Pubblicato da: giulianolapostata | 1 settembre 2010

Alexandre Dumas, uno scrittore ‘controrivoluzionario’ …

L’articolo di Ivan Tassi “Dalla fabbrica Dumas un vacuo Robin Hood” sul Manifesto del 1 settembre 2010, che, attaccando la pubblicazione del “Robin Hood principe dei ladri” di Alexandre Dumas, tenta di operare una demolizione globale della produzione dumasiana, induce a qualche sommaria riflessione.

L’odio della cultura marxista nei confronti della letteratura popolare è antico, radicato e viscerale, ed oltre a quel che Gramsci dice di Dumas, il Sig. Tassi avrebbe potuto ricordare, già che c’era, i suoi anatemi contro Carolina Invernizio (e se non ricordo male anche contro Eugène Sue), certo non una ‘grande’ scrittrice, ma certamente grandissima e geniale inventrice di plot, come si direbbe oggi, e mirabile costruttrice di meccanismi narrativi, tanto che basterebbe uno solo dei suoi romanzi a fornire per mesi idee e lavoro alle legioni di sceneggiatori che infestano il cinema internazionale e che, incapaci di partorire il minimo spunto originale o di produrre qualche contributo personale, da anni ripetono e scopiazzano i capolavori dei giganti che li hanno preceduti. Li chiamano, come sapete, remakes.

Lo stesso Dumas – per aprire una parentesi cinefila, ma non solo – par quasi aver profeticamente ‘anticipato’ il genere del ‘cappa e spada’, con le sue storie tutte intessute di duelli, inseguimenti, amori di re e regine, tesori nascosti, intrighi. Ciò nonostante, è uno degli autori meno ‘tradotti’ per lo schermo. Non solo. Quando lo si è fatto, i risultati sono stati, nella migliore delle ipotesi, mediocri; nella peggiore tragici. Possiamo tranquillamente affermare che la stragrande maggioranza dei film dumasiani si risolvono in gran sventolii di cappelli impennacchiati e gran salti su e giù per i tavoli di un’osteria, fracassando brocche e bicchieri, con la spada in pugno al grido di: ‘Fatti avanti, vil marrano!’. Perché, allora, questo strano esito, quando proprio lui sembrerebbe un perfetto ‘contenitore’ di materiale cinematografico? Paradossalmente, proprio per questo. Ritengo che la scrittura dumasiana sia, tra le altre cose, anche profondamente ‘cinematografica’, tutta costruita com’è di colpi di scena, bruschi cambiamenti di situazione, ambienti ‘esotici’, caratteri ‘evidenti’, storie complesse ma coerenti; e poi per l’uso assolutamente emotivo e magistrale del ‘colore’ e dell’atmosfera. E dunque, come si può trarre un film da ciò che ‘è già’, un film? E’ possibile, sullo schermo, rendere più cupa e lugubre di quanto già lo sia sulla pagina la scena della decapitazione di Milady, illuminata a sprazzi dalla luna seminascosta dalle nuvole? Chiaramente no, e dunque ci si rassegna a copiare e a ripetere, incapaci di creare.

Ma tornando al Dumas scrittore, nel suo caso siamo invece di fronte puramente e semplicemente ad uno dei più grandi geni che la letteratura mondiale ci abbia mai dato, con buona pace delle puzze sotto il naso di Brunetière, a petto del quale consiglierei di leggere i bellissimi e dotti studi che da anni sta dedicando al Nostro Claude Schopp. L’ultimo in ordine di apparizione credo sia la sua prefazione alla recente e benemerita edizione di Donzelli del “Conte di Montecristo” – in Italia la prima davvero integrale e condotta sul manoscritto originale – che finalmente ci restituisce nella sua purezza un romanzo tanto gigantesco per costruzione, quanto illuminante per analisi storico-sociale quanto, infine, commovente per spessore poetico e psicologico.

A chi, come è casualmente accaduto a noi, recentemente abbia riletto di seguito prima quel Montecristo e poi quella trista epopea bottegaia che è “Il Rosso e il Nero” di Stendhal monta nella mente una sorda rabbia, pensando che ancora si usino certe categorie da realismo socialista per ‘giudicare’ ciò che, di suo, non può essere giudicato, cioè l’arte e la letteratura.

Eppure, non c’è niente da fare, siamo ancora lì, allo “oppio dei popoli”. Dumas, Sue, Invernizio, Salgari, Mastriani, Natoli, Jacolliot e compagnia geniale sono pericolosi, perché non ‘educano’, non propongono una morale socialista e proletaria che si opponga a quella dei ‘padroni, perché non sono edificanti e didascalici. Sono corruttori perché ‘raccontano’, tout court, invece di ‘insegnare’. Sono ‘reazionari’ (qui dovevamo arrivare!) perché i loro eroi non sono poveri ma ricchi e aristocratici: e quando sono poveri, allora sono sottomessi. Una concezione dell’arte, nella fattispecie della letteratura, peggiore di quella cattolica, e Gramsci appunto si incaricò di stenderne l’Indice.

Del Dumas sbrodolone, che va a capo ad ogni battuta perché pagato a riga; del Dumas sfruttatore di ‘negri’; del Dumas prestanome alla spazzatura letteraria di altri fa pure giustizia il saggio di Schopp sopracitato, e non varrebbe nemmeno la pena di chinarsi su queste miserie, se non fosse per dire che addolora vedere come non muoia mai il vizio della demolizione su basi personali ed ideologiche invece che artistiche. Come il vergognoso “Certi romanzi” di A. Arbasino (Einaudi, 1977), il quale, nel suo livore antipascoliano, ne spulcia morbosamente le lettere, fino ad appostarsi fuori dal cesso per orecchiarne le scariche diarroiche.

Ma non vale la pena, davvero, di farsi il sangue cattivo per questo. Non curatevi di loro, compratevi Montecristo, Robin Hood, Bragelonne, quello che vi pare: e preparatevi ad una delle più felici avventure che il vostro spirito possa mai sperare di vivere. Sulle barricate della Rivoluzione non si brandirà Dumas? Cercheremo di farcene una ragione.

Intanto, sogniamo.

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