Pubblicato da: giulianolapostata | 2 ottobre 2010

Multivisioni – 2 ottobre 2010

Sabato 2 ottobre

Io non ho paura (G. Salvatores, Italia/Spagna/GB, 2003), 17.20, DT

Anni 70 circa (lo si intuisce dalle sigle dei Telegiornali che vengono inquadrati nel film). Nella campagna pugliese (lo si intuisce dall’accento dei personaggi), in mezzo a sterminati campi di grano – spesso, a dire il vero, fotografati in stile Mulino Bianco – vivono poveramente, in varie masserie semidiroccate, alcune famiglie dall’occupazione non precisata, ma che comunque sembrano non essere contadini. I loro bambini, tra i sei e i dieci anni, vagano liberi per i campi, giocando ed esplorando. In una casa abbandonata non lontana, Michele, uno di loro, scopre un pozzo nascosto da un coperchio metallico, e nel pozzo un bambino. Michele non impiegherà molto a capire che si tratta di un bambino rapito, tenuto in ostaggio, e che nella vicenda sono coinvolti anche i suoi genitori, a loro volta ‘ostaggi’ del capobanda, un milanese violento e scostante. Nei giorni successivi egli torna più volte dal rapito, gli parla, entra in confidenza con lui e riesce addirittura a distrarlo dall’angoscia e dalla solitudine in cui è precipitato. La scoperta di questa amicizia proibita fa precipitare la situazione. Il capobanda decide di eliminare l’ostaggio, e a ricevere l’incarico è proprio il padre di Michele. Un film pieno di buone intenzioni, nessuna delle quali pienamente realizzata. Evidente, per esempio, la sua tesi secondo la quale violenza e sopraffazione si ‘imparano’. Esse sono presenti anche tra i bambini – e, funzionalmente, il regista evita di descrivere idillicamente il loro mondo – perché, sembra volerci dire, le hanno assorbite dall’ambiente degli adulti. Purtroppo, nonostante questa sua intenzione sia proposta come tesi con tutta evidenza, essa rimane del tutto indimostrata. Le due vicende non si legano, non si risolvono l’una nell’altra, sembrano addirittura quasi estranee, e trovano un punto d’incontro solo nel drammatico finale. Lo stesso dicasi della fotografia, che probabilmente doveva suggerire solitudine, ma che invece rimane sullo sfondo, anch’essa ‘indimostrata’, senza particolari motivi di interesse. E così dicasi, anche, della eccezionale performance di Abatantuono, che dà vita ad un personaggio di grande efficacia, che tuttavia appare irrisolto: si rimane insoddisfatti, di fronte alla sua figura, in un certo senso con la sensazione che sia stata sprecata una grande opportunità, un personaggio ricco e forte, che avrebbe potuto dirci molto di più. Tutti i personaggi, a dire il vero, sembrano sprecati, lì dentro. Il padre, che prova a spiegare al figlio (e allo spettatore!) le motivazioni della sua violenza, ma non ci riesce; la madre, che sembra anche lei dover esprimere un ‘ruolo’ che non si concretizza; il bambino, eccezionalmente bravo, ma la cui storia ed esperienza di vita non hanno rapporti con la storia generale, e soprattutto, anch’esse, non ‘insegnano’ niente. Alla fine vien da chiedersi: ‘A che è servito?’, ed è un gran peccato. E’ dai tempi di quel miracoloso Mediterraneo che Salvatores non riesce più a indovinare un film. Nonostante tutte le sue ambizioni, anche questo non fa eccezione.

Gli spietati (C. Eastwood, USA, 1992), 02.00, DT

Uno dei capolavori di Clint Eastwood, ed anche uno degli western più belli che si siano mai visti. Un ex bandito, che ha rinunciato alla pistola, viene incaricato da una prostituta di trovare l’uomo che l’ha sfregiata per vendicarla, ma dovrà percorrere una strada di sangue. Cupo e crepuscolare apologo sulla ‘violenza della violenza’. Assolutamente imperdibile.

Inside man (S. Lee, USA, 2006), 18.50, DT

Capita abbastanza spesso che i registi ‘radicali’ del cinema americano decidano di fare un film per mostrare il ‘lato oscuro’ del capitalismo. Poiché però, “per la contraddizion che nol consente”, non è loro possibile andare fino in fondo, i risultati sono spesso bizzarri. A volte ne vien fuori un prodotto più che onesto e convincente, come, ad esempio, il bel Wall Street, di O. Stone (1987), che ci racconta la totale ‘amoralità’ che sta dietro alle speculazioni di borsa. Altre volte, invece, ci ritroviamo per le mani un film come questo, tanto strampalato e tirato per i capelli quanto modesto e ‘piccolo’. L’assunto di fondo sembra essere quella battuta attribuita a B. Brecht, secondo la quale “è più immorale fondare una banca che rapinarne una”. Così la sembra pensare – ma gli spettatori lo scopriranno ‘solo vivendo’, e con tanta pazienza – l’organizzatore di una strana rapina ad una banca di New York. Ci sono soldi, naturalmente, in quella banca, a pacchi, ma ci sono anche cassette di sicurezza, e come si sa le cassette di sicurezza racchiudono spesso inconfessabili segreti. Una di esse appartiene, pensate un po’, al fondatore della banca in persona, un uomo molto anziano, che appena viene a sapere della rapina in corso si mette in contatto con una strana donna, una specie di Robin Hood per ricchi, specializzata per tutelarne gli interessi e difenderne, appunto, anche il più ignobile dei segreti. Non possiamo andare oltre nella narrazione, per non rovinare il piacere di scoprire il meccanismo, probabilmente l’unico piacere di un film tutto sommato abbastanza scontato. Il segreto di C. Plummer – quello su cui, appunto, sembra fondarsi tutto l’assunto morale del film – è, in fondo, abbastanza banale, e, sia pur con tutto il rispetto per quella magnifica serie, più che un film sulle contraddizioni del capitalismo fa venire in mente una puntata della Piovra, se non il vecchio e pesantissimo Dossier Odessa (1974). ‘Tutto qui?’ si chiede lo spettatore, che sulle vergognose origini di molte celebrate ricchezze ormai ne ha sentite tante da aver bisogno di qualcosa di peggio, per stupirsi. Meno piatto e noioso di Malcom X (1992) (se non altro perché si sta a vedere come va a finire), meno confuso e pasticciato di SOS (1999) (ma qui gli fa gioco la sua struttura da ‘poliziesco’), Inside Man lascia davvero il tempo che trova. Quanto a Denzel Washington, penso che con questo film abbia esaurito ogni possibile variante di espressioni nella gamma del poliziotto-che-sembra-cattivo-ma-è-buono-e-intelligente. Sarebbe davvero curioso vedere se, la prossima volta, riesce a fare qualcosa di diverso. Permettetemi di concludere con una malignità. Come sappiamo, a New York non corre precisamente buon sangue tra la comunità nera (spesso islamica) e quella ebraica, e dunque a me non me lo toglie dalla testa nessuno che ci sia un minimo spunto antisemita, magari del tutto involontario e inconscio, nell’aver dato al rabbino il ruolo che ha. Come diceva Andreotti, “a pensar male si va all’Inferno ma ci si azzecca”.

Domenica 3 ottobre

I cento passi (M.T. Giordana, Italia, 2000), 03.05, Rai1

Storia vera di Peppino Impastato, militante di democrazia Proletaria, figlio di un piccolo mafioso e nipote del boss Tano Badalamenti, che negli anni Settanta a Cinisi, in provincia di Palermo, si mise in mente di combattere la mafia con una radio libera, con l’ironia, la satira, l’irriverenza. Pagò con la vita, e ci vollero decenni prima che i suoi assassini, noti a tutti, venissero processati e puniti. Di fronte a Ministri della Repubblica che, come Lunardi, dichiarano che con la mafia bene o male bisogna convivere, e che comunque non c’è niente di male a dare e ricevere qualche favore, vien da chiedersi se Impastato sia stato uno stupido e lui, Siani e tutti gli altri siano morti per niente: quando crederemo questo, vorrà dire che ci saremo venduti l’anima anche noi. Ottimo film ‘civile’ italiano, come a volte sappiamo ancora fare, forte e commovente, ma pulito ed antiretorico. Davvero imperdibile.

Mamma Roma (P.P. Pasolini, Italia, 1962), 01.20, Rete4

1) La storia di una prostituta che vuole redimersi ma naturalmente non ci riesce, 2) recitata da Anna Magnani, insopportabile icona del più melenso neorealismo italiano, 3) nutrita della retorica demagogica e populista di Pasolini: un mix da frantumare le palle anche al Convitato di Pietra.

Il Dottor Stranamore (S. Kubrick, GB, 1964), 21.00, DT

Forse il miglior film di Stanley Kubrick in assoluto, ferocissima, demenziale, spietata satira contro il militarismo e la guerra, incredibile performance del grandissimo Peter Sellers, che interpreta tre personaggi uno più esilarante dell’altro. Puro genio, assolutissimamente imperdibile.

Blood diamond (E. Zwick, USA, 2007), 21.00, DT

Forse quello che fa più male di questo ottimo film – potente, semplice e sincero – è lo spot della FAO che viene mandato prima dei titoli di testa. ‘Aiutateci a sconfiggere la fame nel mondo’, dice: ma come è possibile, se la realtà è quella che vediamo? Africa, anni Novanta. La Sierra Leone è devastata dalla guerra civile, che contrappone i sanguinari ribelli del RUF alle forze governative. Solomon è un povero pescatore nero, che vive sulla costa assieme alla sua famiglia, e sogna un avvenire di riscatto sociale per i suoi figli. Quando il suo villaggio viene assalito dai RUF, i suoi scompaiono nel caos, mentre lui viene ridotto in schiavitù e costretto a scavare diamanti per finanziare la guerriglia. Nella miniera Solomon trova uno splendido diamante rosa, e capisce che quello può essere il mezzo per fuggire da quell’inferno, ma mentre lo sta nascondendo il villaggio viene attaccato dai governativi, e lui stesso arrestato. In carcere conosce Danny Archer, bianco, un tempo mercenario ed ora avventuriero in proprio, che scopre casualmente il suo segreto, e decide di rubargli il diamante promettendogli, in cambio, la liberazione della famiglia. Con l’aiuto di Maddy Dowen, reporter americana che cerca di raccontare le sofferenze del continente africano e le complicità del Primo Mondo nel loro sfruttamento, i due si imbarcano in un ‘viaggio allucinante’ che li porterà attraverso i più spaventosi orrori dell’Africa moderna: i soldati-bambini, strappati alle famiglie, drogati, condizionati, fino a trasformarli in bestie feroci senz’anima; la miseria di milioni di persone sulla quale pochi eletti, distanti migliaia di chilometri, lucrano immense ricchezze; il saccheggio da parte dell’Europa e degli USA delle risorse naturali di un intero continente; la disperazione e il caos di intere nazioni in cui il colonialismo non è mai finito, ma ha solo cambiato nome, vesti e metodi. Chi è responsabile di tutto questo? Noi, che compriamo avorio, petrolio e diamanti ottenuti col sangue? Il capitalismo moderno e globale, che gestisce il mondo intero come una riserva di caccia? Gli africani stessi? “Mio nonno mi raccontava delle guerre tra tribù nemiche – racconta Solomon – e questo lo capisco, ma com’è possibile che la mia gente faccia questo a se stessa?”. Eppure, potremmo rispondergli, da qualcuno la sua gente l’avrà pur imparata questa ‘barbara’ cultura della sopraffazione ad ogni costo, del disprezzo assoluto della vita, dell’assenza di ogni valore: questa par essere l’eredità che il colonialismo e la civiltà bianca hanno lasciato agli africani, e c’è da vergognarsi, ad essere bianchi e ‘civili’. ‘Non è possibile far niente’, vien da rispondere a quello spot, ed ogni intervento sarà una goccia nel mare, addirittura un’inutile e grottesca elemosina, se non cambieranno alla radice gli schemi, culture e valori su cui questo mondo si regge. Grazie a film come questo – che tanto ricorda il bel Lord of War di Andrew Niccol (2005) sul commercio internazionale di armi, non a caso sponsorizzato da Amnesty International – che ci aiutano a capirlo. Grazie agli ottimi interpreti: un Leonardo di Caprio irriconoscibile, maturo e reale; una Jennifer Connelly sensibile e misurata (oltre che bellissima); e soprattutto Djimon Hounsou – che già avevamo ammirato nel magico In America (2002) di Jim Sheridan – qui semplicemente strepitoso per l’intensità delle sue capacità interpretative.

Zardoz (J. Boorman, GB, 1973), 01.30, Sky

In un lontano futuro, la Terra devastata è dominata da un gruppo di eletti che ne hanno alterato i ritmi naturali. Esaltazione della libertà della Natura contro il progresso e le macchine che l’hanno violentata. Molto bello, e drammaticamente attuale. Imperdibile, anche perché questo è uno dei suoi rari passaggi in tv.

Lunedì 4 ottobre

Gangs of New York (M. Scorsese, USA, 2002), 23.25, Rete4

Davvero bello, splendidamente costruito, magnificamente girato. Non mi viene da urlare al capolavoro – non so perché: forse perché, nonostante tutta l’intelligenza e la pervicacia con cui viene inseguito, mi pare che tutto sommato l’epos autentico latiti da questo film – ma è certo che si tratta di uno splendido film. Per le scenografie; per la costruzione e la conduzione dei movimenti di masse e di folle, davvero magistrale; per la ‘verità’ che le vicende esprimono; per la cura con cui viene messa in luce la connotazione di classe delle rivolte; per l’interessantissima analisi della religione usata come rito magico; per l’impianto storico, accuratissimo ed illuminante; per la recitazione, quasi tutta, almeno. Daniel Day-Lewis è incredibile, semplicemente; e penso che, ricordando il bellissimo ‘selvaggio’ dell’Ultimo dei Mohicani, molti cuori femminili si saranno spezzati, vedendo come si è ‘ridotto’ nella parte del capobanda sanguinario (posso fare un’aggiunta, senza nessuna cattiveria? Non sbaglia chi ha detto che, con quella tuba smisurata e gli occhi strizzati, certe volte assomiglia tanto ad Ezechiele Lupo . . .); Leonardo Di Caprio man mano che cresce sta perdendo il suo faccino da cicciobello, il che lo aiuta ad essere un attore vero: magari a cinquant’anni sarà perfetto; Cameron Diaz, invece, mi ha deluso. A parte il fatto che, oltre a Ogni maledetta domenica, continuo a pensare che la sua interpretazione migliore sia stata quella di quel delizioso fumetto che è The Mask (come non innamorarsi di quel purissimo ed innocentemente sensuale angelo biondo?), qui mi è sembrata scialba e poco significante. Spesso appare distratta, quasi che ciò che sta facendo non la interessasse, e nonostante la drammaticità del suo personaggio, di drammaticità ce n’è pochissima nella sua recitazione. È stato detto che questo film mostra la violenza insita nel popolo americano, e addirittura che non è possibile ‘capire’ gli americani senza averlo visto. Antiamericanismo a parte, ritengo che sostanzialmente si tratti di affermazioni fondate. GON ci fornisce il ritratto di un popolo che è nato dal crogiuolo dell’odio razziale e di classe, e per il quale il ‘progresso’ è consistito solo nella vittoria del più forte sul più debole; non dimentichiamo che, mentre si svolgevano le vicende del film, a ovest si stava consumando il più infame genocidio della storia: decine di milioni di Amerindi massacrati in nome del profitto e della ‘superiorità’ della razza bianca. Bel film, dunque, ed anche film ‘istruttivo’, e sciocche le polemiche sulla ‘violenza’ delle sue scene: certo, è terribile e a volte insopportabile, ma lo è proprio perché nasce dal vero e dalla storia.

La famiglia (E. Scola, Italia/Francia, 1986), 21.00, Sky

Attraverso la vita di Carlo – un magnifico, grandissimo Vittorio Gassman, di fronte ai cui film il figlio dovrebbe decidersi a cambiar mestiere – la ‘vita intima’ e la ‘storia minima’ della società italiana dai primi del Novecento alla fine degli anni Ottanta, raccontata coi soliti schemi di Scola: delicatezza, poesia, compassione, umanità. Un grande film, che scorre piano ed armonioso come un fiume, da apprezzare con calma, momento dopo momento. Assolutamente imperdibile.

Martedì 5 ottobre

Frost/Nixon (R. Howard, USA, 2008), 23.25, DT

Nel 1974 il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dovette dimettersi, in seguito all’inchiesta sul suo coinvolgimento nello spionaggio ai danni del Partito Democratico, il famoso scandalo Watergate. Nel ’77, dopo tre anni di silenzio assoluto, per la prima volta Nixon accettò di farsi intervistare sulla vicenda. L’intervistatore era David Frost, giovane e brillante giornalista britannico, celebre e ricco conduttore di talk show nel suo paese ed anche in Australia. Frost, forse non così esperto come sembrava, riteneva probabilmente di poter facilmente aggiungere una nuova testa alla sua galleria dei trofei, e nell’organizzazione dell’evento, che costò più di due milioni di dollari, impegnò quasi tutte le sue sostanze. Ma Nixon, cinico ed abile politico, lo sopraffece in fretta, e l’intervista si stava avviando ad essere un fallimento quando Frost, in uno scatto di orgoglio e di disperazione, riuscì a mettere il Presidente alle corde, costringendolo ad ammettere pubblicamente le sue colpe ed ottenendo perciò un successo personale, anche finanziario, davvero eccezionale. Questi sono, per sommi capi, i fatti, ed altro non ci sarebbe da dire, perché, quanto al film, il film non esiste. Frost/Nixon è la più gigantesca montagna di fuffa che si sia vista al cinema da anni, un vero e proprio imbroglio, che svilisce il cinema e prende in giro lo spettatore. Fuffa di altissima qualità, beninteso, e perciò ancor più insidiosa, perché è facilissimo prenderla sul serio: recitazione eccezionale (da scuola di recitazione sia Frank Langella che Michael Sheen), raffinato montaggio, splendida fotografia (da scuola di cinema i primi piani) eccetera. Ma sotto di ciò, il vuoto. Sì, questo è un film fondamentalmente ‘vuoto’: psicologicamente, emozionalmente, perfino storicamente. Non c’è nulla, sotto la splendida copertina. Nessun reale approfondimento psicologico, ma solo due ottimi attori che ‘recitano’ emozioni stereotipe scritte a tavolino da sceneggiatori bravissimi e munificamente ricompensati; nessuna emozione, ma solo due che ‘fanno finta’ di emozionarsi, costruendo scene che, appunto, potrebbero essere molto utili in un manuale di recitazione, ma che sono intimamente fredde e disanimate; nessun vero ‘personaggio’, ma solo l’ennesima riproposizione del vecchio ‘mito’ americano dello scontro di ‘eroi’; nessun arricchimento storico: questo film non ci dà un grammo di informazione in più di quella che, in tutti questi anni, abbiamo avuto dai giornali (e, appunto, dalla tv). Abbiamo, insomma, un prodotto di gran lusso e di grande scaltrezza, costruito per dare allo spettatore l’illusione, e la soddisfazione, di aver visto chissà che capolavoro, mentre in realtà non ha visto nulla: ‘plastica’, come si suol dire. Abilissimo, dunque, Ron Howard, che con questo film ha mirato, per fortuna inutilmente, all’Oscar.

Vampires (J. Carpenter, USA, 1998), 21.00, DT

Un Carpenter davvero DOC, in questa storia di vampiri che, uniti in bande, infestano il New Mexico. Li guida un prete asservito a Satana, bruciato sul rogo in Europa alcuni secoli prima. A combatterli, una squadra di nuovi Crociati, violenti e feroci come il nemico che hanno davanti. Splendide scene di lotta, ottimi effetti speciali (i vampiri che s’incendiano quando vengono esposti alla luce del sole) per uno dei migliori film del genere. Per gli appassionati, imperdibile.

Matrix – Matrix Reloaded – Matrix revolutions (L. e A. Wachowsky, USA, 1999/2003), 21.00, DT

Primo tempo

ZANG-TUMB-BANG-BANG-BUMBUMBUMBUM-TATATATATA-ZOT-ZOT-ZOT-CRASH-SBADABANG-TIN-TLEN-TLONG-TRATRATRATRATRATRATRA-CLANG-DLENDLEN-RATATATATATATA-SBENG-DLIN-

Intervallo

Mentre aspettate, e dopo aver fatto pipì, potete leggere la recensione pubblicata da Marco su http://www.bastardidentro.com il 23 maggio 2003:

“Mi ha fatto cagare. La migliore interpretazione l’ha data la tetta sinistra della Bellucci, il che è tutto dire. L’autore doveva essere appassionato di Bruce Lee, di Superman (Neo se ne svolazza più o meno per tutto il film raccattando persone che piovono dai palazzi) e di Batman, che se non hai un mantello non superavi il casting. La trama l’ha scritta uno che aveva fumato acido, alla fine tutti sapevano già tutto, l’oracolo è un pacco, Trinity non muore e la scritta finale è Continua”.

Durante la proiezione in sala, prima dell’inizio del secondo tempo, ad ogni spettatore è stato fornito un flipper personale, così ha potuto divertirsi da solo (a far girare le palle).

Secondo tempo

ZANG-TUMB-BANG-BANG (tetta della Bellucci) BUMBUMBUMBUM-TATATATATA-ZOT-ZOT-ZOT-CRASH-SBADABANG (culo della Bellucci) TIN-TLEN-TLONG (tetta della Bellucci) TRATRATRATRATRATRATRA (menate pseudofilosofiche dell’Architetto, del tipo: “Matrix è la mitopoiesi della metafisica della trombatoidesi della spiritualitosi. Modificando il cazzitrone si otterrà una puttanificazione della cazzatoidina che porterà alla vaffanculosi finale” eccetera) CLANG-DLENDLEN-RATATATATATATA-SBENG (culo della Bellucci) DLIN.

(Onestamente, non ricordo bene se questa ‘recensione’ l’ho scritta per la prima, la seconda parte o la terza parte. Ma si differenziano forse in qualcosa, questi idiotissimi film, che misteriosamente qualcuno ha voluto caricare di inimmaginabili contenuti filosofici?! Aridatece Tom & Jerry! Comunque, chi viene con me, una di queste sere, a picchiare sulle gengive registi ed interpreti?).

Novecento (B. Bertolucci, Italia/Francia/RFT, 1976), 21.00, Sky

Assieme al Piccolo Buddha (1993) ed al bellissimo Ultimo tango a Parigi (1972), certamente il film più bello e commovente di Bertolucci. La lunga saga di un contadino emiliano e del suo padrone, nati nello stesso giorno del 1900 e le cui esistenze procedono allacciate per tutto il secolo, attraversando la Prima Guerra Mondiale, gli scioperi, il Fascismo e la Resistenza. Canto epico sul proletariato contadino, imparentato col grande cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta, alla cultura del realismo socialista ma anche alla grande narrativa proletaria di Zolà e dell’Ottocento francese ed inglese. Troppo lussureggiante il cast per mettersi ad elencarlo: nominiamo solo un grande Donald Sutherland nella parte del fascista. Stupendo ed assolutamente imperdibile.

Mercoledì 6 ottobre

The Agronomist (J. Demme, USA. 2003), 22.40, DT

Non l’ho mai visto, ma ne ho letto molto bene. Ecco, per esempio, la scheda che gli dedica il Morandini.

 “The Agronomist”

USA 2003

REGIA: Jonathan Demme

* Ritratto di Jean Dominique, agronomo e giornalista che dal 1968 diresse Radio Haiti-Inter, contribuendo alla lotta per i diritti umani e la democrazia del popolo haitiano, contro l’ingiustizia e la corruzione. Due volte esule politico negli USA, fu assassinato da un sicario il 3-4-2000. Frutto degli incontri e delle interviste avuti da J. Demme con lui nel 1991, anno del golpe militare che depose Jean-Bertrand Aristide, eletto nel 1990 presidente della repubblica dopo essere stato per anni oppositore della dittatura di François Duvalier (1907-71), il famigerato “papà Doc”, e di suo figlio Jean-Claude. È un documentario di controinformazione sulle tormentate vicende dell’isola negli ultimi 30 anni del Novecento che completa una pentalogia, prodotta da Demme e aperta da Haiti, Dreams of Democracy (1992). Racconta la vita, il coraggio e la lotta “di un uomo che vede e sente altri uomini, e che nelle loro storie di vita vede e sente buone ragioni per prendersene cura” (R. Escobar). Il sessantenne Demme, il più civilmente impegnato tra i registi italo-americani di prima fila, ha fatto un documentario centripeto che nell’altalena tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, tipica del regista, ha una tensione pari a quella di un buon film di fiction. Presentato a Venezia 2003 in Nuovi Territori”.

Un sogno per domani (M. Leder, USA, 2000), 22.55, DT

Kevin Spacey è un insegnante di liceo, i cui rapporti col mondo sono ostacolati e ‘filtrati’ da una brutta ustione che gli deforma il volto. Durante una lezione di Studi Sociali, propone ai suoi allievi un compito davvero particolare: trovate un modo per cambiare davvero il mondo, partendo da chi vi sta vicino. Uno dei bambini lo prende sul serio, innescando un processo che coinvolgerà e sconvolgerà la vita di molti. Poetica favola sull’utopia dei ‘buoni sentimenti’ e della giustizia, il film è sostenuto prima di tutto da un eccezionale Spacey, sensibilissimo e dalla recitazione ‘interiore’, come sempre. Pregevole anche la breve ma intensa parte di James Caviezel. Da vedere.

Il mercante di Venezia (M. Radford, Italia/USA/GB/Lussemburgo 2004), 21.00, DT

Ci vuole impegno a spegnere il fuoco, lo smalto e il sangue della prosa di Shakespeare, eppure Radford c’è riuscito, in questo film patinatissimo, leccatissimo e noiosissimo. Su sfondi da cartolina – la Pro Loco Venezia ringrazia – i personaggi scorrono come figurine senza spessore e la storia si trascina verso un finale senza passione. Perfino il grande Al Pacino pare annichilito da tanto sfarzo, e la sua recitazione, di solito ‘sopra le righe’, è atrofizzata e minimale.

Ritorno a Cold Mountain (A. Minghella, USA, 2003), 21.00, Sky

Quando l’ho visto al cinema, voglio precisare che mi ci hanno trascinato, io non volevo andarci, io me la sentivo che era una puttanata. Tuttavia, devo dire che un’insopportabile scemenza come questa non me l’aspettavo nemmeno io, ed è perfino difficile scegliere da dove cominciare a dire perché. Dalle immagini? Ma chi l’ha commissionato, il film, la Pro Loco del North Carolina? Chi l’ha confezionata, questa serie di spottini pubblicitari, questa sfilza di fotografie troppo leccate ed elegantine, o sgranate e falsamente rustiche? Perfino le – tanto, troppo e del tutto immeritatamente – decantate scene di guerra sono raffinate e coreografiche, completamente prive di qualsiasi orrore per la carneficina che si sta mostrando, e nella casa in cui Jude Law rischia l’orgia, i corpi femminili sono voluttuosamente disposti in un perfetto ‘arredamento’, che di perverso non ha proprio nulla. Dalla recitazione? Parliamo del povero Jude Law, altrove grande attore (ricordate lo splendido Gigolo Joe in A.I.?), ma qui semplicemente inesistente, costretto com’è in una parte senza spessore e senza carattere. Parliamo di Nicole Kidman, tutta gestini, mossettine, occhiatine, sospirini, irritante come non mai; negli ultimi minuti ci offre un breve flash del suo bellissimo culetto, e forse lì dà il meglio di sé. O vogliamo parlare di Renée Zellweger (‘Piggy il maialino scialbo’, l’ha ferocemente e icasticamente definita una mia amica)? Vogliamo parlare di questo personaggio schizzato, grottesco e ridicolo, che parla, pensa, gesticola e si muove come un cartone animato, e che del cartone animato ha lo spessore psicologico e il medesimo grado di ‘realtà’? E che ci fa lì il grande Donald Sutherland, costretto in una porticina da vecchio rimbambito, insipida e marginale, una specie di cornicetta introduttiva? Vogliamo aggiungere qualcosa anche sugli effetti speciali, su quella neve che cade nelle scene finali, evidentissimamente sovrapposta col computer? O sui dialoghi tra lui e lei, un incrocio tra Liala e i bigliettini dei baci Perugina? Non avevano nessuno di più bravino per le mani? Insomma, per concludere: ma questo signor Minghella Anthony, l’ha mai visto Via col vento? “Ma mi faccia il piacere” direbbe Totò …

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976), 21.00, Sky

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Giovedì 7 ottobre

Hotel Rwanda (T. George, GB/Italia/Sudafrica, 2004), 21.00, DT

Ambientato all’epoca degli scontri etnici tra Hutu e Tutsi, che nel ’94 fecero quasi un milione di morti, il film racconta la storia di un direttore d’albergo che riesce a salvare un migliaio di profughi dal massacro. Nonostante l’eccezionalità del tema, il risultato è purtroppo un film estremamente noioso, e quasi del tutto privo di emozioni. ‘Non succede niente’, in quelle due ore, e ‘non si vede niente’, e purtroppo, se si vuole raccontare l’orrore, soprattutto quello vero, bisogna mostrarlo. I personaggi sono senza spessore psicologico, e si ha davvero l’impressione di assistere ad una brutta fiction televisiva, purgata dalla scene di violenza per farla vedere anche ai bambini. Il cast va perdonato: N. Nolte era lì di passaggio e si è fermato a bersi una birra, D. Cheadle se la cavicchia a fare il protagonista, e il resto è da dimenticare.

The Ring (G. Verbinsky, USA, 2002), 22.55, Sky

Fa veramente orrore. Non nel senso che spaventa a morte: proprio nel senso che fa schifo. L’idea di base sarebbe stata anche buona, ma la tragedia è stata che il regista si è dimenticato di scrivere anche una conclusione logica, per cui, dopo circa due ore di una storia pseudomisteriosa e assurda (ma che c…. c’entrano i cavalli che impazziscono?!) in cui continuate a dirvi: ‘Ah, adesso finalmente vediamo qual è la spiegazione’, lui vi pianta lì in mezzo alla strada con una soluzione semplicemente incomprensibile, al che voi vi alzate, lo mandate affan…. e vi noleggiate Frankenstein. L’ambientazione è alla lunga (cioè dopo un quarto d’ora) francamente comica: ma che disgraziato paese è quello lì? Ma possibile, porca miseria, che piova sempre a dirotto?! E – se foste duri di comprendonio e non vi foste accorti che state vedendo un film dell’orrore – ci pensa la fotografia a farvelo capire: continuamente virata in un verdino-cadavere-marcito-nell’acqua che no, non è un difetto del vostro tv color: è proprio una scelta ‘stilistica’ d’autore. Se trovate il regista, picchiatelo anche per me.

L’arte del sogno (M. Gondry, Francia/Italia, 2006), 22.40, Sky

Dopo alcuni bei film – Human nature (2000), Se mi lasci ti cancello (2004) – variamente trattati o bistrattati e non sempre compresi e amati – Gondry ci regala qui un film bellissimo, poetico, straziante e geniale. Stéphane è un giovane grafico dalla creatività onirica e sfrenata. Tornato a Parigi dal Messico (ma torna veramente? Il taxi che lo deposita davanti alla porta riparte con Stéphane all’interno, che guarda se stesso davanti alla porta …), in cui ha vissuto fino a quel momento, va ad abitare dalla madre, nella sua vecchia casa, e scopre che nell’appartamento di fronte abita Stéphanie, ‘artista’ strampalata, che cuce animali di pezza. E’ amore, quello tra Stéphane e Stéphanie, ma non tanto ‘a prima vista’. Si tratta di sintonia, affinità elettiva, comunione emotiva, sintesi onirica. Lui rincorre lei, e poiché teme di non averla nella realtà, la corteggia e la seduce nel sogno. Lei, ancora immatura e spaventata dall’amore, fugge lui, in una continua fusione/commistione/confusione tra sogno e realtà che affascina e rapisce mente e cuore. Il sogno, i sogni di Stéphane sono i grandi protagonisti di questo incredibile film che se può ricordare la doppia dimensione del sia pur bellissimo Amélie (2001) di J.P. Jeunet – altro grande ‘sognatore’ – travalica e supera quel capolavoro per viaggiare in una dimensione davvero ‘altra’. Stéphane entra ed esce dai suoi sogni, li riporta nel mondo attraverso le macchine magiche che inventa, le quali macchine usa poi per fuggire ancora. Gondry è un genio, che crea magie ricorrendo ad una tecnica di animazione degli oggetti che già conoscevano nella cinematografia dell’Est, qui portata a vertici poetici davvero eccezionali. Si ‘consuma’, l’amore tra Stéphane e Stéphanie? O davvero “la vita è sogno”, come insegnava Calderon de la Barca? O davvero “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come insegnava Shakespeare? Anche l’amore è sogno? Cosa è ‘reale’? Il bacio – sommamente straziante! – che Stéphanie pone sulla fronte di Stéphan addormentato? Lui e lei che cavalcano in una foresta di carta su un cavallo di pezza? Si ‘consuma’, dunque, questo amore? E’ pur reale, il dialogo surreale alla fine del film, tra tettine, pompini e uccelli duri, eppure così lunare e giocoso da spingere nuovamente verso una dimensione sognata, di coprolalia quasi ‘infantile’. Un capolavoro, nel quale/anche perché ogni istante è al tempo stesso immensamente creativo e tuttavia intimamente ‘controllato’, voluto e collegato col tutto, in una sinfonia onirica senza pari. Gael Garcia Bernal recita come un bambino che – appunto! – sogni di essere entrato in un immenso magazzino di giocattoli. Charlotte Gainsbourg commuove e innamora: non più – forse mai – ‘attrice’, ma Musa, simbolo, icona di una femminilità sensuale, giocosa e pura.

Venerdì 8 ottobre

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, USA, 2008), 19.00, Sky

Oppure si poteva anche intitolarlo ‘La semplice e felice vita di Rachel’, perché è questo ciò che lei e i suoi familiari vorrebbero raccontarci. Di come lei sia tanto una brava ragazza, specializzanda in Psicologia, di come tutti siano felici da morire per il suo matrimonio, tra due o tre giorni, di come tutto “andrà benissimo”, come ci sentiamo dire mille volte. Ma non va tutto bene, a cominciare da un invitata ‘speciale’: Kim, sorella ex tossica di Rachel, ‘in licenza’ dal centro di disintossicazione in cui vive. Non si poteva non invitarla, naturalmente, ma non si può nemmeno far finta che sia ‘una come gli altri’. Lei è Kim, la tossica, ora “pulita da nove mesi”, sì, ma tossica comunque, e oltretutto con sulle spalle una scimmia perfino più cattiva dell’eroina e delle pasticche. Lei e la sua scimmia – tutti sanno di che si tratta, ma tutti fanno finta di niente, almeno finché si può – si aggirano tra gli invitati e i preparativi come un tarlo in una struttura lignea: un tocco di qua, un altro di là, e poco per volta tutta quella perfetta costruzione comincia a cigolare, a scricchiolare, e saltano fuori le crepe. Non si poteva fare a meno di invitarla, certo, ma chi l’ha fatto pensando di ‘controllarla’ e di farle recitare un copione prefissato si è sbagliato di grosso (Dancing with Shiva, ‘Ballando con Shiva’, il Dio della distruzione: questo era il bellissimo titolo originale del film). Kim non è lì per far presenza: è lì per vivere, per dire a tutti che esiste di nuovo, per reclamare il suo spazio, ed anche il suo diritto ad essere amata, come gli altri. Non le importa niente, tutto sommato, del matrimonio di sua sorella; comunque, non accetta che quello le impedisca di esprimersi. Rachel per prima se ne rende conto, dopo le smancerie d’obbligo: “Prima tutto girava attorno alla sua malattia, ora tutto deve girare attorno alla sua guarigione”. Ma uno dopo l’altro, tutti i fantasmi si ripresentano, e tutti quanti gli equilibri saltano: quelli col padre, che per tanti anni ha nascosto la verità prima di tutto a se stesso, quelli con la madre, la cui assenza ed anemotività sono state la causa principale di tutti i problemi di Kim, quelli con gli amici, preparati ad ignorarla e invece messi bruscamente a confronto col suo dolore e il suo bisogno di vita. Con lei, alla fine, tutti dovranno fare i conti, dopo di che ognuno andrà per la sua strada: senza grandi tragedie, né grandi soluzioni, né happy end. Ma Kim avrà avuto la possibilità di dire: ‘Amo, dunque esisto’. E sarà già stato moltissimo. Film raffinato, intenso, riccamente tessuto e raccontato su una splendida sceneggiatura di Jenny Lumet – figlia del grande Sidney – RGM è un’opera discreta e rara, che emoziona e affascina, pur senza mai cercare facili e banali coinvolgimenti. Semplicemente splendida Anne Hataway nel personaggio fragile ma determinato di Kim e sconvolgente Debra Winger in quello della madre, che ancora porta in giro imperterrita la propria follia. Assolutissimamente imperdibile.

Orizzonte perduto (F. Capra, USA, 1937), 01.20, Sky

Durante la guerra cino-giapponese un aereo fugge da Pechino con cinque occidentali a bordo, ma un clandestino lo dirotta a Shangri-la, una sperduta valle tibetana governata da un vecchissimo Lama, che ha quasi trovato il segreto dell’immortalità. A contatto coi valori autentici degli abitanti, poco a poco le passioni dei cinque si spegneranno (l’Attaccamento!). Alcuni di loro cercheranno di fuggire per tornare al mondo ‘civile’, ma presto si renderanno conto di aver perduto il paradiso, e vi faranno ritorno. Capolavoro misconosciuto di Frank Capra, dove si ritrovano i suoi temi tradizionali. Affascinante e spettacolare, sognante e poetico, è tratto dal bellissimo romanzo omonimo di James Hilton, assolutamente da leggere, se siete così fortunati da trovarlo (una volta era edito da Garzanti). Imperdibile.

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