Pubblicato da: giulianolapostata | 23 ottobre 2010

Multivisioni – 23 ottobre 2010

Sabato 23 ottobre

People i know (D. Algrant, USA, 2002), 21.00, DT

Si tratta, prima di tutto, di un’incredibile prova d’attore di Al Pacino, come se ne avessimo avuto bisogno, del resto, per renderci conto che si tratta di uno dei più grandi e sensibili attori che il cinema abbia mai avuto. Qui interpreta la parte di un press agent di New York, costretto a soddisfare, all’occorrenza, anche le voglie e i bisogni più squallidi dei suoi assistiti. Pur in mezzo alla corruzione ed al marciume morale – a cui ‘reagisce’ con la malattia, la decadenza fisica e, quando capita, con la droga – egli ha conservato tuttavia in fondo a sé un’innocenza primigenia, ed un’intima onestà. Attraversa questo mondo malato senza farsene infettare, col miraggio lontano di un ‘ritorno alla natura’ impersonato dalla vedova di suo fratello, suicidatosi per non essere invece riuscito a resistere al male. Quando la misura è colma, ed anche i suoi fedeli collaboratori cominciano ad abbandonarlo (stupenda la battuta del suo segretario, che dimettendosi gli dice: “Torno al nord, ho nostalgia della pioggia”), egli finalmente decide di seguire questo amore, questa palingenesi, ma non gli sarà possibile, e la stupidità dei corrotti lo fermerà prima che possa mettere in atto il suo sogno. Il personaggio della cognata – che da sempre lui aveva amato, e che non aveva avuto il coraggio di sposare, lasciandola al fratello – è interpretato da una dolcissima e quasi irriconoscibile Kim Basinger, ed anche in questo caso si tratta di un’interpretazione magica. Già in L.A. Confidential la Basinger aveva dato vita ad un personaggio femminile immensamente struggente, ma qui supera se stessa. Quanto tempo è passato dalla stupida vuotaggine di Nove settimane e mezzo (quel genio di Tullio Kezic lo recensì su Repubblica definendolo “l’opera fondatrice della filmografia del Paese di Stupilandia”). E’ proprio vero che non bisogna mai condannare nessuno e che bisogna concedere a tutti un’ultima chance: per esempio, può darsi che, un giorno, perfino Valeria Golino smetta di esibire le sue sia pur pregevoli tettine e impari a recitare … Nell’attesa di questo altamente improbabile evento, prendetevi una sera di calma e di riflessione, e godetevi questo gioiello, oltretutto semisconosciuto: scalda il cuore, nonostante tutto.

Il mandolino del capitano Corelli (J. Madden, USA/Francia/GB, 2001), 23.05, DT

Nel ’43, a Cefalonia, un capitano italiano si innamora di una ragazza del posto. Scampato per miracolo all’eccidio, tornerà a riprendersela dopo la guerra. Concentrato dei peggiori e più ignobili stereotipi sugli italiani pizza-e-mandolino, nella fattispecie arruolati nell’armata Sagapò. Farebbe ridere, e magari un po’ girare i coglioni, se non facesse indignare, visto che lo sfondo è uno dei più tragici episodi del Nazismo. Come Cage, altrove bravo ed anche ottimo attore, si sia prestato a questa porcata, è un mistero.

Domenica 24 ottobre

Paranoid Park (G. van Sant, USA, 2007), 23.00, DT

Non si usa impunemente di Fellini, ed una delle chiavi di lettura di questo film bello e intelligente ci è apparsa subito l’uso insistente e reiterato del tema di Amarcord. Regista, in molti suoi film, solo in apparenza lieve, quasi ‘svagato’, in realtà Fellini è spesso il narratore della ‘inquietudine delle cose normali’, quando non del loro orrore (Toby Dammit), e di questa sua lettura sotterranea si fanno sempre strumento le musiche di Nino Rota, mai pura e semplice ‘colonna sonora’, ma intimo elemento narrativo. Perché, dunque, van Sant ha voluto riprendere con tanta evidenza quel tema, all’interno di una colonna sonora ricca e raffinata? Forse proprio perché questo è un film di cose ‘normali’, che però nascondono appunto inquietudine, e perfino orrore. E’ un film di persone ‘normali’, che custodiscono segreti. E’ un film di sentimenti ‘normali’, quasi banali, che tentano di soffocare la consapevolezza del Male. Alex è un adolescente. A casa “va tutto bene”, ma i suoi genitori stanno divorziando. Sua madre lo chiama ‘tesoro’, ma non ha il coraggio di provare a penetrare un po’ al di sotto delle sue piccole menzogne. “Non è la fine del mondo che due genitori divorzino, ci sono cose peggiori, per esempio la guerra in Irak”: ma non sembra molto convinto nemmeno lui, e intanto suo fratello di tredici anni tutte le sere vomita la cena per lo stress. A livello emotivo, affettivo, umano, Alex pare esistere in una bolla, e così pure coloro che gli stanno vicino, altre bolle che si guardano, si toccano, ma mai entrano davvero in comunicazione. E’ quasi un galleggiare in una condizione onirica, un’atmosfera che il film rende splendidamente, con bellissimi slow motion, camere fisse sugli oggetti e soprattutto magiche riprese in Super 8, ed anche con un utilizzo dei suoni apparentemente incongruo ed invece del tutto originale (le strida di uccelli inesistenti che riempiono la mente di Alex sotto la doccia, dove anche il suo corpo pare colare, liquefarsi, dissolversi, autodistruggersi). Paranoid Park, il luogo che pare attrarlo particolarmente, è una pista di cemento per skaters, frequentata da altri ragazzi come lui ma anche da sbandati e sfigati. Da lì, una sera, parte per una bravata sui binari della ferrovia, durante la quale un poliziotto muore. Rimorso e paura cominciano ad abitare le giornate di Alex, ma non danno l’impressione di sconvolgerlo particolarmente. Il Male commesso non diventa occasione di catarsi: è un elemento estraneo, che indubbiamente disturba, ma da cui bisogna solo trovare il modo di liberarsi. Il come, glie lo suggerisce un’amica: scrivere una lettera, e poi bruciarla, e tutto è finito. Pare non esservi stata soluzione di continuità nella sua vita. Riprende lo skate, sui marciapiedi, sui muretti, nel parco. Forse si tornerà anche a Paranoid Park. La vita continua. Ma è vita, quella di Alex? Abituati come siamo ad un cinema che troppo spesso si dimentica di essere l’arte dell’immagine in movimento e dunque troppo spesso ‘racconta’ – quando addirittura non ‘verbalizza’ – van Sant ci ripropone invece un cinema raffinato e distillato, in cui a ‘raccontare’ è solo la macchina da presa, che si muove sulle cose osservandole. O forse sono le cose stesse che si muovono davanti all’obiettivo, offrendosi in una muta, algida ed impersonale testimonianza di se stesse. Assolutissimamente imperdibile.

Il cartaio (D. Argento, Italia, 2003), 00.45, DT

Diciamolo chiaramente: non si può prendere in giro la gente in questo modo. Lungi dall’essere il tanto strombazzato ritorno di Argento ai capolavori di un tempo, Il Cartaio è uno dei film più brutti e noiosi che si siano visti da moltissimi anni, uno di quei film in cui (a sala vuota, chissà perché!), verso i tre quarti, cominci a parlare di ragazze con l’amico seduto vicino; uno di quei film che poi alla fine dici: c****, con sette euro mi potevo mangiare una pizza, eccetera. Da dove cominciamo? La storia? Improbabile, arruffata, illogica, banale. Gli attori? Da fucilazione: un branco di sprovveduti che stanno lì per sbaglio, incapaci di recitare perfino uno spot di pantofole. Incommentabili il tecnico informatico che sembra uscito da Roger Rabbit ed il medico dell’obitorio appassionato di opera (se almeno Stefania Rocca ci avesse mostrato qualcosa, sarebbe una botta di vita, probabilmente l’unica cosa ‘intelligente’ del film). Le situazioni? Scontate, arcitelefonate, mortalmente noiose. I dialoghi? Sciatti e ‘volgari’. I colpi di scena? Colpi di scena what?! Il finale? Quando comincia l’ultima partita potete spegnere (se non l’avete già fatto): sapete già chi è l’assassino, chi vincerà, chi morirà, come finirà (un quarto d’ora prima della fine!). Pietoso epilogo di un grande artigiano del terrore, Il Cartaio è un film da dimenticare, l’ennesima conferma della maledizione biblica secondo cui gli horror e i gialli non li sa fare più nessuno (in Italia …).

Arac attack (E. Elkayem, USA, 2002), 22.40, DT

Davvero carino. Non si poteva rifare un B-movie come quelli, deliziosi, degli anni Cinquanta: mancava il bianco/nero di allora, con la sua carica di angoscia e di mistero; mancava il senso del ‘diverso’ e del ‘nemico’ nascosto tra noi, appena sotto la superficie della nostra società (“Them” (‘Loro’), si intitolava uno dei più bei film di allora, su una specie di insetti giganti che abita le gallerie suburbane). E allora si è scelto di fare un B-movie di oggi: che usa splendidi effetti speciali per dar vita ai ragni; che usa sfacciatamente il colore; ma che soprattutto mescola abilmente dramma e farsa, e adopera in modo scanzonato ed irriverente stereotipi e citazioni (Lupo Solitario). Non è affatto da buttare, e vale due piacevoli ore.

Michael Collins (N. Jordan, Irlanda/GB/USA, 1996), 21.00, DT

Uno squarcio della vita del grande patriota irlandese (1891-1922), della sua lotta contro l’oppressore inglese e delle sofferenze del suo popolo, ancora senza libertà e indipendenza. Bello, ma forse troppo elegante e sontuoso. Comunque, imperdibile.

Mr. Smith va a Washington (F. Capra, USA, 1939), 23.00, Sky

Un giovane capo scout viene nominato senatore al congresso americano. I politicanti corrotti che lo circondano pensano di manovrarlo come una marionetta, ma lui riuscirà a mantenersi integro, ed anzi li smaschererà, diventando un campione della democrazia. Ingenuo e, se si vuole, demagogico: ma comunque grande capolavoro, grazie come sempre al genio di Frank Capra che confeziona uno dei suoi soliti poemi dei buoni sentimenti (quanto ce ne sarebbe bisogno, di sinceri sognatori come lui!), e con quel suo meraviglioso attore-icona che fu James Stewart. Assolutamente imperdibile.

Tre passi nel delirio (R. Vadim/ L. Malle/ F. Fellini, Italia/Francia, 1967), 00.45, Sky

Tre racconti di E.A. Poe illustrati da tre diversi registi. Praticamente invedibile “Metzergenstein” di Vadim, nulla più di un compitino ben eseguito “William Wilson” di Malle, ma un vero capolavoro l’ultimo, “Toby Dammit” di Fellini. Il racconto del Poe – uno dei minori e meno noti, e per questo uno dei migliori – viene stravolto e deformato, e nella vicenda di un attore folle che scommette e perde la testa Fellini mette in scena un cupo e demoniaco apologo sull’orgoglio e l’arroganza umana. Per me, forse il suo film migliore in assoluto, assieme al Casanova. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 25 ottobre

Segnali dal futuro (A. Proyas, USA/GB, 2009), 21.00, Sky

Solo un acuto e disperato sentimento di autolesionismo può indurre una persona a girare un film del genere, ed io ho compassione di Proyas, il cui ultimo film è stato sì quella boiata di Io, robot (USA, 2004), ma che ha esordito con un capolavoro senza tempo, Il corvo (USA, 1994), dopo il quale gli si può perdonare ogni cosa. Qui non ha fatto del male solo a se stesso: ne ha fatto agli spettatori, indecisi se andarsene o cominciare a tirare i popcorn sullo schermo, al simpatico Nicholas Cage, trascinato in una sciagurata avventura, ed ai suoi non indegni partners, ed anche al cinema, specie quello americano, che nel genere ‘catastrofe-e-fine-di-mondo’ ha prodotto forse molte baracconate, ma sempre di qualità (vedi R. Emmerich). Qui, carissimi, i miei occhi di cinefilo hanno visto cose che si vergognano perfino a riferire. Una bambina sensitiva che nel ’59 riceve da (non ve lo posso dire subito, se no poi alla fine non ridete più) dei messaggi sulle catastrofi prossime venture. La piccola carogna non solo non le rivela a nessuno, lasciando che migliaia di persone muoiano come mosche, ma le trascrive sotto forma di codice numerico (ecchec****: se le scriveva semplici semplici era finito il film) e le seppellisce in una capsula del tempo, che dopo cinquant’anni viene recuperata da … provate a indovinare chi? Un parrucchiere? Un fruttivendolo? Ma naturalmente no: un astrofisico, che ovviamente interpreta subito il codice e capisce che non c’è più trippa per gatti. Aggiungeteci: lo scienziato ateo che si converte sullo sfondo delle fiamme (sembra Clark Gable in San Francisco, W.S. Van Dyke II, USA, 1936), gli alieni prima simil-gay poi trasparenti e luminosi, alla Incontri ravvicinati (pochi film hanno fatto tanto danno all’immaginario collettivo come quello …), le voci bisbiglianti (dall’aldilà?) ed avrete un fritto misto di banalità indegno di qualsiasi esordiente, con contorno di assurdità: perché gli alieni non parlano mai? Si son presi la faringite, come i marziani de La guerra dei mondi? Perché deve salvarsi solo chi ha ricevuto la “chiamata”? È un sadismo da paura. E perché poi una “chiamata”? Non sta mica arrivando il Messia, solo la fine del mondo: basta dirlo, caricare tutta l’Umanità su quelle belle astronavi rotanti (come, a questo punto, le palle dello spettatore) e scaricarla sul pianeta di Alice nel Paese delle Meraviglie (dite se non è vero che ci assomiglia: c’è perfino il Bianconiglio!). Invece no, ed è vano chiedersi il perché. Comunque, non è tutto da buttar via. Godetevi gli ultimi 30 secondi (e ringraziate il cielo che ci sono almeno quelli, se no all’uscita mordereste il bigliettaio), quando il fly solare devasta il pianeta: splendide immagini davvero, angoscianti e paniche, assolutamente degne di un film migliore di questo.

In nome del popolo italiano (D. Risi, Italia, 1971), 19.15, DT

Amarissima commedia sull’Italia “da bere” degli anni ’70, nella quale possiamo leggere impressionanti corrispondenze – provate e vedrete – con quella di oggi. Un giudice integerrimo ‘perseguita’ un industriale fascistoide, dall’ambiguo arricchimento. Crede di averlo incastrato come colpevole di un omicidio, ma quando scopre le prove della sua innocenza le distrugge, pur di eliminarlo dalla società. Geniale, cinico, ironico, superbamente recitato da Gassman e Tognazzi in una delle loro prove migliori. Assolutissimamente imperdibile.

Minority report (S. Spielberg, USA, 2002), 23.00, Sky

 “Volevamo stupirvi con effetti speciali” . . . e invece siamo solo riusciti ad annoiarvi. E infatti non c’è proprio altro, in questo film di Spielberg. Una storia ‘gialla’ tutto sommato banale, che sa di déja vu lontano un chilometro, e a cui, appunto, nemmeno la profusione di effetti e l’ambientazione futuribile riescono a dare un minimo di interesse, e diventano pura cornice, puro espediente narrativo. Stilisticamente, il racconto è disordinato e disunito: il grottesco (il medico che trapianta gli occhi, i bulbi oculari che rotolano per terra) si alterna senza ragioni plausibili al drammatico e perfino al comico (i quadri di vita familiare sconvolti dai poliziotti volanti), spiazzando lo spettatore ed impedendogli di adottare un unico registro percettivo; e, si sa, nulla nuoce più alla coesione di un’opera d’arte come la commistione (confusione) di generi. E tutti gli (pseudo) discorsi sul libero arbitrio, sulla libertà dell’individuo, sulla democrazia sono solo vernice esteriore, arredamento di scena, che rimangono sempre assolutamente estranei alla storia, e mai si fondono con essa per divenire autentica problematicità etica. Bella fotografia, certo, e Tom Cruise che pare abbia perfino imparato a recitare, ma non basta per commuovere e far pensare. Peccato, e strano oltretutto, perché il precedente A.I., pur con tutta la sua farraginosità, pur con tutto il suo eccesso di temi, di storie e di materiali, era stato tuttavia una grande favola poetica e tragica sulla felicità e sull’esistenza. Spielberg non ha voluto far pensare: ha cercato la cassetta, puramente e semplicemente, anche se col suo solito grande mestiere. Da dimenticare, assieme ad altri suoi tonfi (Jurassic Park, idiozia disneyana).

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, Italia/Francia, 1972), 21.00, Sky

Un americano sulla mezza età ed una giovane parigina, perfettamente sconosciuti l’uno all’altro, s’incontrano, si rincorrono, si prendono, chiusi in un appartamento di Parigi nel quale l’erotismo diventa una chiave del mondo, lasciando fuori – illudendosi di lasciar fuori – ogni altra dimensione, compresa la morte. Per me, certamente il più bel film di Bertolucci, e film di sublime bellezza ed intensità: fotografica, intellettuale, filosofica, erotica. Solo Marco Ferreri, nel suo stupendo La grande bouffe (Italia/Francia, 1973), aveva trattato con altrettanto pathos il binomio amore/morte. Assolutissimamente imperdibile.

Gli eroi di Telemerk (A. Mann, GB, 1965), 21.05, DT

Nel ’42 soldati americani e partigiani norvegesi tentano di distruggere la fabbrica in cui i nazisti stanno producendo acqua pesante per fabbricare la bomba atomica. Storia semplice di eroi, tesa ed avvincente. Da non perdere.

Martedì 26 ottobre

Cube (V. Natali, USA/Canada, 1998), 21.10, DT

Sei persone si risvegliano in un immenso cubo metallico formato da migliaia di stanze. Possono uscirne solo passando da una all’altra, ma devono evitare innumerevoli trappole, individuabili solo mediante complessi ragionamenti. ‘Probabile’ metafora sulla stupidità e sulla intima malvagità umana, è un thriller fantascientifico abbastanza appassionante, ma senza senso e senza sugo. Non vi verrà voglia di rivederlo due volte.

Pitch Black (D. N. Twohy, Australia/USA, 2000), 21.00, DT

Un’astronave precipita su un pianeta apparentemente disabitato. Tra i suoi passeggeri, un cacciatore di taglie e la sua preda, Riddick, un criminale del tutto privo di morale – apparentemente – con una particolare caratteristica fisica: durante i lunghi anni trascorsi in isolamento, si è fatto modificare gli occhi, ed ora vede perfettamente al buio. I superstiti iniziano ad esplorare il pianeta e trovano un villaggio di minatori abbandonato. Studiandone le attrezzature, scoprono un’orribile verità. Il sottosuolo del pianeta è infestato da mostri sanguinari, che escono solo di notte (e che proprio di notte hanno già sterminato tutti i minatori). Ma non è tutto. Nonostante i tre soli che ruotano attorno al pianeta, per una rarissima congiunzione astrale sta per arrivare un’eclissi, che precipiterà per sempre il pianeta nel buio. Nel villaggio c’è anche un’astronave di salvataggio, ma per riattivarla occorrono dei pezzi di ricambio da prelevare nel relitto di quella caduta. Il gruppo si precipita a recuperarli, ma quando sta per ripartire, scende il buio perpetuo, e i mostri escono dalle loro tane ed iniziano a fare strage. Ora sono tutti nelle mani di Riddick, l’unico che può guidarli, e che può salvarli: se vorrà. Ispirato all’ottimo racconto Strada buia (A walk in the dark, Arthur C. Clarke, Einaudi, 1962), PB è un altrettanto ottimo film di fantascienza, che riesce benissimo a mettere in scena quello che, secondo me, dovrebbe essere il ‘tema’ fisso di tutti i film di questo ‘genere’: l’ignoto, e la paura che esso produce. Un genere, la fantascienza – lo dico en passant – oggi tragicamente negletto, e un’ispirazione altrettanto dimenticata. Dopo Alien, passando per quell’idiozia pseudofilosofica (!!!???) di Matrix, sono pochissimi i titoli degni di menzione. Forse La mosca di Cronenberg, ma ben poco altro. Qui c’è il meglio di tutto. L’ignoto, appunto: e quale ‘ignoto’ può essere più terrificante del buio? Tutti ne abbiamo avuto paura, da bambini. L’eroe, negativo, ma sempre eroe. La solitudine, senza speranza di salvezza e di aiuto. I mostri: misteriosi, sanguinari, nascosti. La luce acida e tagliente – finché ce n’è! – rende ancor più inquietante questo posto maledetto. E poi i ribaltamenti di fronte, i colpi di scena: violenti ed inaspettati, fino all’ultimo, il ‘peggiore’ di tutti. Un gioiellino, in cui anche l’abitualmente inespressivo Vin Diesel è perfettamente adeguato al personaggio, inquietante, sfuggente ed ambiguo. Se stasera siete a casa da soli e volete aver paura per davvero.

Il giardino dei Finzi Contini (V. de Sica, Italia /RFT, 1970), 21.00, Sky

Bella e fedele versione del bel romanzo di Giorgio Bassani (da rileggere), sulla persecuzione degli ebrei ferraresi negli anni Trenta. Uno dei migliori film di de Sica, sobrio e antiretorico. Da vedere.

Mercoledì 27 ottobre

A history of violence (D. Cronenberg, USA, 2004), 21.00, DT

Attenzione al titolo, prima di tutto. In inglese ‘history’ corrisponde al nostro ‘storia’ nel senso di ‘disciplina scientifica’ (altrimenti, una storia è ‘a story’). Dunque, quella che Cronenberg ci presenta in questo film forte e bello non è ‘una storia di violenza’, ma ‘Una Storia della violenza’. Insomma, potremmo dire che più che ad un film, siamo davanti ad una lezione, un esempio, un racconto didascalico (senza nessuna connotazione negativa del termine) a tema, con una tesi da dimostrare. Sta a noi individuarla e capirla, questa tesi, ma il compito, a questo punto, non sembra difficile, già a partire dalla gelida scena iniziale – in cui, secondo me, è evidente e voluto il richiamo ‘spirituale’ a quel capolavoro che è Henry pioggia di sangue (J. McNaughton, USA, 1990). Due assassini si spostano senza meta e senza scopo da una città all’altra. Dove si fermano, uccidono. Non per sadismo, per malvagità, per odio sociale o che altro: semplicemente perché questa pulsione agisce in loro, ‘semplicemente’, ‘naturalmente’. Quando arrivano nella tavola calda di Tom, stanno per fare lo stesso, ma lui – amico di tutti, marito e padre affettuoso – si trasforma a sua volta, istantaneamente, in una spietata macchina di morte, e li annienta. La notorietà che questo gesto gli procura attira nella sua ‘Piccola città’ (mai Thornton Wilder, scrivendo nel 1938 l’omonima e dolcissima pièce teatrale, avrebbe potuto immaginare che vi si nascondesse tanto male) dei gangster, che accusano Tom di non essere quello che dice, bensì un killer ‘ritiratosi’ alcuni anni prima da una grossa banda. Tom nega, più che può, ma quando i tre minacciano di far del male alla sua famiglia, elimina spietatamente anche loro, e dopo di loro anche i testimoni del suo lontano passato. La violenza, dunque, è presente ovunque, e non è eliminabile. Può essere messa da parte, respinta in una vita precedente, come fa appunto Tom, ma all’occorrenza riemerge, prepotente ed assoluta. Può essere controllata e razionalizzata, come fa suo figlio adolescente, ma ad un certo punto riemerge, e si propone come unica soluzione. Anche sua moglie, madre e tenera amante, quando respira quest’atmosfera si trasforma, e lascia libera la rabbia. Ripeto: più che un racconto, uno ‘studio’, asettico, ‘freddo’ perfino, sulla violenza come fiume sotterraneo che scorre nell’animo umano. Di questa tesi è testimonianza anche lo stile cinematografico di questo magnifico film. Abituati come siamo al solito stereotipo del film d’azione, in cui la violenza viene esibita, annunciata, usata funambolicamente come materiale narrativo, qui ci troviamo di fronte a scelte stilistiche completamente diverse. La luce, per esempio, che è sempre debole, ‘opaca’, normale, mai smagliante e prepotente. O le stesse scene di violenza, che vengono riprese con estrema oggettività e freddezza, senza nessuna esibizione o nessun compiacimento. Paradossalmente, più che ad un film girato su un set pare di trovarsi di fronte ad un ‘documentario’, nel senso di registrazione di documenti e testimonianze. Film ‘di testa’, tanto quanto il bellissimo e recente Crash di Haggis era un film ‘di cuore’, HOV è dunque una lucida analisi della presenza in noi della violenza, condotta con spietata oggettività, ed è un film di rara intelligenza e rigore. Viggo Mortensen è definitivamente uscito dalla Terra di Mezzo, e si presenta come attore abile e corposo. Suoi degni partners la bravissima (e bellissima!) Maria Bello ed il prodigioso esordiente Ashton Holmes nel ruolo del figlio adolescente. Assolutamente imperdibile, of course.

Shakespeare in love (J. Madden, USA, 1998), 22.40, DT

Non si sa bene cosa sia, questo film. Forse una specie di biopic, genere rarissimamente interessante, perché di un artista quasi mai interessa con chi ha parlato e con chi è andato a letto: interessa la sua opera, e se quella è bella allora qualsiasi ‘indagine’ è benaccetta e giustificata, altrimenti nessun racconto riuscirà ad accendere un interesse che può venire solo dall’arte. Così, è scarsamente interessante questa storia, tutta di fantasia, sugli amori e le défaillances  creative di Shakespeare, e non pare proprio che un così grande artista, che si nobilita da solo coi suoi splendidi racconti di amori e destini, con la sua lingua di acciaio e smalto, avesse bisogno di questa favola, indubbiamente elegante e ben fatta, ma, sostanzialmente, del tutto inutile.

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, USA, 1962), 16.15, DT

Capolavoro ‘gotico’ del grande Aldrich. Due sorelle, entrambe ex glorie del cinema, vivono e invecchiano insieme nella stessa casa, gettandosi addosso l’un l’altra rancori e delusioni. Bette Davis come sempre bravissima. Una rara occasione per rivederlo.

Il federale (L. Salce, Italia, 1961), 21.00, Sky

Amarissima ironia di Salce sugli italiani e il fascismo. Un piccolo gerarca di provincia (uno strepitoso Ugo Tognazzi) viene nominato federale proprio negli ultimi giorni di guerra, e si imbarca in un lungo viaggio in sidecar per consegnare al comando un vecchio professore liberale ed antifascista da lui arrestato, il quale cercherà di rieducarlo ai valori della democrazia, del rispetto e della libertà. Comico e divertente, e tristemente istruttivo. Dopo sessant’anni, non siamo molto diversi, purtroppo, anzi, se possibile, siamo peggiorati. Da vedere.

Giovedì 28 ottobre

007 Casino Royale (M. Campbell, USA, 2007), 21.05, Rai3

Spariti gli stupidi giochini fantascientifici alla Ispettore Gadget: accendini che ti fanno il caffè, orologi a dodici cilindri e idiozie varie. Sparite le irriferibili battute da avanspettacolo sulle performances sessuali di Bond. Sparite le Bond-Girls, deficienti bambole di gomma che conoscono unicamente la posizione distesa, e in quella eretta riescono solo a proferire limitati fonemi da cerebrolese. Sparito Bond in versione Big Jim, stolido bambolotto infrangibile cui bastava premere un bottoncino nascosto per farglielo rizzare a comando. Spariti i cattivi ridicoli e grotteschi, incroci tra Elephant Man e gli Incredibili Quattro (“Le lacrime di sangue sono solo la conseguenza di un problema al dotto lacrimale: nulla di sinistro” si affretta a precisare lo stesso Le Chiffre in questo film). Finito, cancellato, spazzato via quell’insopportabile luna-park che i film di 007 erano diventati da anni (degenerazione alla quale, diciamo la verità, aveva dato il suo contributo lo stesso Connery, il primo ‘mitico’ interprete). Finita quella teoria di cicciobelli incapaci che, dopo il grande Connery, ne avevano indossato i panni: Pierce Brosnan e – che Dio lo perdoni – Roger Moore. James Bond è tornato, finalmente, ed è tornato come Jan Fleming, il suo geniale creatore, lo aveva pensato: duro, violento, spietato; ma anche uomo, essere umano, col suo passato, la sua storia, il suo nocciolo di dolore sepolto ben nel profondo dell’animo. E’ tornato il vero Bond, come forse non l’avevamo mai visto, nemmeno – mi scuseranno gli adepti del culto – nemmeno con Sean Connery. Ed è tornato con un attore eccezionale, dal volto scabro e aspro, dalla fisicità ‘normale’ e vera: un grande attore, cui auguriamo, dopo il suo percorso come James Bond – che è facile prevedere lungo e fortunato – un’altrettanto lunga carriera nel cinema ‘di livello’. Confesso di essere andato a vedere il film spinto soprattutto dalla curiosità di vedere come fosse stato trattato uno dei più affascinanti e più romantici romanzi di 007. Certo, sarebbe stato bello ritrovare il sole della Bretagna, la “Bentley da 4 litri e mezzo del ’33, fornita di compressore Amherst Villiers” (quella che Bond “amava più di tutte le donne della sua vita messe insieme”), e quel profumo così rétro di Guerra Fredda (perfino M la rimpiange!). Ma le cose sono cambiate, bisogna adeguarsi, e in fondo non è niente male quel riciclatore di denaro per il terrorismo internazionale (quanti ce ne saranno davvero, ben mimetizzati, nella finanza internazionale?); non è male l’ambientazione in Montenegro, oggi uno dei luoghi più ambigui d’Europa; e neppure le speculazioni di Borsa usate come fonte di finanziamento (ma perché Felix Leiter è diventato di colore? Nessun razzismo, naturalmente, ma era così divertente quello stereotipo di americanaccio inventato da Fleming!). Deliziose le citazioni. Per un istante possiamo salutare la vecchia – ma sempre incomparabilmente bella! – Aston Martin DB6 del ’64; e alla fine rivediamo Venezia: non più, però quella da cartolina di From Russian with love, ma una città ‘normale’, in cui un uomo normale subisce la delusione del tradimento. Tutto è tornato normale e vero, in questo film. Il ‘cattivo’ è, finalmente, verosimile: non più una ridicola macchietta superomistica, ma un criminale autentico, come la cronaca spesso ci racconta. I gadgets sono spariti, e se c’è da chiedersi cosa ci fa un defibrillatore nel cruscotto di una splendida supercar, rimane il fatto che Bond deve cavarsela con le sue mani, e con qualche proiettile. Le Bond-Girls devono essersi rifugiate nel paginone centrale di Playboy. Qui abbiamo donne vere, spregiudicate, moderne ed intelligenti, che parlano, ragionano e si mettono in discussione: e la conversazione nel vagone ristorante tra Bond e Vesper è un gioiellino di asprezza e di affermazione di sé. Anche Big Jim è rimasto nella stanza dei giochi. Bond è un uomo vero. Duro, feroce, quando deve fare il suo “lavoro”. Ma fragile, con una storia, un passato, capace di innamorarsi davvero, di piangere, di scherzare come un ragazzo con la donna amata. Può essere perfino infantile e maschilista, e deve essere M, al telefono – una donna! – a spiegargli quanto lui debba a quella che, con stupida rabbia, ha appena chiamato “puttana”. Insomma: una delizia, uno zuccherino, un bocconcino di film. Non perdetevelo, e quando tornate a casa, recuperate dalla cantina, come ho fatto io, il romanzo, e rileggetevelo, per rendere omaggio ad uno dei più grandi autori di spionaggio del secolo scorso, ed al suo inimitabile personaggio.

Miami vice (M. Mann, USA, 2006), 21.15, DT

Anche se – diciamolo subito – sarebbe stato difficile ripetere l’exploit di un film puro e disperato come Collateral (in assoluto il più bel film di Mann, assieme all’Ultimo dei Mohicani), tuttavia anche questa volta il maestro ha dato una lezione di cinema, ed anche questa volta l’ha fatto con una storia apparentemente ‘fredda’, perché già vista mille volte, quella di due agenti infiltrati in una grossa organizzazione criminale per smantellarla (ma l’aveva già fatto in The Heat, con lo ‘stereotipo’ della caccia tra il vecchio poliziotto e il vecchio criminale). Anzi, qui si è addirittura preso il lusso di fare quello che potrebbe sembrare un remake della vecchia e (immeritatamente) celebre serie TV. Con la quale questo film non ha nulla in comune, se non il titolo, e lo schema dei due sbirri che vivono pericolosamente. Tutto il resto è Mann, il solito Mann: visionario, entusiasmante, scenografico, col suo incredibile senso del ritmo e della composizione delle scene (ho sempre pensato che, se non avesse fatto il regista, forse avrebbe fatto il coreografo). Il solito Mann, ‘esteta’, se vogliamo, per il quale par quasi che ad essere importante non sia tanto la storia, ma il modo in cui viene raccontata, anzi: mostrata. E’ questo, ancora una volta, che entusiasma e turba, in questo suo nuovo film. Tutto diventa emozione pura: la tensione notturna in una discoteca (par quasi un fissazione per lui: ricordate il sublime ‘balletto’ della sparatoria nella discoteca in Collateral), la scia di un off-shore sul mare, i murales che ‘esplodono’ dai muri scrostati di Haiti, le palme agitate dal vento davanti ad un appartamento vuoto, la violenza macellaia di una sparatoria. Tutto sembra ‘già visto’, in questo film, e tutto è diverso, tutto viene ‘da dentro’ le cose, e si scrive dentro di noi. Come, per esempio, l’inseguimento sull’autostrada, che non è un videogioco alla Fast&Furious, ma una corsa verso la morte. Eppure, non è estetismo puro e fine a se stesso, il suo. Lo dicono i cieli spesso in tempesta, i lampi inquietanti che graffiano il buio, i tuoni, che minacciano distruzione. Lo dice la fotografia, a volte sgranata fino ad entrare nei pori della pelle e negli animi, a volte lucidissima, come l’occhio di uno scienziato. Comunque, ancora una volta, Mann ci da un film ‘culturale’: non un’indagine poliziesca, che ci avrebbe annoiato a morte, ma un’indagine nei nostri luoghi oscuri – quelli del nostro animo e quelli attorno a noi. Forse, a ripensarci, la distanza dal killer nichilista di Collateral non è poi così grande. Assolutissimamente imperdibile.

Fortapàsc (M. Risi, Italia, 2008), 19.05, Sky

Nel 1985, Giancarlo Siani, 26 anni, è un giornalista “abusivo” al Mattino di Napoli, distaccato alla redazione di Torre Annunziata. Per pochi soldi, ma con molto entusiasmo, Siani si guarda intorno e scrive storie ‘sporche’ della sua cittadina: illustri camorristi latitanti che si fanno vedere tranquillamente in giro, nuovi boss emergenti, politici corrotti e collusi eccetera. La Napoli in cui vive è quella del dopo terremoto, dei ghiotti appalti della ricostruzione da spartire, del PSI rampante, delle tangenti. È inutile che il suo caporedattore un giorno sì e uno anche gli ricordi che lui è solo un cronista e che di quello si deve occupare. Niente da fare. Siani continua, scava, risale piramidi di complicità, e comincia  a farsi parecchi nemici. Non lo fa per eroismo, né per missione. Semplicemente, “è il mio lavoro”, come dice ad un gruppo di studenti che lo incontrano all’Università, ed è una frase che fa rabbrividire per la sue semplicità: ‘la banalità del bene’, verrebbe da dire. Attorno a lui, Torre, cioè Fortapasc, come la definisce in un articolo: il fortino assediato dalla camorra, l’unico potere reale, di fronte ad uno stato imbelle o “marcio in gran parte”. Siani attraversa quotidianamente le linee con la beata incoscienza della sua splendida giovinezza, agognando il posto fisso in redazione – bisogna pur campare – e cercando di rimettere insieme i cocci di un amore, ma senza mai rinunciare a fare ciò che sente, si potrebbe dire inconsciamente, come un dovere. Viene ammazzato, naturalmente, e come ci dice il regista alla fine, ci vorranno dodici anni e due pentiti, perché venga fatto il nome dei suoi assassini: ma la bellissima follia dei suoi ventisei anni non ce la restituirà più nessuno. Risi scrive un film stupendo, semplice e vero, antiretorico e commovente, come il vero cinema è, quando è cinema davvero, un film che non sfigura assolutamente accanto al suo più celebre collega, il bellissimo Gomorra di Matteo Garrone, uscito nelle sale due soli mesi dopo. Un film, Fortapasc, costruito, del resto come il film di Garrone, con ingredienti di primissima qualità. Una sceneggiatura raffinata, che evita come la peste melodrammi e sceneggiate, ma che non si tira indietro quando deve raccontare, con forza e spietatezza, la corruzione e il sangue. Una recitazione, per dire solo quella del giovane Libero De Rienzo, semplicemente perfetta, che mette in scena uno davvero qualunque, uno di noi. Non un anti-eroe, ma veramente un non eroe, uno ‘normale’, come dovrebbero essere virtù ‘normali’ onestà e dignità in un Paese che non fosse stato corrotto e prostituito prima di tutto dai suoi dirigenti. Si è parlato poco, di questo film, e lo si è visto anche meno, e ciò non deve stupire, se, chissà come mai, Gomorra non è stato candidato all’Oscar, e se, parecchi anni prima, era stata cancellata La Piovra, la miglior produzione della tv italiana del dopoguerra, con la motivazione che è ora di smetterla di raccontare sempre le porcherie del nostro Paese: mostriamo un po’ di tette e culi, che fanno sempre allegria. Non faccio retorica se dico che è l’apparire, ogni tanto, di persone come Giancarlo Siani – e il realizzarsi di film come questo – a farci sopportare di vivere in questo Paese, e a non farci vergognare troppo di essere italiani. Anche se la bella faccia di un ragazzo è un prezzo troppo alto da pagare, perfino per riscattare la dignità di una nazione.

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 00.45, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Venerdì 22 ottobre

Un tranquillo week-end di paura (J. Boorman, USA, 1972), 21.00, DT

Una gita in canoa di quattro amici si trasforma in un’allucinante e tragica avventura. L’America ancora una volta a confronto coi suoi miti e i suoi incubi. Imperdibile (attenzione: Boorman è il regista del magnifico Excalibur!)

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