Pubblicato da: giulianolapostata | 23 ottobre 2010

“WALL STREET: IL DENARO NON DORME MAI”, O. Stone, USA, 2010

Ma questo non è il sequel di Wall Street (USA, 1987), il bel film, forte e duro che quindici anni fa raccontò la totale immoralità – o amoralità? – della finanza americana. Questo è il sequel di Love Story (A. Hiller, USA, 1970), incrociato con quello di Anche i ricchi piangono (R. Banquells, Messico, 1979), di entrambi i quali esprime le caratteristiche peggiori. Una delusione, da un regista intelligente e ‘politico’ come Stone, da cui davvero non ci si aspettava un simile scivolone. Il protagonista è ancora Gordon Gekko, che dopo essersi fatto otto anni per frode finanziaria, riciclaggio e traffici illeciti, quando esce dal carcere non trova nessuno ad aspettarlo, “nemmeno sua figlia”. Gekko ha approfittato della prigione per scrivere un libro sulla sua vicenda e, dopo una presentazione all’università, viene avvicinato da Jake Moore, giovane ed abile broker finanziario. Sembrerebbe che Jake fosse un suo emulo, ma in realtà egli è un “idealista” e accumula denaro solo per una ‘nobile’ causa: finanziare un istituto di ricerca sulla fusione laser, per produrre finalmente energia pulita e liberare l’Umanità dalla schiavitù del bisogno energetico e dell’inquinamento (l’ultima favola del capitalismo). Per questo di lui si è innamorata Winnie, figlia di Gekko ma che col padre non vuol aver più nulla a che fare, perché gli rimprovera lo sfascio della famiglia, conseguenza della sua vicenda giudiziaria ed economica. Winnie è “di sinistra” (per quel che vuol dire questo termine negli USA …) e gestisce un sito di controinformazione, e vede in Jake la versione ‘buona’ del padre. Gordon, invece, vede nel ragazzo l’occasione sognata nei lunghi anni di carcere: vendicarsi di chi lo ha rovinato e ritornare sul trono. Avvia così con lui una specie di collaborazione: Jake lo aiuterà a riconciliarsi con la figlia, Gordon aiuterà lui a comprendere gli oscuri meccanismi che hanno portato al suicidio il banchiere per cui il ragazzo lavorava e che amava come un padre. Ma la volpe, si sa, perde il pelo ma non il vizio, e Jake scoprirà che fidarsi di Gekko è stato il suo investimento peggiore; fino a che … Insomma, questo è il plot, e già qui ci sono dei problemi, perché alzi la mano chi, senza essere un laureato in Economia o un operatore finanziario, ha capito davvero di cosa si parla. Le conversazione sono una raffica di termini tecnici quasi completamente incomprensibili, che una sceneggiatura volutamente ‘professionale’ – ad essa hanno collaborato anche veri broker di Wall Street – non fa nulla per spiegare e per rendere accessibili al pubblico. Si segue la storia, appunto, la quale, rimanendo perciò quasi indecifrabile allo spettatore, risulta in breve piuttosto noiosa e soprattutto assolutissimamente prevedibile. Il contentino per le platee viene invece da un’altra direzione: sì, perché qui si piange, a raffica. Giovani fanciulle idealiste incinte, innamorati abbandonati, padri che vogliono riconquistare l’affetto delle figlie: tutto un armamentario da telenovela viene messo in campo nel tentativo di dare un po’ di calore ad una vicenda che altrimenti scorre lenta, fredda e banale. Francamente grotteschi gli sforzi di LaBeouf e di Douglas per spremere una lacrima quando serve; addirittura ridicola Carey Mulligan, col suo musino innocente e commovente. Dopo un’ora il film comincia a latitare, vagando qua e là alla ricerca di una conclusione purchessia, pur di farla finita, e lì Stone tocca davvero il fondo, perché se davvero basta un’ecografia uterina a risvegliare la coscienza di un capitalista feroce e criminale, beh, allora vuol dire che anche il miglior cinema americano sta messo davvero male. Alla prossima.

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