Pubblicato da: giulianolapostata | 13 novembre 2010

Multivisioni – 13 novembre 2010

 

Sabato 13 novembre

 

Il fascino discreto della borghesia (L. Bunuel, Francia/Italia, 1972, 04.20, Rai3

Mi scuso a priori, ma non sono mai riuscito a vedere, nei film di Bunuel, altro che delle commediole banali e sporcaccioncelle, atte soprattutto a épater le bourgeois. Io resterei a letto.

La promessa (S. Penn, USA, 2001), 21.10, Rete4

Un detective in pensione cerca di risolvere il suo ultimo caso rimasto insoluto: arrestare un assassino di bambine. Per farlo, mette a rischio anche la vita della donna che ama. Da un dramma di Durrenmatt, un film – spiace dirlo, per un grande artista come Penn – davvero scialbo e confuso, che non riesce mai a dimostrare la sua ragion d’essere. Anche Nicholson, nella parte del protagonista, butta via inutilmente una grande interpretazione.

La cena (E. Scola, Italia/Francia, 1998), 14.55, DT

Il sempre amatissimo Scola in un’altra delle sue ‘indagini’, malinconiche e delicate, nei rapporti che legano tra loro persone, coppie, amici, amanti. Più amaro e disilluso di altri suoi film, esprime comunque e sempre la sua profonda umanità. Imperdibile, come tutti i suoi film.

Rue des plaisirs (P. Leconte, Francia, 2001), 14.05, DT

Non l’ho mai visto, ma è del grandissimo Leconte.

Johnny Guitar (N. Ray, USA, 1954), 22.55, Sky

Dopo la guerra di Secessione, una donna gestisce un saloon e deve barcamenarsi tra i potenti del luogo ed una banda di fuorilegge che si insediano da lei. L’aiuta e la protegge il pistolero Johnny Guitar, suo ex amante ma ancora segretamente innamorato di lei. Come dice benissimo il Morandini, “un capolavoro di lirismo barocco”, una storia d’amore ‘strappalacrime’, una figura femminile forte e commovente, una colonna sonora da sciogliersi. Non ve lo perdete, anche perché questo è uno dei suoi rari passaggi TV.

Transamerica (D. Tucker, USA, 2005), 17.20, DT

E’ la storia di Bree, un transessuale, in procinto di accedere finalmente alla tanto sospirata operazione che lo trasformerà finalmente in donna. Manca una settimana, e la sua psicoterapeuta ha già firmato il nullaosta, ma un fatto assolutamente inaspettato le sconvolge i piani. Dal carcere minorile di New York riceve una telefonata: lì sta rinchiuso Toby, suo figlio, frutto della sua unica scappatella eterosessuale. E’ un ragazzo di diciassette anni, che si mantiene prostituendosi e spacciando. Bree è costretta ad aiutarlo, pagandogli la cauzione, ma poi si trova di fronte ad un problema quasi irresolubile: Toby vuole andare a Los Angeles, per sfondare nel cinema ma soprattutto per conoscere il suo vero padre. Bree decide di accompagnarcelo lei – con la segreta intenzione, lungo la strada, di scaricarlo al patrigno che in tutti quegli anni l’ha allevato – ma non ha nessuna intenzione di rivelargli né il rapporto che li lega né tanto meno la sua situazione. Comincia così uno strano viaggio. Toby è alla ricerca del suo passato, ma anche e soprattutto di un futuro, del suo ‘diventare grande’, del successo, perfino di una famiglia. Insomma, di se stesso. Bree crede di conoscere già se stessa, e vuole solo liberarsi in fretta di questo ‘incidente esistenziale’ di percorso. Ma non sarà così semplice. Lungo la strada, entrambi si troveranno a dover fare i conti col proprio passato, dovranno chiedersi veramente chi sono, cosa vogliono, da se stessi e dagli altri, quale potrà essere la loro vita futura. Bree e Toby seguiranno ognuno la propria strada, ma si rincontreranno, questa volta finalmente se stessi, e finalmente pronti a dare e ricevere amore. Garbato e discreto, Transamerica è tutt’altro che un film sulla ‘diversità’: una lettura riduttiva e povera, che ne nasconderebbe la sua vera natura. In realtà, attraverso la ‘eccezionalità’ della situazione, Tucker racconta l’eterna vicenda del rapporto tra padre e figlio, la difficoltà di trovare ciascuno una collocazione nell’esistenza e di trovare un ponte, un linguaggio condiviso che permetta di comunicare e soprattutto consenta di scambiarsi esperienze, di conoscersi veramente, di arricchirsi l’un l’altro. Tutt’altro che ‘scandalistico’, ma invece poetico e delicato, il film è sostenuto in gran parte dalle incredibili capacità recitative di Felicity Huffman, meritatamente insignita, per questa interpretazione, del Golden Globe. Imperdibile.

Domenica 14 novembre

 

I vestiti nuovi dell’Imperatore (A. Taylor, GB-Italia, 2001), 22.35, DT

Napoleone non sarebbe morto a Sant’Elena, ma sarebbe rientrato clandestinamente in Francia, mentre al suo posto sull’isola veniva collocato un sosia, il quale, appunto, ne avrebbe rivestito il ruolo fino alla morte. Storia assolutamente verosimile, prima di tutto, e niente affatto ‘ucronica’, come qualcuno ha scritto, e soprattutto raccontata con rara eleganza. Un’ambientazione raffinata e pittorica, che ricorda la Nobildonna e il duca di Rohmer, o certe inquadrature dei Duellanti di Scott. E la recitazione. Grande Ian Holm, che alterna con maestria tracotanza, ironia ed autoironia, dolcezza e disperato smarrimento (guardate la sua faccia nel cortile del manicomio); perfetta, delicata, dolcissima la sconosciuta Iben Hjejle. Una favola poetica e stilisticamente perfetta, un piccolo capolavoro da vedere con piacere e commozione. Imperdibile.

Fratello dove sei? (J. e E. Coen, USA, 2000), 14.00, DT

Tre detenuti evadono dai lavori forzati sulle sponde del Missisippi durante la Grande Depressione, attraversano tutta una serie di disavventure alla fine delle quali finalmente conoscono la fortuna. Come sempre – scusatemi: si vede che proprio non è nelle mie corde – insopportabile il registro grottesco-tragicomico dei Coen. È impossibile prendere sul serio i loro film, ed anzi spesso spegni la tv col forte sospetto di essere stato sonoramente preso per il ****: non solo da loro, ma anche dai critici, che come al solito ne caricano le opere di significati e letture tanto improbabili quanto trionfalistiche. Naturalmente, in un film del genere George Cooney ha tirato a lucido il cartello che di solito si porta al collo: “Mamma, quanto sono figo!”.

Il tredicesimo piano (J. Rusnak, USA/Germania, 1999), 19.15, Sky

Al tredicesimo piano di un immobile della Los Angeles di oggi, qualcuno ha creato un universo virtuale ambientato in quella degli anni Trenta, i cui abitanti credono di essere ‘vivi’ e autonomi. Bello, misterioso, figurativamente affascinante: e comunque sempre meglio di quella puttanata pseudofilosofica crash-bang di Matrix. Provare per credere.

Lunedì 15 novembre

 

Processo e morte di Socrate (C. D’Errico, Italia, 1939), 11.25, DT

Trasposizione cinematografica di quattro dialoghi platonici, fusi in un unico testo: Eutifrone, Critone, Fedone e Apologia. Praticamente teatro filmato, col grandissimo Ermete Zacconi come Socrate. Rarissimo passaggio tv. Imperdibile.

La caduta degli Dèi (L. Visconti, Italia/Svizzera/RFT, 1969), 21.00, Sky

Saga di una famiglia di industriali tedeschi durante l’ascesa del Nazismo, è una delle solite, insopportabili storie di Visconti, sempre più malate e morbose delle vicende che raccontano. Passati finalmente gli anni in cui bisognava osannare il ‘compagno’ Visconti, ora possiamo confessare quanto le sue lagne ci abbiano sempre rotto i coglioni.

Martedì 16 novembre

 

Arriva Dorellik (Steno, Italia, 1968), 19.30, DT

Deliziosa parodia del mitico Diabolik, con un bravissimo Johnny Dorelli. Rarissimo passaggio tv. Da non perdere.

Mercoledì 17 novembre

 

La vita è bella (R. Benigni, Italia, 1997), 21.10, Canale5

Benigni non è mai stato altro che un modesto cabarettista, che però, ad un certo punto ha scordato il senso dei propri limiti – ma chi ce l’ha in Italia? – e si è inventato attore. Con esiti tragici, perché un attore prima di tutto deve ‘recitare’, deve ‘interpretare’, e Benigni ignora totalmente l’una e l’altra cosa: Benigni, su qualsiasi scena o set, interpreta solo Benigni. Il che provocherà certo brividini orgasmici al suo Ego, ma induce a cupi rimpianti noi di una certa età, che con Vittorio Gassman abbiamo visto scomparire l’ultimo di una lunga serie di grandissimi interpreti: ora, appunto, ci rimangono solo i buffoni (tra parentesi: un percorso identico a quello di Benigni l’hanno fatto altri modesti cabarettisti come lui: Troisi, per esempio, o Verdone, il quale perfino ha gettato il cuore oltre l’ostacolo ed è passato anche alla regia. Di se stesso, addirittura …). Inoltre, poiché, appunto, siamo in Italia e, si sa, ognuno ‘tiene famiglia’, il Benigni ha coinvolto nella sua carriera ‘artistica’ la moglie, Nicoletta Braschi, che ha l’espressività di un pilone dell’autostrada. Questa vicenda, dell’ebreo italiano deportato in campo di sterminio, che riesce a nascondere la verità al figlio facendogli credere di essere in una vacanza premio, è semplicemente ripugnante, non si sa se più per lo sconcio fatto di tanto orrore o se per la melensa melassa che gronda da ogni fotogramma. Ha avuto tre Oscar perché è così che noi piacciamo agli americani: buffoni e pulcinella, spaghetti e mandolino. Semplicemente disgustoso.

Giovedì 18 novembre

 

Ci rivedremo all’inferno (P.R. Hunt, GB, 1976), 13.55, DT

A Zanzibar, nel 1913, un americano ubriacone e un ufficiale di Sua Maestà complottano insieme per mandare a fondo i progetti commerciali e militari di un odioso tedesco prenazista. Avvincente e ben fatto, e Lee Marvin è sempre un piacere, ma consigliamo comunque di leggersi l’ottimo romanzo omonimo di Wilbur Smith da cui è tratto.

Seven (D. Fincher, USA, 1995), 21.00, DT

Un sadico serial killer semina la città di orribili delitti, commessi ispirandosi ai sette peccati capitali. Si alleano, per sconfiggerlo, un vecchio poliziotto nero (un magnifico, come sempre, Morgan Freeman, saggio e paziente) e un giovane e tormentato poliziotto bianco (un bravissimo Brad Pitt), combattuto tra il dovere di cancellare quell’orrore dal mondo e il richiamo rappresentato dal caldo amore che gli offre la moglie (una dolcissima Gwyneth Paltrow, malinconica, triste e smarrita a Sodoma e Gomorra). Kevin Spacey è, come al solito, al di sopra di ogni elogio. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 19 novembre

Le tre sepolture (T.L. Jones, USA/Francia, 2006), 21.00, DT

Nella bellissima tragedia di Sofocle, Antigone, mettendo in gioco consapevolmente la propria vita, seppellisce il corpo di Polinice, contravvenendo volutamente al crudele editto del tiranno Creonte, che, con assoluta mancanza di pietas, ha decretato che rimanesse insepolto. Qui siamo ai giorni nostri, sul confine USA-Messico. Terra di nessuno, polverosa, triste e inutile. L’unica attività che scandisce il passare dei giorni è la caccia al clandestino, alle migliaia di disperati che dal Messico tentano con ogni mezzo di raggiungere il paradiso americano. Uno di loro è Melquiades Estrada, un cow-boy, che sopravvive col suo piccolo gregge di capre. Mite ed inoffensivo, non da fastidio a nessuno, ma viene ugualmente ucciso, nel più stupido dei modi, da una guarda di confine. Ma Melquiades aveva un amico bianco, un americano: Pete, un cow-boy anche lui, anche lui uomo dai sentimenti elementari ed essenziali. Un giorno, raccontando a Pete con immensa nostalgia della famiglia e del paese che aveva lasciato, si era fatto promettere che, se fosse morto, lui non avrebbe lasciato che venisse sepolto “sotto dei fottuti cartelloni pubblicitari” ma lo avrebbe riportato a casa. Ora Pete vuole mantenere la promessa, ma scopre che Estrada è già stato sepolto, senza rispetto e senza dignità, e soprattutto che a nessuno frega niente di sapere chi è stato. Pete indaga da solo, individua la guardia responsabile dell’omicidio, e a rischio della propria vita la rapisce, la costringe a disseppellire il corpo e a seguirlo in Messico. Qui, lo ‘editto’ contro cui Pete si ribella è la cultura che trasforma questa povera gente in sotto-uomini, in “schifosi immigrati” indegni perfino di uno straccio di cerimonia funebre, non che di giustizia; e la legge morale cui si richiama è quella, suprema, della solidarietà tra uomini: “Era mio amico” ripete a tutti, per spiegare ciò che ha fatto. Il viaggio, a volte grottesco, a volte commovente, porterà Pete a scoprire quanto fragili fossero i sogni di Melquiades, e la guardia a ritrovare incredibilmente, sotto la sua scorza di uomo stupidamente cattivo ed inutile, una traccia di umanità. Con questo suo primo esercizio di regia – coadiuvato, bisogna assolutamente dirlo, dallo sceneggiatore dei bellissimi Amores Perros e 21 grammi, di A.G. Inarritu – Jones ci regala un film semplice e lirico, estraendo da se stesso la malinconia e l’ironia con cui ha sempre arricchito i suoi personaggi, anche i meno importanti. L’Oscar a lui ed allo sceneggiatore sono il degno premio per questo limpido capolavoro.

 

Il grande capo (L.v. Trier, Danimarca/Svezia, 2006), 02.00, DT

Un danese, proprietario di un’azienda informatica, si è sempre inventato un fantomatico grande capo su cui scaricare le decisioni sgradevoli di fronte ai dipendenti. Ma al momento di venderla, poiché il compratore vuole trattare direttamente col capo, deve assumere un attore per interpretarlo. Commediola scialba e noiosa, algida e tecnologizzata, totalmente inutile. Dove sia il genio del ‘grande’ von Trier, sinceramente non l’ho ben capito.

 

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