Pubblicato da: giulianolapostata | 16 ottobre 2010

Multivisioni – 16 ottobre 2010

Sabato 16 ottobre

Sette anni in Tibet (J.J. Annaud, USA/GB, 1997), 21.05, DT

Versione un po’ romanzata ma accettabile del bel libro omonimo (Oscar Mondadori) dell’ alpinista austriaco Heinrich Harrer (1912-2006), che alla fine degli anni Quaranta si recò in Tibet, divenendo amico e consigliere del Dalai Lama. Ottima occasione per ricordare la tragedia che sta vivendo il popolo tibetano, sottoposto all’etnocidio e al genocidio del Reich cinese. Da non perdere.

Invasion (O. Hirschbiegel, USA, 2007), 23.35, DT

Per la solita serie “il-remake-che-non-avrebbe-mai-dovuto-essere-fatto”, questo signore si è messo in mente – e non è il primo sciagurato che ci prova – di rifare L’invasione degli ultracorpi, il capolavoro fanta-horror-anticomunista di Don Siegel (1956), con risultati a dir poco grotteschi. La partecipazione di Nicole ‘Ghiacciolo’ Kidman non contribuisce certo a risollevare il livello. Pollice verso.

The Hurt Locker (K. Bigelow, USA, 2008), 21.15, Sky

Oscar 2010 per il miglior film, per il miglior regista, per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior montaggio, per il miglior sonoro, per il miglior montaggio sonoro

La follia della guerra: un’azione dopo l’altra, tutte uguali, tutte diverse, tutte con le stesse probabilità di restarci o di farcela. La disperazione della guerra, quando proprio di questo ci si rende conto, ed allora si comincia a rimuginarlo dentro, come un indigeribile nodo di pelo nello stomaco che ti brucia dentro e ti avvelena ogni altro pensiero, senza che un improbabile psicologo militare possa farci niente. La bellezza – ebbene sì: la bellezza – della guerra, quando riesci a ‘mettere da parte’ tutto: il sangue, i corpi fatti a pezzi, gli amici morti, la gente innocente ammazzata davanti a te, il sudore, il sangue, e rimani solo tu e lei, tu e la scommessa – ‘Ce la faccio anche questa volta o adesso tocca a me?’ – tu e il sole che sorge e tramonta: un altro giorno da passare, un altro giorno passato. Così è per il sergente William James, volontario in Irak in una EOD, unità per la dismissione di esplosivi. Gli artificieri, insomma, gli sminatori, quelli che non combattono quasi mai in campo aperto, ma camminano per le strade, entrano nelle case abbandonate, e tutto, proprio tutto, può nascondere una bomba: un sacco di spazzatura, una macchina parcheggiata male, un avvallamento nella strada, anche il corpo di un bambino. James ‘non sa perché lo fa’, lui ‘non ci pensa’. Non è un macho violento, anzi è fondamentalmente mite, ed anche gentile. Non è il folle marine di Full Metal Jacket col suo fucile e il suo cazzo: “Con questo chiavi, con questo uccidi”. E’ solo un uomo cui è rimasta ‘una sola cosa da amare’: appunto ‘quella’. Nulla esprime l’alienazione – ma meglio sarebbe parlare di vera e propria estraneità – di James alla vita reale, anzi alla vita in sé, del suo atteggiamento attonito, imbarazzato, quasi timido di fronte ad un intero muro di cereali per la colazione, in un supermercato, durante una licenza. Semplicemente, quello non è il suo mondo, e James riparte subito per un altro giro. Bigelow costruisce un film netto e chiaro, dalla tensione letteralmente insostenibile, anche per lo spettatore. Un film non ‘moralistico’, ma che lascia parlare le cose, un film che non racconta, ma ‘mostra’: non per niente lo sceneggiatore è Mark Boal, lo stesso autore del bellissimo “Nella valle di Elah” di P. Haggis (2007). Una notevole parte del merito di questo film doloroso e bellissimo va anche all’interprete principale, Jeremy Renner, che dà vita ad un uomo ‘distratto’, di cui non saprai mai se tenga tutti i suoi fantasmi chiusi a chiave in una stanza dell’anima o se proprio, dentro di lui, l’anima davvero non ci sia più. Un vero capolavoro, che ha pienamente meritato, uno per uno, i suoi sei Oscar, togliendoli a quella ridicola fuffa di Avatar (oltretutto opera – lo sapevate, vero?! – dell’ex marito della Bigelow!). Assolutamente imperdibile.

Domenica 17 ottobre

Forrest Gump (R. Zemeckis, USA, 1994), 20.30, Rete4

‘Scemo’ nel cervello e per gli uomini, ma puro di cuore, Forrest Gump attraversa gli anni Sessanta dell’America, senza mai farsi toccare dal Male ma lasciando invece, su tutto ciò che tocca, una traccia della sua bontà interiore. Versione hollywoodiana (ma nel senso migliore del termine) del dettato evangelico ‘Beati i poveri di spirito, ché di essi è il regno dei Cieli’, FG è un film luminoso e felice, che commuove facendo pensare. Imperdibile.

Un giorno di ordinaria follia (J. Schumacher, USA, 1993), 21.05, DT

Nel caldo torrido di un’estate losangelina, un ‘umile’ impiegato rimane bloccato con la macchina in un ingorgo, e questo evento banale diventa ai suoi occhi il simbolo di tutta una vita assurda e inutile. Tornerà a casa a piedi, seminando vendetta e violenza attorno a sé. Teso e allucinato, è una storia lucida ed angosciante di alienazione e di dolore, magistralmente interpretata – una volta tanto – da Michael Douglas.

Wasabi (G. Krawczyk. Francia, 2001), 21.10, DT

Sì, d’accordo, è una sciocchezzuola, ma quanta grazia in questa sciocchezzuola, quanta leggerezza, quanta levità. Taxi e Wasabi non sono niente di più di un balletto semplice e divertente, che forse non si vedrebbe due volte. Ma raccontano le loro storie con elementare eleganza, con umorismo fresco, mai volgare, mai stupido. D’accordo, nulla di geniale, ma con le sconcezze vanziniane e desichiane che circolano oggi, vere infezioni per l’intelligenza, anche un divertissement come questo acquista un valore particolare. E poi c’è Jean Réno, coi suoi occhi, con quello sguardo che “io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi”. Insomma, guardatevelo, non ve ne pentirete. Al limite, come si suol dire, c’è di peggio.

Changeling (C. Eastwood, USA, 2008), 18.35, DT

Certe volte non si capisce bene che tipo di cinema faccia Clint Eastwood. Dopo Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica, e Million dollar baby (2004), una soap saccarotica e indigeribile, ecco un film che si segnala innanzitutto per la sua totale ‘inutilità’. La vicenda è presto detta. Nella Los Angeles del 1928, Christine Collins denuncia la scomparsa da casa di David, il figlio di nove anni. Dopo sei mesi, la polizia annuncia con gran pompa di averlo ritrovato, e organizza una cerimonia pubblica per restituirglielo, ma lei non lo riconosce, affermando che quello non è suo figlio. Ma la polizia, già estremamente in crisi davanti all’opinione pubblica per la sua violenza sanguinaria e la sua corruzione ad ogni livello, non può ammettere l’errore, e fa internare la donna in manicomio. Solo la scoperta di un serial killer di bambini, di cui David è forse rimasto vittima, e soprattutto l’aiuto del pastore della Chiesa locale, impegnato nelle lotte per i diritti civili (un improbabile John Malkovic), riusciranno a far liberare la donna e a dare un violento scossone alla struttura della polizia losangelina. Detto ciò, detto tutto. Non una volta il film ‘spiega’ quale sia il suo scopo, quale ‘messaggio’ intenda dare, quali richiami vi si debbano leggere. Forse nell’orrore e nella violenza si devono vedere i prodromi della crisi che un anno dopo sconvolgerà l’America? Mah, chissà, ma non si capisce perché. Forse vi si dovrebbe cercare una metafora del fondo oscuro che abita nel cuore umano? Mah, di nuovo. Che se poi l’intenzione era quella di fare un noir ‘di maniera’, nostalgico e rétro, allora il confronto con L.A. Confidential (1997), il capolavoro di Curtis  Hanson, è tragicamente impari, e questo film banale e noioso ne esce rovinosamente sconfitto. Forse invece, una parentela può essere cercata, purtroppo, in Black Dalia (2006), l’ultima delusione di Brian de Palma. Anche qui, il massimo delle energie sembra essere stato speso nella ricostruzione storica, calligrafica in modo maniacale. Gli abiti di Angelina Jolie (meno ‘diva’ del solito, ma sempre troppo immersa in se stessa per riuscire ad immergersi nella parte) sembrano usciti dallo scatolone della sarta un attimo prima, par che odorino di naftalina. Le macchine sono lucide, smaglianti, senza un graffio, senza un granello di polvere: il taxi giallo che invade lo schermo in una delle ultime scene è talmente perfetto da infastidire. Dopo di che, non c’è altro, se non le scelte incomprensibili di quello che è certamente uno dei maggiori registi americani degli ultimi vent’anni, ma che, spesso è volentieri, perde qualche colpo.

Domino (T. Scott, USA, 2005), 22.50, DT

Un film vedibile ma mediocre nella filmografia di un regista che, per altro, da un pezzo sta facendo le scarpe a suo fratello, il quale invece, dopo i geniali esordi, per molto tempo non ha azzeccato un film decente (ma ultimamente si è rifatto!). Qui ci racconta la ‘storia vera’ – “più o meno”, come lui stesso onestamente ci dice nei titoli di testa – di Domino Harvey, una giovane ‘di buona famiglia’ che negli anni Cinquanta buttò nella spazzatura tutti i privilegi e le comodità che le sarebbero potuti derivare dalla sua nascita per aggregarsi ad una banda di bounty killers. Pochi anni vissuti molto maledettamente, tra sparatorie, alcol e droga, per morire poi ancora giovane, trentacinquenne, pochi mesi dopo la fine delle riprese: la vediamo nell’ultima inquadratura del film. Una storia indubbiamente interessante, e ricca di stimoli e di occasioni, che purtroppo raramente il regista riesce a cogliere. Per esempio, il gusto morboso della televisione per la violenza e il disordine sociale viene qui raccontato abbastanza piattamente, senza venir utilizzato per una qualche riflessione sulla cultura dei media nella società americana moderna. Ma il punto fondamentale è lo stile di regia, purtroppo ancora troppo legato alla sua provenienza dal mondo della pubblicità. Assistiamo ad un film schizzato e ultraveloce: colori acidi, inquadrature brevissime, fotografia volutamente sporca, sovrimpressioni e così via: tutto l’armamentario immaginabile per un film che ad un certo punto sembra un video per Voglio una vita spericolata, invece del racconto di una vita che ribelle e ‘contro’ a suo modo lo è stata veramente, ma di cui nel film non c’è gran traccia. Gli interpreti si adeguano. Passabile Keira Knightley, più per il suo bel faccino e il suo delizioso corpicino, che per la sua performance; passabile Edgar Ramirez (anche se più di una volta sembrano entrambi personaggi da fumetto, e quel loro “Ti amo”, che dovrebbe strappare una lacrima disperata, spinge molto di più alla risata). Ma Mickey Rourke è, semplicemente, impossibile. Dire che è la caricatura di se stesso può apparire una frase fatta, ma è la realtà. Porta in giro per tutto il film la sua faccia su cui le devastazioni della carriera di boxeur sono accentuate dal trucco, tentando invano di creare un personaggio maledetto, il ‘buono dalla vita bruciata’, ma riuscendo solo a dare l’impressione di un grosso pezzo di bollito. Guardatelo bene: nemmeno lui crede a quello che sta facendo. Attenti alla prima impressione, quando vedrete il film: storditi dalla valanga di suoni-luci-colori che vi viene scaraventata addosso, potrà anche capitarvi di indulgere ad un giudizio troppo generoso. Aspettate qualche ora, ripensateci, e ve ne accorgerete.

Romanzo criminale (M. Placido, Italia, 2005), 21.00, DT

Dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo – noiosissimo, spesso francamente impossibile da reggere – un bel film, teso, rapido, drammatico, che racconta l’ascesa e la sanguinosa caduta della Banda della Magliana, nella Roma degli Anni Settanta, divenuta potente col traffico di droga e lo sfruttamento della prostituzione ma anche con oscure collusioni coi Servizi Segreti. Da vedere.

Watchmen (Z. Snyder, USA/GB/Canada, 2009), 21.00, Sky

Purtroppo, questa volta a Zack Snyder non è riuscito il bis di Trecento (2006), il capolavoro eroico e visionario che ci commosse i cuori e deliziò la vista. Watchmen è una delusione ed un fallimento, tanto più spiacevoli perché la mano da maestro di Snyder è riconoscibile ovunque, nella storia – una graphic novel, come l’altra volta – come nelle splendide immagini. Raccontiamolo un po’. Siamo nel 1985. Il Presidente Nixon, modificando la Costituzione, si è fatto rieleggere per la quinta volta, ma la sua presidenza è sotto una terribile spada di Damocle. I contrasti coi Sovietici (ci sono ancora) sono durissimi, e la guerra atomica è solo questione di settimane: gli scienziati hanno appena spostato a meno cinque minuti le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse, e quando arriveranno a mezzanotte sarà la fine dell’umanità. Gli Watchmen, supereroi mascherati che negli ultimi anni hanno violentemente amministrato la giustizia nelle strade, sono quasi scomparsi. Il nume del mondo intero è il dottor Manhattan, uno scienziato che un esperimento nucleare ha trasformato in una specie di semidio potentissimo ed immortale. Riuscirà a fermare le testate sovietiche? Riuscirà a trovare la fonte di energia pulita per tutti che sventi addirittura la guerra? Nonostante gli agganci alla realtà contemporanea siano numerosissimi e volutamente seminati, essi tuttavia rimangono sterili tentativi, che abortiscono in una storia confusa e – oltretutto – estenuantemente lunga (quasi tre ore) e mortalmente noiosa. Poco per volta, il racconto si avvolge su se stesso – senza ‘spiegazioni’, senza simbolismi leggibili che lo giustifichino in alcun modo – e si perde in storie individuali che dovrebbero finalmente dare un senso al tutto, e che invece non fanno altro che confondere definitivamente lo spettatore. Le riflessioni filosofiche diventano filosofemi da fumetto – appunto! – e il film lascia delusi ed irritati per tanta intelligenza buttata via e per l’occasione sprecata. Davvero un peccato.

Live! (B. Guttentag, USA, 2009), 17.30, Sky

Ci aveva già pensato, quasi trent’anni fa, Stephen King, in una di quelle sue cupe ed inquietanti occhiate sul nostro futuro, non tanto ‘fantascienza’, quanto vere e proprie visioni, come di una sibilla che, inalati i miasmi della società presente, profetizzi gli orrori di quella futura. Fu quando scrisse “La lunga marcia” (The Long Walk, 1979). Ogni anno, cento ragazzi partono a piedi da un punto qualsiasi ad un altro degli Stati Uniti, distante seicento chilometri. Devono marciare, continuamente, senza mai scendere sotto i sei chilometri all’ora. Ogni rallentamento viene sanzionato con una “Ammonizione” – che può essere cancellata se, per altre tre ore, si recupera il ritmo e lo si mantiene – ma dopo la terza ammonizione si riceve il “Congedo”: uno dei soldati, che con sonar e radar sofisticatissimi li seguono su mezzi militari, elimina il perdente con un colpo in testa. Al vincitore – sempre che vi sia, un vincitore – un premio quale nessuno ha mai nemmeno osato immaginare: “Tutto quello che vuoi, per tutto il resto della tua vita”. Nei primi chilometri il pubblico è scarso – ‘non c’è gusto’: troppi sono ancora i concorrenti, la selezione è ancora blanda: è più ‘divertente’ starsene a casa a guardarli camminare e morire in TV – ma man mano che la distanza aumenta, che i ‘congedati’ rimangono cadaveri sul ciglio, man mano che la stanchezza bestiale e la disperazione riducono i superstiti a disumani automi, fantocci che si trascinano avanti spinti solo dal terrore della morte, allora il pubblico aumenta, sempre più. Archi di trionfo accolgono i disperati, parate, coriandoli, fuochi artificiali, e negli ultimi chilometri è necessario l’esercito per trattenere le folle urlanti che si assiepano ai lati della strada, a godere delle orme di sangue impresse sull’asfalto.

E pochi anni prima, nel 1975, Norman Jewison, col suo magnifico e disperato Rollerball, ci aveva mostrato una società futura e dittatoriale, in cui una nuova versione dei giochi gladiatori viene riproposta come valvola di sfogo delle repressioni e dell’aggressività umane.

Fantasie? Sì, forse, ma dieci anni prima Sidney Pollack, in quello che forse è il suo capolavoro – “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?, USA, 1969) – ci aveva raccontato una storia abbastanza simile, e vera: quella delle gare di ballo che si svolgevano negli anni Trenta, durante la Grande Depressione: cinquanta coppie ballano ad esaurimento in uno stadio coperto, con poche e brevi pause per mangiare, bere ed espletare le funzioni fisiologiche. Una alla volta cadono a terra distrutte: alla coppia vincitrice, un premio di millecinquecento miserabili dollari, abbacinante miraggio nell’America di Furore (J. Steinbeck, 1939), dove i dannati della terra si perdevano come polvere e foglie morte sulle  strade. Sulle gradinate, il pubblico assiste divertito: mangia e beve, incita, fa il tifo, scommette, e più gli infelici crollano sfiniti più la febbre sale, e le poste si alzano.

Oggi tocca a Bill Guttentag raccontarci di nuovo quasi la stessa storia, ma stavolta la verosimiglianza con quanto ogni giorno vediamo sulle nostre televisioni – sempre che ci regga lo stomaco a guardarle – è così impressionante che ci fa rabbrividire d’inquietudine. Katie Courbet (una brava ed intelligente Eva Mendes, finalmente esentata dall’obbligo di esibire le sue grazie e libera di ‘recitare’) è una giovane e rampante creatrice di format televisivi in un grosso network, che sta attraversando una crisi di ascolti. La sua TV trasmette già ogni sorta di spazzatura – sangue, violenze, follie di ogni tipo – “perché è questo che la gente vuole”, ma non basta, e quando qualcuno, per ridere, butta lì che la gente si guarderebbe perfino la roulette russa, quella per Kate non è una battuta, ma un’illuminazione. La roulette russa dovrà essere il prossimo show, ad ogni costo, e lo spettacolo si chiamerà “Live!”, ‘geniale’ gioco di parole che significa allo stesso tempo ‘Vivi!’ e ‘Dal vivo’. Dapprima tutto il suo staff e la dirigenza del network la prendono per pazza, ma quando lei comincia a mettere in moto la macchina, dimostra l’incredibile attrattiva che l’idea può avere, fa intuire l’immenso ritorno finanziario che l’operazione può produrre, velocemente tutte le resistenze si sfaldano, e saranno proprio i suoi capi – quelli che sul primo momento hanno tuonato contro l’intima immoralità ed antieticità dell’idea – a difenderla a spada tratta con ineffabile cinismo davanti alla Commissione Ministeriale che deve dare l’autorizzazione, in nome della “libertà di parola” (vi ricorda qualcosa, tra parentesi?). Migliaia sono coloro che si presentano ai provini ed i cinque concorrenti della prima serata sono tutti, ciascuno a suo modo, volti di quel sogno americano e ‘popolare’ sui cui TV come quella di Kate hanno costruito la loro fortuna. Lo show comincia, lo share sale fino al 65% – “Un evento storico!” – il sesto proiettile parte e uccide. Quello sparo par scuotere Kate dal suo sogno di gloria, ma purtroppo non sapremo mai – e capirete perché – se le sue ultime parole (“Questo è il futuro”) siano la reazione d’orrore di chi ha gettato uno sguardo nell’abisso o un grido di trionfo. Alcune delle critiche che sono state fatte a questo film sono indubbiamente fondate. Non è – incredibilmente, nonostante il plot – abbastanza spettacolare, e la regia è spesso lenta, asfittica, par quasi – appunto! – una regia televisiva. Forse a Guttentag – peraltro Premio Oscar nell’89 e nel 2003 per due documentari – sarebbe stato utile qualche passaggio ad Hollywood. Tuttavia, detto ciò basta appunto l’idea, per rendere il film un documento prezioso della nostra epoca. Tutto – nell’ambiente di Kate, della gente che lavora con lei, dell’America intera: ma potremmo dire del mondo, perché di quella cultura facciamo parte tutti – tutto è falso, costruito, inesistente se non sul monitor. Non è la realtà quella che dev’essere venduta al pubblico, ma il sogno, quel sogno che lui vuole, e dunque “nella realtà può anche capitare che una ballerina di lap dance mostri per un istante un capezzolo, qui no”. Del resto, la stessa Kate che vediamo sullo schermo è ‘reale’ fino ad un certo punto; lo è nella misura in cui essa stessa è un ‘prodotto’ del cameraman che la segue sempre e ovunque, perché anche la sua vita quotidiana diventi finzione e materiale televisivo. Film, documentario (o meglio mockumentary) “Live!” è, che io ricordi, l’opera migliore che a tutt’oggi abbia per lo meno cercato di rappresentare la barbarie culturale della TV trash: quella e unicamente quella – sarà bene ricordarlo – di cui anche milioni di italiani si nutrono quotidianamente, e che ha contribuito alla loro lobotomizzazione. Una TV il cui scopo è appunto quello di realizzare “guadagni immensi”, ma che ha come danno collaterale – messo in conto, se non esplicitamente voluto – quello di demolire poco per volta ogni barriera morale ed etica nello spettatore, cioè nel cittadino, cioè nell’elettore (vi ricorda qualcuno?). Non è difficile immaginare, vedendo le file infinite di persone in attesa di accedere ai provini (vi ricorda altre file per altri provini?), che ad un bel momento qualcuno estragga una pistola – come quella che lo show gli metterà in mano tra poco – e cominci a far fuori i potenziali suoi concorrenti: ogni mezzo è lecito per arrivare ed apparire, non ce lo insegnano ogni giorno?

Lunedì 18 ottobre

Fog (J. Carpenter, USA, 1980), 22.45, DT

In una cittadina costiera americana, durante una notte di nebbia i fantasmi dei marinai morti in un naufragio cent’anni prima riemergono dalle acque per vendicarsi di chi li ha fatti morire. Il solito Carpenter: qualche volta tirato via, ma sempre geniale nel costruire situazioni di puro orrore con un niente. Imperdibile, come tutti i suoi film.

Moby Dick (J. Houston, GB-USA, 1956), 21.10, DT

Uno dei non rarissimi film che contraddicono la regola: ‘Da un bel libro un brutto film’. Qui John Houston (ma ecco la ragione!) riesce a concentrare, in poco meno di 120 minuti, tutta l’epica grandezza e la drammaticità puritana di quello che è uno dei più grandi libri dell’umanità, coadiuvato da un bravissimo Gregory Peck e da un eccezionale Orson Welles. Splendida, specialmente negli interni, la fotografia. Ma per favore, leggetevi il libro, se ancora non l’avete fatto!

Martedì 19 ottobre

So cos’hai fatto (J. Gillespie, USA, 1997), 21.00, DT

Durante i festeggiamenti del 4 luglio, quattro studenti investono un pescatore, e buttano il corpo in mare senza dirlo a nessuno. Ma un anno dopo qualcuno comincia a perseguitarli: conosce il loro segreto e vuole vendicarsi. Un discreto horror-thriller, da passarci una serata ma da dimenticare serenamente subito dopo.

Cassandra crossing (G.P. Cosmatos, GB/Italia/RFT, 1976), 23.10, Sky

Anche dopo tanti anni, conserva ancora la sua bella dose di ansia questo bel thrilling con Burt Lancaster. Due terroristi infettati con un virus mortale salgono su un treno, e l’unica soluzione è distruggere il convoglio con tutti i passeggeri. L’ideale sarebbe stato, assieme al treno, eliminare anche Sofia Loren, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana: ma non si può avere tutto dalla vita.

Mercoledì 20 ottobre

Black book (P. Verhoeven, Olanda, 2006), 21.10, Rete4

 ‘L’impegno non si addice a Verhoeven’, verrebbe da dire, di fronte a questo film oligoemotivo, bello come un Magnum Algida ed altrettanto freddo. Il tema, desunto da fatti storici accertati, è quello dei rapporti tra Resistenza olandese ed occupanti nazisti, nella Seconda Guerra Mondiale: un’organizzazione non molto meno antisemita del nemico contro cui lottava (“Perché un rispettabile olandese deve morire per salvare degli ebrei?”; “L’ebrea ci ha traditi per soldi: tipico, da parte degli ebrei”) e, a quel che appare dal racconto – e, lo ripeto, dai documenti storici che l’hanno ispirato – profondamente inquinata ed infiltrata da spie e collaborazionisti. La protagonista è Rachel, una cantante ebrea, la cui intera famiglia viene sterminata, assieme ad altre decine di ebrei, durante un tentativo di fuga in territorio libero (siamo nel 1945). Salvata appunto da un partigiano, le viene proposta una missione rischiosissima: infiltrarsi nel locale comando tedesco, divenire l’amante del suo capo e fungere dunque da preziosa informatrice. Rachel accetta, ma si accorgerà ben presto di trovarsi dentro ad un gioco di specchi, in cui è impossibile “fidarsi ciecamente di qualcuno”, men che meno dei propri compagni; in cui non si sa mai chi tradisce chi, chi dice la verità, e quale; e se ognuno è ciò che dice di essere. Per saperlo, bisognerà rischiare, scoprirsi, pagare di persona: e ciò nonostante, nemmeno la Liberazione svelerà tutti gli inganni e pareggerà tutti i conti. Tutto bene, dunque, come si vede: la carne al fuoco è tanta, ed è di ottima qualità. Ma, se mi si permette di proseguire nella metafora, più che a cucinare una pietanza sostanziosa, qui si è mirato a portare in tavola uno di quei bei piattini da nouvelle cuisine, tanto eleganti quanto inconsistenti. I soldi e la professionalità hollywoodiana che stanno dietro al lavoro si vedono tutti, dal primo all’ultimo, in un set lucido e attraente come un diorama. Purtroppo, non una sola scintilla di emozione e di coinvolgimento emana da quelle divise perfette, dalle strade e dai canali, dai begli abiti d’epoca, dalle pettinature. Perfino i volti sembrano ‘falsamente veri’, ed anche nei momenti che dovrebbero essere più atroci mai essi riescono a stabilire una comunicazione col cuore dello spettatore, rimanendo sempre fredde ed immobili figure di una rappresentazione di belle statuine, o stanze di un museo delle cere. Anche il susseguirsi di tradimenti e voltafaccia diventa ben presto irritante, e nonostante la tragedia che viene raccontata, sempre più forte è l’impressione di trovarsi davanti ad un feuilleton o, peggio, ad una pièce di Feydeau. Sarebbe assolutamente ingeneroso, a questo punto, proporre un confronto con altre opere sullo stesso tema, che il film, manifestamente, non sarebbe in grado di reggere. Davvero un peccato, per un autore che ha al suo attivo vari film che, se non sono dei capolavori, sono comunque sempre ben raccontati (ed anche qui il ‘mestiere’ di narratore si vede), ma che soprattutto è l’autore di quello che, secondo me, è un gioiello del cinema ‘antifascista’, quello Starship Troopers (1997) splendidamente visionario, in cui del fascismo si mostra l’intima natura ‘culturale’ e spirituale. Ma allora, forse, aveva meno soldi, ma più passione.

Banditi a Milano (C. Lizzani, Italia, 1968), 13.55, DT

Uno dei migliori film di Lizzani, che racconta la fine della ‘epopea’ della Banda Cavallero, sgominata nel 1967 dopo diassette sanguinose rapine. Non si tratta di un’esaltazione superomistica e ‘fascista’ dell’eroe negativo, alla ‘Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecora’, ma, al contrario, un’analisi della rabbia eversiva e ‘rivoluzionaria’ che in quegli anni attraversava tutti gli strati della società, perfino quelli del crimine. Gian Maria Volonté grandissimo come il solito. Imperdibile.

Billy Elliot (S. Daldry, GB, 2000), 22.40, DT

Billy, figlio di un minatore inglese (un lavoro da ‘veri uomini’), alla boxe (uno sport da ‘veri uomini’) preferisce le lezioni di danza (un’attività da ‘finocchi’). Vincerà la sua battaglia e diventerà un celebre ballerino. Sciocchezzuola inutile e vacua, buonista e disneyana nel senso peggiore del termine, che non merita assolutamente il consumo di due preziose ore della nostra vita.

Conan il Distruttore (R. Fleischer, USA, 1983), 19.15, DT

Sequel del capolavoro di John Milius (Conan il Barbaro, 1982), questa è purtroppo una porcata ignobile, il cui regista (?!), privo di qualsiasi senso dell’epos e del Mito, ha pensato di buttar tutto in vacca confezionando una storiellina scema alla Fantaghirò, in chiave comico-grottesca. La presenza di Grace Jones, che all’epoca qualcuno si ostinava a trovare sexy (misteri della perversione umana), completa l’opera. Da evitare accuratamente.

Proposta indecente (A. Lyne, USA, 1993), 22.55, Sky

Un milionario offre ad una giovane coppia un milione di dollari per passare una notte con lei. Prima tentennano, poi accettano. La coppia scoppia (eccheccazzo, vorrei vedere!), ma poi amor omnia vincit. Indecente è il coraggio che c’è voluto per spendere i soldi a farlo, e il coraggio che ci vuole a riproporlo.

Ogro (G. Pontecorvo, Italia/Francia/Spagna, 1979), 00.25, Sky

Il 23 settembre 1973 un attentato dell’ETA tira giù dalle spese Luis Carrero Blanco, capo del governo di Francisco Franco, detto Ogro, ‘l’Orco’, per i suoi trascorsi sanguinari durante gli anni della dittatura fascista Ottimo film d’azione di Pontecorvo, ed ottimo film ‘politico’, rigoroso e asciutto come tutti i suoi bellissimi film. Assolutamente imperdibile.

Giovedì 21 ottobre

Una bionda tutta d’oro (R. Mulcahy, USA, 1993), 21.10, DT

Nonostante il titolo idiota ed ammiccante, è una bella storia, di una rapinatrice che, dopo aver scontato la sua pena, vorrebbe rigare diritto e ricostruirsi un’esistenza, ma non viene lasciata in pace dai suoi ex complici, che vogliono ancora servirsi delle sue abilità. Brava e sensibile come sempre Kim Basinger. Non ve lo perdete.

Il Maestro e Margherita (A. Petrovic, Italia/Jugoslavia, 1972), 15.05, DT

Un film integralmente fallito, che non conserva un’oncia della sublime bellezza del romanzo omonimo di M. Bulgakov (Einaudi Ed.) da cui è tratto, uno dei grandissimi libri del Novecento. Inutilmente virato su un registro di pesante grottesco, sciocco e banale (e ‘incompiuto’), non ha nulla del libro: non la grandissima eleganza stilistica, non la severità morale, non l’assolutezza dei temi proposti e trattati: il senso del Bene e del Male, la Giustizia, l’Amore. Oltretutto, l’idea di prendere Tognazzi come interprete è semplicemente blasfema. Da rifiutare, semplicemente.

Venerdì 22 ottobre

Quel pomeriggio di un giorno da cani (S. Lumet, USA, 1975), 03.20, Rai1

Tre ragazzi, che fin dall’inizio non danno affatto l’impressione di essere dei professionisti, assaltano una piccola banca di Brooklyn. La faccenda dovrebbe finire in pochi minuti, ma invece qualcosa va storto, la polizia se ne accorge e comincia l’assedio, che sarà lungo e snervante e che si concluderà tragicamente. Un bellissimo film, che al di là della ricostruzione di un fatto di cronaca, indaga e scava nell’America proletaria ed emarginata, che non vede futuro, e che non trova speranze se non nel denaro, comunque ottenuto, e nella fuga. Dopo tanti anni, è ancora un capolavoro questo malinconico racconto di una rapina balorda destinata a finir male, e di tre vite anch’esse senza speranza. Assolutamente imperdibile.

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (T. Burton, USA, 2004), 19.00, DT

Avete presente quei tipi bravissimi a raccontare storie, che quando parlano se chiudete gli occhi avete l’impressione di vedere quello che vi dicono? Ecco, Tim Burton – già lo sapevamo! – è uno di quelli, e WW è una delle sue favole più belle, raccontata proprio come bisogna raccontarle, le favole: sognando, senza nessun ‘rispetto’ per la realtà, e soprattutto credendoci profondamente. Se il narratore non ci crede lui per primo, la magia nasce morta. Di magia questa storia appunto trabocca,e non si saprebbe da dove cominciare: forse dalla casa di Charlie, una specie di capanna della nonna di Cappuccetto Rosso, ma coi nonni moltiplicati per quattro, una mamma dolcissima, e per soprammercato un buon papà; forse dall’incredibile concomitanza di eventi che portano Charlie a trovare il suo biglietto d’oro; o dall’incredibile Signor Willy Wonka; o forse – anzi certamente – dal suo fantastico castello. Che è una fabbrica, certo, ma è soprattutto un castello fatato, in cui accade di tutto e in cui tutto – lo vediamo – può accadere. Ad averne le chiavi è un incredibile folletto, buono, ma netto nelle sue scelte e nelle sue idee, forte e deciso, ma con un cuore fragile e ferito. Interpretandolo, Johnny Depp supera ancora una volta se stesso, rendendosi ancora una volta irriconoscibile e creando un personaggio delicato e magico quasi quanto il suo mitico Edward-Mani-di-forbice. Una favola che si rispetti, e che ‘serva’ veramente qualcosa, deve avere, lo sappiamo, una ‘morale’, e la storia di WW ce l’ha, la sua morale, profondamente buona ed ‘educativa’: i ‘cattivi’ – i prepotenti, i violenti, gli avidi, gli arroganti – vengono puniti, i ‘buoni’ – coloro che sono disinteressati, che sono ‘fedeli’,che credono nelle cose vere ed essenziali della vita, vengono premiati. Cosa volete di più, da una storia, da una favola? Che piaccia anche ai grandi? Ma così è, come accade per tutte le favole davvero belle. I bambini apprezzeranno appunto i contenuti più magici e favolistici, ma saranno gli adulti a riconoscere le innumerevoli ed ironiche citazioni, e a goderne segretamente: Esther Williams, Hitchkock, Kubrick, e poi le architetture  ‘impressioniste’ della fabbrica, e tante altre chicche. Insomma, una vera delizia. Grazie, Mago Tim.

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