Pubblicato da: giulianolapostata | 1 ottobre 2010

“La Passione”, C. Mazzacurati, Italia, 2010

Carlo Mazzacurati è uno dei più grandi registi italiani (e la lista difficilmente supererebbe le dita di una mano), uno di quelli che anche quando raccontano storie minime (non ‘minori’, ché di storie minori non ne esistono) non parlano del proprio ombelico, né raccontano il proprio incomparabile Ego, ma prendono spunto da storie qualunque di gente qualunque per narrare a tutti di sentimenti ‘universali’, tanto importanti quanto semplici ed elementari. Dopo il bellissimo La giusta distanza (Italia, 2007), disincantata tranche de vie sulle malattie dello spirito che il trionfante Nord-Est nasconde dentro di sé, qui egli torna alla ‘commedia’, ma attenzione: non quella culi-tette-rutti-scoregge che tanto piace alla maggioranza degli italiani, e su cui pseudoregisti (appunto) e pseudoattori hanno costruito le loro fortune, bensì una commedia malinconica e garbata, mite, che degli esseri umani racconta sì le miserie, ma anche la dignità e la nobiltà nascosta. Vorremmo dire una specie di Germi (Signore e signori), senza la sua sacrosanta e scandalizzata indignazione, sostituita da una profonda pietas. Questa volta l’antieroe di Mazzacurati è Gianni Dubois, ‘grande’ ex regista, nel senso che da cinque anni non fa un film, sprofondato com’è in una terribile crisi d’ispirazione. Lo incontriamo in un pessimo momento. Da un lato, una giovane stellina di fiction televisive ha deciso di far fare un salto di qualità alla propria carriera chiedendo di essere diretta proprio da lui in un nuovo film, e lo perseguita continuamente per sapere se ha avuto una buona idea. Dall’altro, il suo produttore – venale e volgare – fiuta l’affare, e anche lui lo perseguita ossessivamente perché si decida a scrivere questo film. Dietro a tutto sta la ‘catastrofe’. In un appartamentino che Gianni possiede in un paesino della Toscana, e di cui non si è mai curato, si verifica una fuga d’acqua, che devasta un preziosissimo affresco nella sottostante, antica chiesetta. Col paese Gianni non ha mai avuto nessun legame, e viene visto come un estraneo profittatore e portatore di rogne, per cui Sindaco e Consigliere lo mettono vigliaccamente di fronte ad un semplicissimo ricatto: o lui accetterà di mettere in scena la sacra rappresentazione della Passione di Cristo per la Pasqua imminente, o verrà denunciato alle Belle Arti, e la sua reputazione di artista ‘impegnato’ verrà distrutta. Continuamente ‘distratto’ dalle proprie fantasie, continuamente alla ricerca della vena perduta, Gianni quasi si lascia scorrere addosso il tempo e gli eventi, ma ad aiutarlo capita – vero deus ex machina: teatro nel teatro – Ramiro, un ex detenuto, che anni prima ha frequentato un suo seminario di teatro a S. Vittore e che lo venera come un Maestro. Ramiro assume tutti i ruoli: aiuto regista, assistente al casting, trovarobe … ma ha dimenticato i suoi trascorsi criminali, e quando la polizia comincia a cercarlo per una pendenza non saldata, è costretto a scomparire. Manca un giorno alla Pasqua, e la mente di Gianni è ‘altrove’: chi lo salverà ora dalla rovina? Una storia minima, come si vede, e forse perfino abbondantemente inverosimile. Eppure, niente è inutile e sciocco, in questo film. Ogni personaggio esprime sentimenti veri e semplici: la stanchezza esistenziale di Gianni, la solitudine umana ed affettiva della barista polacca, l’amicizia bellissima ed ingenua di Ramiro. Anche la grettezza del Sindaco e del suo amante, sono vere e ‘normali’, come pure la stupida supponenza del ‘grande attore’ chiamato ad impersonare il Cristo. In ognuno di loro ci possiamo riconoscere, o confrontare, ognuno di loro ci parla, ci insegna, ci racconta verità semplici e quotidiane. Si ride, ma si ride di noi stessi, e di noi stessi si piange: de te fabula narratur. Il cast andrebbe elencato nome per nome, tanto ognuno è semplicemente perfetto nella sua parte. Silvio Orlando è Gianni, confuso e buono; Giuseppe Battiston – attore icona di Mazzacurati – è il meraviglioso ed ingenuo Ramiro, che mette a rischio la propria libertà per l’amico; Corrado Guzzanti è un odioso ‘grande attore’; Kasia Smutniak è una delicata e sognante ragazza polacca; Stefania Sandrelli – qui, diversamente dal solito, bravissima e misurata – e Marco Messeri sono il sindaco e la sua anima nera, deliziosamente meschini e ‘cattivi’. Un gioiello, insomma, come tutto quello che esce dalle mani di Mazzacurati, che – of course – non è stato selezionato a rappresentare l’Italia all’Oscar, essendogli stati preferiti sentimenti più ‘semplici’ e commerciali. Che almeno il pubblico gli renda l’onore che merita.

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