Pubblicato da: giulianolapostata | 23 settembre 2010

Multivisioni – 25 settembre 2010

Sabato 25 settembre

Niente da nascondere – Caché (M. Hanecke, Francia/Austria, 2005, 22.45, DT

Georges è un parigino, intellettuale di successo. Conduce in televisione una trasmissione di libri molto raffinata, sua moglie lavora presso un editore amico di famiglia, il figlio adolescente va a scuola. Una fredda normalità abita i suoi giorni e i suoi affetti. Un giorno, però, una dissonanza viene ad infrangere questo nitido cristallo borghese. Georges e la moglie cominciano a ricevere strane videocassette anonime. Nelle prime, una camera fissa inquadra per ore la facciata della loro casa, lo scorrere delle abitudini quotidiane. Ma le successive indicano a Georges degli indizi, che lo rimandano alla sua infanzia, a rancori sepolti, a colpe dimenticate o negate, al suo rapporto conflittuale con un coetaneo ospite allora della sua ricca famiglia, figlio di due algerini vittime della strage operata dalla polizia a Parigi, nell’ottobre del 1961, sulle rive della Senna. Intanto, pian piano, insensibilmente, anche l’universo perfetto di Georges comincia a mostrare qualche incrinatura. Georges risale la pista, ritrova quel bambino ormai adulto, ha con lui un tragico confronto. Ma non per questo scopre l’autore e il mittente delle cassette, e dopo che la questione appare ‘risolta’, esse continuano ad arrivare. Chi guarda Georges, è la domanda che lo spettatore si fa. Ma quella che dovrebbe farsi è: chi guarda noi tutti? Chi guarda nella nostra coscienza, nelle nostre storie, e nella nostra Storia? La telecamera nascosta e l’operatore ignoto sono per Haneke metafore inquietanti della coscienza negata e sepolta, ma ribollente sotto la superficie, dell’occidente fiero e sicuro. Sotto la patina di certezze che ricopre la nostra realtà molti sono i fantasmi che ci guardano, spiano in noi le prime crepe, aspettano la nostra crisi. Per Georges, i segnali da un altro mondo sono le cassette; per lo spettatore sono i telegiornali inquadrati di sfuggita, gli accenni all’Algeria, i corridoi bui della casa di Majid. E’ il nostro mondo, che ha qualcosa da nascondere.

L’anno del dragone (M. Cimino, USA, 1985), 16.45, DT

A parte Il cacciatore – per me, uno dei più bei film di tutti i tempi – e il malinconico e bellissimo Una calibro 20 per lo specialista, Cimino ha infilato una serie, peraltro breve, di film confusi e non convincenti. Così dicasi di questa pasticciatissima storia. Un poliziotto di New York viene incaricato di sventare le mire di un giovane mafioso cinese, che vuole far fare un salto di qualità alla sua organizzazione criminale. Sempre in bilico tra il filmone d’azione (spesso eccessiva) e il drammone intimista (spesso lagnoso), è un film tutto sommato noioso, che induce solo a rimpiangere tanto talento sprecato.

Io, grande cacciatore (A. Harvey, GB, 1979), 22.55, Sky

Nella Frontiera degli inizi Ottocento, un bandito ruba il bellissimo stallone di un capo indiano, ma questi lo bracca instancabilmente per riprenderselo, lottando contro ogni ostacolo. Eroica e nobile la figura del nativo, che si impone al bianco per superiore nobiltà d’animo ed anche perche intimamente connaturato con l’ambiente nel quale agisce. Un vero gioiello, in un raro passaggio TV, assolutamente imperdibile.

Domenica 26 settembre

Four brothers (J. Singleton, USA, 2005), 21.00, Sky

Una vecchietta raccoglie dalla strada e rieduca ragazzi sbandati, ma quando viene uccisa in una rapina, i suoi ‘figli’ si scatenano nella vendetta. Pretenderebbe di mostrare analisi e contenuti ‘sociali’, ed invece è solo banale, fracassone e stereotipo. Da perdere.

Lunedì 27 settembre

Indiana Jones e i predatori dell’Arca perduta (S. Spielberg, USA, 1981), 21.05, Rai2

Un film che non ha certo bisogno di segnalazioni, se non per dire che molto probabilmente è, in tutti i sensi, il migliore della serie: ‘avventuroso’ e ‘misterioso’, ma alla maniera di H.R. Haggard o di E.R. Burroughs; a suo modo colto e intelligente; divertentissimo, ironico ed autoironico. Un vero gioiellino, che non ci si stanca di rivedere.

Sol Levante (P. Kaufman, USA, 1993), 23.50, Rete4

Una prostituta viene trovata uccisa in un lussuoso grattacielo di Los Angeles, di proprietà di una potente multinazionale giapponese, e l’assassino andrà cercato indagando anche sugli smisurati interessi che si muovono in quelle stanze. Nonostante il cast eccezionale (S. Connery, W. Snipes, H. Keitel), il film è lento e macchinoso, appesantito anche da un’eccessiva presenza di richiami tecnologici. Comunque vedibile.

Lontano dal paradiso (T. Haynes, USA, 2002), 23.05, Sky

L’ipocrita, stupida e feroce perfezione della vita piccolo-borghese di Kathy si spezza quando il marito, dirigente d’industria e ‘uomo a posto’ le svela la propria omosessualità. Kathy non condanna, ma cerca amicizia e trova affinità elettiva col giardiniere di colore, un ‘delitto’, questo, se possibile ancor più inammissibile nella stolida società bianca di una cittadina del Connetticut degli anni Cinquanta. Il marito seguirà la sua strada, e Kathy rimarrà a metà, sospesa, indecisa e forse incapace di spezzare anche lei le barriere che la separano dal suo personale paradiso. Film di rara bellezza e raffinatezza, pudicamente ed elegantemente recitato, FFH è sì un melodramma, ma anche un piccolo gioiello, che non si risolve nella formalità, ma ci consente di meditare sulla nostra ‘autenticità’ e, non ultimo, ci induce a riflettere sui risvolti segreti del sogno americano. Il tutto servito da una fotografia davvero unica, e da uno studio dei colori incantevole. Assolutamente imperdibile.

Martedì 28 settembre

Cast away (R. Zemeckis, USA, 2000), 21.10, Rete4

Film loffio, noioso e dalle situazioni prevedibilissime. Uno spedizioniere della FED precipita col suo aereo su un isolotto delle Fiji, dove deve sopravvivere da solo per quattro anni. Miracolosamente salvato, torna a casa e trova la sua bella impalmata da un altro. Lasciate perdere e rileggetevi Robinson Crusoe.

Insomnia (C. Nolan, USA, 2002), 17.00, DT

Due poliziotti vengono inviati in una cittadina dell’Alaska (dove il sole non tramonta mai) per un’indagine, ma uno dei due uccide l’altro. L’indagine si avvita su se stessa, mentre il colpevole cerca di sviare i sospetti. Una sceneggiatura confusionaria (a volte è difficile capire a casa di chi si trovi Al Pacino, e gli spostamenti da un luogo all’altro sono spesso poco chiari) e una serie di stereotipi già visti mille volte (il poliziotto anziano ed esperto che viene per ‘dare una lezione’ al giovane pivello, donna oltretutto, e invece la lezione la riceve lui. Oppure: il poliziotto celebre e coperto di gloria che nasconde il marcio che c’è dentro di sé; ma il marcio viene fuori, e lui alla fine se ne redime con un ‘beau geste’). Invedibile. Nemmeno il grande Al Pacino riesce a salvare questa boiata, e gigioneggia invano per tutto il film. E poi, occorreva tutto quel casino per far buio nella stanza? Non bastava comprarsi un telo nero, un martello e tre chiodi, e inchiodarlo davanti alla finestra? Ma per piacere …

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006), 16.30, DT

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

L’esercito delle dodici scimmie (T. Gilliam, USA, 1995), 22.45, DT

C’è un premio in palio, a cura dell’Internazionale Masochista, per chi riesce a raccontare logicamente la trama di questa insopportabile palla, uno dei più balordi film di fantascienza che si siano mai visti sullo schermo, ma non l’ha mai vinto nessuno. Le estimatrici possono godersi Brad Pitt, ma non so se basta a compensare Bruce Willis. Evidentemente il registro della SF non si addice all’immaginario visionario e fantastico di Gilliam, altre volte grande e sognante artista (La leggenda del re Pescatore, del 1995, e il magnifico Tideland, del 2005).

Ghost dog (J. Jarmusch, USA, 1999), 23.05, DT

Splendido noir americano sulla vita di un killer, che però non uccide per denaro, ma per fedeltà personale al ‘Capo’. Vive in monacale povertà, come un antico samurai, e dei samurai studia le opere e pratica le arti marziali. Unica compagnia, quella dei suoi piccioni viaggiatori. Ma quando viene tradito, allora la sua furia si scatena, passando per la distruzione del ‘nemico’ fino all’autodistruzione. Film coltissimo e raffinato, sublime capolavoro, poema zen, gelida, commovente ed elegantissima elegia dell’esistenza e dell’assurdo. Assolutissimamente imperdibile.

Malcom X (S. Lee, USA, 1992), 23.10, Sky

Sulla vita del celebre leader delle Black Panthers, assassinato dalla CIA nel ’65, Lee ha scritto, com’è suo solito, un film mortalmente lungo (più di tre ore!) e mortalmente noioso, raffazzonato ed approssimativo, verboso e pieno di chiacchiere, che si parla addosso, cronachistico, cioè meno ancora che documentaristico, che nulla aggiunge né alla gloria di Malcom X né al cinema. Come ho detto molte altre volte, non basta ‘essere di sinistra’ e ‘fare film di sinistra’ per fare bei film. Del resto, per rendersi conto di quanto Lee sia sopravvalutato, basta vedere quella grossa scemenza del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna (USA, 2008).

Il caso Mattei (F. Rosi, Italia, 1972), 15.15, DT

Nel 1962 Enrico Mattei, Presidente dell’ENI, che aveva cercato di razionalizzare l’approvvigionamento petrolifero italiano stabilendo rapporti diretti coi produttori, tagliando così fuori dalla torta le Sette Sorelle americane, morì in uno strano incidente aereo. Su questo episodio, e sugli ipotizzabili retroscena, Rosi e la sua ‘musa’, il grande Gian Maria Volonté, costruiscono un film mirabile, che è sì un film ‘politico’ – di quelli che praticamente non siamo più capaci di fare e lasciamo fare agli americani – ma anche un perfetto thrilling. Un capolavoro da rivedere, assolutamente, ma soprattutto da far vedere ai ragazzi, perché imparino quali profonde e oscure radici ha il marciume morale e sociale in cui – ahiloro – si trovano a vivere.

Mercoledì 29 settembre

Jarhead (S. Mendes, USA, 2005), 23.55, Rete4

Dunque, nemmeno questa volta Mendes è riuscito a ripetere il miracolo di American beauty (1999), quella splendida canzone di morte sulla solitudine dell’uomo, ed ormai, dopo esser passati per quell’insopportabile cartolina leccata che è stato Era mio padre (2002), pare ci si debba rassegnare a considerare quella sua opera prima come unica. Sì, perché – diciamolo subito – questo Jearhead è, semplicemente, uno dei film più brutti e malfatti che si siano visti sugli schermi da un bel pezzo. Prima di tutto: ‘chi è’ Swofford? Voglio dire: chi è psicologicamente, ‘culturalmente’? Da che parte sta? E’ contro, è a favore, sta in mezzo? Che c**** di posizione vuole esprimere? Se si è mai visto un personaggio mal scritto, strampalato, senza logica, senza personalità, è questo. A volte ti par di aver capito: è ‘contro’. Ma poi lo vedi condividere valori e ideali dei commilitoni, come un perfetto marine, come un perfetto prodotto dell’addestramento che ha avuto. A volte dici: ah, ecco, è ‘pro’, e invece lo senti esprimere sentimenti, lo vedi assumere atteggiamenti che esprimono rifiuto e disgusto per quella vita e quelle idee. Ma allora? E si badi bene: non si tratta un’ambiguità voluta, che abbia lo scopo di fornire il ritratto di un individuo lacerato tra sentimenti opposti e contrastanti. E’ proprio il risultato di una sceneggiatura quanto mai rozza e primitiva, che l’introspezione non sa nemmeno dove stia di casa e che il massimo di ‘brivido’ psicologico ed analitico pensa di fornirlo inquadrando la copertina dello Straniero di Camus. Lì, dunque, dovrebbe stare la ‘chiave’ interpretativa del film (per farvelo capire bene la inquadrano proprio in primo piano, che quasi sembra pubblicità indiretta), contraddetta però, come ho già detto, da una sceneggiatura ondivaga e senza nerbo, che pare non porsi nemmeno il problema della coerenza. Lo stesso Jake Gyllenhaal, bravissimo in Donnie Darko e strepitoso in Brokeback Mountains, appare smarrito, inconsistente, lui stesso incapace di scegliere e decidere ‘cosa fare’. L’ambiente. Forse sarebbe stato utile, da parte di Mendes, rivedersi, che so, Platoon, o Full metal jacket, prima di girare (non oso nominare Il cacciatore: forse sarebbe stato troppo). Magari qualche idea gli sarebbe venuta. Qui ci troviamo di fronte ad una serie di banalissimi stereotipi, talmente ovvii e scontati da lasciare completamente indifferenti. Marines maschilisti e ufficiali fanatici sono macchiette ridicole; le parolacce, le idiozie, le volgarità gratuite sono rumore di fondo, passano senza emozione, non feriscono, non ‘insegnano’, non si sentono nemmeno. Potremmo ben dire che banalità ed inespressività siano la cifra del film: la scena sulla porta di casa della ragazza, al ritorno; il reduce del Viet-Nam che salta sull’autobus, i flash sulla vita ‘da civili’ al ritorno. Momenti di assoluta piattezza, privi del benché minimo ‘significato’, penosi déjà vu di altri film di guerra ben più intensi e  pregnanti. Ma dove si tocca il fondo è nella fotografia. Di chi è la colpa, qui? Del direttore della fotografia? Oppure di problemi di budget? Saperlo. Fatto sta che ci troviamo di fronte a scene di una piattezza e di una povertà mortale. Sembrano girate nel cortile dietro casa, con la sabbiera dei bambini a fare da deserto, e le bombole del Campingaz a fare i pozzi di petrolio in fiamme. Zero drammaticità, zero emozioni, soprattutto zero profondità. In questo senso – ma solo in questo, senza nessuna connotazione metaforica di merito! – un film ‘claustrofobico’: si ha la sensazione che il set sia lungo al massimo una decina di metri, vien voglia di uscire sgomitando, scoprendo i microfonisti e le macchine da presa nascoste un metro a fianco dello schermo. Il tutto si fonde in un insieme di una noia massacrante e mortale, in uno di quei film di cui ti chiedi semplicemente: ma perché?

Abandon (S. Gaghan, USA, 2002), 23.10, DT

Un’ambiziosa studentessa universitaria, che nell’infanzia era stata abbandonata dal padre, viene lasciata anche dal brillantissimo boy friend. Il quale però ricompare all’improvviso, occhieggiando dietro gli angoli, e lei chiede aiuto ad un seducente e dolcissimo poliziotto. Giallo noiosissimo, che solo negli ultimi cinque minuti – e molto disonestamente – svela il suo coté psicologico. Katie Holmes deve ringraziare tutti gli Dei dell’Olimpo che Tom Cruise se la sia tirata in casa, altrimenti non la farebbero recitare neanche nelle pubblicità dello sciroppo d’acero.

Giovedì 30 settembre

Onora il padre e la madre (S. Lumet, USA, 2007), 23.50, Rete4

Quello che, tra le sue mille virtù, ha di prodigioso il cinema americano, è la capacità di saper raccontare con la medesima intensità tanto i suoi sogni quanto i suoi incubi, conferendo ad entrambe le versioni lo stesso identico grado di ineluttabilità. E’ accaduto così che, durante tutta la visione di questo capolavoro di Lumet (ottantaquattro anni! Olmi ne ha settantatre, ed ha anch’egli finito di darci I Centochiodi, altro film assolutamente mirabile: onore a questi grandi ‘vecchi’) ci perseguitasse nella mente il ricordo di un altro, da questo apparentemente diversissimo: lo splendido La vita è meravigliosa (USA, 1946), del grandissimo Frank Capra. LVM è lo svolgimento paradigmatico del sogno americano, con tutti i suoi ‘stereotipi’ più classici: lavoro duro e onesto, fedeltà alla famiglia, patriottismo, Fede, integrità morale, ‘democrazia’. ‘Vivete secondo queste regole – par che volesse dirci Capra – sarete felici e creerete un mondo migliore’. Chissà se aveva ragione. Certo, né in noi, nel nostro immaginario, né laggiù, esiste più quell’America fresca e ingenua, quell’infantile fiducia nel New Deal roosveltiano che sempre ispirò Capra. Ne è passato di tempo. E ne è scorso di sangue. E la famiglia, il lavoro, la vita, a raccontarli oggi non son più quelli: sono un incubo cupo ed oppressivo, senza speranza. Ce li racconta Lumet in questo film di cui, durante la visione, quasi si desidera spasmodicamente la fine, tanto sono assoluti la disperazione e il pessimismo di cui è intriso. Qui la famiglia è quella dei signori Hanson, anziani gioiellieri, e dei loro figli, Andy ed Hank. Andy è il maggiore, quarantenne precocemente invecchiato, che non ha mai amato suo padre (“Per tutta la vita ho avuto paura di diventare come lui”): per gelosia del fratello più piccolo (“Siete così belli, voi e il vostro cucciolo: sei sicuro che io sia tuo figlio?”) ma anche perché intimamente, ‘antropologicamente’ estraneo ai valori secondo cui i suoi genitori hanno vissuto. Andy ha una moglie bella e molto più giovane di lui (che di nascosto scopa con suo fratello), una bella casa, una macchina europea, un lavoro di prestigio. Ma tutto è stato costruito sulla menzogna e il raggiro, falsificando i conti dell’azienda in cui lavora, accumulando falsità su falsità. Poco per volta la sua vita sta andando in pezzi, anzi: è, in pezzi (“Se aggiungi qualche cifra in fondo al libro paga, alla fine bene o male i conti tornano sempre; ma i pezzi della mia vita non formano un tutto unico, la loro somma non dà me stesso”), e a quel punto, del tutto ‘inavvertitamente’, Andy salta il fosso e decide di commettere un crimine sul serio: rapinare la gioielleria dei genitori. Coinvolge nel progetto Hank, molto più giovane di lui, immaturo (“E’ ancora un bambino”, dicono di lui cento volte, commiserandolo o compatendolo), alle prese con un lavoro insignificante ed un divorzio che gli succhia ogni dollaro dalle tasche, sciocco e malcresciuto, sostanzialmente ‘incolpevole’. Tutto calcolato, baby, nessuno si farà male. Ma invece i calcoli saltano, assurdamente, e tutti si fanno ‘male’. La madre di Andy e Hank, prima di tutto, che muore nella rapina; il loro padre, che giorno dopo giorno, ora dopo ora, vede decostruirsi davanti agli occhi tutto il suo mondo; i due fratelli, che anche loro un’ora dopo l’altra precipitano da un girone infernale all’altro, fino ad incontrare, l’uno la morte, l’altro il perdersi nel nulla, chissà dove. Nessun valore si salva, non c’è via d’uscita: e chi per un istante spera che le parole del padre ad Andy sul letto d’ospedale (“Non preoccuparti, sta’ tranquillo”) preludano ad una qualche salvezza, preparino un consolante happy end, non conosce Lumet, e viene subito tragicamente deluso. Splendidamente raccontato attraverso flash back lucidi e netti, e per mezzo di scene essenziali e gelide (gli interni dell’appartamento del pusher, o la scena meravigliosamente simbolica in cui Andy rovescia sul tavolo di cristallo i ‘pezzi’ della sua vita), OPM è l’ennesimo tassello di un’opera con cui da cinquant’anni Lumet ci racconta la disperazione e la disillusione di un’America che quei sogni struggenti di Capra non li ha mai conosciuti, o comunque ha smesso di crederci da lungo tempo. Ed Andy ed Hank sembrano gli eredi dei quattro tristissimi sfigati – nella vita, nel lavoro e negli affetti – che, nel 1975, vivono Quel pomeriggio di un giorno da cani, altro suo grande film. Onore anche agli interpreti: Philip Seymour Hoffman (Andy), semplicemente prodigioso nel mettere in scena un individuo non cattivo, ma ‘semplicemente’ amorale; Ethan Hawke, che fatica a tenergli testa, pur se bravissimo nella parte del fratello ‘minore’; e il vecchio e grande Albert Finney (sessantotto anni anche lui!), che dopo il papà bizzarro affabulatore di Big fish (T. Burton, USA, 2003), ci regala qui un padre dolente e sconfitto, in un’interpretazione quasi shakespeariana. Assolutissimamente imperdibile.

Borsalino (J. Deray, Francia/Italia, 1970), 22.35, Sky

Nella Marsiglia degli anni Trenta, due gangster prima si combattono e poi si alleano per conquistare la città. Storia di un’amicizia virile, e magnifica gangster story scritta da un grande Maestro del genere (recuperate il suo stupendo Sinfonia per un massacro, del 1963), con un grande cast ‘di genere’ anch’esso: Alain Delon e Jean-Paul Belmondo. Imperdibile.

Venerdì 1 ottobre

Gomorra (M. Garrone, Italia, 2008 – Grand Prix al Festival di Cannes 2008), 21.05, Rai3

Già lo sapevamo. Quando il cinema italiano sceglie di rinunciare a raccontare cascami sentimentali da soap tv o a titillare l’ego vuoto dei suoi registi, riesce a scrivere opere che spesso non solo eguagliano, ma perfino superano quel filone del cinema americano, tanto spietato e senza compromessi nell’indagine quanto eccezionale nella professionalità, che da decenni racconta le malattie e gli orrori della sua società. Così, tanto per fare solo un paio di nomi, di recente abbiamo visto Arrivederci amore ciao (M. Soavi, 2006), un noir di alto livello, ottimamente scritto ed altrettanto ottimamente interpretato, che della fine dei cosiddetti ‘anni di piombo’ ci dice più e meglio di dieci inchieste giornalistiche. O La giusta distanza (C. Mazzacurati, 2007), sobrio – come sempre è il suo bravissimo autore – ma tagliente ritratto dell’intima miseria morale della tanto decantata ‘cultura’ del Nord-Est. Garrone si iscrive in questa scuola, ma stavolta con un’opera di tale bellezza filmica e di tale forza e potenza narrativa da proiettarlo d’un tratto ai vertici di questo olimpo cinematografico. Eviterei di calcare troppo sulla ‘parentela’ col libro di Roberto Saviano da cui è tratto (come ho scritto molte altre volte, si tratta di confronti secondo me ai limiti dell’impossibile, data l’assoluta diversità di linguaggio tra cinema e letteratura). Qui Garrone fa cinema, grande cinema, e lo fa – questo sì è da dire – servendosi, tra l’altro, di una sceneggiatura semplicemente perfetta, di cui Saviano è coautore. Cinque sono le storie che il film sceglie di raccontare, storie di affari sporchi nel riciclaggio dei rifiuti, di giovani vite arse come un fiammifero, di economia clandestina, di vita quotidiana di camorra. Ma non mette conto qui, secondo me, di riassumerle e presentarle al pubblico. Quello di cui occorre parlare, invece, con forza, è per esempio dell’immensa abilità con cui queste storie vengono fuse in un corpo narrativo unico. Non passano cinque minuti e subito lo spettatore le ha identificate e le segue. Ma attenzione: le individua e le segue non come storie ‘diverse’ cucite insieme – una specie di film ad episodi malamente mescolato – ma come elementi di una narrazione corale, quasi che i protagonisti fossero gli stessi, si conoscessero, agissero insieme in momenti diversi. Dunque, prima di tutto, una scrittura filmica di altissimo livello. Ma non è tutto. Soprattutto da esaltare, sono la cura, l’attenzione ossessiva e ‘maniacale’ con cui viene evitato ogni particolare, ogni sbavatura che possa far scivolare il film anche per una sola frazione di secondo sul versante dell’emotività da sceneggiata o, peggio ancora, su quello della commozione neorealista. Sull’orlo dell’abisso del sentimentale, del pietistico, del sociologismo d’accatto, Garrone si ferma sempre un istante prima di cadervi dentro; e fa fermare anche i suoi attori, cui mai viene consentito di ‘interpretare’, nel senso deteriore del termine, ma solo di ‘testimoniare’. Mai un momento in cui egli si abbandoni a giudizi personalistici, consolatori o di condanna che siano, mai una scena in cui ‘buoni’ e ‘cattivi’ si contrappongano su un palcoscenico, mai un istante in cui si impanchi a Maestro. Quello di cui è Maestro qui, assolutamente, è di cinema: un cinema essenziale, scarnificato, distillato, puro. Un cinema che non tende a ‘commuovere’ e nemmeno – paradossalmente – a ‘far pensare’: semplicemente, un cinema che ‘racconta’, un cinema che ‘mostra’. Senza alcuna barricata su cui salire, senza alcuna morale da predicare, senza nessuna ideologia da dimostrare. Di Garrone, dopo alcune prove dignitose ma non eccezionali, avevamo già ammirato, nel 2002, il bel L’Imbalsamatore, storia malata di degrado morale tra Napoli e la provincia del Nord, raccontata con amarezza e grande eleganza stilistica, a volte forse perfino eccessiva. Ma qui abbiamo l’impressione di trovarci davanti ad un altro regista, uno che ha scoperto la ‘realtà’, e ce la racconta con un film epocale nella storia del cinema italiano. Detto ciò, detto tutto il bene possibile su Garrone ed il suo magnifico lavoro, credo che questo film offra anche l’occasione per alcune considerazione di ordine, diciamo così, politico. La prima. Certamente qualcuno, nel governo, starà pensando che è davvero un peccato che questo film sia uscito solo ora. Pensate, solo pochi mesi fa, che magnifico spot avrebbe potuto essere dal punto di vista della Lega. Mi par di sentirli. Eccoli lì, i ‘terroni’: brutti, sporchi e cattivi. Delinquenti, drogati, spacciatori, il cancro dell’Italia, insomma, palla al piede di un Nord onesto, pacifico/pacioccone, laborioso, pulito. Ma oggi, purtroppo, non si può più dirlo. E non perché abbiamo scoperto che anche il Nord non è così ‘buono’ come una propaganda più cretina che razzista aveva voluto farci credere, e nemmeno perché abbiamo scoperto che se il Nord è così pulito è perché la sua merda la fa ingoiare ai terroni di cui sopra. No: semplicemente perché, ora, la Lega è forza di governo, e certe cose non si può più permettere di dirle. Padania o no, anche ‘quella’ è Italia, e bisogna farci i conti, bisogna metterci le mani, bisogna far vedere che le cazzate della campagna elettorale non erano solo cazzate, appunto, ma impegni che verranno mantenuti. E dunque, cambierà finalmente qualcosa, ora, in quel Sud martoriato, in quella società stuprata? Naturalmente no, ma che credete. Ed è questa la seconda considerazione, il secondo sentimento che ci pervade: una profondissima pietà per quella gente, per quel popolo, da secoli schiavizzato e sfruttato, ma mai emarginato come da quando Democrazia e Repubblica avrebbero dovuto portargli, finalmente, Giustizia. Innumerevoli governi hanno disgovernato il Meridione, rubando e corrompendo, governi di ogni colore, e il botto finale l’ha fatto la ‘Sinistra’, che coi suoi amministratori supponenti e incapaci, cialtroni e – forse – complici, si è scavata la tomba sotto le montagne della monnezza napoletana. Si procederà dunque all’italiana, come sempre: una mano di vernice qua e là, un nuovo buco scavato per riempire quelli vecchi. Forse un po’ alla volta la merda tossica sparirà: nascosta meglio, magari, o meglio ancora sepolta sulle spiagge del Nord Africa, ché tanto c’è sempre qualcuno più terrone di noi a cui metterlo in c***. Magari anche le montagne di spazzatura cominceranno a calare, esportate nel Nord Europa, così che vecchi e nuovi camorristi, riciclati in imprese legali e alla luce del sole, possano guadagnare anche lì montagne di denaro. O finirà bruciata negli inceneritori: che ora si costruiranno, sì, e che inquineranno come e più dei roghi sui marciapiedi di Napoli. Ma quella diossina lì non si vede, non subito, almeno, blowin’ in the wind. E poi anche i termovalorizzatori – così li chiamano adesso – sono ‘moderni’, sono il Progresso: senza contare che anche con quelli ci sarà da guadagnare valanghe di soldi. Magari, anche, si sparerà di meno. Ci saranno accordi, patti, spartizioni; gli si farà capire, a quei terroni, che non è necessario far tanto casino, per far soldi. Gli si farà, soprattutto, un bel regalo. Perché, pensateci bene, nessun camorrista vorrà ancora sparare quando sta per partire un’occasione di spreco di denaro pubblico e di illegalità diffusa e ‘legalizzata’ così gigantesca che mai nessuna organizzazione criminale, nemmeno nei suoi più folli sogni di dominio, aveva mai osato sognare. Nei prossimi anni, il cantiere del Ponte sullo Stretto e il suo indotto produrranno fiumi, oceani di soldi, produrranno potere e corruzione quali mai abbiamo visto, costituiranno un’immensa mammella a cui la criminalità non solo campana ma anche meridionale e perfino straniera succhierà ingorda e felice, e per decenni. E se  un terremoto dovesse tirarlo, giù, meglio, così poi c’è da ricostruire: altra industria in cui la criminalità organizzata è da sempre specializzata. Questo sarà il nuovo corso che aspetta il Sud, che ancora una volta verrà massacrato e insozzato, beffato e deluso, e alla fine nuovamente preso in giro. Sempre i soliti terroni: se non andiamo noi a costruirgli i ponti, da soli non hanno voglia di fare un cazzo. Povero Meridione: chissà che almeno ci sia sempre uno come Garrone a fare il controcanto.

Basic instinct 2 (M. Caton-Jones, USA, 2006), 23.30, Rete4

Un film che batte ogni record: più volgare del primo, più stupido del primo, più noioso del primo. Questa volta la Stone (che dedica il film al suo chirurgo plastico: se quelle tette non sono rifatte io sono un trans) è una scrittrice di gialli che vive a Londra, dove scrive e chiava, chiava e scrive, chiava e chiava (se lo sapevo che andava così, facevo lo scrittore anch’io), mentre attorno a lei i morti si sprecano. Ma un fascinoso (?!) analista, travolta da insana passione per lei, cerca di sedurla. Come andrà a finire? Invedibile.

Gangsters (O. Marchal, Francia/Belgio, 2002), 13.45, DT

Frank (un bravissimo Richard Anconina, che dev’essersi studiato tutti i film di Al Pacino) e Nina (Anne Parillaud, triste e bella da morire) sono due poliziotti, infiltrati nella mala per scoprire un giro di colleghi corrotti. Quando vengono arrestati, subiscono ogni sorta di umiliazioni pur di non scoprirsi e di raggiungere l’obiettivo. Ci riusciranno, rischiando quasi di perdere se stessi, ma nell’amore reciproco riusciranno a trovare la catarsi per lasciarsi cadere di dosso tutto il fango accumulato. Certo non siamo all’altezza dei due successivi capolavori di Marchal – 36 Quai des Orfèvres (2004) e L’ultima missione (2008) – ma comunque questa è una tappa importante della maturazione di questo bravissimo regista francese, ex poliziotto, che poco per volta ha imparato a scriversi le sceneggiature – questa è forse un po’ troppo schematica – e soprattutto le battute, qui davvero eccessivamente ‘di genere’, come se portassero tutte il cartellino ‘Noir’ appiccicato sopra. Comunque, da vedere, e con gran piacere.

Django (S. Corbucci, Italia/Spagna, 1966), 21.00, DT

Liberatosi finalmente dello pseudonimo (Sidney Corbett) con cui aveva firmato i precedenti film, Corbucci firma qui anche la sceneggiatura per uno dei capolavori minori del western all’italiana. Agli antipodi di Sergio Leone, Corbucci disegna quasi un antieroe, con gli stivali sempre immersi nel fango, e nei cui vestiti par di sentire la puzza di sudore e di stantio. Pur essendo estremamente violento, Django si muove come in una bolla di immaterialità, quasi ai limiti dell’iperrealismo. Fu il capostipite di una fortunatissima e lunghissima serie. Da non perdere.

Face/Off (J. Woo, USA, 1997), 21.50, DT

Un agente dell’FBI si fa trapiantare la faccia di un pericoloso criminale per carpirne i segreti, ma il delinquente fa la stessa cosa e si infiltra nella sua vita. Un thrilling violento, appassionante e mirabolante, che diventa una riflessione pirandelliana sull’animo umano, sul bene e il male. Imperdibile.

Fargo (J. e E. Coen, USA, 1996), 17.30, DT

Nel Minnesota coperto di neve un commerciante assolda due balordi per far rapire la moglie e chiedere il riscatto al suocero, ma la faccenda finisce tragicamente. Rara scemenzuola dei Fratelli Coen, emblematica dell’inconsistenza del loro cinema, noioso e grottesco, dalla comicità (?!) irritante e insipida. Semplicemente invedibile.

Bagdad Cafè (P. Adlon, RFT, 1987), 21.00, DT

Per un accidente del destino, una grassa e ‘stereotipa’ turista tedesca si ferma a vivere in un motel nel deserto di Las Vegas, portandovi una ventata di vitalità e d’amore che sconvolge l’esistenza di tutti coloro che vengono a contatto con lei. Favola magica e poeticissima sulla semplice essenza della vita. Un gioiello praticamente sconosciuto, e forse l’ultima apparizione sullo schermo, con una eccezionale prova d’attore, del grande Jack Palance. Assolutissimamente imperdibile.

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