Pubblicato da: giulianolapostata | 23 settembre 2010

“Somewhere”, S. Coppola, USA, 2010

Leone d’Oro alla 67a Mostra del Cinema di Venezia 2010

Mai, nella mia vita di cinefilo, avrei pensato di dovere un giorno parlar male di un film di Sofia Coppola, ma il troppo è troppo, soprattutto quando, dopo tre capolavori (Il giardino delle vergini suicide, 1999; Lost in translation, 2003; Marie Antoinette, 2006), il suo quarto film è una vuota nullità; soprattutto quando questa nullità viene premiata col Leone d’Oro, per ragioni che, francamente, ci sfuggono. A meno che non si debba dar retta ai pettegolezzi sull’influenza che avrebbe avuto sulla scelta la passata liaison tra il Presidente della Mostra e la regista: ma, sinceramente, a questo non vogliamo nemmeno pensare. Comunque, le cose stanno così. Johnny è un attore divorziato, che trascorre giornate inutili tra alcol, droghe, sigarette e sesso senza volto. Improvvisamente, la ex moglie gli scarica per alcune settimane la figlia Cleo, undicenne: dovrà occuparsene fino alle vacanze estive. La normalità e la semplicità di Cleo e la naturalità del suo affetto scuotono e turbano Johnny, che grazie ad esse viene  poco a poco indotto a riflettere sulla mancanza di senso della propria esistenza. Dopo averla accompagnata alla partenza, Johnny improvvisamente dà un taglio a tutto il suo vivere precedente, lasciando dietro di sé, mentre s’incammina nel deserto, il simbolo più bello della sua vita apparente. Attenzione, però. Quello che vi abbiamo raccontato non è un film: è uno story board, sono note a margine, didascalie, sono le ‘finestre’ che nel cinema muto intervallavano le scene per spiegare (appunto), commentare (appunto) e introdurre. Perché niente, nel film, assolutamente niente di quel che vedete ‘parla da solo’, niente ‘esprime’, niente ‘simbolizza’. Quella che vedete è una serie senza fine di scene lentissime e piatte, quasi a sé stanti, di cui intuite quale dovrebbe essere il significato (come se alla base dello schermo stesse scorrendo il copione), ma che mai, nemmeno una volta, acquistano vita propria, si gonfiano di sentimenti, emozioni e ‘significati’. Si consulta ossessivamente l’orologio, seduti in sala, mentre passano implacabili novantotto minuti di nulla, di rado interrotti da micidiali banalità, cui si stenta perfino a credere (“La mamma non so quando torna, e tu non ci sei mai”. “Mi dispiace di non esserci mai”). Lasciando perdere le incongruenze. Ma chi c**** glie li manda, gli sms: la sua ‘metà oscura? La CIA nel suv nero? Gli alieni? La performance attoriale, chiamiamola così, è coerente col tutto. Elle Fanning sembra uscita dal set di “Piccole modelle crescono”, inconsistente ed inespressiva; Stephen Dorff sembra sempre appena alzato dal letto, senza saper bene che fare di sé. Dopo il primo minuto (sessanta infiniti secondi: cronometrateli), in cui una Ferrari gira in tondo nel deserto da destra a sinistra, un bello spirito, che evidentemente aveva già capito tutto, ha udibilmente mormorato dal fondo: “Tranquilli, nel secondo tempo gira da sinistra a destra”. Molti hanno sghignazzato, qualcuno lo ha guardato male. Ma anche loro, alla fine, l’hanno cercato per stringergli la mano.

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