Pubblicato da: giulianolapostata | 11 settembre 2010

Multivisioni – 11 settembre 2010

Sabato 11 settembre

Morte di un matematico napoletano (M. Martone, Italia, 1992), 02.45, Rai3

Ultimi giorni prima del suicidio, avvenuto nel 1959, di Renato Caccioppoli, matematico ed intellettuale del PCI. E meno male che il film dura solo 105 minuti, se no prima della fine si suicidano gli spettatori, per quella che è una gigantesca e noiosissima macinatura di balle, estenuata rottura a metà tra il Visconti di Morte a Venezia e l’Antonioni di Deserto Rosso. Erano ancora gli anni in cui tutto ciò che veniva dall’area comunista era toccato dalla grazia, quando ci subivamo impavidi i maciullamenti dei Fratelli Taviani. Ora Martone torna a colpire alla Mostra di Venezia, ma almeno lo possiamo dire che ce li ha rotti e non ci caschiamo più.

Reign over me (M. Binder, USA, 2007), 21.45, DT

La moglie e le tre dolcissime bambine di Charlie stanno tornando da Boston, dove si sono recate a trovare una parente. Ma è l’11 settembre, e ‘qualcuno’ manda il loro aereo a schiantarsi sulle Twin Towers (speriamo che un giorno sia data agli americani la possibilità di conoscere il vero volto di quel ‘qualcuno’, e poter così finalmente metabolizzare il loro dolore). Quell’immane fiammata cancella però non solo la famiglia di Charlie, ma, letteralmente, la sua mente e il suo cuore. Charlie regredisce, ad uno stato quasi adolescenziale (“si comporta come se fosse più piccolo di Harry Potter”), e comunque precedente alla tragedia, per non ricordare più di aver avuto una moglie, e delle figlie. Torna a suonare la batteria, come ai tempi dell’università, colleziona dischi di musica anni Settanta, che si spara nelle orecchie di continuo con l’I-pod, passa notti intere a sghignazzare davanti ai vecchi film di Mel Brooks, o a giocare ad un pauroso videogioco, in cui un mostruoso gigante attacca l’umanità. Oppure, vaga da solo per le strade deserte della città col suo monopattino a motore, dolente fantasma assente dal mondo. Quando sta a casa, passa le settimane e i mesi a ristrutturare la cucina, e quando ha finito disfa tutto e ricomincia da capo. Nella sua ultima telefonata con la moglie, lei gli aveva chiesto di farlo, e lui, che stava andando di fretta al lavoro, l’aveva bruscamente mandata a quel paese; ora, quella cucina è un tragico ed inutile esorcismo per ritrovare chi non c’è più, sepolto tra le ceneri di Ground Zero e in fondo al suo cuore. Ma Charlie fa un incontro. E’ Alan, suo vecchio compagno di università, dentista di successo ma chiuso in se stesso, incapace di comunicare i suoi sentimenti, che si tratti dell’amore per la moglie o della rabbia nei confronti dei colleghi prevaricatori. Pur avendo deciso di aiutarlo a ‘rinascere’, poco per volta Alan viene anche ‘assorbito’ dalla vita di Charlie, ne condivide giochi e manie, e soprattutto quella ‘libertà’ adolescenziale che per l’amico è una fuga ma che lui ha comunque perso, costruendosi una vita asettica e spenta. Altri si affiancano ad Alan, nell’impresa di lenire l’immenso – e, qui è proprio il caso di dirlo, inesprimibile – dolore di Charlie: Angela, una giovane psicanalista che esercita sul suo stesso piano, e perfino una sua paziente, Donna, una ragazza turbata, anche lei orfana dei suoi sentimenti (“sono reduce da un terribile divorzio”), che pian piano scopre che forse può rimettere ordine nella sua vita sconvolta proprio accompagnando Charlie nella sua strada verso il ritrovamento della vita. Semplice nella narrazione, quanto essenziale nei sentimenti, questo film è un piccolo e commovente capolavoro, reso tale da molti elementi delicatissimamente fusi tra loro. Intanto la città, una specie di blues che accompagna in sottofondo le evoluzioni di Charlie per le strade, in cui par di ritrovare la magia onirica del bel romanzo di Mark Helprin Storia d’inverno (Frassinelli, 1983) ed anche il dolore e la solitudine della Leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991). E poi, naturalmente, il cast di interpreti, semplicemente eccezionale. Strepitoso Adam Sandler nella parte di Charlie, che ha chiuso la propria sofferenza dietro ad un volto da bambino senza passato; bravissimo Don Cheadle in quella di Alan, scombinato e inquieto, anch’egli in fondo, come Charlie, alla ricerca di un diverso se stesso, ma che riesce comunque a trovare la via per giungere al cuore dell’amico (“Lascia stare quella storia della cucina, dimenticatela: chissà quante cose carine le avevi detto prima”); deliziosa Liv Tyler, anche se forse un po’ troppo burrosa e materna nella parte dell’analista; incredibilmente bella ed eterea Saffron Burrows nella parte di Donna; e la brava Jada Pinkett Smith, dalla recitazione interiore e sospesa, che interpreta la moglie di Alan. Senza dimenticare il bellissimo cameo di Donald Sutherland, un giudice saggio ed insofferente verso la capacità tutta umana di non capirsi e di farsi del male. Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 12 settembre

Il giro del mondo in 80 giorni (F. Koraci, USA/Germania/Irlanda/GB, 2004), 19.00, Italia1

Invedibile baracconata, vergognoso remake di quel delizioso gioiellino che fu la versione di M. Anderson del 1956 (USA), col grande David Niven. Non merita nemmeno il vostro disprezzo.

 La battaglia di Alamo (J. Wayne, USA, 1960), 21.00, Sky

Una delle due sole regie del grande (l’altra è stata l’atroce Berretti verdi). Questo, però, (sul sacrificio di duecento volontari americani a Fort Alamo, nel 1836, contro l’esercito messicano)  è un capolavoro: un poema epico ed eroico, un racconto di uomini eccezionali, superiori, buoni, disinteressati, onesti, sinceri . Retorica? Certamente, ma di grandissima qualità, ed il risultato è un film commovente ed avvincente, davvero imperdibile.

Lunedì 13 settembre

La rapina (D, Lichtenstein, USA, 2001), 21.00, DT

Durante il festival dei sosia di Elvis Presley, a Las Vegas, cinque rapinatori entrano in un casinò tutti travestiti come il divo del rock, mettendo a segno una feroce rapina. La spartizione del bottino sarà ancor più sanguinosa, perché saranno tutti nel mirino del loro capo, una schizzatissimo e bravissimo Kevin Kostner. Film d’azione duro e violento, a tratti romantico e picaresco. Non è da buttar via, vale una visione.

Saturno contro (F. Ozpetek, Italia/Francia/Turchia, 2007, 16.35, DT

Insopportabile, indigeribile segolina, esempio tipico di quel cinema italiano stupido e inutile (altro grande ‘capolavoro’ del genere, recentemente, è Non ti muovere, 2004, di e con quello sciagurato di Sergio Castellitto) che ha finalmente trovato la sua Musa e il suo Maestro in Federico Moccia e nel suo Tre metri sopra il cielo (attenzione: cancellate immediatamente questo messaggio. Il solo fatto di scrivere il nome del regista e il titolo del film può infettarvi irrimediabilmente il computer). Qui l’italoturco Ozpetek ci somministra un’altra dose micidiale delle sue dolorose istorie maciullacoglioni: nella fattispecie, trattasi di amicizie e amori rotti (appunto …) e ricomposti, con relativo dispiegamento di pianti, baci e abbracci, sentimentini e sentimentoni, sbrodolamenti vari. In altre parole, l’ennesima storia all’italiana inutile ed onanistica, di cui non frega una mazza a nessuno e che rimane rigorosamente chiusa nel suo angusto orizzonte. Vomitevole l’inserto politically correct con l’amore omosessuale. Quanto ad attori, non ne parliamo. Qui il turno dell’incapace lo svolge Stefano Accorsi, e ci si chiede come una grandissima attrice come Milena Vukotic abbia potuto farsi coinvolgere in questa boiata: come si suol dire, avrà avuto le tasse da pagare. Invedibile.

2012 (R. Emmerich, USA/Canada, 2009), 21.00 Sky

Beh, insomma, lo sapete com’è Emmerich: o lo amate (si fa per dire) o lo buttate. Non è Michael Mann, per capirsi, e tanto basterebbe per cambiare cinema. Tuttavia, qualcosa per salvarlo si può trovare, e, onestamente, non si tratta d’una difesa d’ufficio. Primo. I film di Emmerich sono, per lo meno, ‘divertenti’: nel senso che stai lì a vedere come va a finire, che fai il tifo per l’eroe di turno, che non dici miodiochepallequandofinisce. Secondo. Nei film di Emmerich gli effetti speciali non sono fine a se stessi, come in quel genere di cinema ultimamente accade sempre più spesso (Transformers 2 non è un film, è uno spot pubblicitario della Industrial Light & Magic, e Parnassus vi si avvicina molto), ma strumenti di un particolare tipo di cinema. Di cui qualcuno può anche legittimamente dire che ‘non è cinema’, ma questo è un altro discorso. Terzo. Nei film di Emmerich non è mai tutto da buttar via, come sembrerebbe a prima vista. Così è di questo 2012, secondo film di quel suo sottofilone di cinema catastrofico che potremmo chiamare ‘Pentitevi-figli-di-p******-che-la-fine-del-mondo-è-vicina’. Il primo è stato The day after tomorrow (2004), in cui la fine arrivava per colpa dei cambiamenti climatici causati con criminale e suicida incoscienza da parte dell’uomo (chissà se Obama e i suoi amichetti cinesi l’hanno visto). Fu, sia pur nella sua ‘spettacolarità’, un film in grado di farci riflettere sull’immensa fragilità della nostra società tecnologica, e non fu facile dimenticare quelle terribili immagini di strade, fino a poco prima colme di auto e merci, improvvisamente invase dall’acqua, che trasformava tutto in un ammasso di inutile ferraglia; o di quella città, fino a poco prima arrogante nella sua potenza e ricchezza, in pochi giorni ridotta ad un pack gelido e mortale, in cui pochi sopravvissuti bruciavano libri e mobili per scaldarsi, e contendevano il cibo ai lupi di uno stabulario (la nemesi!). Qui il pericolo viene da fuori: una particolarissima stagione di tempeste solari aumenta oltre ogni limite il flusso di neutrini che investe la terra, rendendo fluida la crosta terrestre, causando il fluttuare delle placche e provocando inimmaginabili terremoti, apocalittiche eruzioni e tsunami da Diluvio Universale. L’Umanità, di fronte alla minaccia, mostra il suo lato peggiore. Nell’impossibilità di salvare tutti, costruisce quattro gigantesche ‘arche’ destinate a navigare sulle acque dopo la catastrofe, in cerca di un nuovo Ararat su cui rifondare la razza umana. Naturalmente il costo di questa operazione è immenso, per cui i biglietti sono riservati solo ad una ricchissima élite di politici e potenti, mentre tutti gli altri vengono tenuti rigorosamente all’oscuro. È angosciante il cinismo classista che Emmerich mette in bocca a questa gente (tra parentesi, è impressionante la somiglianza tra il bravo Oliver Platt, che interpreta Carl Anheuser, il peggiore di loro, e il Ministro Brunetta: che ci sia uno stereotipo fisiognomico degli *******?!), e la presenza di pochi ‘buoni’ non consola troppo. Un altro elemento collega i due film. Nel primo, gli americani trovano riparo dalla nuova Glaciazione proprio in quel Messico contro il quale hanno innalzato un Muro. Qui, dopo la catastrofe, le arche fanno rotta verso quell’Africa da cui tanti miseri barconi di disperati partono ogni giorno, unico continente, pare, sopravvissuto intatto alla rovina: forse un altro ‘messaggio’ non casuale del regista. Altro elemento positivo, la sceneggiatura: divertente, scoppiettante, mai loffia (esilarante la mimica del pollo in procinto di essere decapitato: e davanti ad un monaco buddista!), che riesce a ritagliarsi uno status autonomo di fronte ad effetti speciali semplicemente mirabolanti. Insomma: continuo a pensare che c’è di peggio, e tra poco, quando cominceranno ad arrivare i Boldi e De Sica di Natale, vedrete che mi darete ragione.

La conversazione (F.F. Coppola, USA, 1974), 21.00, Sky

Raro passaggio di questo che è, per me, il più bel film di Coppola. Un incubo allucinato, in cui uno specialista di intercettazioni rimane preso nella sua stessa rete, costituita non più solo da fili e microfoni, ma anche dai fantasmi e dalle paure della sua stessa mente. Semplicemente strepitoso Gene Hackman, del resto come sempre. Assolutissimamente imperdibile.

 Martedì 14 settembre

 La guerra dei mondi (S. Spielberg, USA, 2005), 21.10, Italia1

Un buon prodotto, un bel B-movie, avremmo detto negli anni Cinquanta, quando oltre tutto il termine non era ancora stato inventato, almeno nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni. Sì: l’avremmo detto allora, e ci saremmo anche accontentati. Ma oggi, decisamente, è troppo poco, e tutto si risolve in una rassegnata delusione. Gli ingredienti ci sono tutti, e di non disprezzabile qualità: una buona recitazione – Tom Cruise sempre meno ‘Cruise’ e sempre più attore: davvero ha fatto progressi, dai tempi di Top Gun – buoni (ma certo non eccelsi) effetti speciali, buona sceneggiatura, adeguatamente calibrata e ritmata. Ma il film, quello non c’è. La proiezione si trascina stancamente per due ore, senza infamia e senza lode, senza un briciolo di emozione. E questo non perché sappiamo già ‘come va a finire’ – quante volte il cinema ci ha raccontato ‘la stessa storia’, e sempre facendoci fremere d’ansia e di passione – ma perché pare proprio che a nessuno interessi altro che fare bene il compitino, ed arrivare in fondo senza troppi traumi. In tanta perfezione, non mancano comunque le illogicità e le sbavature. Che cosa sono, quei viticci rossastri che si attaccano dappertutto? Che rapporto hanno – se ne hanno uno – col sangue che viene spruzzato in giro? E se le navi spaziali erano sepolte sotto terra da decine di migliaia di anni, perché diavolo i marziani hanno aspettato i nostri giorni a riattivarle e a cominciare l’invasione? Stavano aspettando che nascesse Spielberg perché ci facesse il film? E poi – santo cielo! – va bene che si tratta di Tom Cruise, ma possibile che in tutti gli USA solo a lui venisse in mente di cambiare quel c**** di solenoide per fare andare la macchina? Lui solo intelligente e tutti gli altri cretini?! Anche i ‘mostri’ non brillano certo per inventiva. Non solo sono, con tutta evidenza, copiati dall’alieno di Alien, ma, tanto per cambiare, sono antropomorfi. Accidenti, che idea nuova ed originale: mai vista, in un film di fantascienza. Il punto è – la ‘tragica’ verità è – che questo è un film nato morto. Questa è una storia che era stupenda quando la scrisse H.G. Wells, nel 1898; lo era ancora negli anni Trenta, quando Orson Welles la propose alla radio, toccando le corde segrete della paura americana per il Nazismo emergente in Europa; lo era perfino nel 1953, nel film di B. Haskin, che invece si inseriva nel fiorentissimo filone del terrore per l’alieno ‘comunista’. Ma oggi, questa non è più fantascienza: è preistoria. Stanca, annoia, delude. Delude, ancora una volta – ormai ci stiamo anche abituando: come con Ridley Scott – il povero Spielberg. E infastidisce ed irrita notevolmente il fervorino antropocentrico finale. Anche questa comincia a non essere più una novità, dopo l’ultimo romanzo ‘antiecologista’ di Crichton. Va bene che sta scritto nella Genesi – “[…] ed abbia [l’uomo] la signoria sopra i pesci del mare, e sopra gli uccelli del cielo, e sopra le bestie, sopra tutta la terra, e sopra ogni rettile che striscia sopra la terra” – e gli americani per la Bibbia hanno un penchant particolare, ma forse sarebbe il caso di ricordarsi che quella ‘signoria’ l’abbiamo presa un po’ troppo sul serio, e che, dati i risultati, sarebbe almeno il caso di non esaltarla troppo. Magari, se vi va di incontrare altri ‘marziani’ ed altre riflessioni, di ben altro livello, dopo averlo visto andate a comprarvi Il quinto giorno, di F. Schatzing, Ed. Nord: una fantascienza ‘diversa’, per pensare ‘alto’.

 Beetlejuice (T. Burton, USA, 1988), 18.40, DT

Praticamente agli inizi della sua carriera – questo è il suo secondo lungometraggio, e il suo primo film di successo – Burton maneggia già da quel maestro che è sempre stato le sua armi migliori: il macabro grottesco, l’ironia, la satira, il dark. Due giovani sposi muoiono in un incidente stradale poco prima di occupare la loro nuova e bellissima casa, che viene venduta ad una numerosa e scombinata famiglia. I due, nel loro nuovo ruolo di fantasmi, faranno di tutto per spaventarli e cacciarli via, ma non è facile nemmeno per dei fantasmi combattere degli snob. Geniale, irriverente e divertentissimo, da rivedere assolutamente.

 Mercoledì 15 settembre

 American History X (T. Kaye, USA, 1999), 23.20, Rete4

Dopo tre anni di prigione, comminatigli per un atroce omicidio a sfondo razzista, Derek torna a casa. Lo attendono gli amici del gruppo neonazista di cui faceva parte, per i quali è diventato un eroe, ed il fratello adolescente, per cui è un mito. Nessuno però sa che l’orrore dell’atto commesso e l’esperienza carceraria lo hanno turbato fin nell’intimo, portandolo a rigettare da sé la spazzatura culturale di cui si era nutrito. Ma il razzismo è un veleno che non è facile eliminare, e nonostante la ‘conversione’ di Derek, in suo nome verrà sparso altro sangue innocente. Come Starship Troopers è, secondo me, il miglior film mai fatto sul/contro la mentalità fascista e militarista, così American History X lo è per il razzismo: come l’altro, un film da far vedere a scuola, per il suo adamantino rigore e la sua ‘spietatezza’, senza compromessi e senza ambiguità. Semplicemente divino E. Norton, e splendida la fotografia, pura e netta in un gelido bianco/nero. Assolutissimamente imperdibile.

 L’ultima missione (O. Marchal, Italia/Francia, 2007), 21.00, DT

Un noir. Oh sì: un noir. Ma di quelli che sanno fare solo in Francia, di quelli noir veramente, neri dappertutto, nel cuore, nella vita, nell’animo (è nera, notatelo, anche la macchina del protagonista, l’unica di questo colore nel film), di quelli dove muoiono tutti, o perché sono troppo cattivi, o troppo marci, o troppo buoni per stare in questo mondo cattivo e marcio. Di quelli dove lo sai che morirà anche l’unico davvero buono, e spasmodicamente fai il tifo per lui, cerchi quasi di tendergli una mano attraverso lo schermo perché si salvi, ma tanto sai che è inutile, e puoi solo star lì a contemplare la rovina di una vita. Dopo il bellissimo e ‘perfetto’ 36 Quai des Orfèvres (Italia/Francia, 2004), Marchal ci regala ora questo film turgido, forse eccessivo, ma per accumulo ‘insopportabile’ di emozioni e di dolore. Daniel Auteuil – ormai al di là di qualsiasi elogio possibile – è Louis Kovalski, un poliziotto che si sta uccidendo lentamente con l’alcol dopo l’incidente d’auto in cui ha perso la figlia e la moglie, ridotta ad un vegetale in una clinica. Ma la sua intelligenza, il suo acume investigativo non si sono ancora spenti, e nonostante il disprezzo che lo circonda riesce ad individuare la soluzione di una serie di orribili delitti che stanno insanguinando Marsiglia, e a suggerirla ai colleghi. Ma non si tratta solo di virtù da sbirro: a spingerlo è anche un profondo rispetto per la vita, l’incapacità di credere, nonostante tutto quello che ha visto, “che un uomo possa commettere tante malvagità”. Gli stessi sentimenti che, vent’anni prima, lo hanno portato a catturare Subra, assassino e stupratore, autore di delitti molto simili a quelli attuali. Subra sta per uscire per buona condotta, e Louis vorrebbe fermarlo di nuovo: Justine, la figlia dei coniugi assassinati da Subra, che da allora ha cancellato la propria vita in nome di quella spezzata dei genitori, va a cercarlo e gli chiede aiuto, terrorizzata per questo che sta per accadere. Vorrebbe fermare anche questo nuovo assassino (“Il nostro mestiere è di arrestare questi delinquenti e di far cessare delitti orribili come questi”), ma si accorgerà che non è così semplice: sporchi segreti e inconfessabili complicità gli si frappongono davanti come ostacoli insormontabili. E Louis capisce che c’è un solo modo per risolvere tutto, e un solo prezzo da pagare: e forse, alla fine, quel prezzo non sarà stato pagato invano. Avvolto da una fotografia metallica e fredda, che spegne le sfumature lasciando che a risaltare su tutto siano i sentimenti estremi dei personaggi, UM è un film che conquista anche grazie agli ottimi coprotagonisti. Bravissima Olivia Bonamy, una Justine fragile e sofferente, magnifica Catherine Marchal (Marie), collega di Louis, che ha permesso che l’ignavia e la viltà le spegnessero il cuore. E dopo tanti elogi, lasciatemi concludere con una piccola malignità personale. Se Caos calmo, di Nanni Moretti (che mi guarderò bene dall’andare a vedere, sia chiaro!), sembra sia stato sponsorizzato da una marca di automobili tedesche, ed anche molto sfacciatamente, qui a finanziare il film – sia pur, bisogna onestamente riconoscerlo, con molta maggior discrezione – è evidentemente un marchio americano. Guardate il film e provate a indovinare qual è: comincia per C e finisce per R … A parte ciò, assolutissimamente imperdibile.

 Bowling a Columbine (M. Moore, USA/Canada, 2002), 22.55, DT

Assolutamente imperdibile. BfC è un documentario, ed è un capolavoro. BfC è un film sulla violenza della società americana, ma non è un film antiamericano. BfC è un film di sinistra, ma non è un film di parte. Non esiste nessuna ‘aggressione ideologica’ nel modo in cui i materiali vengono proposti, è questo il bello del suo stile. Anzi: l’insieme è quasi frizzante, ‘leggero’, discorsivo, e le riflessioni ti si propongono con semplicità, quasi senza che tu te ne accorga. BfC non è un film a tesi. Sì, il tema è certo quello della violenza, del possesso di armi, della ‘paura di se stessi’ che hanno gli americani. Ma non è una tesi da dimostrare per forza, e che venga dimostrata ‘a forza’: è una proposta, un dubbio, una ricerca. Non ci sono ‘cattivi’, in BfC: ci sono persone che non riflettono, che non ‘chiedono’, che non si interrogano. BfC non è una lezione di catechismo: BfC suggerisce, non impone. Non provoca, non è violento, non è arrogante, ma ragiona, chiede, cerca.

 Twister (J. De Bont, USA, 1996), 22.50, DT

Bill e Jo, entrambi studiosi di tornados (in inglese twister), si incontrano per firmare le carte del divorzio. Ma proprio un tornado incombe, e, ripresi entrambi dalla passione per il lavoro, scopriranno che anche la passione tra di loro non si è mai spenta. Scemenza di rara insopportabilità, farcita come un sandwich di ogni possibile stereotipo e luogo comune ‘americano’ (si veda la scena del pranzo ‘da uomini rudi’ a casa della vecchia zia). Banale, idiota, invedibile, se non per gli amanti del genere effetti speciali.

 Training day (A. Fuqua, USA, 2001), 01.10, DT

Terribile e bellissimo. Un giovane poliziotto esce di casa al mattino: dovrà affrontare la sua prima giornata sulle strade, in compagnia di un superiore. Se sarà all’altezza, potrà entrare nella Squadra Narcotici, fare carriera, ed essere veramente utile alla collettività: questo è il suo sogno. È sposato da poco, ed ha una bambina di nove mesi. La piccola ha appena succhiato dal seno della madre, ha “mangiato come una porcellina”; dietro a quella porta rimangono una assoluta, totale normalità, quotidianità, ‘giustizia’. Il poliziotto raggiunge il suo capo, e da quel momento è come cadere in un’altra dimensione spazio-tempo. Precipita in un altro universo, spaventosamente violento, corrotto, amorale. Tutto ciò in cui lui crede viene violato, tutto ciò in cui lui crede viene irriso. Amici/nemici, buoni/cattivi, giusto/ingiusto: non c’è più differenza. non c’è più moralità, non c’è più legge. Il suo capo è uno di loro, in nulla diverso o migliore/peggiore del ‘male’ che dovrebbe combattere. Lo accompagna, lo istruisce, gli insegna i primi rudimenti di questa nuova ‘dimensione’, gli spiega come adattarvisi, come entrarvi, glie ne fa vedere i vantaggi. Il poliziotto attraversa tutto l’inferno e questa giornata opponendo al male solo la sua goffaggine, che diventa con chiarezza assoluta metafora della sua ‘sanità’. La sera torna pure a casa, ma che sarà di lui, del suo ‘se stesso’? Quando si ritroverà al di là di quella porta, sarà ancora quel ‘se stesso’ che ne è uscito al mattino? Che io ricordi, solo il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, 1985) ci aveva mostrato con tanta forza l’orrore e la violenza della ‘legge’ metropolitana. Forse Training Day non ne possiede la stessa forza visiva, non può contare sulla stessa fotografia iperrealista, sugli stessi colori ‘violenti’, ma rimane un capolavoro, uno dei noir metropolitani più belli del cinema americano. E il cinema americano – si sa – è il più bello del mondo. Uno dei risultati migliori di Fuqua, autore sì di quella boiata megagalattica di L’ultima alba (2003) – ma avrebbe potuto fare diversamente, avendo nel cast la Bellucci?! – ma anche del bellissimo King Arthur (2004). E attenzione: lo sceneggiatore è David Ayer, regista del recente e bellissimo Harsh times.

 Giovedì 16 settembre

 Capitan Fracassa (P. Gaspard-Huit, Francia/Italia, 1961), 14.00, DT

Dal bel romanzo di Théophile Gautier (da rileggere) la romantica storia di un aristocratico decaduto che si aggrega ad una compagnia di teatranti da strada. Un’occasione per rivedere il grande Jean Marais.

 The cell (T. Singh, USA, 2000), 23.25, DT

Mediante un’avveniristica apparecchiatura, una psicologa si introduce nella mente di un serial killer per scoprire dove abbia nascosto la sua ultima vittima. Grottesco oltre ogni dire. Se poi ci aggiungete che la psicologa è Jennifer Lopez, altra non-attrice, la cui massima performance recitativa consiste nel far ondeggiare il sia pur pregevole culo, avete capito tutto.

 Ogni maledetta domenica (O. Stone, USA, 2000), 21.00, DT

Uno dei film di Stone più belli e intensi. La società USA, schiava del denaro e del successo, letta attraverso le vicende di una squadra di rugby americano, del suo allenatore – uno ‘schizofrenico’ e geniale Pacino – e della sua proprietaria, una Cameron Diaz lontanissima da certi suoi stereotipi alla Barbie. Sinceramente si dubita se Stone ami o condanni il mondo che descrive, ma il risultato è di splendida fattura e professionalità. Imperdibile.

 Venerdì 17 settembre

 Lenny (B. Fosse, USA, 1974),00.40, Sky

Rara occasione per rivedere questa bellissima biografia di Lenny Bruce, ‘comico’ troppo intelligente e provocatorio per l’America degli anni Sessanta, sistematicamente perseguitato dalla polizia – ufficialmente per le sue parolacce sul palco, in realtà per la provocatorietà antiborghese delle sue performances – e ‘suicidato’ con l’eroina a soli quarant’anni. E’ il destino, in USA, di tutti gli autentici ribelli, come ad esempio John Belushi, fino ad un certo punto tollerati e magari anche idolatrati, ma poi, quando cominciano a rompere davvero, indotti all’autodistruzione. Dustin Hoffman giovane e magnifico, come sempre. Imperdibile.

 Lasciami entrare (T. Alfredson, Svezia, 2009), 23.15, DT

Esistono alcune, e non rarissime, occasioni in cui il cinema horror riesce a superare la dimensione elementare e ‘ludica’ dello splatter per diventare discorso metaforico su determinati aspetti della vita e della società. Così pure, i ‘mostri’ che vi appaiono non sono più pupazzi spaventosi da Casa delle Streghe, ma nostri ‘doppi’, portatori alla massima potenza di nostre autentiche e personali ‘malattie’, nei quali dunque possiamo rispecchiarci, ed ai quali possiamo addirittura affidare il compito di raccontare ciò che noi, direttamente, non riusciremmo a dire. Sarebbero molti gli esempi, e tutti interessanti: dal vampiro di F.W. Murnau, spento dal sole palingenetico di un’Europa che dalla Società delle Nazioni aspettava pace e prosperità (Nosferatu, 1922) alla Terra dei morti viventi (G. Romero, 2005), lettura in chiave cadaverica dell’organizzazione sociopolitica del mondo globalizzato. In questo capolavoro di Alfredson, il tema è molto più prossimo ed intimo. Anzi, ‘i’ temi, perché varie potrebbero essere le chiavi di lettura del film, tutte valide e tutte incrociantisi tra loro: l’isolamento adolescenziale, l’estraneità del mondo adulto, l’alienazione urbana (degli uomini e delle cose). Il protagonista, il dodicenne Oskar, vive con la madre separata in un sobborgo di Stoccolma. Fragile più che timido, è la vittima designata di un gruppo di miseri bulli della sua scuola, che lo tormentano e lo feriscono. Privo del coraggio ed anche della forza di ribellarsi, Oskar sogna improbabili vendette con un coltellino da caccia e immagina di piantarlo nella pancia dei suoi nemici, quasi una patetica caricatura della caricatura del De Niro di Taxi driver (M. Scorsese, 1976) fatta da Vincent Cassel nel bellissimo La haine (M. Kassovitz, 1995): tra parentesi, anche quella una storia di emarginati contro nemici più ‘forti’ di loro. Improvvisamente, alle sue spalle pare materializzarsi dal nulla Eli, una sua coetanea: un po’ sparuta, malvestita – e comunque non certo in modo adatto alla stagione – e come lui molto solitaria. Basta un nulla perché tra loro scocchi un’intesa: Oskar ed Eli riconoscono uno nell’altra la stessa solitudine, la stessa diversità, lo stesso bisogno di un appoggio sicuro. Poco per volta, la loro amicizia, il loro legame, crescono e si rafforzano, mentre vagano in una periferia le cui geometrie desolate e gelide (magnificamente fotografate, tra l’altro) sottolineano con assoluta evidenza il loro isolamento e la loro estraneità. Scoprire che Eli è una vampira non turba minimamente il ragazzo: che vuol dire, in fondo, ‘vampira’? Un diverso, uno diverso dagli altri, uno rifiutato dagli altri: esattamente ciò che lui è, ciò che lui si sente. E dunque, la ‘riconosce’ immediatamente, e percepisce istantaneamente le affinità elettive che li legano. Momento per momento, con un ritmo narrativo mirabile e delicatissimo – che ha della fiaba, dello stereotipo ‘romantico’ (cui contribuisce la bellissima colonna sonora) ed anche del romanzo di formazione (sarebbe troppo pensare al Grand Meaulnes, di H. Alain Fournier, 1913?) – la vicenda dei due si snoda verso un epilogo che appare logico e – sembra strano usare questo termine, dato il tema – colmo di speranza. Oskar riceve e riceverà da Eli forza e sicurezza, acquisterà il senso di un’identità personale; Eli troverà in lui il sostegno che ha perduto e di cui ha necessità in un mondo che non la capisce e non comunica con lei. Ma loro sì, loro ‘comunicano’, e le dita di Oeskar che picchiettano in Morse sul nascondiglio di lei sono il simbolo di un’intesa segreta, mentre un treno vuoto li porta verso un futuro nuovo. Assolutamente imperdibile.

 Amores perros (A. G. Iñárritu, Messico, 2000), 23.00, DT

Raro passaggio televisivo di sempre per questo capolavoro, opera prima di Iñárritu, da sempre invisibile in TV, sia in quella di stato che in quelle commerciali e perfino sul satellite, e da anni introvabile a noleggio e nel mercato dell’home video, dove ora invece è nuovamente disponibile. Primo capitolo della cosiddetta ‘trilogia dell’incomunicabilità’ – gli altri due sono 21 grammi (2003) e Babel (2006) – AP è forse, soprattutto, un canto sulla solitudine. Oltre e più che questo, è anche un film ‘moralista’, pur se una valutazione come questa può urtare, parlando di un regista come Inàrritu, che nei suoi film sembra limitarsi a raccontare, a ‘mostrare’, e che, se anche lascia percepire nelle sue opere una profonda pietas umana, tuttavia dà sempre l’impressione di mantenersi ‘al di sopra’, e di voler evitare qualsiasi ‘strumentalizzazione’ teorica e moralistica tramite le sue storie e i suoi personaggi. E’ forte tuttavia, in questo film, la sensazione di trovarsi di fronte ad una ‘parabola’ sulla violenza, apparentemente soluzione assoluta di ogni problema che invece tradisce e delude, lasciando ognuno paralizzato e impotente come e forse peggio di prima. Funzionale a questa ‘tesi’ è anche qui l’incrociarsi e lo sfiorarsi di vite, storie e personaggi, estranei tra loro come e forse anche più che nei film successivi, e che pure, alla fine, costituiscono gli elementi di un unico ‘coro’ tragico. Perciò, violenti sono indubbiamente Octavio e Ramiro, possessivamente innamorati della stessa donna, amorali, rapinatori e frequentatori di bestiali combattimenti di cani. Violento, paradossalmente, è Daniel, che abbandona la moglie per l’amante, che insulta a trascura quest’ultima quando si trova psicologicamente e fisicamente ferita. Violento è El Chivo, ex rivoluzionario finito a fare il barbone, assassino prezzolato al servizio del primo che passa. Violenze commesse ‘per amore’, tutte quante, e tutte ‘deludenti’: nessuna di esse paga mai, nessuna produce i ‘risultati’ sperati, ognuna annega nel fallimento. Simboli e vittime, i cani sono un altro ‘coro’ del film: usati come macchine per uccidere da umani stupidi e più feroci di loro, apprendono una violenza da cui non riescono più a liberarsi, e di cui pure sono ‘innocenti’. Divorati dai topi, che come un male oscuro infestano i sotterranei anche di chi pensa con la ricchezza di isolarsi dalla vita. Gettati via come immondizia quando sono inutili, si attaccano a chi li cura e li nutre. Amori e cani, dunque: tutti ugualmente disperati, tutti ugualmente inutili, tutti ugualmente falliti. “Tornerò” promette El Chivo, andandosene dalla città, ma la landa infernale, nera, arida e bruciata, in cui si inoltra, sembra inghiottirlo senza speranze di resurrezione. Opera prima di chi dopo ci ha dato solo capolavori, AP è uno splendido film, che finalmente possiamo recuperare e studiare, nell’attesa della prossima terribile storia di Alejandro González Iñárritu. Assolutissimamente imperdibile.

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