Pubblicato da: giulianolapostata | 27 novembre 2010

Multivisioni – 27 novembre 2010

Sabato 27 novembre

Fortapàsc (M. Risi, Italia, 2008), 22.35, Sky

Nel 1985, Giancarlo Siani, 26 anni, è un giornalista “abusivo” al Mattino di Napoli, distaccato alla redazione di Torre Annunziata. Per pochi soldi, ma con molto entusiasmo, Siani si guarda intorno e scrive storie ‘sporche’ della sua cittadina: illustri camorristi latitanti che si fanno vedere tranquillamente in giro, nuovi boss emergenti, politici corrotti e collusi eccetera. La Napoli in cui vive è quella del dopo terremoto, dei ghiotti appalti della ricostruzione da spartire, del PSI rampante, delle tangenti. È inutile che il suo caporedattore un giorno sì e uno anche gli ricordi che lui è solo un cronista e che di quello si deve occupare. Niente da fare. Siani continua, scava, risale piramidi di complicità, e comincia  a farsi parecchi nemici. Non lo fa per eroismo, né per missione. Semplicemente, “è il mio lavoro”, come dice ad un gruppo di studenti che lo incontrano all’Università, ed è una frase che fa rabbrividire per la sue semplicità: ‘la banalità del bene’, verrebbe da dire. Attorno a lui, Torre, cioè Fortapasc, come la definisce in un articolo: il fortino assediato dalla camorra, l’unico potere reale, di fronte ad uno stato imbelle o “marcio in gran parte”. Siani attraversa quotidianamente le linee con la beata incoscienza della sua splendida giovinezza, agognando il posto fisso in redazione – bisogna pur campare – e cercando di rimettere insieme i cocci di un amore, ma senza mai rinunciare a fare ciò che sente, si potrebbe dire inconsciamente, come un dovere. Viene ammazzato, naturalmente, e come ci dice il regista alla fine, ci vorranno dodici anni e due pentiti, perché venga fatto il nome dei suoi assassini: ma la bellissima follia dei suoi ventisei anni non ce la restituirà più nessuno. Risi scrive un film stupendo, semplice e vero, antiretorico e commovente, come il vero cinema è, quando è cinema davvero, un film che non sfigura assolutamente accanto al suo più celebre collega, il bellissimo Gomorra di Matteo Garrone, uscito nelle sale due soli mesi dopo. Un film, Fortapasc, costruito, del resto come il film di Garrone, con ingredienti di primissima qualità. Una sceneggiatura raffinata, che evita come la peste melodrammi e sceneggiate, ma che non si tira indietro quando deve raccontare, con forza e spietatezza, la corruzione e il sangue. Una recitazione, per dire solo quella del giovane Libero De Rienzo, semplicemente perfetta, che mette in scena uno davvero qualunque, uno di noi. Non un anti-eroe, ma veramente un non eroe, uno ‘normale’, come dovrebbero essere virtù ‘normali’ onestà e dignità in un Paese che non fosse stato corrotto e prostituito prima di tutto dai suoi dirigenti. Si è parlato poco, di questo film, e lo si è visto anche meno, e ciò non deve stupire, se, chissà come mai, Gomorra non è stato candidato all’Oscar, e se, parecchi anni prima, era stata cancellata La Piovra, la miglior produzione della tv italiana del dopoguerra, con la motivazione che è ora di smetterla di raccontare sempre le porcherie del nostro Paese: mostriamo un po’ di tette e culi, che fanno sempre allegria. Non faccio retorica se dico che è l’apparire, ogni tanto, di persone come Giancarlo Siani – e il realizzarsi di film come questo – a farci sopportare di vivere in questo Paese, e a non farci vergognare troppo di essere italiani. Anche se la bella faccia di un ragazzo è un prezzo troppo alto da pagare, perfino per riscattare la dignità di una nazione.

Domenica 28 novembre

Confidenze troppo intime (P. Leconte, Francia, 2004), 02.00, Rai2

Una deliziosa Sandrine Bonnaire, in cerca di un analista, entra per errore nello studio di un fiscalista, il sensibilissimo Fabrice Luchini: entrambi si racconteranno l’infelicità e i desideri di tutta una vita. Apparentemente – ma solo apparentemente! – meno intenso dei suoi film precedenti, CTI è un’altra delicatissima riflessione di Leconte, poeta e filosofo dell’amore e della solitudine. Ancora una volta, l’amore e la coppia sono un disperato miracolo, che fortuitamente ci passa accanto nella nostra panica solitudine, e che ci è dato di afferrare solo ed esclusivamente per caso. Assolutissimamente imperdibile.

Signs (M.N. Shyamalan, USA, 2002), 22.45, DT

Ennesima boiata del cosiddetto ‘nuovo maestro dell’horror’. Qui gli alieni – grotteschi lucertoloni verdi, brutti e cattivi: terribilmente originale, no? – arrivano nella fattoria di un pastore protestante che ha perso la fede, e naturalmente lui la ritrova nella lotta contro il ‘Male’. Semplicemente ridicolo. Mel Gibson tenta invano di farsi venire una crisi mistica sul set, ma il vertice della comicità involontaria di questa ciofeca è la scena della morte di sua moglie, spiaccicata contro un albero da una macchina, che ci mette un’ora a morire e intanto filosofeggia e pontifica. Peggio di un eroe dell’Alfieri. Comunque, per convincervi che al peggio non c’è mai fine, (non) andate a vedere il successivo parto del Nostro, E venne il giorno: non è un parto, è un aborto.

Lunedì 29 novembre

Passaggio a nord-ovest (K. Vidor, USA, 1940), 02.50, Rai1

Magnifica versione del bellissimo romanzo di Kenneth Roberts (da leggere assolutamente: è stato ripubblicato nella BUR) sulle avventure di un gruppo di Rangers tra Canada e Groenlandia alla fine del Settecento, all’epoca delle guerre tra Inglesi e Francesi, nelle quali vennero coinvolti anche gli Indiani. Eroico, epico e feroce, con uno Spencer Tracy superomista. Imperdibile.

Gran Torino (C. Eastwood, USA, 2008), 19.00, DT

E’ perfino difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alle ronde antiimmigrati, pensate ai linciaggi ai rumeni, pensate ai ‘negri’ bruciati vivi, pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. E pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan, ma anche da quella che ha appena eletto un nero alla Presidenza. E allora chiedetevi – e non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, e, come diceva B. Brecht, “Quello che accade ogni giorno/non trovatelo naturale./Di nulla sia detto: ‘E’ naturale’/in questo tempo di anarchia e di sangue,/di ordinato disordine,/di meditato arbitrio,/di umanità disumanata”. Walt Kowalsky è, come il suo cognome denuncia chiaramente, di origini polacche, ma è americano D.O.C.: negli anni Cinquanta volontario in Corea, poi per trent’anni operaio alla Ford, oggi vive in un modesto ex quartiere di operai: ex, perché gli americani ‘veri’, e bianchi, se ne sono andati tutti, sloggiati dagli Hmong, un’etnia indocinese paracadutata – è proprio il caso di dirlo – negli USA dopo il Viet-Nam. Ma Kowalsky di loro e della loro storia non sa nulla e non vuol sapere nulla: per lui sono solo “musi gialli”, gli stessi che ha ammazzato in Corea e che intende ammazzare di nuovo, se entrano nella sua proprietà, e anche con lo stesso fucile, che conserva perfettamente efficiente. Un altro simbolo della sua esistenza conserva Kowalsky, gelosamente: una splendida Ford Gran Torino del ’72, che lui stesso ha montato, da allora chiusa nuova fiammante in garage. E’ più/meno/altro che razzismo, quello con cui Walt si rapporta col mondo: è che nel mondo non c’è niente che gli vada bene, nemmeno più in America: non i suoi figli, che vendono macchine giapponesi, vogliono rinchiuderlo in ricovero e fregargli quel poco che ha, non sua nipote, che si presenta al funerale della nonna col pancino scoperto, il piercing e il cellulare alla fondina, non il suo quartiere decadente e in rovina, percorso da gangs giovanili, naturalmente non bianche. Ma un incidente – un accidente dell’esistenza – obbliga Walt ad entrare in contatto con gli odiatissimi musi gialli, lo costringe, letteralmente, ad entrare in relazione con loro, nonostante egli si contorca e si divincoli con tutte le sue forze per sottrarsi a quel rapporto. Il risultato sarà sconvolgente, in questi che, come scopriremo presto, sono gli ultimi giorni di Kowalsky. Giorno dopo giorno, egli si scoprirà ‘parente’ di quella gente come mai si è sentito prima nei confronti, per esempio, dei suoi familiari; scoprirà quanto simili fossero lui e la vecchia Hmong che, entrambi senza capirsi, rintanati sotto la loro veranda sibilavano l’uno verso l’altro le stesse parole di odio e di intolleranza; scaverà finalmente, dentro di sé, quel nocciolo oscuro di dolore che lo avvelena da sempre. Non è un’anima malvagia, infatti, quella di Kowalsky: è un’anima che invece dal male e dal rimorso è stata ferita e avvelenata, ed ha tentato di reagire con gli unici mezzi che conosceva: il facile razzismo da bar, troppe birre bevute e troppo poche parole scambiate. Talmente connaturato è, in lui, questo stile di vita, che anche l’affettuosissimo rapporto con l’amico barbiere si trasforma in uno scambio soffocante di insulti etnici e maschilisti. Ma quanto questi nascondano, in realtà, un rapporto intenso, fatto di profonda stima e rispetto, lo rivela poi l’esilarante ‘lezione di parolacce’ che i due impartiscono al giovane Thao, in cui la loro coprolalia scende (o trascende?) a livelli di pura, innocente e ludica infantilità. Perché non è il rifiuto della vita, ad avere avvelenato l’esistenza di Walt, ma l’orrore della morte: quella che egli stesso ha dato in Corea ai famosi “musi gialli”, e la cui stupida inutilità ancora lo perseguita. Col passare delle settimane, questo tumore ardente viene a galla, finalmente, e Walt può riconoscerlo e decidere cosa farne, ora che la resa dei conti si avvicina. Può prendere un’altra volta il fucile, uccidere, ‘fare giustizia’ (vi pare di averla già sentita, questa?), cancellare i cattivi di turno dalla faccia della terra (aspettando che se ne presentino altri, e poi altri ancora); oppure può provare a trarre una ‘morale’, una filosofia di vita dalla propria esperienza, e provare ad insegnarla agli altri, in un modo assolutamente incredibile, che mai ci aspetteremmo. Così scorre, fotogramma dopo fotogramma, un film che è una lezione di vita, ma anche – è cinema, non dimentichiamolo – un’opera di genio. Un film che, perciò, impartisce la sua lezione proprio coi tempi e gli strumenti della costruzione filmica; così, proprio quando noi spettatori per primi siamo lì, assatanati, a desiderare di spazzar via i cattivi a fucilate, un coup de théatre come solo appunto un genio di ottant’anni può immaginare ci fa ringoiare tutta la nostra rabbia, e ci suggerisce che un’altra vita è possibile, altri rapporti, altri valori fondanti. Un film da mostrare a scuola: sempre che insegnanti e genitori non si scandalizzino per le parolacce …

Martedì 30 novembre

Ti ho sposato per allegria (L. Salce, Italia, 1967), 15.30, DT

Da una bellissima, poetica e malinconica commedia di Natalia Ginzburg – una delle più grandi scrittrici italiane del Novecento, certo l’unica, assieme a Mario Rigoni Stern, che avrebbe meritato il Nobel – un film superficiale e stupidino. Né poteva essere altrimenti, essendo l’interprete quella stupidina di Monica Vitti. Troppo pieno di sé anche il suo partner, Giorgio Albertazzi. Rileggetevi il testo, ché è meglio, o se siete inconcepibilmente fortunati, recuperate la splendida versione che in quegli anni ne trasmise Radio 3: quando in Italia si faceva cultura.

Mercoledì 1 dicembre

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005), 21.00, DT

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano.

Manhattan (W. Allen, USA, 1979), 22.50, Sky

Sogni ed amori di uno scrittore – complessato, of course – a Manhattan. Credo l’ultimo film di Woody Allen che sono riuscito a vedere, dopo di che ho ceduto le armi. Negli anni Sessanta, su Quaderni Piacentini, Goffredo Fofi scrisse che W.A. è “un insopportabile coglione”. Non ho ancora avuto motivi per pensare che avesse torto.

Giovedì 2 dicembre

Million dollar baby (C. Eastwood, USA, 2004), 21.05, Rai3

Certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, e Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica. Qui ci risiamo. Questa volta tocca all’eutanasia, tema quanto mai drammatico e straziante, e dunque assolutamente degno di rispetto. Ma il punto è che non basta parlare di una grande causa per fare un grande film, come non basta parlare di temi ‘alti’ per produrre un grande libro (tanto per fare un esempio al volo: leggetevi le scemenze pseudofilosofiche, da Baci Perugina, di Paulo Coelho); come, a scuola, non bastava saper ‘scrivere bene’ per fare un bel tema. Così è, secondo me, di questo film. Perché non c’è dubbio: MDB è ‘scritto’ molto bene. A cominciare dalla recitazione, per esempio: Eastwood forse mai così intenso, la Swank meravigliosa, Morgan Freeman talmente umano e dolce da rubare quasi la scena al suo grandissimo partner. Per continuare con la sceneggiatura, questa volta rigorosa e concisa, senza sbavature (se vogliamo trascurare il particolare della figlia che lo ha rifiutato, da cui lui cerca di farsi perdonare e di cui Maggie prende il posto, che ha grande importanza nel tessuto della narrazione. Perché è successo? Che cos’ha lui da farsi perdonare? Non sono domande che possano essere lasciate all’immaginazione dello spettatore), per finire con la fotografia, semplice e asciutta (ma quelle insistite inquadrature dei grattacieli di periferia contro il tramonto sono davvero manieristiche e calligrafiche). Scritto bene, certamente: anche troppo. In effetti, se lo si guarda con attenzione, gli stereotipi e i luoghi comuni ci sono tutti. Il vecchio burbero dal cuore d’oro, che prima si nega e poi, commosso dalla dedizione del giovane, cede e lascia sgorgare tutta la sua saggezza. Specularmente, il giovane inesperto che ‘si innamora’ del vecchio saggio e che lo elegge a sua guida spirituale (ma – lasciatemi dire una cattiveria – a volte la Scwank è quasi ridicola, all’inizio del film, nel suo scodinzolare attorno al vecchio Eastwood). Il ‘fior del fango’, ovverosia il giovane proveniente da una realtà sociale degradata e che ciò nonostante è uno scrigno di virtù (la ‘famiglia cattiva di Maggie è quasi una macchietta). La ‘paternità per adozione’, leit motiv di tanti, bellissimi film americani (per esempio, il magnifico I cowboys, con John Wayne). La coppia di vecchi amici, che magari hanno qualcosa da rimproverarsi nel passato ma che sono comunque strettamente legati da affetti, sofferenze ed avventure (anche qui, innumerevoli titoli). Il rovello religioso, che si accompagna e nasconde personali problemi esistenziali. Lo sport – meglio se duro e doloroso – come scuola di vita. Il vecchio eroe imbolsito che tuttavia è ancora capace di uno scatto di orgoglio per rimettere le cose a posto. Eccetera, eccetera. Scritto bene, appunto. Ma quando esci, ti fermi un attimo e ti chiedi: e allora? Ma perché? Cosa mi ha detto? Al di là di tante scene ruffiane – certe volte pare quasi che manchi solo il cartellino “Attenzione: scena da piangere. Tirare fuori i fazzoletti” – quello che, come sembrerebbe, nelle intenzioni del regista doveva essere ‘il’ tema, ‘il’ problema – l’eutanasia – è invece proprio quello che esce più trascurato e più ignorato da questo film, sopraffatto invece dalle emozioni personali dei personaggi e dalla commozione che esse destano nello spettatore. Una storia, in conclusione, chiusa in se stessa, potremmo dire ‘una storia inutile’, che – ed è questa la cosa incredibile – sembra non avere parentela alcuna con Mystic River, uno dei film più struggenti e intensi degli ultimi anni. Peccato. Anche se – e sono sincero – comunque niente riuscirà a scalfire in noi l’amore e il rispetto per questo grandissimo del cinema americano. Provaci ancora, Clint.

Onora il padre e la madre (S. Lumet, USA, 2007), 22.45, DT

Quello che, tra le sue mille virtù, ha di prodigioso il cinema americano, è la capacità di saper raccontare con la medesima intensità tanto i suoi sogni quanto i suoi incubi, conferendo ad entrambe le versioni lo stesso identico grado di ineluttabilità. E’ accaduto così che, durante tutta la visione di questo capolavoro di Lumet (ottantaquattro anni! Olmi ne ha settantatre, ed ha anch’egli finito di darci I Centochiodi, altro film assolutamente mirabile: onore a questi grandi ‘vecchi’) ci perseguitasse nella mente il ricordo di un altro, da questo apparentemente diversissimo: lo splendido La vita è meravigliosa (USA, 1946), del grandissimo Frank Capra. LVM è lo svolgimento paradigmatico del sogno americano, con tutti i suoi ‘stereotipi’ più classici: lavoro duro e onesto, fedeltà alla famiglia, patriottismo, Fede, integrità morale, ‘democrazia’. ‘Vivete secondo queste regole – par che volesse dirci Capra – sarete felici e creerete un mondo migliore’. Chissà se aveva ragione. Certo, né in noi, nel nostro immaginario, né laggiù, esiste più quell’America fresca e ingenua, quell’infantile fiducia nel New Deal roosveltiano che sempre ispirò Capra. Ne è passato di tempo. E ne è scorso di sangue. E la famiglia, il lavoro, la vita, a raccontarli oggi non son più quelli: sono un incubo cupo ed oppressivo, senza speranza. Ce li racconta Lumet in questo film di cui, durante la visione, quasi si desidera spasmodicamente la fine, tanto sono assoluti la disperazione e il pessimismo di cui è intriso. Qui la famiglia è quella dei signori Hanson, anziani gioiellieri, e dei loro figli, Andy ed Hank. Andy è il maggiore, quarantenne precocemente invecchiato, che non ha mai amato suo padre (“Per tutta la vita ho avuto paura di diventare come lui”): per gelosia del fratello più piccolo (“Siete così belli, voi e il vostro cucciolo: sei sicuro che io sia tuo figlio?”) ma anche perché intimamente, ‘antropologicamente’ estraneo ai valori secondo cui i suoi genitori hanno vissuto. Andy ha una moglie bella e molto più giovane di lui (che di nascosto scopa con suo fratello), una bella casa, una macchina europea, un lavoro di prestigio. Ma tutto è stato costruito sulla menzogna e il raggiro, falsificando i conti dell’azienda in cui lavora, accumulando falsità su falsità. Poco per volta la sua vita sta andando in pezzi, anzi: è, in pezzi (“Se aggiungi qualche cifra in fondo al libro paga, alla fine bene o male i conti tornano sempre; ma i pezzi della mia vita non formano un tutto unico, la loro somma non dà me stesso”), e a quel punto, del tutto ‘inavvertitamente’, Andy salta il fosso e decide di commettere un crimine sul serio: rapinare la gioielleria dei genitori. Coinvolge nel progetto Hank, molto più giovane di lui, immaturo (“E’ ancora un bambino”, dicono di lui cento volte, commiserandolo o compatendolo), alle prese con un lavoro insignificante ed un divorzio che gli succhia ogni dollaro dalle tasche, sciocco e malcresciuto, sostanzialmente ‘incolpevole’. Tutto calcolato, baby, nessuno si farà male. Ma invece i calcoli saltano, assurdamente, e tutti si fanno ‘male’. La madre di Andy e Hank, prima di tutto, che muore nella rapina; il loro padre, che giorno dopo giorno, ora dopo ora, vede decostruirsi davanti agli occhi tutto il suo mondo; i due fratelli, che anche loro un’ora dopo l’altra precipitano da un girone infernale all’altro, fino ad incontrare, l’uno la morte, l’altro il perdersi nel nulla, chissà dove. Nessun valore si salva, non c’è via d’uscita: e chi per un istante spera che le parole del padre ad Andy sul letto d’ospedale (“Non preoccuparti, sta’ tranquillo”) preludano ad una qualche salvezza, preparino un consolante happy end, non conosce Lumet, e viene subito tragicamente deluso. Splendidamente raccontato attraverso flash back lucidi e netti, e per mezzo di scene essenziali e gelide (gli interni dell’appartamento del pusher, o la scena meravigliosamente simbolica in cui Andy rovescia sul tavolo di cristallo i ‘pezzi’ della sua vita), OPM è l’ennesimo tassello di un’opera con cui da cinquant’anni Lumet ci racconta la disperazione e la disillusione di un’America che quei sogni struggenti di Capra non li ha mai conosciuti, o comunque ha smesso di crederci da lungo tempo. Ed Andy ed Hank sembrano gli eredi dei quattro tristissimi sfigati – nella vita, nel lavoro e negli affetti – che, nel 1975, vivono Quel pomeriggio di un giorno da cani, altro suo grande film. Onore anche agli interpreti: Philip Seymour Hoffman (Andy), semplicemente prodigioso nel mettere in scena un individuo non cattivo, ma ‘semplicemente’ amorale; Ethan Hawke, che fatica a tenergli testa, pur se bravissimo nella parte del fratello ‘minore’; e il vecchio e grande Albert Finney (sessantotto anni anche lui!), che dopo il papà bizzarro affabulatore di Big fish (T. Burton, USA, 2003), ci regala qui un padre dolente e sconfitto, in un’interpretazione quasi shakespeariana.

Amores perros (A. G. Iñárritu, Messico, 2000), 22.45, DT

Raro passaggio televisivo per questo capolavoro, opera prima di Iñárritu, da sempre invisibile in TV, sia in quella di stato che in quelle commerciali e perfino sul satellite, e da anni introvabile a noleggio e nel mercato dell’home video, dove ora invece è nuovamente disponibile. Primo capitolo della cosiddetta ‘trilogia dell’incomunicabilità’ – gli altri due sono 21 grammi (2003) e Babel (2006) – AP è forse, soprattutto, un canto sulla solitudine. Oltre e più che questo, è anche un film ‘moralista’, pur se una valutazione come questa può urtare, parlando di un regista come Inàrritu, che nei suoi film sembra limitarsi a raccontare, a ‘mostrare’, e che, se anche lascia percepire nelle sue opere una profonda pietas umana, tuttavia dà sempre l’impressione di mantenersi ‘al di sopra’, e di voler evitare qualsiasi ‘strumentalizzazione’ teorica e moralistica tramite le sue storie e i suoi personaggi. E’ forte tuttavia, in questo film, la sensazione di trovarsi di fronte ad una ‘parabola’ sulla violenza, apparentemente soluzione assoluta di ogni problema che invece tradisce e delude, lasciando ognuno paralizzato e impotente come e forse peggio di prima. Funzionale a questa ‘tesi’ è anche qui l’incrociarsi e lo sfiorarsi di vite, storie e personaggi, estranei tra loro come e forse anche più che nei film successivi, e che pure, alla fine, costituiscono gli elementi di un unico ‘coro’ tragico. Perciò, violenti sono indubbiamente Octavio e Ramiro, possessivamente innamorati della stessa donna, amorali, rapinatori e frequentatori di bestiali combattimenti di cani. Violento, paradossalmente, è Daniel, che abbandona la moglie per l’amante, che insulta a trascura quest’ultima quando si trova psicologicamente e fisicamente ferita. Violento è El Chivo, ex rivoluzionario finito a fare il barbone, assassino prezzolato al servizio del primo che passa. Violenze commesse ‘per amore’, tutte quante, e tutte ‘deludenti’: nessuna di esse paga mai, nessuna produce i ‘risultati’ sperati, ognuna annega nel fallimento. Simboli e vittime, i cani sono un altro ‘coro’ del film: usati come macchine per uccidere da umani stupidi e più feroci di loro, apprendono una violenza da cui non riescono più a liberarsi, e di cui pure sono ‘innocenti’. Divorati dai topi, che come un male oscuro infestano i sotterranei anche di chi pensa con la ricchezza di isolarsi dalla vita. Gettati via come immondizia quando sono inutili, si attaccano a chi li cura e li nutre. Amori e cani, dunque: tutti ugualmente disperati, tutti ugualmente inutili, tutti ugualmente falliti. “Tornerò” promette El Chivo, andandosene dalla città, ma la landa infernale, nera, arida e bruciata, in cui si inoltra, sembra inghiottirlo senza speranze di resurrezione. Opera prima di chi dopo ci ha dato solo capolavori, AP è uno splendido film, che finalmente possiamo recuperare e studiare, nell’attesa della prossima terribile storia di Alejandro González Iñárritu.

La tenda rossa (M.K. Kalatozov, URSS/Italia, 1969), 00.55, Sky

Commovente e spettacolare ricostruzione dell’impresa di Umberto Nobile, che nel 1928, col dirigibile Italia, sorvolò il Polo Nord, schiantandosi poi sui ghiacci, e delle peripezie dei superstiti. Un gran bel film, forte e sincero, che da tempo non appariva in tv. Imperdibile.

Venerdì 3 dicembre

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, Francia, 2005), 14.15, DT

Anche se non allo stesso livello del precedente e bellissimo Sulle mie labbra, pure Audiard ci regala un film comunque profondo e delicato, un’altra indagine sull’animo umano, i suoi meandri e i mali che l’affliggono. Thomas è un giovane parigino. Suo padre traffica in immobili abbandonati: compra, rivende. Se, come accade spesso, gli appartamenti vengono occupati da immigrati, ogni mezzo è buono per farli sloggiare: intimidazioni, botte, ogni sorta di nefandezze. Ma ormai sta invecchiando, e Thomas gestisce l’attività al suo posto. Il suo rapporto con lui è complesso: da un lato ne è complice e perfino succube, dall’altro prova pietà e affetto per quest’uomo alla fine della sua strada, e cerca di aiutarlo e proteggerlo dai pericoli che quella vita borderline comporta. E tuttavia – pare dirsi inconsciamente – quella non potrà essere anche la sua, di vita. Trascinato da questa esistenza quasi inconsapevolmente, un giorno, per caso, Thomas riprende contatto col mondo della madre morta, celebre musicista, che per molti anni gli aveva fatto studiare il piano. Prenota un provino presso un critico musicale, e per prepararvisi si prende un’insegnante, una pianista cinese che non parla una parola di francese. Unico tramite tra loro due è la musica, i suoi tempi, i suoi ritmi ed anche i suoi silenzi. Poco per volta, in questo ‘percorso di formazione’, Thomas ritrova se stesso, costretto com’è a controllare il disordine del suo animo e della sua vita a fronte delle esigenze imprescindibili della musica. Assisterà alla morte del padre, a causa di un affare troppo losco, di cui lui stesso rischierà di rimanere vittima, ma alla fine l’armonia risulterà vincente, e riuscirà a restituire alla propria vita quell’ordine esistenziale che non pareva più possibile. Anche se, come ho detto, meno limpido e stringato della sua opera precedente, TBDC è comunque un altro film sulla complessità del cuore umano, sulle difficoltà che le persone hanno sia ad esprimere se stesse che a comunicare con gli altri. Il rapporto con la pianista cinese è insieme paradigma di questa problematica – esemplificata dall’incomunicabilità assoluta, quella della lingua – ma al tempo stesso anche propositivo di una ‘soluzione’: solo in qualcosa di universale e di ‘più grande di noi’ possiamo sperare di trovare lo strumento per corrodere l’isolamento e dare un senso alla vita. Un buon film, che merita senz’altro una visione attenta e meditata.

Cemento armato (M. Martani, Italia, 2007), 21.00, DT

Michele Soavi ha fatto scuola, ed è evidente che l’esordiente Martani ha visto e ben meditato il suo bellissimo Arrivederci amore, ciao (2006), prima di confezionare questo bel noir, un genere che ancora una volta ci racconta, sul ‘paese reale’, molto più di quanto non ci dicano le favole della buonanotte che Prodi e Veltroni ci ammanniscono ogni giorno. Diego è sui venticinque anni. Vive alla Garbatella, periferia di Roma, assieme alla madre, una donna buona e amorevole. Il padre è sparito quando lui era bambino, misteriosamente. Diego non è cattivo, ma il ‘disordine’ familiare e soprattutto l’ambiente lo hanno segnato. E’ un po’ teppista, ruba, vive di espedienti. Del resto, che altro potrebbe fare, in quella realtà? L’orizzonte che gli si presenta davanti agli occhi ogni giorno è quello: piccola criminalità, violenza, e cemento su cemento, che avvolge e soffoca ogni cosa. Lui comunque tira avanti, ed è anche felice, ma quel cemento di cui nemmeno si accorge ha un padrone: il Primario, un costruttore edile che in realtà è un boss feroce: abusivismo, droga, bande, prostituzione, sono le basi del suo impero, e chi trasgredisce anche di poco paga durissimamente. Paradossalmente, è fatale che, in un contesto simile, le strade del Primario e di Diego si incontrino. Accade quando lui, in una delle sue bravate, spacca a calci lo specchietto della sua Mercedes nuova. La rabbia del boss è incontenibile – “non si tratta solo di uno specchietto: è il mio specchietto della mia macchina nella mia città” – e mette in moto una catena di violenze e di vendette incrociate sanguinosa e senza pietà, che distrugge tutto e tutti intorno a loro. La vicenda di Diego e del primario ha una certa qual inquietante ‘verosimiglianza’, un pericoloso sentore di quotidianità. Chi di noi non ha conosciuto qualche ‘tipo strano’, qualcuno di cui ci si sia detti: ‘Ma come avrà fatto a diventare così ricco? Ma quella casa, quella macchina come se le è comprate?’. Oppure. ‘Con quella faccia, scommetto che sarebbe capace di ammazzarmi per nulla’. Martani ce la mostra, questa quotidianità che ci scorre accanto, e che spesso appunto soltanto intuiamo, fatta di corruzione, di marciume, di violenza spicciola, di disprezzo, di razzismo. Ce la mostra e ce la racconta, con molta semplicità, e senza troppi moralismi. Certo, il film non è perfetto: potremmo definirlo un po’ sbilenco. Colpa di alcune debolezze in sede di sceneggiatura (troppe coincidenze), di alcuni personaggi male sbozzati (la figura del Capitano è quasi incomprensibile: prima scemo, o finto scemo, poi savio: per quali motivi?), di altri che avrebbero meritato un maggiore approfondimento (per esempio Samuele, il giovane fratello di Asia, che tiene tanto alla sorella) e di alcune imperdonabili inverosimiglianze (l’ispettore di polizia corrotto che si mette un paio di occhialetti, piglia una borsa e si spaccia per avvocato; il tutto in una questura incomprensibilmente buia e quasi completamente deserta). Peccato, perché il film ha diversi punti a suo favore, a partire dal ritmo, che non conosce pause, e da qualche brutalità ben assestata. Gli interpreti principali fanno il loro dovere, quelli secondari un po’ meno (ma sono personaggi troppo poco caratterizzati: per esempio gli amici di Diego, imprigionati nella battuta “Eh?” “Stocazzo!”). Comunque, l’esordiente Martani ha occhio per le architetture del degrado, per il cemento armato della periferia, cui riserva inquadrature emblematiche; un po’ meno bene gli va con le sequenze d’azione, girate a volte in modo piatto (e qui si vede la differenza con Arrivederci amore, ciao, che vanta sequenze d’azione girate con estro e competenza), come si vede anche nel pre-finale. Il film va in ogni caso elogiato: si tratta del nobile tentativo di proporre qualcosa di diverso nel panorama italiano, e per questo le sue lacune vanno perdonate. Tanto più se, come in questo caso, il regista dimostra di possedere le giuste conoscenze (le inquadrature notturne, dall’alto, della città e delle sue strade intasate ricordano – ebbene sì – Collateral) e ampi margini di miglioramento. Se anche non raggiunge la perfezione di Soavi, se nella sceneggiatura sono presenti alcune fragilità, di cui abbiamo detto, Cemento armato rimane un gran bel film, duro e sincero. Registi come questo sono boccate d’ossigeno in un cinema italiano che, per il resto, continua a barcamenarsi tra il coté autoreferenzial-intellettuale e quello masturbatorio-sentimentale: speriamo che facciano scuola davvero. Imperdibile.

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