Pubblicato da: giulianolapostata | 10 ottobre 2010

Multivisioni – 9 ottobre 2010

Sabato 9 ottobre

Un bacio romantico (W. Kar-wai, Francia/Cina/Hong Kong, 2007), 01.35, Rai1

A New York, nel ristorantino di Jeremy, Elizabeth scopre la fine della sua relazione. E’ stata tradita, forse stupidamente e senza motivo, e questo aumenta il dolore e il senso di smarrimento. Ma anche Jeremy è uno di quelli col cuore spezzato: forse vecchi amori, certo sogni abbandonati e mai realizzati. Gli altri cuori infranti che capitano nel suo locale lo riconoscono, lo sentono, per empatia, e gli raccontano le loro storie, gli affidano brandelli di vita che forse, se le cose si aggiusteranno, torneranno a riprendersi. Lui, da dietro il bancone, ascolta, con saggezza e levità, consola, regala un sorriso. Così è per Elizabeth, che sera dopo sera torna lì, mangia la sua torta di mirtilli (My blueberry nights, è il bellissimo titolo originale), beve, qualche volta si ubriaca, racconta ed ascolta, magari si addormenta sul bancone con sulle labbra ancora le briciole. Percepisce la sunpatia con Jeremy, ma non è sufficiente, non potrebbe essere la soluzione, troppo semplice come via di fuga. E anche se una sera, mentre dorme, la testa abbandonata su piano, lui le ruba un bacio (ma l’avrà sentito?), lei decide di partire, per ritrovare se stessa, prima, eventualmente, di ritrovare l’amore. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, la strada la porta sempre più lontana da Jeremy. Tuttavia, gli scrive continue cartoline, perché “certe cose vanno scritte”, ma senza mai indicare l’indirizzo, perché lei non ce l’ha ancora, un indirizzo: perché non si è ancora ritrovata. Anche Jeremy la pensa, certe volte la cerca, telefonando assurdamente a caso in giro per gli USA, forse aspettando. Ogni tanto Elizabeth si ferma, ogni volta cambiando nome, ogni volta cercando se stessa. E ogni volta incontra altri cuori infranti, altre vite turbate, ognuno alla ricerca del suo pezzettino di felicità. Quando, finalmente, avrà capito chi è – “MI piaccio così come sono” – il cerchio si chiuderà, nuovamente sul bancone di Jeremy. Ancora una fetta di torta, ancora qualche bicchiere. Ma quando lui si chinerà ancora a rubarle un altro bacio, lei sarà pronta a rispondere. L’amore non è più, la sera, dietro le finestre illuminate degli altri. E’ mille cose insieme, questo ‘piccolo’ capolavoro di Kar-wai. E un ‘Via col vento’ di cuori solitari, tutti spasmodicamente in cerca d’amore, tutti terribilmente incapaci di esprimerlo. E’ un ‘On the road’ di vite, di memorie, di sogni e di rimpianti. E’ un lungo quadro di Edward Hopper, in cui i protagonisti escono per un istante dallo sfondo, scendono per un attimo dalla sopraelevata a raccontare le loro solitudini. Kar-wai scrive un film di sublime poesia, che anche quando tocca il dolore più inteso non rinuncia mai ad uno stile delicato e purissimo. E di incredibile raffinatezza. L’uso insistito del ralenti ferma l’attenzione sui sentimenti, che si dilatano, imponendosi e divenendo pregnanti, assoluti. Le riprese stroboscopiche e la messa a fuoco su più livelli moltiplica emozioni e vite, che non sono più quelle singole, ma una e centomila, tutte ‘legate’ dal karma, tutte irrimediabilmente lontane tra loro. C’è, oltre ogni ombra di dubbio, una vena kerouakiana, nella sensibilità che Kar-wai qui esprime per il dolore e la bellezza dell’umanità. Formalmente perfetto, il film è di un romanticismo intenso ma sobrio ed essenziale. Tutti, qui danno il meglio di sé, ed anche di più. A cominciare da Jude Law, che recita per sfumature, per accenni, quasi di nascosto, dimesso e riflessivo, certamente mai così bravo. E poi Rachel Weisz: quando ancora si è visto esprimere così, così assolutamente, il dolore di un cuore? E David Strathairn, che la sua sofferenza invece la chiude in fondo al cuore. E Natalie Portman, che sorride per non piangere, e corre via su una strada che chissà dove mai la porterà. Una stupenda storia d’amore, un film sublime.

L’importanza di chiamarsi Ernesto (O. Parker, GB/USA/Francia, 2002, 17.40, DT

Pessima versione – leccata e falsamente brillante – della deliziosa pièce di Oscar Wilde L’importanza di essere Franco (che, tra l’altro, è la traduzione corretta) Molti anni fa la TV ne trasmise una versione ‘perfetta’ con Giancarlo Sbragia e Gastone Moschin: se qualcuno mi procura il DVD glie lo pago a peso d’oro!

La battaglia di Alamo (J. Wayne, USA, 1960), 22.55, Sky

Una delle due sole regie del grande (l’altra è stata l’atroce Berretti verdi). Questo, però, (sul sacrificio di duecento volontari americani a Fort Alamo, nel 1836, contro l’esercito messicano)  è un capolavoro: un poema epico ed eroico, un racconto di uomini eccezionali, superiori, buoni, disinteressati, onesti, sinceri . Retorica? Certamente, ma di grandissima qualità, ed il risultato è un film commovente ed avvincente, davvero imperdibile.

Domenica 10 ottobre

The Body (J. McCord, USA/Israele, 2001), 21.00, DT

Cazzatina fantascientifico-religiosa costruita sulla scoperta, in uno scavo archeologico a Gerusalemme di un corpo che potrebbe essere quello di Gesù: un’archeologa israeliana ed un emissario del Vaticano si battono per confermare ciascuno la propria ‘verità’. Sarebbe da ignorare, se non fosse da segnalare per la stupida e veramente fuori luogo propaganda antipalestinese che lo ispira. Cosa aspettarsi, del resto, da una coproduzione Padrone/Servo?

La tempesta perfetta (W. Petersen, USA, 2000), 21.35, DT

I magnifici effetti speciali non bastano a sollevare dalla mediocrità questo film, che narra di un peschereccio intrappolato in una violentissima tempesta, e delle vicende umane dei marinai. E’ proprio questa componente che vira troppo spesso e troppo pesantemente verso un eccessivo sentimentalismo, rovinando quello che è comunque un buon prodotto. Sopporta una visione, ma una sola.

Spartacus (S. Kubrick, USA, 1960), 24.00, DT

Dal bellissimo romanzo omonimo di H. Fast (assolutamente da rileggere), la vicenda dello schiavo ribelle che, nel 73 a.C. capitanò una rivolta di schiavi, riuscendo ad organizzare una massa informe sino a darle vigore ed ideali, e a permetterle di sconfiggere le legioni romane. In fuga verso il sud, con l’obiettivo di passare in Asia Minore, l’esercito di Spartacus venne tradito e dovette nuovamente affrontare i Romani, che questa volta vinsero, e si vendicarono atrocemente: seimila schiavi vennero crocifissi sulla via da Roma a Capua, come monito ai loro confratelli. La sceneggiatura è di Dalton Trumbo, che non poté firmarla a causa del terrore maccartista, gli attori sono C. Laughton, L. Olivier, P. Ustinov. K. Douglas … non vi basta?!

Johnny Guitar (N. Ray, USA, 1954), 21.00, Sky

Dopo la guerra di Secessione, una donna gestisce un saloon e deve barcamenarsi tra i potenti del luogo ed una banda di fuorilegge che si insediano da lei. L’aiuta e la protegge il pistolero Johnny Guitar, suo ex amante ma ancora segretamente innamorato di lei. Come dice benissimo il Morandini, “un capolavoro di lirismo barocco”, una storia d’amore ‘strappalacrime’, una figura femminile forte e commovente, una colonna sonora da sciogliersi. Non ve lo perdete, anche perché questo è uno dei suoi rari passaggi TV.

Lenny (B. Fosse, USA, 1974), 23.00, Sky

Rara occasione per rivedere questa bellissima biografia di Lenny Bruce, ‘comico’ troppo intelligente e provocatorio per l’America degli anni Sessanta, sistematicamente perseguitato dalla polizia – ufficialmente per le sue parolacce sul palco, in realtà per la provocatorietà antiborghese delle sue performances – e ‘suicidato’ con l’eroina a soli quarant’anni. E’ il destino, in USA, di tutti gli autentici ribelli, come ad esempio John Belushi, fino ad un certo punto tollerati e magari anche idolatrati, ma poi, quando cominciano a rompere davvero, indotti all’autodistruzione. Dustin Hoffman giovane e magnifico, come sempre. Imperdibile.

Mignon è partita (F. Archibugi, Italia/Francia, 1988), 19.20, Sky

Fragilissima ed inconsistente storiellina sentimentale sui primi turbamenti amorosi di un adolescente romano che ospita la cuginetta parigina. Tipico esempio di cinema italiano onanistico. Una segolina semplicemente detestabile. A suo tempo, qualcuno lo ribattezzò ‘Mignotta è partita’ …

Lunedì 11 ottobre

Identità violate (D.J. Caruso, USA, 2004), 23.00, DT

A Montréal, un serial killer si nasconde alle ricerche assumendo sempre l’identità della sua ultima vittima. Una psicologa dell’FBI aiuta la polizia locale nelle ricerche, ma si troverà coinvolta personalmente nell’indagine. Un bel thriller, ben congegnato e con ottime scene d’azione: nell’ultima – la donna incinta in casa da sola – c’è da mangiarsi le unghie.

Per grazia ricevuta (N. Manfredi, Italia, 1971), 21.00, DT

Nino Manfredi, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana, dirige se stesso in una commediola stanca. Un ragazzino miracolato entra in convento, ma ne uscirà quando la sua vocazione crollerà sotto il richiamo del sesso. Originale, eh? E colto, poi, non c’è che dire … Il ‘Lato Oscuro’ del cinema italiano, dove quello ‘luminoso’ è rappresentato da Garrone o Diritti …

The burning plain (G. Arriaga, USA, 2009), 23.00, Sky

Il divorzio artistico consumatosi tra Alejandro González Iñárritu e il suo sceneggiatore ‘storico’ Guillermo Arriaga aveva gettato nello sconforto tutti gli estimatori del cinema di alta qualità. Prima infatti di andarsene sbattendo la porta, Arriaga aveva dato alla coppia tre film tra i più belli e intensi che si siano visti negli ultimi  dieci anni: Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006), la famosa ‘trilogia dell’incomunicabilità’. Stanco di vedere le sue magnifiche storie illustrate da altri, Arriaga, come abbiamo detto, ha rotto il sodalizio piuttosto bruscamente ed ha esordito nella regia con un film tutto suo, di cui finalmente firma anche la regia, e che è, ancora una volta, un film davvero speciale. Più che l’incomunicabilità, qui il tema sembra essere una sua ‘variante’, cioè la solitudine. Sono tutti soli, infatti, i personaggi di questa storia – anzi: sole, perché è soprattutto una storia di donne, questa – e tutti cercano disperatamente una via d’uscita. Gina, sposata con quattro figli, ha perduto il seno sinistro per un cancro, e con esso ha perduto anche la confidenza col proprio corpo. Anche il marito non riesce più a desiderarla. Ma lei ha un segreto: un altro amore, un uomo che la desidera così com’è, con la sua sofferenza e la sua fragilità. In questa sua relazione, Gina viene spiata dalla figlia adolescente Mariana, e dopo che lei e l’amante moriranno in uno spaventoso incidente, Mariana avrà una storia proprio col figlio di lui. Molto lontano, Silvia lavora in un ristorante di lusso. Passa convulsamente da un uomo all’altro, cercando assurdamente qualcuno che per magia le offra un’esistenza ‘diversa’, ‘altrove’, e ferisce il suo stesso corpo, quasi a punirlo di una colpa oscura. E la giovanissima Maria vede il proprio padre schiantarsi al suolo col suo piccolo aereo da turismo. Ancora una volta, à la Arriaga, vedremo come tutti questi destini siano intrecciati, esploreremo tutte queste strade di solitudine, da dove sono iniziate sino alla loro conclusione, scoprendo nuovamente quanto fragile e solo sia l’essere umano, e quanto immensamente difficile sia riuscire a comunicare, a gettare ponti, a chiedere aiuto. Un bel film, davvero, al cui regista forse manca ancora un po’ di mestiere. Abituati com’eravamo all’eleganza e all’armonia della scrittura di Inarritu, qui si avverte a volte una certa qual ‘rozzezza’ narrativa ed una certa meccanicità costruttiva. Ma si farà, ne siamo certi. Comunque, ogni riserva viene superata di fronte alle performances degli attori, semplicemente prodigiosi. Charlize Theron è Silvia, un animale disperato in fuga da se stesso; Kim Basinger è Gina, delicata e trepida, bisognosa d’amore; Tessa Ia è l’adolescente Maria, davvero bravissima, che aspettiamo in prove più mature.

Martedì 12 ottobre

Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), 00.25, DT

Innumerevoli volte la cultura americana ha delegato alla fantascienza il compito di raccontare i suoi incubi, o i suoi sogni, e quasi sempre con esiti eccezionali. Troppo lunga, e ricca, sarebbe la lista dei capolavori per commentarla qui. Diciamo solo che perfino due soap zuccherose e francamente invedibili come Incontri ravvicinati del terzo tipo (S. Spielberg, USA, 1977) ed ET (S. Spielberg, USA, 1982) contengono una scintilla di quel desiderio di pace e solidarietà che ancora abitava l’America alla fine degli anni Settanta, e che perfino una boiata pazzesca come La guerra dei mondi (S. Spielberg, USA, 2005) è servita ad esprimere l’insicurezza che scorre nelle vene dell’America di Bush. Cloverfield è invece un geniale gioiello di questa catena, un film, nella sua ‘minimalità’, talmente colto e intelligente – anche e soprattutto per il ‘mercato’ della SF – che non a caso è passato abbastanza inosservato. Lo si è accusato di volersi arruffianare i media con un lancio pubblicitario ‘subdolo’ e multimediale: ma, a dire il vero, di tutto ciò non si è poi visto gran che. Il passaggio nelle sale è stato il minimo possibile, e nessun marketing gli si è sviluppato intorno. Eppure, eppure Cloverfield è uno dei più sottili e raffinati incubi dei nostri tempi, un film che forse, proprio per questa sua sobrietà, sarà dimenticato, ma per essere riscoperto e mai più scordato. La trama è semplicissima, come tutte quelle delle opere essenziali. Rob è un giovane newyorkese, in partenza per il Giappone (Godzilla: avete presente?), dove ha conquistato un lavoro di prestigio. Nel suo appartamento con vista sul Central Park è in corso una festa d’addio, quando forti scosse scuotono il grattacielo, e la luce comincia a saltare. I notiziari danno notizie vaghe: sembra che un’enorme creatura emersa (Them: avete presente?) dalle acque stia attaccando la città. In preda al panico, tutti si precipitano in strada, dove all’improvviso piomba, staccata da una bestiale unghiata, la testa della Statua della Libertà (Il pianeta delle scimmie: avete presente?). La Bestia (anche il suo numero sarà 666?) avanza veloce, abbattendo i grattacieli, che riempiono di nuvole di fumo acre le strade, costringendo la gente a rifugiarsi nei negozi (11 settembre: avete presente?). Dal suo ventre partorisce piccoli granchi ripugnanti, che feriscono, mutilano e uccidono una popolazione allo sbando. Non la si vede quasi mai, la bestia. Se ne intuiscono il profilo, la sagoma, quando una coda immensa abbatte il Ponte di Brooklyn, o una zampa smisurata sbriciola una casa. L’esercito è nelle strade e nell’aria, tenta di opporsi, ma, come dice un soldato: “Non sappiamo cosa sia, ma qualunque cosa sia, ora sta vincendo lui”. Dunque nessuno sa, e nessuno nemmeno testimonia. Noi spettatori sappiamo qualcosa solo grazie alla videocamera di un amico di Rob, che stava documentando gli addii alla festa e che ora lo segue per la città devastata. Girato dunque tutto in soggettiva con una videocamera mobile, il film è un lungo video appunto ‘soggettivo’. Quella dei due ragazzi è l’unica realtà, l’unica ‘verità’: non c’è più nessuno a raccontarne altre (tra le pregevoli imbecillità che sono state dette su questo film è che questa tecnica di lavoro indica come esso sia figlio della cultura di YouTube …). Ed è anche – rischia di essere, pare che sia – l’unica testimonianza di un passato che rimane nel nastro magnetico a spezzoni, brandelli di voci che richiamano un mondo … scomparso? Il nastro – ci dice una didascalia all’inizio – è stato ritrovato dall’esercito in un sito precedentemente conosciuto come Central Park. E dunque, che è successo ‘dopo’ (che succederà di noi? Che ne sarà del nostro futuro?)? La bestia è stata sconfitta e l’uomo sta ricostruendo il suo mondo? La bestia sta ancora dominando la terra e l’uomo è asserragliato nei suoi fortini per un’ultima e inutile resistenza? Non lo sappiamo. Seguiamo i ragazzi nel loro peregrinare per una città ormai perduta: l’esercito sta evacuando chi può con gli elicotteri (Saigon: avete presente?), dopo di che la raderà al suolo: Operazione Tabula Rasa. Dopo aver elevato con tanto orgoglio la Torre di Babele, ecco che uno ‘scherzo’ della Natura ci costringe a distruggerla. Nel loro peregrinare inutile, i due si rifugiano sotto uno dei ponticelli di Central Park, mentre gli aerei cominciano a bombardare. “Dobbiamo andarcene da qui”. “Ma non c’è nessun posto dove andare”: e la bestia infligge il suo morso. Inevitabile il richiamo a quello splendido racconto di fantascienza di Robert Sheckley The mountain whitout a name (Einaudi, 1961). Sulla Terra e nei pianeti colonizzati, improvvisamente tutto comincia ad andare a pezzi: catastrofi naturali inconcepibili distruggono i pochi giorni millenni di civiltà. Un astronave si stacca in fretta da un pianeta, prima che frane e alluvioni spianino tutto, lì e in tutto l’Universo conosciuto. “Siamo pronti” dice il pilota. “Ma per andare dove?”. Non si sa, appunto, e Cloverfield è la magnifica espressione di questa inquietudine, di questa paura che è, essa sì, veramente ‘globale’. Che ne sarà di noi? Come ci salveremo? Ma ci salveremo, prima di tutto? E’ possibile una salvezza dalla rovina che noi stessi abbiamo costruito, e che sta cominciando a mandarci i suoi primi, apocalittici avvertimenti? A raccontare questa paure ci aveva già provato, due anni fa, Frank Schätzing, nel suo romanzo Il quinto giorno (Ed. Nord), un libro certo interessante, ma a volte prolisso, e soprattutto incapace di evitare un happy end conciliatorio e buonista. Per Matt Reeves – alla prossima, certamente! – non c’è lieto fine: sotto il pavimento della casa che abbiamo costruito in ispregio alla Natura, abitano solo i mostri che ci divoreranno. E non avremo dove scappare. Un grandissimo capolavoro, assolutissimamente imperdibile.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 21.00, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Pelham 123 (T. Scott, USA/GB, 2009), 22.40, Sky

È da quel po’ che Tony Scott si è scrollato di dosso la sgradevole etichetta di fratello ‘scemo’ della famiglia, da quando Ridley, che aveva iniziato la carriera con quattro capolavori consecutivi da far la storia del cinema (Legend, Blade runner, Alien, I Duellanti), si è poi impaludato in una serie senza fine di ciofeche. Tony, invece (cui possiamo perdonare Top gun, 1986: era giovane e inesperto …), ha costruito la sua con una serie di film d’azione che, in primo luogo, sono sempre di qualità alta se non altissima (Déjà vu, 2006, è un gioiello), e che, in secondo luogo, spessissimo si prestano ad analisi che, sotto quella ‘azione’, scoprono letture sempre più intelligenti e acute. Così è di questo suo ultimo film, magnifico action movie, certo, come abbiamo già detto, ma anche – e sembrerebbe impossibile – acuta metafora delle paure globali e collettive (la crisi economica, il terrorismo) e di quelle americane (ancora crisi e terrorismo, ma soprattutto l’angoscia, ben lontana dall’essere stata esorcizzata, dell’11 Settembre). Non solo. Altro topos del cinema USA del dopoguerra è l’incubo del Male nascosto nel sottosuolo, nelle viscere della città, che quando meno te l’aspetti riemerge a sconvolgere l’ordine e l’armonia. Nel geniale Them (G. Douglas, 1954), le formiche giganti che riemergevano dalle fogne di New York erano sì il prodotto degli esperimenti atomici, ma erano soprattutto la materializzazione dell’ossessione anticomunista, del nemico invisibile annidato sotto l’apparente serenità della superficie, pronto a distruggere il sogno americano, quello che non ha bisogno d’altro che di due litri di latte per la colazione di domani. Certo, ma tutto, in fondo, era più semplice in quegli anni, anche la distinzione tra buoni e cattivi, mentre oggi, purtroppo non è più così. Walter Garber, impiegato allo smistamento dei treni della metro, è un buono, ma i suoi segreti purtroppo li ha anche lui: è – sarà – un eroe, ma non senza macchia. Ryder, il criminale amorale e sadico che sequestra diciotto persone in un vagone per un riscatto apparentemente principesco, è un cattivo, ma ‘cattiva’ è anche la società ‘sopra’ di lui, quella che produce vedove di guerra con bambini piccoli ed ex marines disoccupati, quella che produce il crollo della Lehman Brothers, le tendopoli di nuovi poveri, le teorie di case in svendita perché i proprietari non possono più pagare i mutui e, nella fattispecie, consente proprio a Ryder di mettere in piedi un suo gioco perverso per far soldi. Ancora una volta i soldi si fanno sul sangue, reale e/o metaforico, della gente comune, e se qualcuno aveva davvero creduto che la Crisi avesse fatto ritrovare al capitalismo una sua ‘moralità’, allora può credere anche a Biancaneve. Di questa ‘confusione di piani’, di questa indefinizione di ruoli, si fa veicolo la fotografia, che dissolve la metropoli in immagini iperveloci ed imprecise, negando sempre anche allo sguardo – oltre che alla morale, come abbiamo appena visto – un ubi consistam. John Travolta, mai così bravo e giustamente sopra le righe, contende il posto di protagonista ad un bravissimo Denzel Washington, eroe imperfetto ed insicuro. E Tony Scott, come dicevamo all’inizio, si conferma con questo film un regista, maturo, intelligente e raffinato: se gli avanza tempo, tra un set e l’altro, potrebbe anche dare qualche ripetizione a suo fratello. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 13 ottobre

La voltapagine (D. Dercourt, Francia, 2007), 21.00, DT

Mélanie ha undici anni, è figlia di bottegai di un paesino della provincia, e studia pianoforte. Non si tratta, come ci si potrebbe attendere, di un mezzo, da parte della famiglia, per nobilitarsi socialmente: i suoi genitori apprezzano veramente i suoi sforzi ed il suo talento, e la amano per ciò che è e ciò che fa. Mélanie, a sua volta, li ricompensa con una dedizione allo studio quasi religiosa, ed un fortissimo senso del dovere e degli obiettivi da raggiungere. Ma arriva il giorno del concorso che dovrà decidere del futuro della bambina, e di altre giovani promesse come lei. Nella giuria, una grande e famosa pianista, che però, durante l’audizione, tiene un comportamento che sconvolge letteralmente la piccola: arrogante, superficiale, vanagloriosa, riesce, senza rendersene conto, ad impedirle di esprimersi al meglio. Con un pianto composto, Mélanie esce dalla sala. Potrebbe riprovare, certo, ma qui non si tratta di un concerto andato male: qui, quello che è stato infranto è il rispetto, il senso della sua dignità. Ed è per sempre: tornata a casa, la bambina chiude a chiave il piano, come a significare la chiusura irrimediabile e definitiva di quella fase della sua esistenza. La ritroviamo circa dieci anni dopo, a Parigi, in cerca di lavoro. E’ bella, fine, elegante. Non le è difficile introdursi nella cerchia più intima della pianista, nel frattempo divenuta una donna fragile ed insicura: ne carpirà i moti più intimi dell’animo, si insinuerà in lei, fino a distruggere totalmente la sua vita. La voltapagine è una di quelle perle che spesso il cinema francese ci regala: un’indagine introspettiva delicatissima quasi appena accennata, che tuttavia arriva nel più profondo dell’animo umano. Misurato, quasi freddo nei movimenti e nelle situazioni, il film si snoda senza colpi di scena, ma allineando sequenze equilibrate, eleganti e spesso, nella loro semplicità, intensissime: una per tutte, l’inquadratura finale di Mélanie che cammina sulla strada. Più che la storia di una vendetta – sarebbe quanto mai banale – questa è la storia di un cuore spezzato, dell’immensità del dolore che vi può albergare, e della ferocia che può esprimere. Una ferocia ‘a misura di Mélanie’, però: tanto era diligente e corretta da bambina, tanto metodica è ora nel suo percorso, che segue fino in fondo, con una lucidissima consapevolezza dell’obiettivo che si è prefissata. Ottima senz’altro Catherine Frot nella parte della pianista, ma semplicemente prodigiosa la bella Deborah François (il misero L’enfant, dei Fratelli Dardenne, nel 2005, non le aveva certo reso giustizia) in quella di Mélanie, bravissima nel saper esprimere tutto un intero universo interiore senza parole, per gesti impercettibili, per moti del volto appena accennati. Invisibile nelle sale, come quasi sempre accade per le opere davvero di qualità.

The dreamers (B. Bertolucci, Francia/Italia/GB, 2003), 22.50, DT

Sesso (tanto), politica e rock&roll fra uno studente nordamericano e due gemelli francesi, fratello e sorella, nella Parigi del sessantotto. Insopportabile, semplicemente. Per i dialoghi pseudofilosofici, per le immagini, leccate e patinate, da porno-soft, per la storia, astrusa e criptica. Ho scritto altre volte che il cinema italiano, specie quello ‘intellettuale’, è onanistico, ma qui lo è sul serio, nel senso proprio del termine (vedere per capire!). Un’osservazione per Bertolucci. Al ’68 – che se non fu una rivoluzione fu almeno una rivolta, epocale, che mutò culture e sensibilità – parteciparono anche studenti ed operai ‘normali’, che abitavano in condomini, non in appartamenti di lusso, i cui genitori erano operai e disoccupati, non ricchi borghesi che staccavano assegni. Rendiamo onore almeno a loro.

Adventureland (G. Mottola, USA, 2009), 21.00, Sky

Saranno passati sì e no vent’anni tra gli adolescenti di American Graffiti (1973, il poeticissimo capolavoro di G. Lucas) e quelli di Adventureland, eppure sembra un altro mondo. Quelli, appena usciti dalla loro età, ancora sulla soglia del mondo adulto, avevano – o per lo meno credevano di avere, il che in fondo è lo stesso – davanti a sé un futuro colmo di promesse e di sogni, magici e rutilanti, e – ed è questo che conta – tutti realizzabili. Questi, degli anni Ottanta, tanto per cominciare dall’adolescenza non sanno nemmeno come provare ad uscire. Ci sono imprigionati dentro da una crisi che spegne prima di tutto, appunto, i loro sogni, che gia si rendono conto di non poter mai realizzare. Un “lavoretto di merda” è tutto quello che possono sperare, e aver studiato Shakespeare o il Rinascimento non è che serva a molto. Né li possono aiutare i loro genitori. Anche qui il confronto è interessante. Quelli di Lucas erano orgogliosi dei loro figli: li spedivano nel mondo sicuri dei successi che avrebbero ottenuto, delle montagne che avrebbero scalato. Questi di Mottola sono stupidi e meschini, ‘vecchi’ e morti dentro, e coprono la loro miseria con qualche bicchierino di troppo bevuto di nascosto, o inventandosi una formale ed inconsistente rispettabilità. Non possono offrire nulla ai figli, neppure economicamente – anche loro stanno cercando di sopravvivere al reaganismo – ed anzi questi ultimi appaiono loro come dei fastidiosi parassiti, ai quali mettere in conto l’affitto e le spese della macchina. Così accade a James (Jesse Eisenberg, delicato e sensibile), che dopo il diploma avrebbe dovuto partire in viaggio premio per l’Europa, e che invece vede svanire i soldi a causa del declassamento aziendale del padre. Così è per Em, figlia di un padre inesistente e di una matrigna che è una grottesca maschera piccoloborghese. Entrambi  si ‘arruolano’ nel personale di Adventureland, uno sfigatissimo luna park estivo. Per racimolare qualche soldo, certo, ma anche per fuggire il più possibile da quella malinconia dell’anima. Ognuno poi ha la sua storia. James è goffo e insicuro. È ‘vergine’, ragion per cui tutti lo sfottono allegramente, ma è ancora convinto che una botta e via non sia quel che lui cerca. Em – una bella ma soprattutto bravissima ed intensa Kristen Stewart: altro che vampiri! – cerca di seppellire la morte che ha nel cuore facendo sesso con Connel (Ryan Reynolds, veramente bravo), un uomo sposato molto più vecchio di lei. Anche tutti i loro giovani colleghi sono variamente alla ricerca di se stessi, come, per esempio, Joel (uno strepitoso e ‘sotto le righe’ Martin Starr), simpaticissima satira dello stereotipo dell’intellettuale ebreo sfigato e depresso. Mentre ad Adventureland trascorre una spenta estate, i ragazzi, nonostante tutto, maturano, scoprono valori semplici ma essenziali – amicizia, dignità, rispetto (“Antisemita di merda!”) – crescono interiormente. James ed Em s’innamorano, ma entrambi capiscono che la scopata selvaggia non serve, e che bisogna crescere dentro, eventualmente anche soffrendo, perché anche il sesso abbia un senso. Quando l’estate finisce e il parco chiude, ognuno è pronto per il mondo, portando con sé quel po’ di saggezza e di maturità che è riuscito ad acquisire. Non è molto, ma è già qualcosa. Anzi, tutto sommato, guardando la realtà di fuori, è moltissimo. Mottola racconta la sua ‘piccola città’ con affetto, simpatia e discrezione, senza mai esagerare, senza nemmeno scivolare neppure per un istante nella commediola adolescenziale sporcaccioncella. Ottimo film , intelligente e delicato.

Giovedì 14 ottobre

Il laureato (M. Nichols, USA, 1967), 16.30, Rete4

Con buona pace dell’Alfa Romeo Duetto, della colonna sonora di Simon & Garfunkel e del grande Dustin Hoffmann, devo confessare, sfidando le maledizioni voodoo di molti miei coetanei (io sono del ’50), che già allora mi apparve un film nato vecchio, la cui tanto decantata carica eversiva è tutta in superficie, formale e convenzionale. Uno dei grandi bluff del cinema che ci scassa periodicamente i marroni da quarant’anni. Per intendersi su che cos’è un’opera eversiva, due anni dopo usciva un ‘filmetto’ intitolato Easy rider.

Training day (A. Fuqua, USA, 2001), 21.00, DT

Terribile e bellissimo. Un giovane poliziotto esce di casa al mattino: dovrà affrontare la sua prima giornata sulle strade, in compagnia di un superiore. Se sarà all’altezza, potrà entrare nella Squadra Narcotici, fare carriera, ed essere veramente utile alla collettività: questo è il suo sogno. È sposato da poco, ed ha una bambina di nove mesi. La piccola ha appena succhiato dal seno della madre, ha “mangiato come una porcellina”; dietro a quella porta rimangono una assoluta, totale normalità, quotidianità, ‘giustizia’. Il poliziotto raggiunge il suo capo, e da quel momento è come cadere in un’altra dimensione spazio-tempo. Precipita in un altro universo, spaventosamente violento, corrotto, amorale. Tutto ciò in cui lui crede viene violato, tutto ciò in cui lui crede viene irriso. Amici/nemici, buoni/cattivi, giusto/ingiusto: non c’è più differenza. non c’è più moralità, non c’è più legge. Il suo capo è uno di loro, in nulla diverso o migliore/peggiore del ‘male’ che dovrebbe combattere. Lo accompagna, lo istruisce, gli insegna i primi rudimenti di questa nuova ‘dimensione’, gli spiega come adattarvisi, come entrarvi, glie ne fa vedere i vantaggi. Il poliziotto attraversa tutto l’inferno e questa giornata opponendo al male solo la sua goffaggine, che diventa con chiarezza assoluta metafora della sua ‘sanità’. La sera torna pure a casa, ma che sarà di lui, del suo ‘se stesso’? Quando si ritroverà al di là di quella porta, sarà ancora quel ‘se stesso’ che ne è uscito al mattino? Che io ricordi, solo il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, 1985) ci aveva mostrato con tanta forza l’orrore e la violenza della ‘legge’ metropolitana. Forse Training Day non ne possiede la stessa forza visiva, non può contare sulla stessa fotografia iperrealista, sugli stessi colori ‘violenti’, ma rimane un capolavoro, uno dei noir metropolitani più belli del cinema americano. E il cinema americano – si sa – è il più bello del mondo. Uno dei risultati migliori di Fuqua, autore sì di quella boiata megagalattica di L’ultima alba (2003) – ma avrebbe potuto fare diversamente, avendo nel cast la Bellucci?! – ma anche del bellissimo King Arthur (2004). E attenzione: lo sceneggiatore è David Ayer, regista del recente e bellissimo Harsh times.

Lo squalo (S. Spielberg, USA, 1975), 21.00, DT

Già visto cento volte, direte. Proprio tutti? E comunque, una seconda visione – una scoperta, appunto, per chi non lo conoscesse – questo gioiellino la merita senz’altro. Un piccolo capolavoro di costruzione e di tensione, una storia ‘semplice’ in cui la paura è vera e forte, un’ottima e poco considerata interpretazione del sensibilissimo Richard Dreyfuss, e – last but not least – uno squalo di gomma che terrorizza più di qualsiasi effetto di computer grafica, che allora nemmeno si sapeva cosa fosse. Senz’altro uno dei migliori film di Spielberg, che vi resterà nel sangue: ve ne accorgerete l’estate prossima a Jesolo, quando andrete a fare il bagno di sera …

Il cattivo tenente (W. Herzog, USA, 2009), 21.00, Sky

1) Non è un remake dell’omonimo capolavoro di Abel Ferrara (1992), col che: a) possiamo tirare un sospiro di sollievo: nessuno, almeno per questa volta, ha avuto il coraggio di metter le mani in quel film bellissimo e terribile; b) si dimostra che al mondo esiste ancora qualcuno che ha delle idee senza andare a rubacchiare dagli altri. 2) È un ‘parente’ del film di Ferrara, nel senso che ad esso si ispira per il ‘tipo’ illustrato, quello di un poliziotto corrotto. Con una certa differenza. Quello era un viaggio nel fondo dell’anima, una discesa agli inferi – a livello religioso e psicanalitico – purtroppo senza ritorno: più che un noir, un’indagine nell’anima. Questo è davvero un noir, più che un thriller americano, e a marcarne i caratteri del genere – oltre, naturalmente, alle atmosfere – c’è l’ambientazione, una New Orléans di ‘tradizioni’ europee, scalcinata e misera, e soprattutto il regista, l’europeo Herzog, che del cinema americano usa materiali e situazioni per scrivere le sue storie di vite e  di destini. In questo senso, nuovamente, l’apparentamento con Ferrara è visibile, ma, appunto, si tratta di parentele ‘culturali’, vorrei dire antropologiche. Qui il protagonista è Terence McDonagh, detective della Squadra Omicidi del Dipartimento di Polizia di New Orleans, che nelle ore successive all’uragano Katrina salva un prigioniero che sta per annegare, lesionandosi però gravemente la schiena. L’incidente sarà l’inizio di una spirale di dipendenza prima da antidolorifici, poi da coca, crac e qualsiasi altra porcheria che possa ottundergli il dolore. Ma è anche l’inizio di un viaggio di autodistruzione morale, sempre sul filo della lama. Scommesse, soprusi, spaccio, collusioni con la criminalità, lo strano rapporto con una prostituta drogata: Terence oltrepassa di continuo il confine della ‘legalità’, senza – ed è questo il punto – senza mai porsi il problema se questo confine esista. Men che meno se lo pone il regista, che par quasi limitarsi a ‘fotografarlo’, ad assistere moralmente alla sua esistenza. Pare, appunto, perché il genio di Herzog è pur presente – anche se questo non è uno dei suoi film migliori – e si fa sentire quando meno te l’aspetti. L’alligatore ripreso ossessivamente mentre scodinzola sul ciglio della strada, le iguane che anch’esse riempiono l’inquadratura (“Che cazzo ci fanno quelle iguane sul mio tavolo?” “Lì non c’è nessuna iguana”) sono lo sberleffo del diavolo, sono l’unghiata del Maestro, ed uno squarcio sulla follia di quell’apparente normalità. Di pazzia in pazzia, Terence alla fine sembra vincente, e tutto sembra andare ‘a posto’: ma quell’ultima, stupenda inquadratura ce lo mostra com’è, ancora sbriciolato in un’esistenza che non esiste, in cui la parola futuro non ha significato. Se è vero che il Maestro ha fatto di meglio, questo rimane comunque un film che sorprende e affascina, e rappresenta comunque, specie con l’aria che tira, una bella lezione di cinema.

Venerdì 15 ottobre

Il Pianista (R. Polanski, GB/Francia/Germania/Polonia, 2002), 23.10, DT

Personalmente ritengo che Polanski sia un regista assolutamente discontinuo. Nella sua carriera ha alternato a capolavori assoluti, che resteranno nella storia del cinema – L’inquilino del terzo piano (1976) e Macbeth (1971) – puttanate ignobili come Pirati (1986), o banalità e palle micidiali come Frantic (1988). Questo Pianista appartiene alla categoria di mezzo, dei film ‘senza infamia e senza lodo’. Non è un capolavoro, diciamolo subito. E’ un discreto film, abbastanza ben raccontato, abbastanza ben recitato (a parte la ‘naturale’ ed insopprimibile antipatia di Adrien Brody), abbastanza ben fotografato. Ma tutto finisce lì. L’emozione, il pathos, il dramma latitano assolutamente, e se questa doveva essere una dolente commemorazione della Shoah, allora sarà bene che qualcuno – non solo lui, ma anche i critici che gli hanno assegnato la Palma d’Oro a Cannes – vada a rivedersi Schindler’s List (S. Spielberg, 1993) per imparare come si fa a raccontare l’orrore e il dolore. Tutto il film si esaurisce fondamentalmente nell’esteriorità della biografia del protagonista, senza che quasi mai si percepisca e si scorga il ‘senso’, il ‘perché’ di questo racconto. Il film finisce e uno si chiede: beh, e allora? Cosa voleva dirmi? Qual è lo scopo di tutto ciò? Non si capisce quasi mai, il perché, e se in qualche rarissimo momento pare che il tono si sollevi – splendido il volto desolato dell’ufficiale nazista che lo ascolta suonare nella casa distrutta – subito ridiscende, schiacciato da un dialogo davvero ovvio e banale (“Non ringrazi me, ringrazi Dio, è a lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza, almeno è così che ci hanno insegnato a credere”). Sarebbe bello se anche i critici cinematografici – come pure la commissione che assegna i Nobel per la letteratura: ma questo sarebbe un altro, lungo discorso – la smettessero di conferire premi ‘politici’ e cominciassero a badare veramente ai valori artistici. Ne guadagneremmo tutti: noi, il cinema e l’arte.

Fuga di mezzanotte (A. Parker, GB, 1977), 21.00, DT

La storia vera di Billy Hayes, arrestato negli anni Settanta all’aereoporto di Istanbul con due chili di hashisch, il quale, per colpa di un’assistenza legale estremamente rozza – ma soprattutto per la volontà del governo turco di ‘dare una lezione’ a spese del primo fesso che gli fosse capitato per le mani – venne condannato all’ergastolo. Rinchiuso nelle carceri turche, Hayes si trovò improvvisamente precipitato in un girone infernale di violenza, abiezione, follia e malattia che lo ridusse ad una larva umana. Solo per un caso fortuito riuscì a fuggire e a raggiungere l’ambasciata americana, che lo fece espatriare. Un bel film, forte e duro, con una bella sceneggiatura di O. Stone. Da vedere soprattutto ora, quando con tracotanza la Turchia preme per entrare in Europa: la stessa Turchia dove, l’8 marzo dell’anno scorso, uno sparuto drappello di donne e omosessuali, che aveva osato mostrare la faccia nel centro di Istanbul, venne massacrato di botte dalla polizia. La stessa Turchia che tutt’oggi nega il genocidio degli Armeni, uno dei più orribili della Storia recente. La stessa Turchia dove il genocidio e l’etnocidio dei Curdi sono tutt’ora in atto. La stessa Turchia dove, di recente, il portavoce del Ministero della Giustizia ha dichiarato: “Tutti gli uomini vogliono sposare una vergine: chi lo nega è un ipocrita” ed anche “Una donna violentata è meglio che sposi il suo violentatore: il tempo guarirà le ferite, lei lo amerà e saranno felici”. Oltretutto, un ottimo film, veramente da vedere.

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005), 21.00, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, Einaudi Ed.

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