Pubblicato da: giulianolapostata | 21 novembre 2010

Multivisioni – 20 novembre 2010

Sabato 20 novembre

Lo squalo (S. Spielberg, USA, 1975), 22.50, DT

Già visto cento volte, direte. Proprio tutti? E comunque, una seconda visione – una scoperta, appunto, per chi non lo conoscesse – questo gioiellino la merita senz’altro. Un piccolo capolavoro di costruzione e di tensione, una storia ‘semplice’ in cui la paura è vera e forte, un’ottima e poco considerata interpretazione del sensibilissimo Richard Dreyfuss, e – last but not least – uno squalo di gomma che terrorizza più di qualsiasi effetto di computer grafica, che allora nemmeno si sapeva cosa fosse. Senz’altro uno dei migliori film di Spielberg, che vi resterà nel sangue: ve ne accorgerete quest’estate a Jesolo, quando andrete a fare il bagno di sera …

Wargames (J. Badham, USA, 1983), 18.20, DT

Un ragazzino, hacker ante litteram ed appassionato appunto di wargames, entra casualmente nel computer del Norad, col quale comincia a giocare una partita di guerra termonucleare totale. Solo che il computer – ‘folle’, ma programmato e controllato da militari più folli di lui – invece fa sul serio, e la guerra vuole scatenarla davvero. Divertente, intelligente ed estremamente avvincente; forse un po’ datato, ma attualissimo per il monito sulla follia della guerra nucleare. Chi vince la partita? “Winner none” come dice alla fine il computer. Imperdibile.

Domenica 21 novembre

Il mistero delle pagine perdute (J. Turteltaub, USA, 2007), 21.30, Canale5

Piacevole sequel del Mistero dei templari (2004). Stessa squadra di geni svitati ed avventurieri, stessa sceneggiatura alla E.A. Poe, stesso happy end. Nulla di ‘speciale’, dunque, ma quanta professionalità, e quanto divertimento. In Italia ce la sogniamo: l’unica alternativa a Olmi è la premiata ditta Tette&Culi&Rutti&Scoregge.

Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007), 13.55, DT

La Valle di Elah è quella in cui, secondo la Bibbia, un giovane ed impaurito Davide trovò comunque il coraggio di affrontare il gigantesco Golia, e di sconfiggerlo. Oggi, secondo Haggis, la Valle di Elah è l’Irak, ove giovani Davide vengono mandati a combattere contro un Golia ancora più spaventoso di quello biblico, perché più feroce, più spietato, più disumano, ed ad esso soccombono, feriti non solo nel corpo, ma anche, troppo spesso, nella mente e nello spirito. Così avviene a Mike, figlio di Hank, soldato di professione. Mike si è arruolato non solo per seguire le orme del padre, ma anche sulla spinta di un genuino e personale entusiasmo, per “portare la democrazia in quel posto di merda”, come dice Hank con orgoglio. Ma quando, dopo una lunga permanenza in zona di guerra, viene rimandato alla sua base negli USA per una licenza, Mike inspiegabilmente scompare, senza farsi vivo in alcun modo con la famiglia. Ad avergli parlato per l’ultima volta è proprio suo padre, qualche settimana prima della partenza, in una telefonata disturbata e convulsa, in cui, tra le scariche elettriche della chiamata satellitare, Hank è riuscito solo a sentire un figlio disperato e sconvolto che gli ha detto: “Tirami fuori di qui. E’ successa una cosa”. Poi silenzio, nient’altro, fino a quando la polizia militare della base lo chiama per informarlo prima, appunto, della sparizione, e poi che il suo cadavere è stato trovato all’esterno della base, in mezzo ai campi, fatto a pezzi, bruciato con la benzina e poi sbranato dai cani. Nessuna traccia, nessun indizio, nessun colpevole. Già un altro figlio Hank aveva perso nell’esercito, dieci anni prima, in un incidente aereo, ma la morte di quest’ultimo è inaccettabile, non solo per il suo orrore, ma per la sua assoluta mancanza di senso. Così Hank, anche lui poliziotto militare attualmente in pensione, decide di indagare per conto suo, quando si rende conto che non solo molte cose non tornano, ma soprattutto che di quella morte pare non importare molto a nessuno. Non ci mette molto a scoprire la verità, e ciò che trova è atroce, intollerabile, perché non riguarda solo suo figlio. Ciò che scopre è la tragedia di una generazione mandata a combattere una guerra di cui non capisce assolutamente il senso, una guerra che come tutte le guerre – ma forse anche più di altre, più di molte delle tante combattute dagli USA – corrompe il loro animo, i loro valori, le basi della loro esistenza. Droga, crudeltà gratuite, e poi follia disumana: ecco le medaglie che questi giovani riportano a casa dal fronte irakeno. Una di queste è toccata anche a Mike, e lui non ce l’ha fatta: non aveva il coraggio di Davide. Così, l’esposizione finale della bandiera rovesciata non si configura affatto come un artificio narrativo, bensì come un appello umano, vero e profondamente commovente, che si alza in tutta sincerità dal cuore di una nazione violentata e ferita da questa guerra: “E’ una richiesta di aiuto internazionale. Significa che siamo nella merda fino al collo: chi verrà a salvarci?”. E’ inevitabile, vedendo questo film, tracciare mentalmente un parallelo col bellissimo Missing (Costa-Gavras, USA, 1982), ma forse quel che accade qui è ancora più grave. Là è un reazionario doc, oltre che un padre, che scopre le vergogne della politica estera del suo Paese; qui è un soldato, un patriota e un padre, che constata l’orrore nascosto dietro ciò per cui lui stesso ha combattuto ed ha sacrificato due figli. Sceneggiatore di Million Dollar Baby (C. Eastwood, USA, 2004), secondo noi la sua prova peggiore; cosceneggiatore di Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, USA, 2006) e di Flags of our fathers (C. Eastwood, USA/Islanda, 2007), ma soprattutto autore di quel capolavoro dolente sull’incomunicabilità umana che è stato Crash (USA/Germania, tre Oscar nel 2004), Haggis firma qui un altro bellissimo film, intenso, profondo e rigoroso, interpretato da un Tommy Lee Jones mai così bravo e puro. Praticamente insignificante, al suo confronto, Charlize Theron, che brilla per la sua interpretazione scialba e senza spessore. Assolutissimamente imperdibile.

Shaft (G. Singleton, USA/Germania, 2000), 22.45, DT

Che noia, che delusione, che confusione. Non si sa cosa sia, questo film, e si ha l’impressione che nemmeno il regista sapesse cosa stava facendo. È un telefilm allungato, perché la struttura narrativa è quella del telefilm, ma la durata è quella del film; è un film, perché appunto dura due ore, ma senza l’ombra di una coerenza narrativa. La storia semplicemente non esiste: comincia nel punto x e finisce nel punto y, ma avrebbe potuto cominciare nel punto k e finire in quello z. Insomma, non c’è ‘inizio’ e non c’è ‘fine’, non c’è storia. Richard Roundtree è senz’altro molto bravo nel suo personaggio, ma a volte dà quasi l’impressione di essere (e di sentirsi) fuori posto in quella figura, che avrebbe voluto, e potuto, essere quella di un supereroe, e fa rimpiangere ciò che un regista più intelligente avrebbe potuto cavarne fuori.

Pitch Black (D. N. Twohy, Australia/USA, 2000), 17.20, DT

Un’astronave precipita su un pianeta apparentemente disabitato. Tra i suoi passeggeri, un cacciatore di taglie e la sua preda, Riddick, un criminale del tutto privo di morale – apparentemente – con una particolare caratteristica fisica: durante i lunghi anni trascorsi in isolamento, si è fatto modificare gli occhi, ed ora vede perfettamente al buio. I superstiti iniziano ad esplorare il pianeta e trovano un villaggio di minatori abbandonato. Studiandone le attrezzature, scoprono un’orribile verità. Il sottosuolo del pianeta è infestato da mostri sanguinari, che escono solo di notte (e che proprio di notte hanno già sterminato tutti i minatori). Ma non è tutto. Nonostante i tre soli che ruotano attorno al pianeta, per una rarissima congiunzione astrale sta per arrivare un’eclissi, che precipiterà per sempre il pianeta nel buio. Nel villaggio c’è anche un’astronave di salvataggio, ma per riattivarla occorrono dei pezzi di ricambio da prelevare nel relitto di quella caduta. Il gruppo si precipita a recuperarli, ma quando sta per ripartire, scende il buio perpetuo, e i mostri escono dalle loro tane ed iniziano a fare strage. Ora sono tutti nelle mani di Riddick, l’unico che può guidarli, e che può salvarli: se vorrà. Ispirato all’ottimo racconto Strada buia (A walk in the dark, Arthur C. Clarke, Einaudi, 1962), PB è un altrettanto ottimo film di fantascienza, che riesce benissimo a mettere in scena quello che, secondo me, dovrebbe essere il ‘tema’ fisso di tutti i film di questo ‘genere’: l’ignoto, e la paura che esso produce. Un genere, la fantascienza – lo dico en passant – oggi tragicamente negletto, e un’ispirazione altrettanto dimenticata. Dopo Alien, passando per quell’idiozia pseudofilosofica (!!!???) di Matrix, sono pochissimi i titoli degni di menzione. Forse La mosca di Cronenberg, ma ben poco altro. Qui c’è il meglio di tutto. L’ignoto, appunto: e quale ‘ignoto’ può essere più terrificante del buio? Tutti ne abbiamo avuto paura, da bambini. L’eroe, negativo, ma sempre eroe. La solitudine, senza speranza di salvezza e di aiuto. I mostri: misteriosi, sanguinari, nascosti. La luce acida e tagliente – finché ce n’è! – rende ancor più inquietante questo posto maledetto. E poi i ribaltamenti di fronte, i colpi di scena: violenti ed inaspettati, fino all’ultimo, il ‘peggiore’ di tutti. Un gioiellino, in cui anche l’abitualmente inespressivo Vin Diesel è perfettamente adeguato al personaggio, inquietante, sfuggente ed ambiguo. Se stasera siete a casa da soli e volete aver paura per davvero.

Inside man (S. Lee, USA, 2006), 18.50, DT

Capita abbastanza spesso che i registi ‘radicali’ del cinema americano decidano di fare un film per mostrare il ‘lato oscuro’ del capitalismo. Poiché però, “per la contraddizion che nol consente”, non è loro possibile andare fino in fondo, i risultati sono spesso bizzarri. A volte ne vien fuori un prodotto più che onesto e convincente, come, ad esempio, il bel Wall Street, di O. Stone (1987), che ci racconta la totale ‘amoralità’ che sta dietro alle speculazioni di borsa. Altre volte, invece, ci ritroviamo per le mani un film come questo, tanto strampalato e tirato per i capelli quanto modesto e ‘piccolo’. L’assunto di fondo sembra essere quella battuta attribuita a B. Brecht, secondo la quale “è più immorale fondare una banca che rapinarne una”. Così la sembra pensare – ma gli spettatori lo scopriranno ‘solo vivendo’, e con tanta pazienza – l’organizzatore di una strana rapina ad una banca di New York. Ci sono soldi, naturalmente, in quella banca, a pacchi, ma ci sono anche cassette di sicurezza, e come si sa le cassette di sicurezza racchiudono spesso inconfessabili segreti. Una di esse appartiene, pensate un po’, al fondatore della banca in persona, un uomo molto anziano, che appena viene a sapere della rapina in corso si mette in contatto con una strana donna, una specie di Robin Hood per ricchi, specializzata per tutelarne gli interessi e difenderne, appunto, anche il più ignobile dei segreti. Non possiamo andare oltre nella narrazione, per non rovinare il piacere di scoprire il meccanismo, probabilmente l’unico piacere di un film tutto sommato abbastanza scontato. Il segreto di C. Plummer – quello su cui, appunto, sembra fondarsi tutto l’assunto morale del film – è, in fondo, abbastanza banale, e, sia pur con tutto il rispetto per quella magnifica serie, più che un film sulle contraddizioni del capitalismo fa venire in mente una puntata della Piovra, se non il vecchio e pesantissimo Dossier Odessa (1974). ‘Tutto qui?’ si chiede lo spettatore, che sulle vergognose origini di molte celebrate ricchezze ormai ne ha sentite tante da aver bisogno di qualcosa di peggio, per stupirsi. Meno piatto e noioso di Malcom X (1992) (se non altro perché si sta a vedere come va a finire), meno confuso e pasticciato di SOS (1999) (ma qui gli fa gioco la sua struttura da ‘poliziesco’), Inside Man lascia davvero il tempo che trova. Quanto a Denzel Washington, penso che con questo film abbia esaurito ogni possibile variante di espressioni nella gamma del poliziotto-che-sembra-cattivo-ma-è-buono-e-intelligente. Sarebbe davvero curioso vedere se, la prossima volta, riesce a fare qualcosa di diverso. Permettetemi di concludere con una malignità. Come sappiamo, a New York non corre precisamente buon sangue tra la comunità nera (spesso islamica) e quella ebraica, e dunque a me non me lo toglie dalla testa nessuno che ci sia un minimo spunto antisemita, magari del tutto involontario e inconscio, nell’aver dato al rabbino il ruolo che ha. Come diceva Andreotti, “a pensar male si va all’Inferno ma ci si azzecca”.

Lunedì 22 novembre

V per Vendetta (J. Mc Teigue, USA/Germania, 2005), 23.30, Italia1

Inghilterra, 1605. Guy Fawkes, un gentiluomo inglese convertitosi al cattolicesimo, progetta di far saltare in aria il Parlamento il giorno dell’apertura, il 5 novembre, per uccidere re Giacomo I° Stuart, nemico e persecutore dei cattolici. Scava una galleria sotto l’edificio, e la riempie con trentasei barili di polvere, ma all’ultimo momento lui e gli altri congiurati vengono scoperti: quelli che non vengono uccisi subito vengono imprigionati e torturati atrocemente, e moriranno alcuni mesi dopo sul patibolo. E’ la famosa Congiura delle Polveri. Londra, ai giorni nostri, in un futuro prossimo. Un Partito politico di ispirazione totalitaria e razzista, omofobo ed islamofobo, diffonde artatamente per l’Inghilterra un terribile virus, che provoca centinaia di migliaia di vittime. Sfruttando il caos e il terrore che questo fatto provoca, il Partito prende il potere, instaurando un regime parafascista. L’informazione è sottoposta a rigida censura, sostituita da una rozza demagogia, qualsiasi libertà è conculcata, e gli scherani del partito costituiscono un’élite che imperversa per il paese, violentando e taglieggiando. Improvvisamente, un anno prima dell’anniversario della Congiura, appare in città uno strano personaggio. E’ vestito alla moda del Seicento, con cappello e mantello, e nasconde il volto sotto una maschera che riproduce le fattezze di Fawkes. Esordisce facendo saltare per aria, in un tripudio di fuochi d’artificio colorati, l’Old Bailey, mentre dagli altoparlanti, che abitualmente trasmettono i deliranti proclami del Gran Cancelliere, il Dittatore, egli diffonde la trionfale Ouverture 1812 di P.I. Chaikowsky, che il grande musicista russo compose per celebrare la resistenza del suo popolo contro Napoleone. Seguono altre azioni di sabotaggio del sistema, ed una promessa, da parte del Vendicatore: di lì ad un anno, il giorno dell’anniversario della Congiura, egli compirà l’opera dell’antico cospiratore, facendo saltare in aria il Parlamento, e centinaia di migliaia di inglesi come lui scenderanno in piazza, per opporsi alla dittatura e restaurare la libertà. Anche a costo, come fu per Guy Fawkes, della propria vita. Interrompo qui il racconto delle vicende di V, dei suoi segreti, dei suoi amori, della sua lotta. Lascio agli spettatori il piacere e l’emozione di scoprirli sullo schermo, in questo, che è uno dei film più belli, colti ed appassionanti degli ultimi vent’anni, ed anche, nonostante le sue caratteristiche fantastiche, uno dei più reali ed umani. Difficile davvero dire cosa emozioni e commuova di più, in questo capolavoro. La recitazione? Hugo Weaving è grande anche a volto coperto. Recita col corpo, coi movimenti del capo, coi giochi di luci ed ombre sulla maschera. Natalie Portman è intensa e ‘dolorosa’, quasi una vittima sacrificale che impersona e porta su di sé le sofferenze di tutto un popolo. Dolce e umanissimo John Hurt, il suo amico omosessuale. Ed è impossibile negare una menzione al raffinato e sensibilissimo doppiaggio di Gabriele Lavia. La fotografia: cupa e minacciosa, notturna e misteriosa, che rappresenta la notte dell’anima e dello spirito che avvolge l’Inghilterra. E poi, i numerosi e densi riferimenti culturali. Pare impossibile – ma una ragione pur ci sarà – se ogni regista o scrittore che abbia voluto tratteggiare un fascismo futuro lo abbia immaginato odiatore, oltre che della libertà, anche della bellezza e della cultura. Così è in 1984 di J. Orwell, uno dei padri evidenti di questa storia, ma soprattutto così è in uno dei film più belli ed importanti del Novecento, Fahrenheit 451, di F. Truffaut. Vedendo la galleria d’arte di V, e quelle sterminate pareti di libri, e l’amore trepido con cui John Hurt custodisce la sua antica copia miniata del Corano, è impossibile non richiamare alla memoria i roghi dei libri di quel capolavoro, e l’affetto con cui, contro quella dittatura, i libri venivano amati e protetti, fino ad immolarsi per loro. E non dimentichiamo, tra gli illustri padri di V, il grande feuilleton ottocentesco, con lo stereotipo dell’eroe tenebroso, del giustiziere misterioso ed eroico. Un ultima notazione per i dialoghi, davvero ‘teatrali’ nel senso più colto e nobile del termine: del resto, spessissimo, nonostante le scene d’azione o quelle in esterni, è davvero forte l’impressione di essere a teatro, ad assistere a un dramma shakespeariano. Inno alla libertà e alla dignità umana, anarchico ed eversivo ma ancor più umanissimo e vero, film denso di emozioni e significati, V per Vendetta è un raro capolavoro, che rimane nella mente, nel cuore e negli occhi. Un film da ricordare.

La lingua del Santo (C. Mazzacurati, Italia, 2000), 21.00, DT

A Padova, “la città più ricca del Nordest, che fattura più del Portogallo, ma se non hai soldi sei una merda”, due sfigati si arrabattano con furtarelli da ladri di polli, finché per caso riescono a mettere le mani sulla teca in cui è custodita la lingua di S. Antonio. Dovrebbe essere l’occasione della loro vita, per togliersi finalmente dalla miseria, ma i due sono troppo mone anche per far soldi. Opera ‘minore’ del bravissimo Mazzacurati, nella quale i suoi temi favoriti si ritrovano comunque tutti: la pietà per i poveracci e gli sfigati, il fastidio per l’arricchimento boaro del Veneto, qualche sprazzo di fotografia lirica e perfetta, tanto per ricordarci chi è. Assolutamente da vedere.

Il colore viola (S. Spielberg, USA, 1985), 21.00, DT

Storie tragiche di due sorelle nere nell’America dei primi Novecento: lacrimoni, emozioni, melodrammone noiosissimo. Woopy Goldberg – ‘attrice’ (si fa per dire …) le cui virtù attoriali si sono sempre mosse tra i confini della pagliacciata disneyana, della soap e del grottesco – al massimo potrebbe fare la ‘mamie’ in un remake di Via col vento, ma recitare è un’altra cosa.

Alexander (O. Stone, USA-GB-Germania-Olanda, 2004), 21.00, DT

E’ mancato il coraggio, a questo film: il coraggio di scegliere tra la storia e il mito, il coraggio di lasciare a casa i libri di storia e raccontare l’Alessandro mitologico, ispiratore e protagonista di poemi e leggende, o, al contrario, di lasciare a casa la mitologia, e raccontare il conquistatore, l’imperialista, il comandante in capo. Del coté storico fanno parte, appunto, tutti quegli elementi inseribili in un’analisi ‘storica’ del personaggio: l’insistenza sul personaggio di Filippo; i progetti politico-cultural-militari di Alessandro (interessante ed affascinante, in particolare, il suo discorso sul letto di morte di Efestione: il canale di Suez, la conquista del Mediterraneo, l’eliminazione di Roma … La mente parte immediatamente per una tangente tipicamente ucronica: come sarebbe stato il mondo se avesse potuto realizzare quei progetti? Come sarebbe stato un mondo non romanizzato ma ellenizzato? C’è da perdersi, come dice la pubblicità …); la macelleria della guerra (Stone stava ancora pensando a Platoon?) ed anche tutti quei discorsi sul ‘portare la libertà’ agli altri popoli (e qui bisogna proprio dire che, pur conoscendo bene Stone e le sue idee, tuttavia è difficile trattenersi dalla tentazione di vedere un collegamento – lo ripeto, certamente non voluto e non ideologicamente complice – tra quei discorsi e quelli di qualcun altro che, proprio oggi e proprio negli stessi luoghi, sta cercando anche lui di ‘portare la libertà’ agli altri: la ‘sua’ libertà, a suon di dollari, di petrolio e di massacri). Del coté mitologico – forse prevalente, a livello di atmosfera, ma non di molto – fanno parte invece le ‘magie’ attribuite ad Olimpia, l’aquila che volteggia su di lui, l’incontro con la montagna di Prometeo, la sua ‘inquietudine’ di fronte all’ignoto. Massimamente irrealizzata, questa dicotomia, lo è nel discorso finale di Tolomeo, questa voce narrante che per tutto il film accompagna le vicende di Alessandro e le commenta da una distanza che, apparentemente, dovrebbe appunto accrescere il mito, ma che invece ingenera solo confusione e ambiguità: soprattutto, appunto, in quel momento, in cui – vorrei poter avere sottomano la sceneggiatura per citare con precisione – Tolomeo impreca contro il folle che ha condotto migliaia di uomini al massacro e contemporaneamente rimpiange il fulgore e la gloria dell’eroe. Alexander, bisogna dirlo, il ‘mito’ lo rincorre affannosamente, dall’inizio alla fine, senza purtroppo raggiungerlo mai, nonostante – ripeto, bisogna riconoscerglielo – un impegno spasmodico. Ma resta il fatto che si cercherebbe invano, in tutto il film, l’emozione di una scena come quella nella terza parte del Signore degli Anelli, in cui Re Theoden galoppa davanti alle sue truppe spiegate e tocca con la spada le lance dei soldati schierati, trasmettendo loro la sua forza ‘magica’ e la sua regalità intrinseca: una scena così ricca di mito primigenio che tocca le corde più viscerali degli spettatori e strappa loro grida irrazionali di commozione quando la vedono per la prima volta. Anche certe scelte stilistiche, bisogna dirlo, sono abbastanza discutibili. Innanzitutto quell’inaccettabile flash-back: lunghissimo, estemporaneo, francamente inspiegabile, soprattutto in un film improntato alla più rigorosa ‘cronicità’. E poi quei viraggi colorati nella battaglia con gli elefanti: assolutamente eccessivi ed inutili, e tanto fuori luogo da far ricordare inevitabilmente certe scene di Hero. E tuttavia – ma sì, ammettiamolo – in qualche momento Alexander ci ha fatto sognare. Alessandro che arringa le truppe nel sole e nella polvere di Gaugamela è bello ed eroico; Alessandro che sogna di spezzare ed attraversare le rocce dell’Himalaya è commovente e grande; e il duello tra Bucefalo e l’elefante ha una plasticità ed una drammaticità da bassorilievo ellenista. Verrebbe da dire: nonostante tutto, un pizzico dell’aura eccelsa che avvolge il mito è scivolato ugualmente nel film, ed ha fatto ugualmente la magia. Verrebbe da dire: è più bello di Troy, se questo non fosse un insulto, non un complimento. Bravi gli attori, anche se Anthony Hopkins appare un po’ troppo svagato; massimamente bravi Colin Farrel e Jared Leto, e Bagoa, il muto ed enigmatico Francisco Bosch; brava Roxane, la bellissima Rosario Dawson, e perfino Angelina Jolie sembra aver preso lezioni di recitazione. Non metterebbe nemmeno conto di parlare delle stupide polemiche sull’omosessualità – peraltro comunissima nell’antichità – di Alessandro ed Efestione (ognuno è padrone di farsela che chi gli pare, anche con le galline: purché le galline siano consenzienti, naturalmente), se non altro per dire che raramente si è visto un rapporto omosessuale descritto con tanta nobiltà, come un vero e proprio rapporto d’amore tra due persone: e tanto basta.  Per rifarsi la bocca, se avete avuto il coraggio di vedere quell’abominio di Troy.

Orizzonte perduto (F. Capra, USA, 1937), 01.15, Sky

Durante la guerra cino-giapponese un aereo fugge da Pechino con cinque occidentali a bordo, ma un clandestino lo dirotta a Shangri-la, una sperduta valle tibetana governata da un vecchissimo Lama, che ha quasi trovato il segreto dell’immortalità. A contatto coi valori autentici degli abitanti, poco a poco le passioni dei cinque si spegneranno (l’Attaccamento!). Alcuni di loro cercheranno di fuggire per tornare al mondo ‘civile’, ma presto si renderanno conto di aver perduto il paradiso, e vi faranno ritorno. Capolavoro misconosciuto di Frank Capra, dove si ritrovano i suoi temi tradizionali. Affascinante e spettacolare, sognante e poetico, è tratto dal bellissimo romanzo omonimo di James Hilton, assolutamente da leggere, se siete così fortunati da trovarlo (una volta era edito da Garzanti). Imperdibile.

Martedì 23 novembre

La leggenda di Beowulf (R. Zemeckis, USA, 2007), 23.45, DT

Essendo il cinema, per me, l’arte dell’illusione data dall’immagine in movimento, non ho mai sottilizzato troppo sui mezzi adottati per raggiungere quell’illusione, e quando sono apparsi gli effetti speciali di ultima generazione non li ho mai rifiutati aprioristicamente, da purista, ma mi sono sempre posto un’unica domanda: hanno prodotto il risultato sperato? Sono stati professionalmente utili? E, da spettatore, mi hanno fatto sognare? Con questo spirito ho applaudito un film come Transformers,  non certo un film ‘colto’ ma talmente ricco, proprio grazie agli strepitosi effetti speciali, di fantasia e di magia, da immergere lo spettatore in una dimensione rara di illusione e di divertimento. Con Beowulf si è gettato il cuore oltre l’ostacolo, ed è l’effetto speciale in sé che si fa film: è la famosa motion caption performance, ovvero il processo che trasforma l’interpretazione di un attore in immagini di computer graphics. Gli attori sono stati ripresi in una struttura munita di numerose cineprese, che registravano i loro movimenti e le espressioni degli attori come una serie di punti nello spazio tridimensionale. Sul flusso di quei movimenti e di quelle espressioni sono stati poi ‘dipinti’ personaggi, scene e costumi. Una tecnica già sperimentata qualche anno fa proprio dallo stesso Zemeckis con Polar Express (USA, 2004), ed applicata questa volta ad una ‘trama’ che più ‘colta’ non si può: niente popò di meno che il Beowulf, celeberrimo poema epico amatissimo da Tolkien e pietra miliare della letteratura sassone, trascritto per la prima volta in un monastero tra il VII e il XII secolo. Un monumento, dunque, oltre che una miniera di epos, eroismo ed avventura. Due parole sulla ‘trama’, quindi, ma meglio farete se andrete a leggervi le pagine che gli dedica una buona letteratura inglese, e meglio ancora se ve lo leggerete. Beowulf è un eroe giovane ma già leggendario, uccisore di mostri d’ogni tipo e di innumerevoli nemici, conquistatore di donne e di sirene. Quando viene a sapere che, alla corte del re danese Hrothgar, un essere orribile e sanguinario semina rovina e morte, vi si reca, non per il premio promesso dal re, ma per l’ulteriore gloria che gli verrà dall’impresa. Vi riesce, conquistando anche il regno e la bellissima regina, ma nell’impresa cede alla passione, e quando, ormai vecchio e stanco, guarda con malinconia al suo passato, ecco da quel passato riemergere il frutto orrendo e terribile del suo errore: l’Eroe dovrà rimettersi in gioco ancora una volta, per combattere, questa volta, non solo un ‘semplice’ mostro, ma anche se stesso. Fin qui la vicenda: ricchissima, come si vede anche da questo breve riassunto, di spunti epici ed eroici, che avrebbero potuto costituire materia per una storia emozionante e commovente, sia pur servendosi degli effetti speciali: si veda, tanto per fare un esempio, il capolavoro assoluto creato da Peter Jackson col Signore degli Anelli. Invece, nulla di tutto ciò. Qualche aggiunta, sì, francamente inutile: un po’ di sesso, e un po’ di splatter. Ma la motion capture, questo mitico espediente che pareva dovesse trasportarci in una dimensione magica mai vista, ha fallito miseramente. I corpi sono ‘gonfi’ e tridimensionali come l’animazione con le figure di plastilina – guardate, tra l’altro, le labbra di Angelina Jolie: sarà anche ‘rifatta’, ma qui sembrano veramente gonfiate con la pompa della bicicletta – e certi personaggi sono francamente ridicoli: il volto della regina ricorda tragicamente e comicamente quello dei protagonisti dello spot delle Assicurazioni Allianz, in questi mesi su tutte le tv; mentre la faccia del mostro, il povero Grendel, assomiglia in modo imbarazzante e grottesco a Barbalbero. ‘Volevamo stupirvi con effetti speciali …’ e siamo solo riusciti ad annoiarvi e a farvi ridere. Chissà come starà sghignazzando Beowulf, guardando giù dall’alto del Wahalla.

Angel heart (A. Parker, USA, 1987), 21.00, DT

Angel, scalcinato investigatore privato, viene incaricato da un certo Louis Cypher (attenti ai nomi!) di ritrovare Johnny Favorite, un cantante misteriosamente scomparso alla fine della guerra. L’incarico, apparentemente banale e di nessun interesse, si trasforma poco a poco in un percorso da incubo, costellato di sangue e malvagità, che coinvolge sempre più il riluttante Angel, fino alla sconvolgente scoperta finale. Visivamente fantasmagorico ed eccessivo, psicologicamente cupo e ossessivo, di disperata sensualità: forse il più bel film di Alan Parker, ambientato in una New Orleans inquietante e sulfurea. Tra l’altro, quale Lucifero preferite: questo o quello di Al Pacino in L’avvocato del diavolo? E’ una bella gara. Imperdibile, naturalmente.

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, GB, 1968), 23.00, DT

Assolutamente sopravvalutato questo film pseudofilosofico, pseudomistico, pseudoquelchevipare, che è solo una noiosissima storia dai simboli incomprensibili (che sia per questo che affascinano?!). La scena iniziale della scimmia che, dopo aver usato un femore per uccidere, lo getta in cielo e il femore si trasforma in una splendida astronave, è una delle metafore più banali ed elementari mai viste al cinema.

36 Quai des Orfèvres (O. Marchal, Francia, 2004), 21.00, DT

Non immeritatamente è stato fatto, per questo film, il nome di J.P. Melville, il grande regista degli anni Cinquanta di cui questo bellissimo noir sembra riecheggiare atmosfere e sensazioni (penso al suo penultimo capolavoro, l’eccezionale I senza nome, del ’70). Qui due poliziotti lottano tra loro per arrestare una sanguinaria banda di rapinatori ai portavalori, ma la vera posta in palio sono non solo il posto di Direttore della Polizia Giudiziaria, quanto l’amore di Valeria Golino, prima compagna di Depardieu e poi moglie innamorata di Daniel Auteuil. Per rubare il posto al collega/nemico, ma soprattutto per vendicarsi dell’abbandono, Depardieu sarà disposto a qualsiasi bassezza, compresa la delazione e l’omicidio. Ma sarà proprio il male che lui stesso ha coltivato a punirlo. Eccezionalmente bravo Depardieu nella parte del poliziotto traditore, ma Daniel Auteuil è ormai uno dei più grandi e sensibili attori del cinema francese. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 24 novembre

Three kings (D.O. Russel, USA/Australia, 1999), 03.10, Rai1

Durante la prima Guerra del Golfo, tre soldati scoprono il tesoro di Saddam, se ne appropriano ma poi, commossi per le sofferenze del popolo irakeno, lo restituiscono. Se non sbaglio, fu il primo film sulla guerra in Irak, ma per fortuna dopo si è fatto molto di meglio. Per la serie: anche i soldati hanno un cuore, ma forse se restavano a casa loro gli irakeni avrebbero apprezzato di più.

Monster (P. Jenkins, Germania/USA, 2003), 23.15, Rete4

E’ una guerra, quella di Aileen, e dura da una vita. Da una parte, tutti quelli che le hanno ‘fatto violenza’: l’amico del padre che l’ha insidiata a otto anni, i maschi che l’hanno scopata a quattordici, la comunità ipocrita che l’ha espulsa, e tutti coloro che, negli anni successivi, l’hanno comprata, posseduta, insozzata. Dall’altra parte lei, che ha sempre tirato avanti senza sapere lei stessa il perché, sognando di rifare tutto nuovo, di smetterla, sognando l’amore. Una sera, dopo aver passato il pomeriggio con la pistola in mano a pensare di suicidarsi, prima di decidersi va a spendere i suoi ultimi cinque dollari in un bar (“me li sono trovati in tasca, e allora ho pensato che dovevo aver fatto un pompino a qualcuno per averli, e allora ho deciso di spenderli, se no sarebbe stato come se glie l’avessi fatto gratis”). Ma quello è un bar gay, e Aileen incontra Selby, una ragazzina appena diciottenne, di cui s’innamora perdutamente. Selby le sembra l’occasione giusta per ricominciare, ma per farlo occorrono i soldi, e per fare i soldi lei conosce e possiede un solo sistema: vendersi. Esce in cerca di un cliente, e quello che trova è un sadico, che la lega e sta per ucciderla. In macchina c’è una pistola, e Aileen spara e uccide. E’ scattato un interruttore, si è aperta una nuova via. Aileen cercherà un lavoro, per uscire dal giro e vivere un amore ‘normale’ con Selby, ma vedendosi rifiutata un’altra volta dalla società, capisce che quella che ha iniziato è la strada ‘giusta’, E ricomincia ad uccidere. Non importa che siano ‘buoni’ o ‘cattivi’: basta che siano uomini, rappresentanti di quel genere umano che l’ha sempre negata e violata. Velocemente, anche il rapporto con Selby si deteriora, e la ragazzina la lascerà ad una stazione di autobus: lei tornerà dalla sua famiglia ‘per bene’, mentre Aileen va a farsi arrestare. Atroce, disumana America, quella che esce da questo film: sporca, cattiva, disperata e misera, in cui non c’è posto per i reietti, in cui chi è in fondo può solo cadere ancora più giù, in cui nessuno ti parla, in cui nessuno ti dà nulla, ma te lo compra. La rabbia di Aileen davanti al giudice è non tanto e non solo la rabbia di chi ha subito l’ennesima ingiustizia, quanto soprattutto quella di chi non è mai stato ascoltato, di chi non ha mai avuto la possibilità di spiegare anche solo per un attimo le proprie ‘ragioni’. Il ‘mostro’ non è Aileen: il mostro è una società fondata sullo sfruttamento e sul disprezzo per chi è ai margini. E c’è un altro mostro, qui: Charlize Theron, mostro di bravura e di intensità espressiva. Nei primi minuti del film, quasi perfino infastidisce la sua recitazione folle, scattosa, gli sguardi allucinati, le smorfie contratte e legnose, al camminata meccanica ed eccessiva: fino a che ci si rende conto che quella è Aileen, che tutto quel ‘recitare’ serve ad esprimere il dolore e la rabbia che Aileen si porta dentro da sempre. Film di rabbia e dolore, appunto, film di ingiustizia, film terribile e bellissimo, Monster è anche, indirettamente, l’ennesimo film sulla (contro) la pena di morte: Credete voi che le ingiustizie siano state riparate, mandando Aileen sulla sedia elettrica?

Cellular (D.R. Ellis, USA, 2004), 21.10, Rete4

Una donna viene rapita e racchiusa in una soffitta, dove trova un telefono sfasciato. Riesce a rimetterlo insieme, e chiama un numero a caso: la persona che risponde dovrà prima di tutto credere alla sua storia, e poi aiutarla a salvare la vita del marito e del figlio, anch’essi in pericolo. Thrilling inconsistente ed evanescente, che non esisterebbe nemmeno senza la presenza di Kim Basinger, perfino qui elegante ed affascinante come sempre.

La Samaritana (K. Ki-Duk, Corea del Sud, 2004), 21.00, DT

La Samaritana (Gv 4:7) offre a Gesù (il “Figlio dell’Uomo”) dell’acqua fresca. Jae-young offre agli uomini se stessa ed il suo sesso. Come il gesto della Samaritana è colmo di pietà, così anche Jae-young dona agli uomini ben altro che il suo corpo. Attraverso il suo atto, essa offre agli esseri umani un amore assoluto e universale. Qualcuno percepisce la totalizzante bellezza di questo dono – un cliente, conversando con lei, riflette sul fatto che tutti gli esseri dovrebbero vivere in armonia gli uni con gli altri; un altro la ringrazia di avergli dato ‘la felicità’ – altri sono troppo ottusi e soli: nemmeno la pratica di una disciplina così intimamente ‘armoniosa’ come la musica, riesce ad avvicinare il musicista alla ragazza. Jae-young percorre questo suo cammino in assoluta purezza: il suo sorriso è quello, ineffabile, della santità, ed all’amica che amorevolmente la rimprovera e tenta di lavarla, dice: “Ma io non sono sporca”. Omnia munda mundis, dice S. Paolo: il peccato non la tocca; anzi: il peccato non esiste. Yeo-jin, l’amica che l’aiuta in questa sua ‘missione’ – il cui scopo, solo secondariamente è quello di raccogliere il denaro per un viaggio in Europa – le vuole bene, anch’essa soggiogata dalla sua ‘santità’, ma non la comprende. Assiste impotente alla sua morte. Quando Jae-young si getta dalla finestra, non è per sfuggire alla conseguenze penali del suo atto – nulla potrebbe essere più lontano dal suo sentire – ma perché non venga interrotta la sua ‘predicazione’. Sorride ancora, negli istanti che precedono la caduta, sorride dal profondo dell’anima, come se anche la morte, per lei, fosse un concetto inesistente. Yeo-jin, dopo un breve turbamento iniziale, sceglie anch’essa lo stesso percorso: perché il cammino di santità dell’amica non venga confuso con un avvilente commercio di corpi, decide di ripercorrere la sua strada. Si prostituirà con tutti i clienti avuti da Jae-young, restituendo ad ognuno il denaro che era stato pagato (“Rendete dunque a Cesare le cose di Cesare ma a Dio le cose di Dio”, Mt 22:21). Ma, casualmente, suo padre la scopre. Young-Q è un poliziotto, ed anche lui è colmo d’amore: per la figlia, che ama teneramente, e per la moglie, morta un anno prima, una sofferenza panica e muta che condivide con la figlia. Ogni mattina, Young-Q accompagna a scuola la figlia, e durante il tragitto le racconta favolosi aneddoti dell’Europa cristiana, storie magiche di miracoli: bambini che vedono la Madonna in una luce intensissima, gigli che spuntano da vecchie statue lignee di Gesù … miracoli, appunto: ciò di cui avrebbe bisogno l’umanità, per uscire dalla sua disperata solitudine. Sconvolto da ciò che ha scoperto, segue e spia la figlia, da un albergo ad un altro, si spinge fino ad incontrare i suoi clienti, li insulta, li picchia, ed arriva ad ucciderne uno. Poi parte, con Yeo-jin, in un viaggio fuori città che diventa un viaggio nell’anima di entrambi: visitano la tomba della madre, mangiano insieme, dormono in una capanna di contadini. Durante la notte, Yeo-jin piange disperata l’inesprimibilità del proprio dolore, e la mattina dopo, addormentatasi in macchina, sognerà di essere uccisa e sepolta dal padre, in un ultimo gesto non di morte ma ancora una volta d’amore. Ma Young-Q è anche lui chiuso nel suo, di dolore, e si denuncia, fuggendo e lasciandola sola. Yeo-jin tenta di raggiungerlo, ma si impantana con la macchina, di cui ha appena appreso i primi rudimenti di guida. Non si sa se riuscirà ad uscirne. Silente poema sulla solitudine (tutti i personaggi si muovono in una Seoul deserta e fredda, che stringe il cuore), profondamente intriso di religiosità, delicatamente ed armoniosamente musicato (quando Young-Q comincia l’inseguimento della figlia, squilla il suo cellulare, e la suoneria ripete l’antica ballata resa celebre da Edith Piaff: “Plaisir d’amour ne dure qu’un moment/chagrin d’amour dure toute la vie”), La Samaritana è un altro prezioso elemento del cinema e della cultura coreana che si aggiunge ai pochi che abbiamo, ampliandone ed approfondendone la conoscenza, un film di rara intelligenza e bellezza. Grazie a Kim Ki-duk, e speriamo davvero di poter approfondire la sua conoscenza.

Into the wild (S. Penn, USA, 2007), 21.10, DT

Chissà se, tra i libri che Christopher McCandless aveva portato con sé o che comunque aveva letto all’Università, prima di partire per il Wild, c’era anche Dichtung und Warheit (“Verità e bellezza”) di J.W. Goethe. Scommetterei di sì, perché, anche se può sembrar strano, le parabole esistenziali e di ricerca di questi due uomini non sono così diverse e lontane come possono apparire. Goethe – un semidio – cerca bellezza e verità nell’arte – natura sublimata – raggiungendovi livelli di tale ineffabilità da raggiungere quasi, appunto, il divino. McCandless percorre il cammino opposto. Formatosi attraverso l’arte e lo studio, egli abbandona progressivamente ogni elaborazione, ogni ‘arti-ficiosità’, inseguendo l’essenzialità assoluta, che si può trovare solo nella natura libera e pura. A quale prezzo? Qualsiasi prezzo, anche la propria vita, certamente, perché McCandless ha lo spirito dello sciamano, e lo sciamano sa che il contatto col dio può bruciare. Per vie ‘opposte’, dunque, due strade alla ricerca dell’assoluto, entrambe lunghe e difficili da percorrere, e come Goethe spenderà nella sua ricerca l’intera esistenza, coinvolgendo in essa tutti coloro che incontra e facendo wildianamente della sua vita “un’opera d’arte”, così anche McCandless costruisce poco a poco la sua queste attraverso un percorso sfaccettato, cui danno un contributo essenziale anche tutti coloro che egli incontra. Abbandona la famiglia, non solo fisicamente ed economicamente, ma spiritualmente (“Io non ho più famiglia”), e comincia a percorrere gli USA, “mettendosi alla prova”. Non è superomismo il suo, né egli vuole ‘competere’ con la natura; sta anzi semplicemente cercando di verificare quanto egli sia con essa consonante, quanto sia ‘degno’ di farsene aprire le porte. Sciamano e, dunque, asceta, McCandless non può più ‘legarsi’ a nessuno. Tuttavia il suo spirito lascia dietro di sé una scia, intensa e potente, che trasforma catarticamente tutti coloro che incontra, inducendo anche loro a riscoprire la libertà e l’amore che custodiscono dentro di sé, e, nel fondo, liberandoli. Talmente forte è la sue essenza che perfino il suo non esserci esercita un radicale rivolgimento sulla vita degli altri. Tra le numerose riflessioni che di McCandless il film ci propone, ce ne sono due che potrebbero apparire contraddittorie. Prima di partire definitivamente, al vecchio che lo vorrebbe adottare dice: “Non devi pensare che l’unica soluzione stia nei rapporti umani: quello che importa è mutare il punto di vista sulle cose”, e nei suoi ultimi momenti, scrive stentatamente su un vecchio giornale: “La felicità non è tale se non è condivisa”. Nulla di più sbagliato che vedere queste due diverse affermazioni come testimonianze di un suo ‘fallimento’. E’ stata la sua, appunto, una queste; l’ha percorsa tutta; ha raggiunto verità e bellezza (“Se fossi tra le vostre braccia, vedreste voi quello che sto vedendo io in questo momento?”); ed ora può “chiamare le cose col loro nome”. Anche se stesso, finalmente. Dunque, nessun fallimento, nessun errore, nessun pentimento, ma solo uno scopo raggiunto. Sia pure nei pochi anni vissuti e nelle poche parole lasciate, nient’altro che con la sua esistenza McCandless dimostra di far parte di quel ristrettissimo pantheon di ‘santi’ laici alla ricerca dell’Assoluto di cui il Novecento ci ha mostrato rare epifanie: prima di lui Jack Kerouac o Louis Ferdinand Céline, e pochissimi altri. A questa particolare ‘santità’ questo splendido film di Sean Penn rende omaggio. Un film sincero, scabro, e da molti punti di vista ‘sgradevole’ e durissimo; e chi vi cercasse svenevolezze naturalistiche ‘disneyane’ non le troverebbe assolutamente. Qui abbiamo un racconto puro e sincero, ed una lezione di cinema ineguagliabile, che – amaramente lo crediamo – difficilmente verrà compresa ed imitata. Meglio così, tutto sommato: ma almeno anche Sean Penn le ha raggiunte, verità e bellezza.

Per favore non toccate le vecchiette (M. Brooks, USA, 1968), 16.55, DT

Film d’esordio del geniale Mel Brooks, ma già capolavoro, è uno dei suoi film meno visti (assieme al Mistero delle dodici sedie), per cui conviene approfittare di questo rarissimo passaggio televisivo. Per frodare il fisco, ed essere sicuro di fallire, un impresario di Broadway convince un gruppo di ricche vecchiette a finanziargli uno spettacolo demente e sconclusionato, certo che sarà un insuccesso. E invece ne uscirà un trionfo. Dopo trentacinque anni si ride ancora fino alle lacrime, soprattutto cantando Springtime for Hitler. Imperdibile.

Il sospetto (F. Maselli, Italia, 1975), 21.00, Sky

E’ sempre un piacere rivedere questi vecchi film ben fatti ma soprattutto rigorosi ed ‘etici’, scritti da intellettuali per i quali le appartenenze contavano ancora qualcosa. Nella vicenda di un operaio comunista fuggito in Francia (anni Trenta), che il Partito rimanda in Italia per servire da esca ad un infiltrato, Gian Maria Volonté dà vita ad una delle sue interpretazioni più intense e misurate. Imperdibile.

L’amore è una cosa meravigliosa (H. King, USA, 1955), 17.35, DT

Storia del tragico e contrastato amore, nella Corea del 1949, tra un giornalista americano ed una bellezza orientale. Sarà anche una specie di soap, ma è commovente da morire, una di quelle storie d’amore come il cinema non sa più fare. E la colonna sonora è da sciogliersi. Imperdibile.

Giovedì 25 novembre

Wall Street (O. Stone, USA, 1987), 23.30, Canale5

La storia di uno speculatore di borsa che, ad un certo punto della sua folgorante carriera, si rende conto della intima ‘immoralità’ di ciò che sta facendo e si ribella al sistema. Come dice M. Morandini, “non è una critica del capitalismo in quanto tale, ma del capitalismo cattivo” opposto ad un ipotetico ‘capitalismo buono’. Tuttavia i meccanismi della speculazione finanziaria sono descritti con tale limpidezza e freddezza da renderlo un film a suo modo agghiacciante, oltre che ‘istruttivo’. M. Douglas, eccezionalmente, davvero bravo. Da non perdere, mentre potete serenamente perdere quella specie di soap che è il sequel di recente uscita.

Lost in translation (S. Coppola, USA, 2003), 16.00, DT

Bob è un ex-grande-attore, che ha scoperto che si guadagna molto di più pubblicizzando whisky; Charlotte è una giovane donna just married. Si incontrano in un grande albergo di Tokyo, elegantissimo ed asettico: Bob vi deve trascorrere una settimana mentre gira uno spot, Charlotte aspetta il marito, giovane fotografo sempre perso dietro ai suoi servizi. Bob cerca di mantenere in piedi via fax e telefono un rapporto già abbastanza critico ed inacidito con la moglie lontana (“sposata da venticinque secoli”) ed il figlio, Charlotte mendica sguardi ed attenzioni da un giovane uomo che semplicemente pare non vederla. Entrambi cercano di ammazzare il tempo, di lasciarsi scorrere i giorni addosso vagando tra le luci, i rumori e i colori di una città che appare come un immenso e lontano videogioco, ma che, soprattutto, è loro estremamente estranea. Quando s’incontrano, si studiano e si osservano. Si raccontano il vuoto e l’inutilità delle rispettive esistenze, ma con estremo pudore e ritegno, i medesimi con cui lasciano appena trasparire il loro immenso bisogno di affetto. Tanto i dialoghi tra Charlotte e il marito e tra Bob e la moglie traboccano di “ti amo”, tanto queste parole latitano rigorosamente negli incontri di Bob e Charlotte. Eppure è proprio amore quello che nasce tra i due, un amore tutto particolare, caldo e tenero, fatto di pietà e comprensione per le rispettive solitudini. Tale è il pudore che ognuno conserva nella sua sofferenza che quasi non riescono a confessarselo, nemmeno al momento dell’addio. Quelle parole mancano anche nell’ultimo, brevissimo incontro, sostituite da un abbraccio un po’ goffo, dagli occhi arrossati di Charlotte, da un cenno di saluto che scalda loro il cuore, ora nuovamente soli ma contenti di essersi scoperti ancora capaci di sentire e di vivere. LT è la storia delicata di due solitudini, ottimamente interpretata da Bill Murray e da una sensibilissima Scarlett Johansson, che costruisce personaggio ed emozioni per accumuli e accenni quasi invisibili. Tokyo è fotografata con distacco ma con estrema eleganza, come pure gli interni e i movimenti dei personaggi, a comporre una perfetta sinfonia della solitudine. Se Il giardino delle vergini suicide, primo film della Coppola, era bellissimo, questo e il successivo, lo stupendo Marie Antoinette, sono già dei capolavori. Cosa aspettarsi ancora da questa donna eccezionale?

Le piacevoli notti (A. Crispino/L. Lucignani, Italia, 1966), 13.55, DT

Tre episodi (come si usava allora) di ambientazione rinascimentale e di sapore boccaccesco, ma pieni di spirito e di verve, grazie anche alla presenza di un cast davvero di qualità: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Luigi Vannucchi, Omero Antonutti, Paolo Bonacelli. Un capolavoro, in confronto alla commedia all’italiana ‘postribolare’ che si scatenò negli anni successivi. Vale un pomeriggio.

L’esercito delle dodici scimmie (T. Gilliam, USA, 1995), 21.00, DT

C’è un premio in palio, a cura dell’Internazionale Masochista, per chi riesce a raccontare logicamente la trama di questa insopportabile palla, uno dei più balordi film di fantascienza che si siano mai visti sullo schermo, ma non l’ha mai vinto nessuno. Le estimatrici possono godersi Brad Pitt, ma non so se basta a compensare Bruce Willis. Evidentemente il registro della SF non si addice all’immaginario visionario e fantastico di Gilliam, altre volte grande e sognante artista (La leggenda del re Pescatore, del 1995, e il magnifico Tideland, del 2005).

La grande abbuffata (M. Ferreri, Italia/Francia, 1973), 01.15, DT

Quattro amici si riuniscono in una villa nella periferia di Parigi, decisi a suicidarsi utilizzando il cibo e il sesso. Dietro un’apparente gaietà, forse il film più disperato e tragico di Ferreri, in cui due ‘bisogni’ essenziali e ‘vitalistici’ – appunto il nutrirsi e la sessualità – diventano strumento e metafora di morte. Un capolavoro assoluto, i cui passaggi in tv sono davvero rari. Assolutissimamente imperdibile.

The Hurt Locker (K. Bigelow, USA, 2008), 23.00, Sky

Oscar 2010 per il miglior film, per il miglior regista, per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior montaggio, per il miglior sonoro, per il miglior montaggio sonoro

La follia della guerra: un’azione dopo l’altra, tutte uguali, tutte diverse, tutte con le stesse probabilità di restarci o di farcela. La disperazione della guerra, quando proprio di questo ci si rende conto, ed allora si comincia a rimuginarlo dentro, come un indigeribile nodo di pelo nello stomaco che ti brucia dentro e ti avvelena ogni altro pensiero, senza che un improbabile psicologo militare possa farci niente. La bellezza – ebbene sì: la bellezza – della guerra, quando riesci a ‘mettere da parte’ tutto: il sangue, i corpi fatti a pezzi, gli amici morti, la gente innocente ammazzata davanti a te, il sudore, il sangue, e rimani solo tu e lei, tu e la scommessa – ‘Ce la faccio anche questa volta o adesso tocca a me?’ – tu e il sole che sorge e tramonta: un altro giorno da passare, un altro giorno passato. Così è per il sergente William James, volontario in Irak in una EOD, unità per la dismissione di esplosivi. Gli artificieri, insomma, gli sminatori, quelli che non combattono quasi mai in campo aperto, ma camminano per le strade, entrano nelle case abbandonate, e tutto, proprio tutto, può nascondere una bomba: un sacco di spazzatura, una macchina parcheggiata male, un avvallamento nella strada, anche il corpo di un bambino. James ‘non sa perché lo fa’, lui ‘non ci pensa’. Non è un macho violento, anzi è fondamentalmente mite, ed anche gentile. Non è il folle marine di Full Metal Jacket col suo fucile e il suo cazzo: “Con questo chiavi, con questo uccidi”. E’ solo un uomo cui è rimasta ‘una sola cosa da amare’: appunto ‘quella’. Nulla esprime l’alienazione – ma meglio sarebbe parlare di vera e propria estraneità – di James alla vita reale, anzi alla vita in sé, del suo atteggiamento attonito, imbarazzato, quasi timido di fronte ad un intero muro di cereali per la colazione, in un supermercato, durante una licenza. Semplicemente, quello non è il suo mondo, e James riparte subito per un altro giro. Bigelow costruisce un film netto e chiaro, dalla tensione letteralmente insostenibile, anche per lo spettatore. Un film non ‘moralistico’, ma che lascia parlare le cose, un film che non racconta, ma ‘mostra’: non per niente lo sceneggiatore è Mark Boal, lo stesso autore del bellissimo “Nella valle di Elah” di P. Haggis (2007). Una notevole parte del merito di questo film doloroso e bellissimo va anche all’interprete principale, Jeremy Renner, che dà vita ad un uomo ‘distratto’, di cui non saprai mai se tenga tutti i suoi fantasmi chiusi a chiave in una stanza dell’anima o se proprio, dentro di lui, l’anima davvero non ci sia più. Un vero capolavoro, che ha pienamente meritato, uno per uno, i suoi sei Oscar, togliendoli a quella ridicola fuffa di Avatar (oltretutto opera – lo sapevate, vero?! – dell’ex marito della Bigelow!). Assolutamente imperdibile.

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976), 21.00, Sky

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Tre passi nel delirio (R. Vadim/ L. Malle/ F. Fellini, Italia/Francia, 1967), 00.40, Sky

Tre racconti di E.A. Poe illustrati da tre diversi registi. Praticamente invedibile “Metzergenstein” di Vadim, nulla più di un compitino ben eseguito “William Wilson” di Malle, ma un vero capolavoro l’ultimo, “Toby Dammit” di Fellini. Il racconto del Poe – uno dei minori e meno noti, e per questo uno dei migliori – viene stravolto e deformato, e nella vicenda di un attore folle che scommette e perde la testa Fellini mette in scena un cupo e demoniaco apologo sull’orgoglio e l’arroganza umana. Per me, forse il suo film migliore in assoluto, assieme al Casanova. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 26 novembre

Cantando dietro i paraventi (E. Olmi, Italia/GB/Francia, 2003), 00.15, DT

Mi dispiace dirlo, perché adoro il cinema di Olmi, ma questo è un film tanto elegante e gelido quanto noioso ed ‘incomprensibile’. La nota dominante del film è appunto un’algida eleganza formale, che però viene spinta talmente al limite da rendere tutto come piatto ed inespressivo: persino gli splendidi nudi femminili risultano freddi e quasi asessuati, ma è il tutto che non parla e non dice nulla. Pochi o punti sono i momenti che suscitano nello spettatore un qualcosa che assomiglia vagamente ad uno stimolo emozionale: la calata degli aquiloni, per esempio, che però si diluisce poi in una scena di esasperante ed intollerabile lunghezza e noia, dove credi di capire di doverti aspettare qualcosa, che poi di fatto non arriva. Narrativamente la storia non manca di qualche confusione e di particolari incomprensibili (a che serve, cosa ci deve dire lo ‘spettatore’ entrato per caso in teatro?), come pure anche a livello ‘ideologico’ il film appare abbastanza ondeggiante. A fronte di quella che potrebbe sembrare (con tanta buona volontà!) una rivendicazione ribellistica e protofemminista (la stessa decisione della piratessa di vestire le armi del marito e poi il suo fervorino alla ciurma prima della battaglia finale), la conclusione è assolutamente confuciana e pare contraddire tutto il discorso precedente. Va riconosciuta ad Olmi la sua solita cifra: la pulizia formale, la luce, la capacità di dirigere attori scadentissimi traendone risultati incredibili (qui si tratta di Bud Spencer – il minimo del minimo – ma si veda lo splendido Il segreto del Bosco Vecchio, e la commovente interpretazione che vi fornisce il peraltro modestissimo Paolo Villaggio). Ma tutto rimane, appunto, alla superficie, senza mai toccare il cuore. Che peccato e che spreco di talento.

Fino a prova contraria (C. Eastwood, USA, 1999), 23.25, DT

Uno dei numerosi tonfi di Eastwood: l’ennesima ‘ballata’ sull’eroico giornalista americano che scopre un ingiustizia e in 24, 48 0 36 ore – dipende dal tipo di film – la risolve, smascherando i cattivi e premiando i buoni. Storia già vista, infinite volte, con esiti in passato anche buoni. Qui le ore sono docici: wow! Vien da chiedersi perché in America non eliminano il sistema giudiziario e non ne trasferiscono le competenze all’ordine dei giornalisti …

Nemico pubblico (M. Mann, USA, 2009), 21.00, DT

Film come questo appagano e consolano. Appagano, perché l’emozione – le emozioni – sono tali e tante, così raffinate, così diversificate, che occorrono giorni e settimane, se non mesi, per metabolizzarle tutte, e intanto la meraviglia continua a ripetersi nella mente. Consolano dalla visione del ‘resto’, di un cinema che sì, a volte offre certamente ‘prodotti’ apprezzabili, ma che, a fronte di un’opera d’arte come questa, si allontana immediatamente in uno sfondo indistinto nel quale ogni elemento si perde, senza personalità e senza connotazioni. Mann – è stato detto giustissimamente – è un autore “classico”, e non a sproposito, durante la visione, ci è venuto alla mente il grandissimo John Ford, e il suo Ombre rosse, quel film la cui bellezza e perfezione ancor oggi incantano e ammaestrano, di cui NP condivide molteplici livelli artistici. La ‘fisicità’ delle figure, per esempio, che rende oggetti e persone ‘veri’ e vivi, anche con un uso della macchina da presa che insegue e concretizza uomini e scene (e certo non è stato estraneo alla scrittura di questa dimensione fisica il fatto di aver girato non solo negli stessi paesaggi, ma spesso nelle stesse strade e addirittura nelle stanze in cui Dillinger agì e morì). Per Mann, nessun bisogno di 3D, l’ultimo misero espediente di un cinema ormai privo non solo di idee ma ancor più di ispirazione, che si affida disperatamente ai ‘trucchetti’ per cercare di strappare qualche ‘oooh’ di superficiale meraviglia. L’epicità, ancora. Eroi trionfanti, eroi perdenti, quelli di Ford. Eroe malinconico questo Dillinger di Mann: che vive e brucia la sua esistenza in meno di due anni, che non ‘pensa al futuro’ (non è un caso se un altro americano, Jack Kerouac, pochi decenni dopo scriverà: “Gli unici che contano per me sono i matti, gente che è abbastanza pazza da vivere, da parlare, da lasciarsi salvare, da desiderare tutto e subito, quelli che non sbagliano mai, che non parlano per luoghi comuni, ma bruciano, bruciano, bruciano e sembrano fuochi d’artificio gialli che esplodono, aprendosi come ragni tra le stelle e lasciando intravedere nel mezzo il punto azzurro dello scoppio e tutti fanno: “Ahhh!”); cavaliere con un senso infrangibile dell’onore, che non dimentica mai un amico o un benefattore, che promette, e mantiene fino all’ultimo: ‘Avrò cura di te’; che continua a sfidare la morte faccia a faccia, mentre altri hanno già scoperto le sozze manovre del crimine organizzato e delle sue sporche compromissioni con la politica. Ford ‘scrive’ magnificamente la scena vibrante dell’inseguimento alla diligenza, e qui parallelamente ritroviamo quella che possiamo chiamare la maestria coreografica di Mann (senza confronti, assolutamente, per esempio, la sparatoria nella discoteca in Collateral, o l’inseguimento sulla falesia e il cercarsi dei due innamorati nel cortile del forte nell’Ultimo dei Mohicani): lasciano senza fiato, in NP, le entrate nella banca, armoniose e potenti come grandi scene di ballo. Fisicità anche come ‘realtà’. “La Depressione nel film non c’è”, scrive Natalia Aspesi nella sua recensione sulla Repubblica di sabato 7 novembre (assolutamente da leggere: esempio unico di cecità assoluta di fronte ad un capolavoro). La Depressione c’è eccome, ma Mann, come Baudelaire, pensa che “I poemi lunghi sono la risorsa di coloro che non ne sanno scrivere di brevi”, per cui a lui non servono teorie di miserabili lungo le strade, mense operaie, fabbriche chiuse, caricature di Uomini e topi. Basta l’immagine folgorante di quella donna col suo vestito misero e scolorito, in piedi davanti ad una casa cadente ed altrettanto misera, persa in un deserto di nulla, che dopo avere ospitato la banda dopo la rapina, chiede a Dillinger: “Portami via con te”, con nel cuore la desolazione di nessun futuro, e negli occhi la bellezza di una meteora che ha appena visto passare, e non rivedrà mai più. Lì c’è tutto, e non occorre altro. Con Ford, Mann ‘condivide’ anche, diciamo così, un cast di attori prodigioso. Depp si esprime più per sguardi ed emozioni che per parole, in quella che certo è la sua più matura e profonda interpretazione. Christian Bale è forse – possiamo osare dirlo? – perfino anche più bravo. ‘Attore’ di un ordine che significa solo morte, a quella stessa morte guarda con curiosità da entomologo, finché il suo significato gli giungerà al cuore, conducendolo al suicidio pochi anni dopo la morte di Dillinger. In NP Mann continua quello ‘sperimentalismo fotografico’ già presente in Miami vice ma soprattutto in Collateral. Ne risulta una fotografia anch’essa ‘attrice’ e strumento drammatico, che dalla dimensione della realtà può passare a quella della tragedia. Mirabile, semplicemente mirabile, la scena successiva alla morte di Dillinger, in cui le cose paiono sbriciolarsi, le superfici si sgretolano e si frantumano, le immagini si sfaldano e la luce si sgrana e si impolvera. Pare una fine del mondo (così è per Purvis, che attraversa la scena travolto dalla bufera del suo cuore), ed è un ultimo, incredibile, sprazzo di genio e maestria.

Il mio migliore amico (P. Leconte, Francia, 2006), 21.00, DT

François è un antiquario parigino di successo. Ha una bellissima casa, molti ‘amici’ di buon livello (bon chic bon genre, come si dice a Parigi), un’agenda fittissima di impegni, ed alcune idiosincrasie, tra le quali quella di non voler guidare nel traffico della città. Ha anche una donna, apparentemente innamoratissima di lui, ma questa relazione pare quasi ‘scivolargli’ addosso, senza coinvolgerlo minimamente nell’intimo. Dello stesso tipo sono anche i suoi rapporti col suo prossimo – gli ‘amici’ di cui sopra, i clienti, la gente che incontra e di cui ha bisogno: formalmente cordiali, educati e brillanti, senza che però nulla di sé vi rimanga compromesso. La sua vita scorre così, ‘felice’, sino a quando proprio la sera del suo compleanno, uno di coloro che egli considera appunto ‘amici’ gli getta addosso, crudamente ma con assoluta sincerità, la verità: lui non ha amici ‘veri’, non ne ha nessuno. Quelli che stanno attorno a quel tavolo sono sì dei buoni conoscenti, legati a lui da vincoli sociali ed economici, ma l’amicizia è un’altra cosa e, tanto per dirne una, probabilmente nessuno di loro verrebbe al suo funerale. François rimane irritato da questa uscita, che considera tanto bizzarra quanto assurda, e addirittura infantilmente scommette: entro la fine del mese, presenterà loro “il suo migliore amico”. Ha meno di quindici giorni di tempo. Convintissimo di risolvere la faccenda in poche ore, François si trova invece subito a sbattere la faccia con una realtà che non sospettava: di tutti quelli che affollano la sua agenda, nessuno si ritiene suo amico, men che meno quelli che lui riteneva più vicini. La sua sicurezza comincia lievemente ad incrinarsi, e rendendosi conto che, se non vuol perdere la scommessa – l’unica cosa che pare interessarlo – un amico ora deve farselo, sceglie come ‘maestro d’amicizie’ proprio il tassista che di solito lo scarrozza per Parigi, un giovane semplice, di modestissima cultura, di cui però l’ha colpito la straordinaria capacità di stabilire legami di simpatia praticamente con chiunque incontri. Comincia così uno stranissimo rapporto, che ha come scadenza la fine del mese che si avvicina, e come obiettivo la conquista di questo sospirato quanto – sembra – irraggiungibile “miglior amico”. Giorno dopo giorno, François sarà costretto a fare i conti con l’aridità della sua vita, e con la meschinità dei suoi rapporti umani; imparerà che l’amicizia non si insegna e nemmeno, come naturalmente lui pensava, si può comprare; conoscerà livelli di relazione umana che nemmeno sospettava che potessero esistere e che, di conseguenza, fatica a capire, perché gli sono estranei; scoprirà di essere davvero senza amici, solo come un cane; e dovrà trovare la strada, intima e inesplorata, della vera amicizia. Ancora una volta, questo è Patrice Leconte: il poeta a volte tragicissimo (Il marito della parrucchiera, 1990) a volte lieve e quasi favolistico (Confidenze troppo intime, 2003) dell’animo umano, che egli indaga e racconta sempre con massima levità, poesia e umanissima pietas. Lo coadiuva, questa volta, uno dei suoi attori-icona: quel Daniel Auteuil dall’immensa sensibilità, che dopo aver dato vita, in passato, ad uno dei personaggi più disperati del cinema francese (N. Garcia, L’Avversario, Francia/Svizzera/Spagna, 2002), ha dimostrato di sapersi cimentare anche in ‘commedie’ amare come questa, con una recitazione limpida e sfaccettata, praticamente perfetta.

Drag me to hell S. Raimi, USA, 2009), 21.00, Sky

L’orrore ai tempi della crisi? O l’orrore della crisi? No, qui sarebbe inutile cercare nella cronaca di questi mesi una lettura per questo gioiellino horror, anche se, nella saga di Spiderman, il suo autore ci ha abituato a leggere, sotto la ragnatela, lezioni morali ed etiche di ottimo livello. Qui l’orrore è quello quotidiano, ‘banale’, della meschinità, della malvagità, dell’egoismo, che tutti, prima o poi, abbiamo sperimentato, e magari, vergognandocene un po’, anche agito. In questa storia tocca a Christine farsene attrice: ottima ragazza, gentile, felicemente fidanzata con un lui premuroso ed innamoratissimo, una che ‘non farebbe del male ad una mosca’. C’è però, nel suo piccolo mondo di impiegata di banca, un obiettivo che, senza che lei stessa se ne renda conto, vale qualsiasi infamia: il posto di vicedirettore della filiale, per il quale è in lizza un suo giovane collega cinese (un ‘extracomunitario’, di quelli che ‘ci portano via il lavoro’: forse in fondo una lettura politica c’è …). Non esiste ruffianeria cui lei non sia disposta, per far vedere al suo capo che è lei quella meritevole della promozione, e così, quando una vecchia zingara, molto bizzarra ed alquanto disgustosa (vedi sopra …), si presenta alla sua scrivania per chiedere la terza proroga al mutuo, che non riesce più a pagare, Christine non esita un attimo. Non solo glie lo nega, ma la umilia davanti a tutti, facendola trascinar via dalla sicurezza. Ma quella non è una zingara qualunque: la signora Ganush – così si chiama – è una potente strega, e a vendicare l’umiliazione subita chiama in suo aiuto un terribile demone, una Lamia. Christine ha tre giorni di tempo per cercare di placarlo o sconfiggerlo, dopo di che esso la trascinerà all’inferno. Tenterà con ogni mezzo – “ti sorprenderai nello scoprire cosa sarai disposta a fare per sfuggire alla Lamia” – ma imparerà a sue spese che non è possibile imbrogliare il Demonio, e soprattutto che – ahimè – non basta chiedere scusa. Coi trucchi e gli stilemi dei fumetti e del cinema horror anni Cinquanta, Raimi torna per un momento alla sua mitiga saga della Casa, tirando fuori dallo scatolone, tutto l’armamentario classico: suoni inquietanti, ombre sulle pareti, sangue, visceri fuori posto, confezionando un film che terrorizza e angoscia, facendoci riscoprire quella ‘paura’ che al cinema credevamo di aver dimenticato (non fatelo vedere al Dario Argento de La terza Madre: potrebbe tentare il suicidio).

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