Pubblicato da: giulianolapostata | 17 settembre 2010

Multivisioni – 18 settembre 2010

 Sabato 18 settembre

 Ad ovest di Paperino (A. Benvenuti. Italia, 1982) 02.10, Rai1

Tre ragazzi attraversano Firenze passando da un’avventura ad un’altra, sempre in un clima di surreale poesia e di malinconica umanità. I vecchi Giancattivi – chi se li ricorda ancora? – in un film lieve e magico. Imperdibile.

Lemony Snicket (B. Silberling, USA, 2004), 19.00, Italia1

Uno di quei film di cui  ti chiedi: ma perché? Che vi abbiamo fatto di male? La storia è così così – tre orfani vengono perseguitati da un avido parente che vuole impadronirsi del loro patrimonio – ma comunque inferiore, dicono, ai libri da cui è tratta. I ragazzini che la interpretano sono due patate lesse (riesce a far meglio perfino la piccolina di un anno …): se dovevano essere la risposta americana a Daniel Radcliffe e Emma Watson, stiamo freschi. Certo, sono piacevoli il trasformismo di J. Carrey e la vecchia zia svampita di M. Streep, ma non bastano riempire il vuoto.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 17.30, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Oliver Twist (R. Polansky, Francia/GB/Repubblica Ceca, 2005), 00.25, DT

Nella storia dei rapporti tra letteratura ‘di avventura’ (e che Calliope, la Musa protettrice della Poesia, mi perdoni una definizione così riduttiva) e cinema, ci sono due autori che sembrerebbero fatti apposta per il cinema: Alexandre Dumas e Charles Dickens. Dumas par quasi aver profeticamente ‘anticipato’ il genere del ‘cappa e spada’, con le sue storie tutte intessute di duelli, inseguimenti, amori di re e regine, tesori nascosti, intrighi. Dickens, invece, pare aver inventato, cent’anni prima, un genere misto di giallo-thrilling-noir, raccontando di bambini smarriti e ritrovati, di perfidi patrigni ed angeliche madri, di agnizioni condotte sul filo del rasoio. Parrebbe proprio così. Invece – ci avete mai fatto caso? – proprio loro due sono tra gli autori meno ‘tradotti’ per lo schermo. Non solo. Quando lo si è fatto, i risultati sono stati, nella migliore delle ipotesi, mediocri; nella peggiore tragici. Per capirsi. Se onestamente non ho memoria fresca delle precedenti versioni di Oliver Twist (e degli altri – comunque pochi, appunto – film tratti da Dickens) è certo ‘indimenticabile’ quella sciocchezza ignobile della Maschera di ferro (R. Wallace, 1998), solo per citare l’ultimo tentativo; ma possiamo tranquillamente affermare che tutti i film dumasiani si risolvono in gran sventolii di cappelli impennacchiati e gran salti su e giù per i tavoli di un’osteria, fracassando brocche e bicchieri, con la spada in pugno e gridando: ‘Fatti avanti, vil marrano!’. Perché, allora, questo strano esito, quando proprio loro sembrerebbero dei perfetti ‘contenitori’ di materiale cinematografico? Paradossalmente, proprio per questo. Per dirla sinteticamente, ho sempre pensato che la scrittura di Dumas e Dickens sia profondamente ‘cinematografica’, tutta costruita com’è di colpi di scena, bruschi cambiamenti di situazione, ambienti ‘esotici’, caratteri ‘evidenti’, storie complesse ma coerenti; e poi per l’uso assolutamente emotivo e magistrale del ‘colore’ e dell’atmosfera. E dunque, come si può trarre un film da ciò che ‘è già’, un film? E’ possibile, sullo schermo, rendere più cupa e lugubre di quanto già lo sia sulla pagina la scena della decapitazione di Milady, illuminata a sprazzi dalla luna seminascosta dalle nuvole? Ed era possibile – veniamo finalmente al nostro Polanski – girare, sulla morte di Bill Sikes, una scena che avesse, più forte della pagina dickensiana, quella connotazione da bolgia dantesca, da scontro di dannati e diavoli? Si poteva mostrare, con un’intensità maggiore di quanto lo faccia Dickens, la disperata follia di Fagin durante il processo e poi nel corso della sua ultima notte – una, lasciatemelo dire, delle più grandi pagine della letteratura inglese? Secondo me, no: non era possibile. Forse, addirittura, penso che Polanski se ne sia perfino reso conto, ed abbia scelto, per la sua versione, un registro completamente diverso: quello del ‘libro illustrato’. Questo è infatti, secondo me, il suo film: una grande, magnifica, ricchissima edizione illustrata dell’Oliver Twist di Dickens, quale l’abbiamo sempre sognata leggendolo; e se l’obiettivo era questo, bisogna obiettivamente riconoscere che esso è stato raggiunto perfettamente. Par quasi di averlo in mano, di sfogliarlo, e ad ogni ‘pagina’ quasi ci scappa da dire: ‘Ecco, questo è il Mazziere, proprio come me l’ero immaginato; questa è la vecchia pietosa; questo è Trappolone’ eccetera. Ottimo risultato, appunto: ed unico. Da queste ‘belle figure’ mancano parecchie cose. Mancano appunto, quasi del tutto, le emozioni, anzi la commozione dickensiana per la disperazione e gli orrori che racconta. Manca, completamente e assolutamente, l’ironia dickensiana, per cui, per esempio, il Magistrato Fang (ma perché non è stato tradotto in italiano il suo nome, così appropriato, che in inglese significa ‘zanna’?), appare solo come un botolo ottuso e ringhioso, senza un’ombra della feroce ironia con cui lo scrittore commenta la sua gestione della giustizia. Manca l’acutissima osservazione e descrizione della divisione ‘classista’ della società inglese dell’epoca e della conseguente differenziazione quasi ‘genetica’ tra plebei e gentiluomini. Insomma: un compitino ben svolto, ma nulla di più; un lavoretto da manuale, ma senz’anima e senza cuore. Ed è dal 1976, da quel magnifico incubo sulla solitudine e l’incomunicabilità che è L’inquilino del terzo piano, che attendiamo da Polanski un altro capolavoro. Ormai ci siamo anche stancati di aspettare.

Ai confini della realtà (J. Landis/ S. Spielberg/ J. Dante/ G. Miller, USA, 1983), 17.00, DT

Modestissimo omaggio all’omonima e bellissima serie tv degli anni Cinquanta. Da segnalare solo il primo episodio, in cui un ottuso razzista viene ‘punito’ nel modo più atroce.

Non aprite quella porta (T. Hooper, USA, 1974, 23.15, Sky

In una cittadina americana di una provincia desolata, resa ancor più disperata dallo spostamento dell’autostrada, che l’ha gettata nell’abbandono e nella miseria, un gruppo di ragazzi incappa in una casa nei campi abitata da una famiglia che prima cucinava hamburger per i viaggiatori, e che ora la povertà e l’isolamento hanno precipitato nella follia assoluta. Celeberrimo capolavoro dell’horror moderno, NAQP è una splendida metafora del male oscuro che cova sotto la coperta falsamente tranquillizzante del sogno americano. Hooper è genio e maestro nel confezionare un film che terrorizza oltre ogni limite (con un contributo minimo di effetti speciali: niente a che vedere con la serie infinita di recenti ed inutili rifacimenti, tutti bassissima macelleria), e che al tempo stesso fa riflettere. Semplicemente sublime la fotografia: l’immagine sgranata della ragazza resa pazza dall’orrore, che, alla fine del film, irrompe sull’autostrada inseguita da Faccia-di-cuoio brandente la motosega, è da Oscar. Assolutamente imperdibile.

Domenica 19 settembre

Le mani sulla città (F. Rosi, Italia, 1963), 03.05, Rai1

Capolavoro di Franco Rosi, grandissimo film ‘civile’ sui maneggi criminali di un costruttore edile ammanigliato con camorra e politica nella Napoli degli anni Cinquanta. Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. Assolutamente imperdibile.

Flash Gordon (M. Hodges, USA, 1980), 02.15, Rete4

Bella ed immaginifica versione del magnifico fumetto barocco di Alex Raymond degli anni Trenta. Da vedere.

Zorba il Greco (M. Cacoyannis, GB, 1964), 14.50, DT

Nella Creta dei primi Novecento, il rapporto di amicizia e di scambio tra un furfante semianalfabeta, profondamente ‘naturale’ e vitalista, ed un intellettuale greco, tormentato e problematico. Nonostante la presenza del grande Anthony Quinn, modesta versione – ma forse sarebbe stato difficile far meglio, dato l’eccezionale livello del materiale di partenza – dello splendido romanzo di N. Kazantzakis (1883-1957), il grande mistico e romanziere greco. Da vedere il film, ma assolutamente da riscoprire questo e gli altri libri del grandissimo scrittore greco.

La ciociara (V. de Sica, Italia/Francia, 1960), 00.50, DT

Nell’estate del ’43 una vedova romana con la figlia tredicenne si rifugia in un paesino della Ciociaria, ma entrambe vengono violentate da un plotone di soldati marocchini. La tragedia dello stupro usata come spunto per una retorica e ruffiana esaltazione del ‘mito’ della mamma italiana. Naturalmente la Loren, icona del cinema ‘popolare’ italiano, si trova perfettamente a suo agio nella parte. Un’altra pagina, tarda ma ancora irritante e fastidiosa, del Neorealismo.

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, Italia/Francia, 1972), 23.00, Sky

Un americano sulla mezza età ed una giovane parigina, perfettamente sconosciuti l’uno all’altro, s’incontrano, si rincorrono, si prendono, chiusi in un appartamento di Parigi nel quale l’erotismo diventa una chiave del mondo, lasciando fuori – illudendosi di lasciar fuori – ogni altra dimensione, compresa la morte. Per me, certamente il più bel film di Bertolucci, e film di sublime bellezza ed intensità: fotografica, intellettuale, filosofica, erotica. Solo Marco Ferreri, nel suo stupendo La grande bouffe (Italia/Francia, 1973), aveva trattato con altrettanto pathos il binomio amore/morte. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 20 settembre

Syriana (S. Gaghan, USA, 2006), 24.00, Rete4

Se volevamo capire “di che lacrime grondi e di che sangue” il nostro benessere, da quale abisso di violenza e di corruzione provengano la benzina con cui facciamo funzionare i nostri stupidissimi Suv o il gas con cui surriscaldiamo le nostre case; se, al di là dei rutti mentali di Roberto “Grunt” Calderoli, desideravamo studiare le ragioni profonde, l’humus da cui trae origine il terrorismo islamico, bastava prendersi una raccolta di giornali, o un testo di storia contemporanea, e andare a ripassarsi, per chi non la conoscesse già, qual è stata la ‘politica estera’ – chiamiamola così – di Stati Uniti ed Europa nel Medio Oriente dalla fine della guerra ad oggi. Sarebbe stato sufficiente, e soprattutto ne avremmo ricavato una visione organica, logica e chiara: quello che, invece, è praticamente impossibile tirar fuori da questo film farraginoso, schizzato, complicato invece di essere complesso, e soprattutto privo di qualsiasi pathos. Un film che molto spesso non sembra nemmeno un film, quanto piuttosto un collage di spezzoni documentari della CNN; un film che, con buona pace dell’esilissimo filo conduttore costituito dai personaggi di Clooney e Damon, si ha spesso l’impressione che potrebbe essere rimontato all’incontrario, il secondo tempo prima del primo, o in modalità random, ché tanto non se ne accorgerebbe nessuno; un film che non è nemmeno noioso, tanto è assente qualsiasi struttura ‘narrativa’ su cui esercitare la nostra attenzione. A parte l’interpretazione davvero loffia di Clooney, imbambolato dall’inizio alla fine nella stessa inespressiva espressione, è difficile persino parlar male (o bene?) degli attori, tale è la velocità con cui ci passano davanti agli occhi, ché quasi è impossibile riconoscerli. Come pure, appunto, è praticamente impossibile ‘farsi un’idea’ della situazione dalla mole di informazioni che il film propone, e che ci vengono sparate addosso a ritmi folli, senza che si abbia il tempo di effettuare nessi o riflessioni. Semplicemente un brutto film, mal raccontato, malissimo scritto, sul quale si spera che scenda presto un giusto silenzio.

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009), 21.00, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia –  ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, ha appena declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa è, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e  privati”. Nell’attuale classifica, l’Italia viene retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi sono cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

Live! (B. Guttentag, USA, 2009), 19.20, Sky

Ci aveva già pensato, quasi trent’anni fa, Stephen King, in una di quelle sue cupe ed inquietanti occhiate sul nostro futuro, non tanto ‘fantascienza’, quanto vere e proprie visioni, come di una sibilla che, inalati i miasmi della società presente, profetizzi gli orrori di quella futura. Fu quando scrisse “La lunga marcia” (The Long Walk, 1979). Ogni anno, cento ragazzi partono a piedi da un punto qualsiasi ad un altro degli Stati Uniti, distante seicento chilometri. Devono marciare, continuamente, senza mai scendere sotto i sei chilometri all’ora. Ogni rallentamento viene sanzionato con una “Ammonizione” – che può essere cancellata se, per altre tre ore, si recupera il ritmo e lo si mantiene – ma dopo la terza ammonizione si riceve il “Congedo”: uno dei soldati, che con sonar e radar sofisticatissimi li seguono su mezzi militari, elimina il perdente con un colpo in testa. Al vincitore – sempre che vi sia, un vincitore – un premio quale nessuno ha mai nemmeno osato immaginare: “Tutto quello che vuoi, per tutto il resto della tua vita”. Nei primi chilometri il pubblico è scarso – ‘non c’è gusto’: troppi sono ancora i concorrenti, la selezione è ancora blanda: è più ‘divertente’ starsene a casa a guardarli camminare e morire in TV – ma man mano che la distanza aumenta, che i ‘congedati’ rimangono cadaveri sul ciglio, man mano che la stanchezza bestiale e la disperazione riducono i superstiti a disumani automi, fantocci che si trascinano avanti spinti solo dal terrore della morte, allora il pubblico aumenta, sempre più. Archi di trionfo accolgono i disperati, parate, coriandoli, fuochi artificiali, e negli ultimi chilometri è necessario l’esercito per trattenere le folle urlanti che si assiepano ai lati della strada, a godere delle orme di sangue impresse sull’asfalto.

E pochi anni prima, nel 1975, Norman Jewison, col suo magnifico e disperato Rollerball, ci aveva mostrato una società futura e dittatoriale, in cui una nuova versione dei giochi gladiatori viene riproposta come valvola di sfogo delle repressioni e dell’aggressività umane.

Fantasie? Sì, forse, ma dieci anni prima Sidney Pollack, in quello che forse è il suo capolavoro – “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?, USA, 1969) – ci aveva raccontato una storia abbastanza simile, e vera: quella delle gare di ballo che si svolgevano negli anni Trenta, durante la Grande Depressione: cinquanta coppie ballano ad esaurimento in uno stadio coperto, con poche e brevi pause per mangiare, bere ed espletare le funzioni fisiologiche. Una alla volta cadono a terra distrutte: alla coppia vincitrice, un premio di millecinquecento miserabili dollari, abbacinante miraggio nell’America di Furore (J. Steinbeck, 1939), dove i dannati della terra si perdevano come polvere e foglie morte sulle  strade. Sulle gradinate, il pubblico assiste divertito: mangia e beve, incita, fa il tifo, scommette, e più gli infelici crollano sfiniti più la febbre sale, e le poste si alzano.

Oggi tocca a Bill Guttentag raccontarci di nuovo quasi la stessa storia, ma stavolta la verosimiglianza con quanto ogni giorno vediamo sulle nostre televisioni – sempre che ci regga lo stomaco a guardarle – è così impressionante che ci fa rabbrividire d’inquietudine. Katie Courbet (una brava ed intelligente Eva Mendes, finalmente esentata dall’obbligo di esibire le sue grazie e libera di ‘recitare’) è una giovane e rampante creatrice di format televisivi in un grosso network, che sta attraversando una crisi di ascolti. La sua TV trasmette già ogni sorta di spazzatura – sangue, violenze, follie di ogni tipo – “perché è questo che la gente vuole”, ma non basta, e quando qualcuno, per ridere, butta lì che la gente si guarderebbe perfino la roulette russa, quella per Kate non è una battuta, ma un’illuminazione. La roulette russa dovrà essere il prossimo show, ad ogni costo, e lo spettacolo si chiamerà “Live!”, ‘geniale’ gioco di parole che significa allo stesso tempo ‘Vivi!’ e ‘Dal vivo’. Dapprima tutto il suo staff e la dirigenza del network la prendono per pazza, ma quando lei comincia a mettere in moto la macchina, dimostra l’incredibile attrattiva che l’idea può avere, fa intuire l’immenso ritorno finanziario che l’operazione può produrre, velocemente tutte le resistenze si sfaldano, e saranno proprio i suoi capi – quelli che sul primo momento hanno tuonato contro l’intima immoralità ed antieticità dell’idea – a difenderla a spada tratta con ineffabile cinismo davanti alla Commissione Ministeriale che deve dare l’autorizzazione, in nome della “libertà di parola” (vi ricorda qualcosa, tra parentesi?). Migliaia sono coloro che si presentano ai provini ed i cinque concorrenti della prima serata sono tutti, ciascuno a suo modo, volti di quel sogno americano e ‘popolare’ sui cui TV come quella di Kate hanno costruito la loro fortuna. Lo show comincia, lo share sale fino al 65% – “Un evento storico!” – il sesto proiettile parte e uccide. Quello sparo par scuotere Kate dal suo sogno di gloria, ma purtroppo non sapremo mai – e capirete perché – se le sue ultime parole (“Questo è il futuro”) siano la reazione d’orrore di chi ha gettato uno sguardo nell’abisso o un grido di trionfo. Alcune delle critiche che sono state fatte a questo film sono indubbiamente fondate. Non è – incredibilmente, nonostante il plot – abbastanza spettacolare, e la regia è spesso lenta, asfittica, par quasi – appunto! – una regia televisiva. Forse a Guttentag – peraltro Premio Oscar nell’89 e nel 2003 per due documentari – sarebbe stato utile qualche passaggio ad Hollywood. Tuttavia, detto ciò basta appunto l’idea, per rendere il film un documento prezioso della nostra epoca. Tutto – nell’ambiente di Kate, della gente che lavora con lei, dell’America intera: ma potremmo dire del mondo, perché di quella cultura facciamo parte tutti – tutto è falso, costruito, inesistente se non sul monitor. Non è la realtà quella che dev’essere venduta al pubblico, ma il sogno, quel sogno che lui vuole, e dunque “nella realtà può anche capitare che una ballerina di lap dance mostri per un istante un capezzolo, qui no”. Del resto, la stessa Kate che vediamo sullo schermo è ‘reale’ fino ad un certo punto; lo è nella misura in cui essa stessa è un ‘prodotto’ del cameraman che la segue sempre e ovunque, perché anche la sua vita quotidiana diventi finzione e materiale televisivo. Film, documentario (o meglio mockumentary) “Live!” è, che io ricordi, l’opera migliore che a tutt’oggi abbia per lo meno cercato di rappresentare la barbarie culturale della TV trash: quella e unicamente quella – sarà bene ricordarlo – di cui anche milioni di italiani si nutrono quotidianamente, e che ha contribuito alla loro lobotomizzazione. Una TV il cui scopo è appunto quello di realizzare “guadagni immensi”, ma che ha come danno collaterale – messo in conto, se non esplicitamente voluto – quello di demolire poco per volta ogni barriera morale ed etica nello spettatore, cioè nel cittadino, cioè nell’elettore (vi ricorda qualcuno?). Non è difficile immaginare, vedendo le file infinite di persone in attesa di accedere ai provini (vi ricorda altre file per altri provini?), che ad un bel momento qualcuno estragga una pistola – come quella che lo show gli metterà in mano tra poco – e cominci a far fuori i potenziali suoi concorrenti: ogni mezzo è lecito per arrivare ed apparire, non ce lo insegnano ogni giorno?

Martedì 21 settembre

Cellular (D.R. Ellis, USA, 2004), 21.10, Rete4

Una donna viene rapita e racchiusa in una soffitta, dove trova un telefono sfasciato. Riesce a rimetterlo insieme, e chiama un numero a caso: la persona che risponde dovrà prima di tutto credere alla sua storia, e poi aiutarla a salvare la vita del marito e del figlio, anch’essi in pericolo. Thrilling inconsistente ed evanescente, che non esisterebbe nemmeno senza la presenza di Kim Basinger, perfino qui elegante ed affascinante come sempre.

Anonimo veneziano (E.M. Salerno, Italia, 1970), 00.20, DT

Un suonatore di oboe alla Fenice di Venezia sa di avere poco tempo da vivere per un cancro al cervello, e decide di pareggiare i conti con la vita. Chiama per un ultima visita la moglie, da cui si era separato, la riconquista in una dolente camminata per la città, registra finalmente il concerto di Benedetto Marcello cui è particolarmente affezionato. Dal romanzo omonimo di Giuseppe Berto (Feltrinelli), leggibile ma modesto, che il bravissimo E.M. Salerno, grande attore del passato, usa come una splendida sceneggiatura. Una Love story all’italiana? Forse, ma senza i sentimentalismi idioti da soap del film di Hiller, e con l’impareggiabile scenario di una Venezia massimamente ‘decadente’, delle stupende musiche del grande musicista del Settecento e di quelle di Stelvio Cipriani, che le accompagnano e le fondono. Bravissimi Tony Musante (poi sparito dalla circolazione) e Florinda Bolkan, allora giovane e bellissima. Una magnifica storia d’amore, e non è poco. Imperdibile.

King Kong (J. Guillermin, USA, 1976), 00.25, DT

Tra l’ingenuo e bellissimo originale (M.C. Cooper/E.B. Schoedsack, USA, 1933), e l’invedibile videogioco di P. Jackson (USA, 2005), un’onesta versione sempre troppo immeritatamente stroncata dalla critica. Frequenti i momenti di vera magia (per esempio la lotta tra Kong e le creature preistoriche in un paesaggio onirico) e Jessica Lange, giovane e semplice, è una deliziosa e fragile bambolina bionda tra le mani del Re. Guardatelo, ne vale la pena.

La ragazza di Bube (L. Comencini, Italia/Francia, 1963), 19.05, Sky

Raro passaggio tv di questo bel film dal bel romanzo di Carlo Cassola. La storia di Mara, una ragazza toscana che durante e dopo la Resistenza sacrifica la propria vita per amore di un partigiano condannato per omicidio. Bellissimo bianconero e bravissima Claudia Cardinale. Imperdibile.

Mercoledì 22 settembre

Angeli e demoni (R. Howard, USA, 2009), 21.00, Sky

Eccoci dunque alla seconda avventura ‘simbolica’ del Prof. Robert Langdon. E qualcuno a questo punto avrà già cominciato a intuire che non tutto va per il verso giusto, in questo film, perché lo so bene che ‘simbolico’ in italiano ha tutt’altra accezione; ma sono loro che, presentando il personaggio, ne parlano come del “simbolista” (e uno si aspetta di veder entrare Mallarmé), quando invece ‘simbologo’, o anche ‘studioso di simboli’, sarebbe stato molto più corretto, anche se forse meno scorrevole. Procediamo dunque, dopo questo primo passo falso, in quella che, in realtà, è la prima avventura di Langdon, perché il libro omonimo da cui è tratto il film venne pubblicato nel 2000, tre anni prima del Codice da Vinci, che diede a Dan Brown fama e ricchezza. E certo, senza la ‘spinta’ del Codice, difficilmente questa storia avrebbe ottenuto gli onori degli schermi. Là infatti la vicenda, pur ovviamente di fantasia, era comunque ancorata ad un saldo patrimonio di leggende ed anche di studi storico-antropologici, e ruotava attorno ad uno dei miti più affascinanti dell’Occidente, quello del Graal, declinato nella versione storica del ‘Sang Royal’. Praticamente impossibile, quindi, non appassionarvisi. Qui il tema, bisogna dirlo, è abbastanza tirato per i capelli. Si tratta degli Illuminati, una specie di società segreta di ‘scienziati’ costretti alla clandestinità dall’intolleranza della Chiesa verso il sapere scientifico. Dopo secoli in cui li si pensava definitivamente estinti, eccoli ricomparire a Roma durante un Conclave. Il Papa defunto era un progressista, amato dal popolo, e il suo successore dovrebbe essere scelto in una ristretta rosa di suoi “preferiti”. Ma proprio questi vengono rapiti dagli Illuminati, che a partire dalle otto di sera, nel giorno dell’apertura del conclave, minacciano di ucciderli uno ogni ora in modo plateale, per screditare la Chiesa di fronte al mondo. A mezzanotte, infine, una bomba terribile, a base di antimateria, distruggerà lo stesso Vaticano. Lascio alla vostra buona volontà ed al vostro buon cuore il compito di seguire nel dettaglio le avventure del Professore ‘simbolista’ (aridaje …), in una sceneggiatura forse un po’ affrettata ma dignitosa dal punto di vista dell’azione, meno da quello della sorpresa e della cultura. Quanto alla sorpresa, alzi la mano chi non ha già capito cosa succederà quando l’assassino sale in macchina; o chi non ha previsto il doppio, se non triplo, finale. Quanto alla cultura, sarà appunto per colpa della fretta ma i numerosi intermezzi ‘ideologici’ sul conflitto tra Scienza e Religione diventano sproloqui confusi e abborracciati, che difficilmente riescono a far riflettere. Qualche falla qua e là completa l’opera: quel diario, per cui tanti fanno tanto casino, ma che c’è scritto, alla fine? Non lo sapremo mai. Tom Hanks non è un personaggio, è un fumetto: lavora come da copione e si porta a casa i suoi soldi. La ‘bellissima’ (boh …) Avelet Zurer è invisibile. Pierfrancesco Favino non è da buttar via. Ma godetevi fino in fondo la performance del grande vecchio, quell’Armin Mueller-Stahl che già avevamo ammirato in una prodigiosa interpretazione nel bellissimo La promessa dell’assassino (D. Cronenberg, 2007) e che anche qui riesce a dare spessore umano e profondità psicologica ad un personaggio, quello del Grande Elettore, abbastanza secondario.

Se dunque, dal punto di vista strettamente cinematografico, il film in sé non offre eccessive ragioni di divertimento, ce ne ha offerte in quantità, in cambio, la reazione della Chiesa a questa nuova incursione della fantasia in territori che essa, evidentemente, ritiene ancora di sua esclusivissima proprietà. Reazione che, se non ha raggiunto i vertici di isterismo toccati col Codice da Vinci, presenta tuttavia istruttivi spunti di riflessione. Portavoce delle posizioni vaticane si è fatto, questa volta, il Prof. Giovanni Maria Vian, Direttore dell’Osservatore Romano (tutte le citazioni virgolettate provengono dai due articoli di Giacomo Galeazzi e Fulvio Caprara pubblicati sulla Stampa dei giorni 4 e 5 maggio; le sottolineature sono mie). Dopo aver dichiarato preventivamente di “non aver visto il Codice da Vinci” (Vade retro, Satana!), il Prof. Vian se la prende per il “tono cupo da macchinazione focalizzata sulla Chiesa e sul Vaticano, quasi fosse l’epicentro di trame oscure e segreti inconfessabili”. Insomma, dice il Professore, “si tratta di una faraonica operazione di marketing, creata appositamente per provocare scandalo e accendere le polemiche con la Chiesa cattolica per il modo assurdo in cui viene descritta”. Naturalmente le alte sfere vaticane non si sono limitate alle proteste verbali, se è vero, come racconta il regista Ron Howard, che la produzione ha incontrato, durante la lavorazione del film, numerosi ed imprevisti ostacoli, che puzzano tanto di tentativi di sabotaggio: “Pochi giorni prima dell’avvio delle riprese ci hanno fatto sapere che non avremmo potuto girare in certe chiese, e ho anche appreso che il Vaticano avrebbe esercitato la sua influenza su altri organismi della città affinché altri permessi ci venissero negati”. Per esempio, “il cocktail riservato alla stampa avrebbe dovuto svolgersi sulla terrazza della Residenza Paolo VI, affacciata sul Vaticano, ma pochi giorni prima dell’evento è arrivato il no”. A dimostrazione della nostra buona fede, dice ancora il regista, “abbiamo chiesto a vari rappresentanti del clero se volevano vedere il film, ma l’invito è stato declinato” (Simplicio è vivo e lotta insieme a noi …). In ogni caso, dice lo statunitense Howard, cittadino di un paese nel quale la libertà di opinione conta comunque qualcosa, “se qualcuno giudica i contenuti della storia offensivi può sempre decidere di non andare a vedere il film”. E allora, come dice il Prof. Vian: “L’ennesima teoria del complotto incentrata sul Vaticano”? L’ultima che hai detto, professore.

Giovedì 23 settembre

La caduta (O. Hirschbiegel, Austria/Germania/Italia, 2004), 21.00, DT

Fare un film su Hitler, quando Hitler è qui, ora, adesso, nelle bande di naziskin che infestano l’Europa tutta, negli striscioni e nelle bandiere allo stadio, nei cento razzismi che impestano la nostra cultura e la nostra politica, è estremamente difficile, e si rischiano risultati deludenti. Così è per questo film di Hirschbiegel (ma non è stato troppo ambizioso, il salto, dal Commissario Rex al Terzo Reich?), che non è altro che un lungo (e a volte anche un po’ noioso) documentario TV sugli ultimi giorni di Hitler. Cronaca, appunto, semplice narrazione, racconto, esposizione di fatti, allineamento cronologico di eventi. Un’opera irrisolta, insomma. Ottimo B. Ganz, ma assolutamente inattendibile U. Matthes, che dà vita ad un Goebbels isterico, lontanissimo da quel satanico e raffinato gentiluomo che conosciamo dai documentari.

L’Albatross (R. Scott, USA, 1995), 00.55, DT

Un gruppo di liceali americani si imbarca su una nave-scuola per una lunga crociera nel Pacifico: le avversità li faranno diventare uomini. Probabilmente il peggior film di R. Scott – ma è una bella gara con Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001) – insopportabilmente retorico e stereotipo, e se il modello era Capitani coraggiosi (V. Fleming, USA, 1937), allora c’è da mettersi le mani nei capelli. Questo sembra la versione allungata di uno spot di Capitan Findus, e non c’è altro da dire.

Revolutionary Road (S. Mendes, USA/GB, 2008), 21.00, Sky

Connecticut, Anni Cinquanta. Frank ed April si incontrano ad una festa di ‘artisti’. April “studia per diventare attrice”, Frank, tutto sommato, cazzeggia, in adorazione di se stesso e degli anni della guerra trascorsi a Parigi, “dove quello che vedevi era vero, dove tutto era possibile”. Entrambi sono convinti di essere eccezionali, e di avere un grande destino davanti a sé. Si sposano, per attuarlo insieme, ma bastano dieci anni di matrimonio per uccidere le loro illusioni. Frank ha fatto due figli – “uno è stato un incidente, l’altro per verificare se il primo era stato un incidente” – April ha visto affondare miseramente le proprie ambizioni nella noia di teatrini di quart’ordine. Hanno trent’anni entrambi, non sono più dei ragazzini. April si sta spegnendo in una stupida e vuota quotidianità da casalinga, Frank si è adattato a lavorare come venditore nella stessa ditta in cui per vent’anni ha lavorato suo padre (“Da piccolo lo guardavo e mi dicevo: quando sarò grande non voglio diventare come lui”), in un impiego stupido e inutile, che odia e che lo schiaccia, ma ancora – nonostante tutto – coltivando il sogno di dimostrare un giorno chi egli sia veramente e quali incredibili potenzialità egli custodisca. Ma Frank mente a se stesso, e lo sa, e lo sa anche April, il cui cuore invece è ancora vivo. Così – con un coraggio che, mutuando i pensieri della cultura maschilista dell’epoca, potremmo definire ‘da vero uomo’ – propone a Frank di fare una follia. Vendere tutto, andare a Parigi, alla fonte del Mito. Lei lavorerà (‘l’uomo di casa’), lui non farà nient’altro che coltivare se stesso: leggerà, ascolterà musica, andrà per musei, fino a che finalmente avrà trovato la sua strada, dove poter esplicitare la grandezza inespressa che sente dentro di sé. April parrebbe, in questo suo agire, una donnetta succube del marito, appiattita sul suo egoismo, senza sogni propri. Invece, è lei, dei due, che vive ancora, e quando dice a Frank ‘Salvati’, in realtà gli sta dicendo ‘Salvati per salvare me assieme a te’. Ma Frank non è più, se mai lo è stato (“Quando ti ho conosciuto ero solo uno pieno di chiacchiere”), sulla sua stessa lunghezza d’onda. L’ipotesi di partire lo affascina per un po’, gli serve per assumere un’aria bohémienne con gli amici. Ma nel fondo ha paura, di lasciare la sicurezza che ha e soprattutto di scoprire che non c’è nessun grande destino ad attenderlo, e nessuna ‘lama dentro al fodero’, come direbbe Joseph Conrad. Per cui, quando il padrone gli agita di fronte al naso la carota della promozione e di un favoloso aumento di stipendio, egli seppellisce in fretta i suoi sogni, ed anche quelli di April. Ma col crollo di quest’ultima speranza di redenzione, per April crollano anche le ragioni di continuare ad esistere, e la disperazione nascosta così a lungo improvvisamente trabocca: sarà la fine dei sogni, e il destino tanto atteso non sarà glorioso e trionfante, ma misero e tragico. A far da controcanto all’esistenza di April e Frank, cui nessuno può dire la verità perché sono tutti immersi nella stessa menzogna, sta lo splendido personaggio di John – quasi un coro da tragedia greca – un ‘pazzo’, cui perciò è concesso di dire qualsiasi cosa, tanto cosa contano le parole di un pazzo. Ma invece le parole di John sono spaventose, sono quella verità che solo un folle può dire perché ha rinunciato alla vera follia, che è la vita reale, e il suo dito puntato contro il ventre gravido di April ha l’orrore panico di una profezia di Tiresia. Ma – si sa – gli Dèi confondono coloro che vogliono perdere. Dopo American beauty (1999), capolavoro sulla solitudine e opera di rara bellezza formale, Mendes si era smarrito prima con Era mio padre (2002), algida sequenza di eleganti diapositive senz’anima, poi con Jarhead (2005), insulsa balordaggine sull’Irak. Qui egli finalmente torna ad essere quel maestro cantore dell’alienazione che avevamo conosciuto, con un film che, anche a livello fotografico, è una continua lezione. Splendide le riprese degli impiegati che vanno al lavoro al mattino – che ricordano in modo impressionante analoghe inquadrature di Fritz Lang in Metropolis – e agghiaccianti i colori degli interni e dell’arredamento, freddi e spenti come l’interno di una morgue. E che altro è, la vita di April e Frank? Kate Winslet è semplicemente prodigiosa, per sensibilità e capacità di interpretare ed esprimere la disperazione con pochi moti del volto, e mai Leonardo di Caprio è davvero alla sua altezza. Michael Shannon, il vicino ‘pazzo’ ha due sole scene, ma sono di cupa grandezza.

Venerdì 17 settembre

La giusta distanza (C. Mazzacurati, Italia, 2007), 21.05, Rai3

Mazzacurati racconta storie semplici in modo semplice, quasi elementare, eppure chi abbia visto, dei suoi film, almeno gli ottimi Il toro (1994) e Vesna va veloce (1996), sa bene quanta complessa umanità e quanto acume psicologico e sociologico vi siano, sotto quell’apparente semplicità. Così è anche questa volta, in questo bellissimo film, che nuovamente, dopo il recente Cemento armato (M.Martani) mostra quanto possa essere importante e disvelante una ‘piccola’ storia quando viene raccontata con intelligenza e sensibilità. In un paesetto di campagna alle foci del Po – ma siamo in provincia di Rovigo – arriva Mara, la nuova maestra, a sostituire d’urgenza quella vecchia, improvvisamente impazzita. Da parte dei maschi del paese è tutto uno scoccare di sguardi che, con termine arcaico ma adeguato, potremmo definire lascivi, e qualcuno ci prova, anche, ma Mara è una donna libera: gli uomini se li sceglie, ed anche la vita, e quella breve supplenza è solo una parentesi, prima della partenza per il Brasile, verso un progetto di cooperazione internazionale. L’unico che riesce a stabilire un legame con lei è Hassan, il meccanico tunisino del paese, e non a caso: come lei, Hassan è un déraciné, come lei ha anch’egli, dietro di sé, una cultura ed una sensibilità che sono ignote ed incomprensibili al resto del paese. Non ha però futuro, appunto, la storia tra Hassan e Mara, e ciò ferisce entrambi nel profondo, ma proprio quando sono riusciti comunque a capirne la ragione, Mara viene trovata assassinata. Il meccanico viene arrestato, processato e condannato per omicidio, e tutto sembrerebbe risolto e ‘a posto’, ma Hassan ‘parla’ ancora: si suicida in carcere, ed in uno dei bigliettini con cui spesso comunica – laconici lampi di un universo interiore intensissimo, che si difende dalla superficialità col mutismo – protesta ancora una volta la sua innocenza. Chi vorrà ascoltarlo, in paese? Questa la prima parte di un film che potremmo anche leggere proprio in questo modo, come un lungo e denso prologo, cui segue la tragedia, come un ‘racconto breve’ e fulminante. Ruota, attorno a Mara ed Hassan, tutto un universo umano e sociale che funge quasi, ed involontariamente, da coro. Prima di tutto Giovanni Capovilla, poco più che diciottenne, anch’egli attratto da Mara, ma soprattutto dal giornalismo. Testimone quasi estraneo ed indifferente sia della relazione che del delitto, sarà proprio lui, in quanto giovane giornalista, a dover scavare in cerca della verità. Poi Giuseppe Battiston, interprete di un commerciante, che, come ha detto lo stesso Mazzacurati in una recente intervista, sembra la versione aggiornata dei bottegai sporcaccioni di Pietro Germi in Signore e signori. Ma da quel 1965 sembrano passati non quarant’anni, ma secoli, e il commerciante che ci mostra oggi il regista è un uomo degradato moralmente e socialmente dalla ricchezza, dalla Modernità, da uno stupido e superficiale progresso. A suo modo, un déraciné anche lui, ma senza alcuna coscienza di esserlo, e, quel che è più tragico ancora, senza nessun rimpianto. Non vi sono, in questo film, sociologismi politici, come ci si potrebbe aspettare, e come si potrebbe perfino temere, data la materia del narrare. La chiave, la cifra vera di tutta questa umanità, che la definisce e la stigmatizza, è l’ignavia, una misera e piatta indifferenza morale che li spegne tutti in quanto esseri umani. Ignavo è certo, l’avvocato di Hassan (Ivano Marescotti: è sempre un piacere), ma ignavi sono tutti: Giovanni, che sta a guardare, che ha bisogno di vederlo morire, e di leggere il suo biglietto, per cominciare a porsi delle domande; lo stesso quotidiano per cui lavora, che liquida in poche righe la scoperta di una fabbrica di cinesi ridotti in schiavitù, ma dà amplissimo risalto alla pesca di un tonno gigante; i paesani tutti, che osservano senza fiatare il folle ritorno della vecchia maestra. Possiamo immaginarceli, dopo che la verità viene ristabilita, scrollare le spalle e tornare ai centri commerciali, ai call center erotici, a tutto quell’effimero economico e culturale che ha devastato e desertificato la società e le coscienze. Un cast, per questo film, non certo hollywoodiano, e tuttavia semplicemente ottimo: a partire dal bravissimo Ahmed Afiene, passando per la dolce e sensibile cognata, e poi – l’abbiamo già nominato – Giuseppe Battiston; Giovanni Capovilla, semplicemente perfetto nella parte dell’ancora adolescente, ‘crudo’ nei sentimenti e nelle reazioni emotive, che cresce lentamente e faticosamente, e Fabrizio Bentivoglio, giornalista di provincia con velleità da Maestro del giornalismo. Unica nota stonata, proprio l’interprete femminile, Valentina Lodovini, che eccede in mossette, ammiccamenti e  sorrisini – alla Renée Zellweger, per intenderci – particolarmente fastidiosi ed irritanti a  fronte della misuratissima recitazione di Hafiene (non basta a farla perdonare la fugace esibizione delle sue peraltro prodigiose tette). Girato in buona parte sulle rive del Po, pare che il grande fiume, sia pur anch’esso corrotto e violato, abbia comunque particolarmente ispirato Mazzacurati come ha fatto con Olmi, nello stupendo I centochiodi: lampi di quella sensibilità si ritrovano nella bella fotografia di Luca Bigazzi, e il recuperante di rottami – verrebbe da dire unica, ed ultima, come si vedrà, faccia umana del paese – non può non ricordare il vecchio pazzo felice, che sognava i pesci ridere. Un altro film italiano da segnare in agenda, nella lista non foltissima dei piccoli capolavori. Assolutissimamente imperdibile.

Shooter (A. Fuqua, USA, 2007), 21.00, Sky

Regista di alcuni veri e propri capolavori (Training day, 2001; King Arthur, 2007), qui Fuqua si è preso un ‘vacanza’ intellettuale. Lo schema è quello già visto cento volte: l’eroico soldato onesto che viene coinvolto suo malgrado in una sporca faccenda ma riesce a ristabilire la verità, salvarsi l’onore e far piazza pulita dei cattivi. Il mestiere c’è e si vede, ma per il resto non c’è altro. Tuttavia, è impossibile non fare per l’ennesima riflessione. Cosa succederebbe in Italia se qualcuno facesse un thriller che, come questo e mille altri film americani che abbiamo visto, riversa valanghe di fango sulle proprie istituzioni? Ve li ricordati gli attacchi isterici di Forza Italia contro La Piovra, in assoluto la miglior fiction italiana (e adesso ne capiamo le ragioni …)? Che sia per questo che, comunque, gli USA ci sono superiori?

S. Darko (C. Fisher, USA, 2009), 21.00, DT

Prima di tutto, mettiamo le mani avanti, a difesa dello spettatore e dell’onorabilità di Richard Kelly, autore del misterioso ed inquietante Donnie Darko (USA, 2001), di cui questo signor Fisher pretende di aver scritto il sequel. Prima ancora che il film uscisse, Kelly aveva dichiarato: “Ci sono alcune cose che mi piacerebbe precisare. Non ho letto lo script. Non sono assolutamente coinvolto in questa produzione, né mai lo sarò. Non ho controllo sui diritti del nostro film originale, e né io né il mio produttore Sean McKittrick riceveremo un dollaro dagli incassi di questo film”. Una precisazione dovuta, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, e per sollevare dall’angoscia in cui indubbiamente si troveranno i fan del primo film dopo aver visto questo sequel ignobile. Non era stato facile, indubbiamente, ‘capire’ D.D., e non a caso su di esso circolano letture ed interpretazioni le più varie e complesse. Film di ‘fantascienza’ sulla possibilità dei viaggi nel tempo. Film di ‘fantafisica’, sull’esistenza di Universi paralleli e dunque, appunto, sulla possibilità di spostarsi dall’uno all’altro. L’uno e l’altro mescolati ad un messaggio di ribellismo giovanile cupo e nichilista … Comunque sia, le differenti ‘scuole’ hanno anche potuto litigare sulla ‘spiegazione’ del film, ma nessuna ha osato non riconoscerne l’intelligenza e il fascino. Pareva dunque difficile, pur sapendo che il regista non era lo stesso, immaginare che dal quell’inizio si potesse trarre un sequel che non fosse all’altezza, ma avevamo dimenticato una possibilità, quella della caricatura: magari involontaria, dovuta ad incapacità (nel qual caso, però, sarebbe bene cambiar mestiere), ma pur sempre caricatura. Così è, purtroppo, e la lista delle prove a carico sarebbe lunga. Si ha come l’impressione che il film sia stato sì calcato sull’originale, ma sempre uno scalino più sotto, così che ciò che in quello suggeriva ed inquietava, qui blatera, o semplicemente annoia, o induce allo sghignazzo. Donnie era un adolescente preda di incubi e sogni premonitori sulla fine del mondo, la sorella Samantha – sua è l’iniziale nel titolo – è una fighetta semitossica che non sa che fare di sé e del mondo. Il Coniglio era lo psicopompo che guidava e istruiva Donnie, Samantha sembra una vampiretta dark di qualche teen movie troppo di moda. Middlesex era una sintesi ‘intollerabile’ dello spirito piccolo borghese, Conejo Springs sembra la parodia di Burkburnett, la cittadina di “Non aprite quella porta”. E via così. Ci s’incazza, soprattutto se siete un fan di D.D, ma soprattutto ci si annoia, e quando s’è capito che aria tira s’incomincia a sbirciare l’orologio, il che ci salva il fegato dalla congestione. Si potrebbe andar avanti coi confronti per un’ora, ma – credetemi – non ne vale la pena. Attenti a voi

La ragazza delle balene (N. Caro, N.Z./Germania, 2002), 21.00, DT

Secondo le leggende del popolo Maori, Paikea, il primo antenato, raggiunse la Nuova Zelanda cavalcando una balena. Nella Nuova Zelanda dei nostri giorni, nasce una bambina a cui il padre – uno scultore, che riproduce l’arte e i miti del suo popolo – impone proprio il nome di quell’antenato. Il suo gemello, però, muore assieme alla madre durante il parto, e ciò causa un profondo dolore nel nonno, Koro, che in quel bambino maschio vedeva il ‘predestinato’, che avrebbe dovuto riportare i Maori all’antica gloria. Koro non riesce ad accettare la femmina, che vede come un ‘errore’ degli Dei, e respinge con durezza tutti i suoi tentativi di apprendere le tradizioni Maori, per ‘sostituire’ quel fratello nel suo cuore e nei destini del suo popolo. A prezzo di dolore e umiliazioni, con dolcezza ma con determinazione, Paikea riesce ad assumere il ruolo che il nonno aveva assegnato al fratello, e, cavalcando alfine proprio una balena, dimostra di essere degna erede delle tradizioni Maori. Non è la prima volta che i Maori ci narrano, con ottimi film, le sofferenze del loro popolo: certo tutti ricordiamo il bellissimo Once were warriors (1994), che narrava la terribile decadenza dei Maori forzatamente inurbati e costretti a vivere la vita corrotta e violenta dei loro dominatori bianchi. Qui è il loro strettissimo ed ancora attuale legame col mito, che ci viene raccontato e la loro intima unione con la natura e con gli animali (la balena è, evidentemente, non solo la fonte del mito, ma anche l’animale totemico), tipici di tutti quei popoli che noi Europei, nella nostra presunzione ed arroganza, spesso genocida, ci ostiniamo a definire ‘primitivi’. Nello stesso ambito, sarebbe davvero sciocco e meschinamente riduttivo definire ‘maschilista’ la cultura ed il comportamento di Koro. ‘Maschilista’ e ‘femminista’ sono concetti di una cultura occidentale alla quale questa, come altre culture ‘primitive’, sono totalmente estranee: apprezziamole per quello che sono, ed evitiamo di frapporre tra noi e loro lenti deformanti che non appartengono loro. Come tutti i film espressioni di culture a noi così lontane – penso, per faresolo unesempio, al bellissimo Zatoichi – anche questo ci lascia in parte insoddisfatti. Non per la qualità del lavoro – si tratta di un film semplice, ma intenso e magico, ed ottimamente recitato: bravissimi il nonno e soprattutto la bambina – ma perché ci rendiamo conto di quanto poco sappiamo di loro. Grazie a Whale rider colmiamo, solo molto parzialmente, un vuoto che è non solo estetico, ma anche antropologico.

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