentativi di portare sullo schermo il libro. Numerosi sono, invece, i film ‘alla Dorian Gray’, le cui atmosfere testimoniano dell’enorme influsso, ovviamente anche estetico, che l’opera ha avuto e continua ad avere sulla cultura moderna. Per citarne solo due, il bellissimo From Hell (Allen & Albert Hugues, USA, 2001) e le scene londinesi di Bram Stoker’s Dracula (USA, 1992). Questa volta, a raccogliere la sfida – con coraggio, forse con incoscienza – è Oliver Parker, regista di non eccelso lignaggio, che ha al suo attivo altre due riduzioni dal teatro di Oscar Wilde: Un marito ideale (GB, 1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (USA/GB/Francia, 2002), nessuna delle due di particolare eccellenza. Bisogna dire che qui, se il compito era comunque impari, è stato perlomeno svolto con onestà e discreto rispetto. Bella la ricostruzione della Londra di fine Ottocento, ottime le atmosfere sordide dei quartieri miserabili della città, conturbante la sensualità delle esperienze cui Dorian si abbandona. Ottima la sceneggiatura, in cui le battute sono quasi sempre una pura e semplice trascrizione di quelle del romanzo (e vorrei ben vedere il contrario!), e ben scelti i volti, anche se ho trovato Colin Firth forse un po’ troppo mefistofelico e sulfureo nella parte di Lord Henry, e Rachel Hurd-Wood forse un po’ troppo in carne per quella di Sybilla Vane. Difetti? Purtroppo parecchi, ma, come ho detto, non vale la pena di prendersela. Spiace, intanto, che la ricerca di emozioni e piaceri di Dorian sia stata ridotta a sesso, alcol e droghe, tagliando completamente tutta la sfera delle sue esperienze artistiche ed estetiche. Spiace ancor di più che sia stato cancellato l’espediente del libro ‘galeotto’, questa presenza quasi magica che s’impadronisce delle mente e dell’anima di Dorian, che lo vorrà sempre presente vicino a sé. Infastidisce la connotazione eccessivamente horror data al quadro, e quando l’immagine torna dalla tela al volto di Dorian, non è chi non vi veda una curiosa somiglianza con Zio Tibia … Comunque, signori, questo è quel che offre la ditta. È poco, direte voi: sì, è vero, ma per chi, come me, ha amato alla follia quel libro, dedicandogli anni di studi e riletture, è già un regalo. Comunque, buona visione.

Martedì 7 dicembre

Cenerentola (W. Jackson/H. Luske/C. Geronimi, USA, 1950), 21.30, Rai1

Che dire di questo, tra i tanti capolavori del vecchio Disney, semplicemente incomparabile con la spazzatura patinata e plasticata che oggi viene chiamata animazione? Che è magico e fantastico, commovente e ammaliante, romantico e poetico, e mille altre cose. Guai a voi, se ve lo perdete.

Il mistero di Sleepy Hollow (T. Burton, USA, 2000), 23.05, Italia1

Ennesimo poema dark del grande Tim Burton, ancora coadiuvato dalla sua musa Johnny Depp. Film sontuoso ed elegante, con splendidi interni alla Dickens ed alla Hogart. Ambientato nell’America di fine Settecento, narra la vicenda di un agente di polizia, progressista e razionalista, che deve svelare un cupo e demoniaco mistero: quello di un cavaliere fantasma che infesta le campagne intorno a New York decapitando chiunque gli capiti a tiro.

Mercoledì 8 dicembre

Il destino di un guerriero (A. Diaz Yanez, Spagna, 2007), 21.10, Rete4

Spagna, XVII secolo. Don Diego Alatriste, capitano nell’esercito di Filippo IV, diviene il padre putativo del figlio di un commilitone morto in battaglia. Lo guiderà tra amori, battaglie e intrighi, finché soccomberà ad uno dei suoi numerosi nemici. Dai romanzi di Arturo Perez-Reverte, che già sono una palla di suo, un film mortalmente noioso, estremamente confuso nella sceneggiatura e completamente privo di spessore psicologico. Più che un film, una sfilata di inquadrature semi immobili ‘alla Velasquez’, una specie di gioco delle belle statuine tutto in funzione dell’abilità del costumista ed dell’ego smisurato del fotografo di scena. Lento e pesante anche nelle scene di battaglia – inevitabile il richiamo al Mestiere delle armi, uno dei peggiori film di Olmi (Italia/Francia/Germania, 2001) – non si salvano qui nemmeno gli attori. Tutti gli sforzi dell’altrove magnifico Viggo Mortensen per fare il bel tenebroso stufano presto, e più di una volta le sue occhiate malinconiche o malandrine di sotto la tesa del cappello ci fanno soffocare in gola una risata. Enrico Lo Verso – l’abbiamo già detto molte volte in passato – è un talento comico naturale. Quando se ne renderà conto, forse allora la smetterà di farci ridere nei suoi vani tentativi di interpretare personaggi drammatici e ci farà sghignazzare direttamente facendo il comico, magari in qualche commedia all’italiana: un ottimo partner per Ceccherini o De Sica.

Samsara (P. Nalin, Germania/Francia/Italia, 2001), 21.05, DT

Dopo tre anni, tre mesi, tre settimane e tre giorni di meditazione, il giovane lama Tashi rientra nel suo monastero, ma non vi rimane a lungo. Il desiderio – sessuale, ma anche vitale – lo riporta nel mondo. Dopo numerose ed intense esperienze vi ritornerà, ponendosi ancora l’irresoluto problema: è più importante soddisfare mille desideri o conquistarne uno solo? Per il Buddhismo, il Samsara è il ciclo di nascita, morte e reincarnazione al quale ogni essere senziente è sottomesso finché vive nell’Ignoranza e non  ha raggiunto l’Illuminazione. Intenso e profondamente problematico, senza facili soluzioni da misticismo New Age, Samsara è un bellissimo film, che può essere un’utile approccio al Dharma per chi non ne conosca nulla. Splendida la fotografia e gli esterni, girati nello Stato indiano del Ladakh, data l’impossibilità di girare in Tibet, come sappiamo sotto il tallone di ferro del nazicomunismo cinese. Imperdibile.

Giovedì 2 dicembre

S1m0ne (A. Niccol, USA, 2002), 21.10, DT

Stanco delle bizze delle dive in carne ed ossa, un regista, grazie ad un prodigioso software, ne crea una virtuale, grazie alla quale i suoi film raggiungono un successo strepitoso. Il pubblico, ed anche lui, impazziscono per questa creatura, che pare incarnare l’eterno femminino. Quando si rende conto di essere divenuto schiavo di un’illusione cerca di liberarsene, ma si accorge che non è più possibile.  Poco più di un’ombra è rimasta, in questo film della magia del sublime Gattaca (1997), film d’esordio di Niccol, che non ha più ripetuto quel miracolo di poesia e filosofia. S1mOne è un film piacevole e intelligente, certo, ma che lascia con un’acuta sensazione di non approfondito, di superficiale, di approssimativo, e che fondamentalmente si regge sulla performance di un Al Pacino semplicemente prodigioso (ma quando non lo è?). Comunque da vedere, assolutamente (così capirete anche lo stranissimo titolo …).

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), 01.15, DT

Capolavoro horror del grande Landis, narrativamente semplice, ma di grande fascino. Magiche le scene nella brughiera, magnifiche quelle della metamorfosi, che solo il recente The Wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009) è riuscito ad eguagliare. Un raro passaggio tv, davvero imperdibile.

Sette anni in Tibet (J.J. Annaud, USA/GB, 1997), 18.40, DT

Versione un po’ romanzata ma accettabile del bel libro omonimo (Oscar Mondadori) dell’ alpinista austriaco Heinrich Harrer (1912-2006), che alla fine degli anni Quaranta si recò in Tibet, divenendo amico e consigliere del Dalai Lama. Ottima occasione per ricordare la tragedia che sta vivendo il popolo tibetano, sottoposto all’etnocidio e al genocidio del Reich cinese. Da non perdere.

Venerdì 3 dicembre

Fahrenheit 451 (F. Truffaut, GB, 1966), 23.15, DT

F. 451 è uno dei pochissimi film per i quali spenderei volentieri l’aggettivo ‘perfetto’. Così, all’impronta, non me ne vengono in mente molti altri: certo L’Atalante (J. Vigo, Francia, 1934), ma poi dovrei pensarci.

Perfetto, innanzitutto, per l’idea che l’ha ispirato. Truffaut trasse la sceneggiatura dal romanzo Gli anni della Fenice (1953) di R. Bradbury (Waukegan, 1920), che però, obiettivamente, non è certo il suo capolavoro. Grandissimo scrittore di fantascienza, di gran lunga superiore al sopravvalutato Asimov, Bradbury ha al suo attivo decine di splendidi titoli, in cui la fantascienza diventa poesia, riflessione filosofica e morale: uno per tutti, il bellissimo Cronache marziane (1950). Ma Gli anni della fenice non sono all’altezza, letterariamente parlando, della sua restante produzione. Il libro dà permanentemente un’impressione di approssimatività, di ‘tirato via’. Più che di un romanzo vero e proprio, a volte si ha la sgradevole impressione di leggere il ‘riassunto’ frettoloso di un romanzo (una specie di riduzione da Reader’s Digest), che lascia in bocca un forte sapore di insoddisfazione (non a caso non è mai stato uno dei suoi maggiori successi). A posteriori, penso che non potesse essere altrimenti. La ‘grandezza’ del libro, infatti, non sta nel libro in sé, nel suo valore letterario, ma nell’idea che esso contiene, sta nel ‘miracolo’ che esso opera – di questi ‘miracoli’ è da sempre fatta l’arte – enucleando dal fondo misterioso dell’Immaginario una nuova idea: grande, profetica, senza tempo, tale da diventare immediatamente patrimonio collettivo dell’Umanità, icona del pensiero e della Cultura. Forse abbagliato dall’eccezionalità della sua stessa creazione – la spaventosa distopia di una società senza Letteratura – Bradbury proprio per questo non è riuscito a darle una veste letteraria adeguata, a far sì che le parole fossero alte come i pensieri. Poco male: basta e avanza l’idea, a fargli onore.

Poi, da questo testo geniale ma ‘imperfetto’, Truffaut ha ricavato invece la perfezione. Il suo film asciuga il libro da dialoghi inutili, da pagine approssimative, da tante piccole e fastidiose banalità. Lo filtra, lo decanta, ne distilla la quintessenza, l’Idea, e ce la ‘mostra’. Non c’è, nel film, un fotogramma che non sia essenziale, un’inquadratura che non sia significante, una sequenza che non sia fondamentale, una battuta che non sia sostanziale. Il film comunica im-mediatamente e l’intuizione bradburyana ci penetra, ci commuove e ci spaventa (è successo altre volte in letteratura. Ad esempio con Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde, R.L. Stevenson, 1886: testo artisticamente modesto, ma che ripropone in modo impressionantemente profetico e ‘moderno’ il Mito del Doppio, dell’Uomo Angelo e Bestia. Sono state questa folgorante intuizione, e questa inadeguatezza di fondo, ad aver fatto sì che tutte le sue trasposizioni cinematografiche siano sempre state, in un modo o nell’altro, superiori all’originale).

Paradossalmente, dunque, può bastare un’idea a rendere geniale un’opera: così è stato per Stevenson, così è per il libro di Bradbury, il cui nocciolo ispiratore vale dunque infinitamente più della materia letteraria in cui l’autore l’ha tradotto.

Come abbiamo già accennato, Truffaut ha proceduto per sottrazione: “sottrazione di spessore e complessità ai personaggi, riduzione dello sviluppo drammatico a puro e semplice concatenamento logico, svuotamento di sostanza dei dialoghi, improntati a criteri di mera funzionalità”.

Il film è privo di qualsiasi tipo di calligrafismo od estetismo, né potrebbe essere altrimenti, dovendo descrivere un universo ‘geometrico’ e freddo in cui qualsiasi emozione è bandita ed assente, anche quella estetica (mai si parla di ‘bello’, nella vicenda, mai si accenna al valore estetico di qualcosa). Ma naturalmente, l’emozione prima ad essere vietata è quella indotta dalla letteratura: perché “i pazzi che leggono diventano insoddisfatti, e cominciano a desiderare di vivere in modi diversi”, perché le emozioni ‘rendono infelici’, fanno desiderare di ‘essere diversi’, e invece bisogna ‘essere tutti uguali per essere felici’. E per essere tutti uguali, basta essere tutti dei nessuno: nel fascicolo di Montag, le foto tessera sono prese di nuca. Non solo: per essere tutti uguali basta non avere memoria. Questo è il fine della distopia illustrata da Truffaut: “un mondo in cui è proibito leggere” è un mondo in cui “è proibito ricordare. Il passato non esiste, nessuno ricorda nulla. Chi detiene il potere sa che controllare la memoria di un popolo significa controllare la sua stessa esistenza: chi non ha passato, non ha nemmeno un futuro”. Nella Storia Infinita, Atreiu chiede a Gmork: “Perché Fantasia muore?”. “Perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga”. “Che cos’è questo Nulla?”. “È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo, ed io ho fatto in modo di aiutarlo”. “Ma perché?” chiede ancora Atreiu. Risponde Gmork: “Perché è più facile dominare chi non crede in nulla, e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere”. F. 451 è dunque, probabilmente, il film più intimamente antitotalitario che sia mai stato scritto, perché mostra come il nocciolo del fascismo – non solo e non tanto quello storico, quanto soprattutto quello ‘universale’ – stia appunto nella volontà di distruggere la libertà prima dell’individuo, quella di essere diverso e  di sognare. Mostra anche, tuttavia, come – nei tempi lunghi della Storia e nonostante l’orrore del presente – esso sia destinato alla sconfitta. La metafora degli uomini-libro è illuminante: ‘pazzi’, che rinunciano a quella che parrebbe essere la libertà fondamentale, quella di essere individui, se stessi, ma lo fanno in nome di una libertà universale e superiore, quella di poter tornare tutti a recuperare la propria libera individualità. Non solo. Come un fiume carsico, scopriamo che il bisogno del sentimento e dell’emozione scorre anche in quella spaventosa distopia, spinge gli individui infelici e soli a patetiche e mute invocazioni di aiuto, induce perfino Montag, cittadino perfetto (“E se fosse proibito falciare l’erba?”. “La lascerei crescere”) a rubare un libro, per vedere cosa mai può esserci di così negativo dietro lo specchio, visto che tanti pazzi sacrificano addirittura la propria vita, per stare al di là. La scena in cui accende lo schermo tv non per immergersi nella sua follia alienante, ma per farsi lume nella lettura – non ci sono lampade, ne abat-jour, in casa, adatti allo scopo – è forse una delle più ‘umane’ e commoventi del film. Così facendo, però, egli spezza l’incantesimo, e la magia nera che regge quel mondo non lo riconosce più: la porta di casa non gli si apre davanti, e in caserma la barra rifiuta di trasportarlo. Ma egli ormai è un ribelle, e nell’ordalia che gli viene proposta egli uccide sì “il Padre”, ma distrugge anche il letto e lo schermo tv: simboli l’uno del suo passato-non passato, l’altro dei falsi sogni che avrebbero dovuto sostituire quelli ‘veri’. Muovendosi tra gli altri uomini-libro, Montag recita l’incipit di un racconto del Poe: “Ho da raccontare una storia la cui essenza è piena di orrore”. È quasi una specie di flash-back, perché la storia è quella del suo mondo. Ma – e se all’inizio non poteva saperlo, ora ne è cosciente in prima persona – a quell’orrore c’è comunque e sempre scampo.

(A parte quella dalla Storia Infinita di M. Ende, e quelle dalla sceneggiatura del film, le altre citazioni provengono da: A. Barbera, François Truffaut, Il Castoro Cinema, 3-1976)

Factotum (B. Hamer,Germania / Norvegia / USA, 2005), 00.30, DT

Molti conoscono Charles Bukowski (1920-1994), che nelle sue opere descrive, con linguaggio crudo ma efficace, la vita degli emarginati nelle grandi città americane. Da uno dei suoi romanzi è tratto questo bellissimo film. Il protagonista – chiaramente lo scrittore stesso, i cui romanzi e novelle costituiscono un’unica autobiografia – è uno scrittore che, per mantenersi, passa da un lavoro all’altro, perdendoli tutti, sia per la sua insofferenza ad ogni regola sia per la sua ‘passione’ per l’alcol e le donne. Tuttavia ciò non genera in lui alcuna reazione ribellistica, antisociale o distruttiva. Chinaski – così si chiama il personaggio – attraversa rifiuti e fallimenti con dolente sopportazione, quasi conscio che ‘così dev’essere’. Non c’è rabbia, in Chinaski, ma solo un’assoluta estraneità ad un mondo il cui ordine e le cui regole gli sono, non tanto nemiche, quanto semplicemente incomprensibili. C’è invece, in lui, l’immenso ed umile coraggio dei perdenti, di coloro che hanno ‘scelto’ una vita ai margini, e non se ne lamentano, ma anzi di quell’esistenza fanno un punto d’osservazione specialissimo ed esclusivo per cercare la verità. Non c’è una trama precisa, in questo film, come del resto non c’è nel romanzo da cui è tratto e in genere nelle opere di Bukowski. Vi sono solo momenti, giorni, sequenze di esistenza, una dietro l’altra, tutte apparentemente uguali, tutte nella sostanza diverse, perché da ognuna Chinaski ricava una scintilla di vita e di dolore, ma anche, a suo modo di felicità. Ogni tanto si ferma, per l’urgenza insopprimibile di tradurre su carta la sua vita, le vite e le storie che ha incontrato. Spedisce le sue pagine agli editori, ma poi riparte, senza nemmeno curarsi di verificare se siano state accettate o meno. Scrivere per lui non è tanto una professione, quanto, oserei dire, una missione: quella di testimoniare la straziante vitalità sua e del suo mondo. Hamer racconta questa esperienza con delicata tenerezza, ed intimo rispetto, inframmezzando quei brevi flash di vita con brani dalle opere di Bukowski stesso. Matt Dillon lo coadiuva in quest’opera con una recitazione al di sopra di qualsiasi lode, anticipando la grandissima prova che darà di lì a poco nello splendido Crash di Paul Haggis (2005). Sua degna compagna la bravissima Lily Taylor, donna allo sbando, che Chinaski incontra, prende, lascia, riprende per poi lasciare definitivamente. Non per disamore – che anzi li unisce un’affinità intima e fortissima – quanto per l’impossibilità di fermarsi, per il bisogno di andare e andare attraverso la vita. Film minimalista, ma, come accade spesso a questo genere di films – vedi il magico Bubble (Steven Soderbergh, 2005) – assolutamente essenziale, intimamente poetico, profondamente ‘vero’, Factotum è un capolavoro da riscoprire, dopo il suo troppo veloce passaggio nelle sale di qualche mese fa, ed è anche il primo film che, finalmente, renda giustizia all’arte di Bukowski, che dell’orribile Storie di ordinaria follia (Marco Ferreri, 1984) disse semplicemente: “Questo film buttatelo nel cesso”. Può essere anche un’occasione per riscoprire le opere di Bukowski, Virgilio alcolizzato nell’inferno dell’emarginazione e del rifiuto: l’unico, assieme ai grandissimi Jack Kerouac e Ferdinand Céline – i soli Santi laici della letteratura del Novecento – che abbia saputo cantarne la tragica bellezza.

Stanza 17-17, Palazzo delle Tasse, Ufficio delle Imposte (M. Lupo, Italia, 1971), 21.00. Sky

Oberati da tasse che ritengono ingiuste (anticipatori di Berlusconi?!), quattro sprovveduti pensano di vendicarsi e di rifarsi svaligiando proprio l’ufficio che li perseguita. Una commedia, certo, ma niente affatto stupida e non priva di humour e di una satira acida e amara. Il cast, inoltre (Gastone Moschin, Philippe Leroy, Lionel Stander, Ugo Tognazzi) ne rende la visione ancora estremamente piacevole. Raccomandato.

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