Pubblicato da: giulianolapostata | 26 agosto 2010

Multivisioni – 28 agosto 2010

Sabato 28 agosto

Osmosis Jones (B. e P. Farrelly, USA, 2001) 14.10, Italia1

Frank è sporco, pigro, ‘alimentarmente’ (ed anche socialmente) scorretto. Dopo la morte della moglie tira avanti alla meno peggio, da un lavoro schifoso all’altro, spinto dalla coscienziosa e salutista figlioletta. Ammalatosi, naturalmente per colpa delle sue schifose abitudini, di un pericolosissimo virus contratto da una scimmia, il Thrax, Frank ingoia a caso una medicina. Da quel momento, il film si sdoppia. ‘Fuori’ continuano le miserande avventure di Frank, che per l’infezione rischia di morire; ‘dentro’ esso si trasforma in un allucinato e scorrettissimo cartoon, nel quale il coraggioso leucocita Osmosis Jones tenta di opporsi al criminale Thrax ed alla sua banda che mirano a prendere il controllo di tutto il corpo, la “City of Frank”. Acida parodia del celeberrimo Viaggio allucinante (R. Fleischer, USA, 1966) ma anche simpatica presa in giro dei polizieschi alla Bogart degli anni Cinquanta, OJ ci propone il solito Bill Murray, grande attore comico in quanto, come tutti i veri comici, la sua maschera nasconde il volto piangente del clown. Divertente, intelligente, imperdibile.

Rue des plaisirs (P. Leconte, Francia, 2001) 16.55, DT

Non l’ho mai visto, ma è del grandissimo Leconte …

Vidocq (Pitof, Francia, 2001) 14.10, DT

Un’autentica delizia. E non solo per la presenza del gigantesco Dépardieu, che è gigantesco non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua incredibile capacità di ‘essere’ il personaggio, di riempire la scena, di focalizzare su di sé tutta l’attenzione e l’interesse. È una delizia anche per l’incredibile fotografia, che pare dipingere le scene con colori fortissimi, acidi, contrastati all’eccesso; per le prospettive allucinate; per gli inquietanti contrasti di luci ed ombre. E poi c’è la storia. Attingendo dal vastissimo serbatoio del feuilleton ottocentesco (che consiglio vivissimamente a chi abbia fame e sete di avventura ‘pura’, di intrigo inestricabile e di pauroso mistero: tutte cose che il cinema oggi rarissimamente ci dà), Pitof costruisce una storia perfetta, che pare davvero uscita dalla penna di Allain e Souvestre. Non per nulla lo sceneggiatore è Jean Christophe Grangé, quello dello splendido I fiumi di porpora. Guardatelo, abbandonatevi e godete (anche delle grazie di Inès Sastre, ahimè troppo velocemente esposte).

L’amico americano (W. Wenders, Usa/Francia/RFT, 1977) 23.05, DT

Un uomo assume un malato di leucemia per fargli da sicario, ma poi non riesce ad estraniarsi dal meccanismo mortale che ha messo in moto. Malinconico e bellissimo film di amicizia e di morte, in un’Olanda desolata e solitaria. Da non perdere.

American gangster (R. Scott, USA, 2007) 01.25, DT

Quando ad un regista sono rimasti solo un po’ di tecnica e di mestiere, e da anni non sa più cosa siano passione e ‘genio’, allora forse sarebbe meglio che tornasse al suo antico mestiere: il pubblicitario. Ne guadagnerebbero la pubblicità, che forse sarebbe di qualità un po’ migliore di quella attuale, e indubbiamente il cinema, che non dovrebbe registrare delusioni come questa. Così sembra essere, ormai, per Ridley Scott, che dopo aver cominciato con tre film che hanno fatto la storia del cinema – Alien, I Duellanti, Blade Runner, e potremmo aggiungerci anche il bellissimo Legend – ha poi inanellato una serie di fallimenti artistici ed intellettuali lunga quasi come il resto della sua filmografia. Narrasi la storia vera di Frank Lucas, prima servitore silenzioso di Bumpy Johnson, piccolo boss della malavita nera di New York negli anni Settanta, e poi suo erede. Frank allargherà a dismisura l’impero, e realizzerà guadagni favolosi importando direttamente l’eroina dalla Thailandia e vendendola a minor prezzo e semipura, eliminando dal mercato tutti gli altri clan di spacciatori. Il tutto, con la connivenza di una polizia quasi completamente corrotta. Sarà difficile scoprirlo, sia per i suoi astuti metodi di importazione sia perché nessuno riesce a credere che un nero possa giungere tanto in alto, ma alla fine un poliziotto ci riesce, e risalendo la catena arriva fino a lui, lo smaschera, lo fa condannare a settant’anni. Solo rinunciando a tutti i suoi beni e collaborando col suo persecutore per denunciare i poliziotti corrotti, Lucas riuscirà a farsi ridurre la pena a quindici anni. Tutto qui, e non c’è davvero altro, se non due ore e mezzo di lineare e noiosissima cronaca (peggio di un film di Spike Lee). Spessore di approfondimento storico-sociologico-politico: inesistente, nonostante gli spezzoni di telegiornali d’epoca cacciati dentro a forza, che servono sì a datare le vicende, ma vi rimangono ‘sostanzialmente’ estranei: nonostante troppe battute e perfino il titolo la nominino, lì dentro, paradossalmente, l’America pare del tutto assente. Lo si sarebbe potuto intitolare ‘Vita del gangster F.L.’: a farlo sarebbe bastato Carlo Lucarelli in TV, e magari veniva anche meglio. Spessore psicologico dei personaggi: pari a zero. Denzel Washington prova invano a fare il cattivo, ma quasi gli scappa da ridere. Russel Crowe sembra il fratello di Muccino nei vecchi spot della Tim, ma più loffio e stanco, con un parrucchino che pare un Puffo; a tentare di dargli consistenza, nient’altro che una spruzzatina di stereotipo del poliziotto-onesto-che-sacrifica-anche-la-famiglia-al-dovere (meglio i personaggi analoghi di Steven Seagal). Spessore sociologico del film: inferiore a zero. Se si eccettua la scena in cui, mentre Lucas a tavola con tutta la famiglia pontifica su amore e valori familiari, la macchina ci mostra due brevi flash di tossici devastati dalla droga: sfacciata e penosa citazione della scena del massacro durante il battesimo del Padrino; e comunque, a questa scena, in tutto e per tutto, è affidata nel film la ‘caratterizzazione morale’ di Lucas. Per il resto, ombre senza vita, che si scordano un istante dopo averle viste. Come questo film.

From Hell (A. ed A. Hughes, USA, 2001) 22.45, DT

Semplicemente bellissimo. Mai si era vista così rappresentata la Londra di fine ‘800, lurida e splendida, miserabile e fastosa, e in certi momenti par di assistere non ad un film su Jack lo Squartatore bensì a ‘il film’ – che nessuno ha mai avuto il coraggio di girare veramente – su uno dei più grandi romanzi dell’800, Il ritratto di Dorian Gray. Momenti di vero brivido e puro piacere visivo e visionario, grande cinema. Assolutamente imperdibile.

Il regno del fuoco (R. Bowman, USA, 2002) 21.00, Sky

L’Inghilterra e il mondo vengono devastati da un attacco di draghi sputafuoco, che li riportano ad un livello sociale ed economico di dura primitività. Sarà il solito soldataccio americano con le palle a risolvere il problema. Ricordo ancora la delusione quando, entrato al cinema per vedere quello che speravo fosse un bel fantasy, mi sono trovato davanti ad una versione Medioevo-prossimo-venturo di Black Hawk down. Invedibile.

Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata. (L. Zampa, Italia, 1971) 17.15, Sky

Uno dei vertici della volgarità sordiana. Ci sono molte ragioni, purtroppo, per vergognarsi di essere italiani, non ultima quella che si venga illustrati e rappresentati all’estero da film come questo.

Domenica 29 agosto

I cavalieri che fecero l’impresa (P. Avati, Italia/Francia, 2001) 00.25, DT

Basterebbe dire che il consulente storico di questo film è stato il grandissimo storico medievalista Franco Cardini per sapere a priori che vedremo un capolavoro. Qui è in scena il medioevo ‘autentico’: sanguinario e barbarico, magico e mistico, eroico e pezzente. Nell’avventura di un gruppo di cavalieri, accompagnati da un ‘indemoniato’ (Raul Bove, incredibilmente bravo, occorre dirlo, ad ennesima dimostrazione che non esistono attori cani ma solo registi incapaci), che partono alla ricerca del nascondiglio della Sacra Sindone, ritroviamo, del Medioevo, tutti i miti, ma anche tutta la realtà. Ambientato tra la Francia, l’Italia e l’Oriente, tutti e tre desolati e solitari, il film è ‘quasi’ un capolavoro: quasi, perché gli nuoce una narrazione spesso confusa ed imprecisa, mal ‘servita’, altrettanto spesso, da un montaggio un po’ troppo convulso. Comunque, un gran film, rarissima avis nel panorama meschinello e ‘piccolo’ del cinema italiano.

Mulholland drive (D. Lynch, USA/Francia, 2001) 00.30, DT

A pensarci bene, credo che nella mia – ormai, purtroppo, abbastanza lunga – carriera di cinefilo mi sia capitato non più di due volte di aver visto un film che rientra a pieno titolo nella categoria dei film-dove-non-ci-si-capisce-un-beato-c…. La prima fu nel 1965, con Alphaville, di Godard, una incomprensibile storia di fantascienza (forse), in cui un tipo deve combattere contro un gigantesco computer (pare) e non si sa cosa succede e come va a finire. Ma con MD siamo al ‘capolavoro’ puro del genere. Due ore e quaranta di immagini totalmente isolate, di storie completamente slegate le une dalle altre e assolutamente incomprensibili, di simboli del tutto indecifrabili, di atmosfere pseudoinquietanti e di inquadrature pseudoansiogene che però non dicono nulla, di assurdità incomprensibili e senza spiegazione alcuna. Due ore e quaranta di puro nonsense, in cui non prendi a calci la tv solo perché, disperatamente, speri sempre che finalmente arrivi qualcuno a raccogliere i fili e a dare un senso a tutto quell’assurdo casino, e quando ti accorgi che ti hanno solo preso per il c… ormai hai troppo sonno e devi andare a letto. Gli attori . . . ma sono lì per recitare? Naomi Watts è brava, d’accordo, ma nemmeno lei sa cosa ci sta a fare, ma Laura Elena Harring è gelida come una Playmate nel paginone centrale, e non bastano le sue belle tette a renderla sopportabile. Come sia possibile che l’autore di un film ‘perfetto’, delicato, poetico ed al tempo stesso assolutamente ‘vero’, come Una storia vera, abbia potuto dar vita a questa incredibile boiata, è uno dei misteri più insondabili della natura umana.

District 9 (N. Blomkamp, USA, 2009) 22.45, Sky

Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a raccontarci le nostre paure, oltre che i nostri sogni, a dirci/farci dire la verità, e se anche qui non siamo all’altezza – stilisticamente parlando – dell’angosciosa perfezione di Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), tuttavia quello che abbiamo davanti è un ottimo, veramente ottimo film, che alcuni difetti di scrittura non riescono ad affondare. Possiamo cominciare da quelli, così ci leviamo il pensiero. Troppo fracasso, intanto: troppo spesso, le sparatorie e i crash sembrano essere fine a se stessi, nel solco di una SF tanto rumorosa quanto vuota (Transformers) ed è evidente che il buon Blompkamp si è fatto prendere la mano (ma è giovane ed esordiente, e si farà: dategli tempo. Per esempio, si parla già di un sequel …). Inoltre, ma davvero a Johannesburg l’unico insulto che conoscono è ‘vaffanculo’? Ci sono sequenze di 5/10 secondi che sono pavimentate esclusivamente di ‘vaffanculo’ a raffica. Veramente lì non sanno dirsi altro? Che so: un ‘testa di cazzo’, un ‘bastardo’, un ‘figlio di puttana’? Magari romperebbe la monotonia. Detto ciò, è ben altro quello che il film racconta di quella città, che non moltissimi anni fa ebbe un Distretto 6, quello in cui veniva confinata la razza inferiore locale, i ‘negri’. Oggi il numero è capovolto, e il turno è cambiato. La razza inferiore sono i Prawns (“Gamberoni”), alieni simili a crostacei che sono scesi da un’immensa astronave planata ormai da vent’anni sul cielo della città, e che da lì non è più riuscita a ripartire. Ammalati, indeboliti, senza risorse, i Gamberoni vengono rinchiusi in un’immensa baraccopoli, un ghetto isolato dal quale non possono uscire, né possono mescolarsi in qualsiasi modo con gli umani (né questi possono aver contatti con loro, di nessun tipo: ecco l’anatema della “prostituzione interrazziale”): l’esperienza dell’apartheid ha pur insegnato qualcosa. Su di loro si scatena la gamma infinita del razzismo, declinato in tutte le forme possibili. Le ‘ronde’ che danno loro la caccia (troppo, troppo facile davvero: Blompkamp deve aver letto i giornali, e il film se l’è trovato già scritto davanti). Gli imbecilli che li bruciano per divertimento (“Adoro vedere i gamberoni morire!”). Il governo che vuole ‘integrarli’ e per far ciò costruisce strutture concentrazionario-militari. Gli emarginati di ieri che diventano gli oppressori e gli sfruttatori di oggi: c’è sempre qualcuno ‘più inferiore’ di te, basta cercare. La gente ‘per bene’ che non li vuole, non sa perché ma non li vuole (“Se ne devono andare, non so dove, ma via di qua”) e che per riavere la sua città ‘pulita’ delega il mantenimento dell’ordine ad una multinazionale fascistoide, salvo poi accorgersi in ritardo che il cambio non è stato molto conveniente (“Nessuno usciva più, la sera, era troppo pericoloso, c’era troppa polizia in giro”), disposta comunque a chiudere gli occhi sui laboratori paranazisti dove la razza inferiore viene fatta a pezzi e studiata, per carpirne non si sa quali segreti (l’ho detto: sembra perfino troppo facile. Noi non li facciamo a pezzi, dite? È vero, però … mai sentito parlare di traffico clandestino di organi?). Pian piano, la ‘umanità’, questo ‘valore’ che ci differenzia e ci rende superiore agli ‘alieni’ (“Se non ci stiamo attenti, poco per volta ci stacchiamo dalla nostra umanità, ed è quando stiamo davvero per perderla che ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa”, L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel, 1958: tragica ironia di una SF che identificava l’alieno col ‘comunista’, non avendo ancora scoperto il messicano o l’ivoriano) pare trasferirsi dagli esseri umani ai gamberoni, e quando finalmente riusciamo/abbiamo il coraggio di guardarli in faccia, scopriamo in loro due occhi ‘come i nostri’, colmi di uno straziante dolore e di un’immensa nostalgia per la “casa”. C’è dunque un solo modo per ‘capirli’: mescolarsi a loro, diventare ‘come loro’, e Wikus van der Merwe, sciocco ma innocente impiegato di quella multinazionale si troverà a vivere fino in fondo questa esperienza. Scoprirà, ma tramite suo scopriremo tutti, quando lo vedremo seduto nella spazzatura ad intrecciare fiori di metallo, che la ‘umanità’ non ha colore di pelle, né, a questo punto, di scaglie cornee. Banale? Retorico? Ma sono la quotidianità, la realtà, ad averci condotto a queste riflessioni. Il punto è che la nostra ‘cultura’ e i nostri ‘valori’ si sono talmente ‘disumanizzati’ che scoprirlo può perfino, sul momento, impedirci di riconoscere noi stessi. SF? Horror? Mockumentary? Tutte queste cose insieme, per un film quasi geniale, ‘sfacciato’ e ‘intollerabile’, meravigliosamente contemporaneo, assolutamente imperdibile.

Lunedì 30 agosto

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (S. Spielberg, USA, 2008) 21.15, Sky

Lo sapete com’è: passano vent’anni, e dopo così tanto tempo che non vedete un amico, vi domandate con un po’ di apprensione: sarà lo stesso di allora? Ci intenderemo ancora come una volta? Saranno ancora le stesse battute a farci ridere? Insomma: saremo ancora amici? Ma poi vi incontrate, e dopo pochi minuti l’imbarazzo è svanito, vi sentite degli stupidi, e vi dite: ma come ho potuto pensare delle sciocchezze simili, e intanto siete lì, a battervi pacche sulle spalle, magari anche un po’ commossi. Perché è andata così, sì: Indiana è tornato, e rivederlo è stato proprio come ritrovare un vecchio, carissimo amico, e il piacere, il divertimento, le risate e la malinconia sono state ancora quelle, e sembra che non sia passato nemmeno un giorno. E’ perfino difficile parlare di un film come questo. Bisognerebbe raccontare di una sceneggiatura che è un tessuto fittissimo a trama doppia di citazioni, rimandi, allusioni, richiami, e chi più ne ha più ne metta. Una festa, un’orgia, una vera e propria overdose per qualsiasi cinefilo (per nominarne solo due, tra le mille. I nostri eroi tornano alla luce spinti dall’acqua dal fondo di un pozzo: come nel Viaggio al centro della terra, H. Levin, USA, 1959. E la scena del matrimonio è immersa in un biancore quasi sovrannaturale – abiti, arredi, la luce dalle finestre ecc. – che ricorda così tanto il Paradiso del Cielo può attendere, E. Lubitsch, USA, 1943). Un collegamento che non solo non disturba, e nemmeno spersonalizza il film, ma anzi lo immerge nel flusso magico della storia del cinema ‘popolare’, quello che ha fatto davvero sognare milioni di persone. Ci sono tutte le vecchie avventure di Indiana, dentro (del resto, quando vuoi bene ad un amico, non conosci forse tutti i suoi segreti?). Ci sono tutti i film di quel grande affabulatore di Spielberg, le sue passioni, le sue manie, e soprattutto i suoi sogni. C’è il cinema americano degli anni Cinquanta, coi suoi stereotipi, i suoi miti, positivi e negativi, soprattutto la sua ingenuità, così semplice e coinvolgente. E c’è, oltretutto, un senso della ‘avventura’ semplicemente incredibile, un’avventura ‘pura’, in cui tutto può succedere e tutto è credibile, quello che noi ‘vecchi’, allevati ancora a Salgari, conoscevamo e ritenevamo possibile solo nelle sue pagine, ma che oggi evidentemente sembra essere passato in eredità esclusiva al cinema (chi scrive più romanzi ‘di avventura’?), naturalmente quando venga fatto con lo spirito fanciullo di uno Spielberg. La trama non si può raccontarla, pena una frustata sulle natiche del vecchio Indiana, ma almeno preparatevi: siamo negli anni Cinquanta, i cattivi sono dei cattivissimi sovietici (a proposito: prima ho dimenticato OO7!) e il tesoro, stavolta, è nascosto in Amazzonia. Sapete: quel posto pieno di serpenti … E nemmeno si può parlare di quel maledetto simpaticone di Harrison Ford, che, a parte Blade runner, non si può dire che abbia titoli particolarmente eclatanti nel suo curriculum, ma che con questo personaggio può star certo di aver iscritto il suo nome nella storia del cinema. Toccherà dunque a suo figlio, il bravissimo (ma già ce n’eravamo accorti nel delizioso Transformers: e anche là c’era lo zampino di Spielberg) Shia LaBeouf, raccogliere il testimone? Così parrebbe, così sembrerebbe voler insinuare il destino, ma suo padre, all’ultimo momento, gli toglie il cappellaccio dalle mani e se lo calca in testa: ragazzo, ne devi mangiare ancora di polenta, per ora Indiana sono ancora io!

Martedì 24 agosto

Sinfonia per un massacro (J. Deray, Italia/Francia, 1963) 00.10, DT

Un gangster marsigliese tenta di fregare ai suoi complici un prezioso carico di droga, ma naturalmente tutto finirà nel sangue. Splendido thriller con tragiche e malinconiche venature noir, e magnifiche musiche di Michel Magne. Un piccolo capolavoro sconosciuto in un rarissimo passaggio TV, assolutamente imperdibile.

Four brothers (J. Singleton, USA, 2005) 21.00, Sky

Una vecchietta raccoglie dalla strada e rieduca ragazzi sbandati, ma quando viene uccisa in una rapina, i suoi ‘figli’ si scatenano nella vendetta. Pretenderebbe di mostrare analisi e contenuti ‘sociali’, ed invece è solo banale, fracassone e stereotipo. Da perdere.

Crossing over (W. Kramer, USA, 2009) 21.00, Sky

L’aspirazione al Sogno Americano non è solo prerogativa, come saremmo portati a pensare, di miserabili dalla pelle di strani colori, disposti a rischiare la vita nel deserto per passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Certo, prima di tutto c’è la storia della messicana Mireya Sanchez (Alice Braga), per cui il limbo della clandestinità significa la differenza tra la vita e la morte non solo sua, ma del suo bambino. Ma ci sono anche altre opzioni, davvero insospettabili. C’è per esempio quella di Claire Shepard (la bellissima, e brava, Alice Eve), un’attricetta australiana che per avere la Green Card, che le consenta di scalare il mondo dello spettacolo USA, è disposta a tutto: a comprare documenti falsi da un losco trafficante, ma anche a prostituirsi a Cole Frankel (un bravissimo Ray Liotta), funzionario dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), che ha il potere di rilasciarle quel magico documento. C’è l’iraniana Zahra Baraheri (Melody Khazae), la cui famiglia è da molto tempo integrata nella società americana, tanto che tra pochi giorni celebrerà il rito laico della naturalizzazione, ma che non è disposta a tollerare che, per Zahra, integrazione sia divenuto sinonimo di emancipazione e liberazione personale. C’è l’adolescente bangla Taslima Jahangir (Summer Bishil), che a quel sogno pare aver creduto troppo letteralmente, senza rendersi conto che la libertà di pensiero e di parola, di questi tempi, anche nella ‘libera’ America è diventata un concetto molto relativo. C’è il giovane coreano Yong Kim (Justin Chon), che per arrivare più in fretta a quel sogno vuole percorrere la strada più facile, quella del crimine, come, del resto, proprio i film americani gli hanno insegnato. E c’è anche Max Brogan (un bravo e ‘dimesso’ Harrison Ford), agente dell’ICE addetto ai ‘rastrellamenti’, che assiste impotente e contro il suo stesso animo a tutto quel dolore. Destini che si incrociano e si sfiorano – ma non si intersecano, e la più colossale scemenza che sia stata detta su questo film è che appartenga alla ‘scuola’ di Guillermo Arriaga o Paul Haggis – in un film che non fa ‘filosofia’, ma racconta l’inutile stupidità della quotidiana caccia ai clandestini (e non è un caso, l’ho già scritto altrove, che in inglese vengano chiamati ‘aliens’), tra burocrati ottusi o di buon cuore, a seconda di come vuole la sorte, fili spinati e centri di detenzione, ‘rondisti’ più o meno stupidi e violenti. Una caccia fin troppo facile, quasi ‘da riserva’, perché le pattuglie dell’ICE vanno a colpo sicuro e sanno dove trovarli: nelle fabbriche, a produrre ricchezza per rendere il sogno americano ancora più sfavillante. E fateci caso: quando i poliziotti li inseguono, i padroni di quelle fabbriche non si vedono mai: solo si vedono i migranti, fuggire tra gli scatoloni come topi impazziti che cerchino un riparo dal falco. Pur non possedendo la poesia e la profondità antropologica di L’ospite inatteso (T. McCarthy, USA, 2008) o la lucida freddezza di Frozen river (C. Hunt, USA, 2008), Crossing over è un film ‘modesto’ ma interessante e ben fatto, che merita di essere visto e conosciuto, cosa che l’uscita alla fine di giugno 2009 certo non gli ha permesso.

Satyricon (F. Fellini, Italia, 1969) 00.40, Sky

Dal romanzo omonimo di Petronio Arbitro, I° Sec. D.C., un viaggio onirico nella Roma imperiale, che da un lato inorridisce per le sue splendide abiezioni, dall’altro affascina per la sua magnifica ed antica cultura. Poco a poco, il viaggio si trasforma poi, come accade sempre nel miglior Fellini, in un viaggio interiore, in una ricerca mistica e filosofica del senso dell’esistenza. Uno dei pochi film di Fellini davvero belli ed intelligenti. Imperdibile.

Mercoledì 1 settembre

Ronin (J. Frankenheimer, USA, 1998) 21.10, Rai3

Thrilling/noir, poetica e malinconica saga sugli agenti segreti rimasti senza ‘padrone’ (come i Ronin, i samurai che rimanevano senza il proprio feudatario) dopo il crollo del Muro di Berlino, nutrita del volto stanco e umanissimo del grandissimo De Niro e di quello beffardo e dolce di Jean Reno. Confrontate le scene d’azione con quelle di qualsiasi film americano del genere: là gli inseguimenti sembrano dei videogiochi, delle partite di flipper; qui c’è la tensione, la vita, la ‘realtà’ (una per tutte, la scena dell’inseguimento che si conclude al porto di Nizza, quando, a macchine ormai sfasciate e ferme, un cerchione rotola lentamente e lungamente sull’asfalto, dando il senso del tempo e della fatalità). Assolutamente imperdibile.

Wasabi (G. Krawczyk. Francia, 2001) 21.10, DT

Sì, d’accordo, è una sciocchezzuola, ma quanta grazia in questa sciocchezzuola, quanta leggerezza, quanta levità. Taxi e Wasabi non sono niente di più di un balletto semplice e divertente, che forse non si vedrebbe due volte. Ma raccontano le loro storie con elementare eleganza, con umorismo fresco, mai volgare, mai stupido. D’accordo, nulla di geniale, ma con le sconcezze vanziniane e desichiane che circolano oggi, vere infezioni per l’intelligenza, anche un divertissement come questo acquista un valore particolare. E poi c’è Jean Réno, coi suoi occhi, con quello sguardo che “io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi”. Insomma, guardatevelo, non ve ne pentirete. Al limite, come si suol dire, c’è di peggio.

Donnie Darko (R. Kelly, USA, 2001) 19.00, Sky

Donnie è un adolescente in cura dalla psichiatra per le sue allucinazioni. Una notte gli appare un misterioso coniglio gigante, che lo avvisa che sulla sua casa sta per cadere un motore perso da un aereo, e gli salva la vita. Da quel momento il coniglio guiderà l’esistenza di Donnie, profetizzandogli la prossima fine del mondo e inducendolo ad azioni che solo apparentemente sono negative e distruttive. Certo, non è tutto chiaro, a volte è un po’ confuso, forse la scrittura avrebbe dovuto essere più limpida, forse il montaggio avrebbe dovuto essere più selettivo … ma spira in questo film un’aria di ribellione e di eversione, una fantasia, un bisogno di libertà che lo rendono comunque pregevole. Da vedere e meditare.

S. Darko (C. Fisher, USA, 2009) 21.00, Sky

Prima di tutto, mettiamo le mani avanti, a difesa dello spettatore e dell’onorabilità di Richard Kelly, autore del misterioso ed inquietante Donnie Darko (USA, 2001), di cui questo signor Fisher pretende di aver scritto il sequel. Prima ancora che il film uscisse, Kelly aveva dichiarato: “Ci sono alcune cose che mi piacerebbe precisare. Non ho letto lo script. Non sono assolutamente coinvolto in questa produzione, né mai lo sarò. Non ho controllo sui diritti del nostro film originale, e né io né il mio produttore Sean McKittrick riceveremo un dollaro dagli incassi di questo film”. Una precisazione dovuta, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, e per sollevare dall’angoscia in cui indubbiamente si troveranno i fan del primo film dopo aver visto questo sequel ignobile. Non era stato facile, indubbiamente, ‘capire’ D.D., e non a caso su di esso circolano letture ed interpretazioni le più varie e complesse. Film di ‘fantascienza’ sulla possibilità dei viaggi nel tempo. Film di ‘fantafisica’, sull’esistenza di Universi paralleli e dunque, appunto, sulla possibilità di spostarsi dall’uno all’altro. L’uno e l’altro mescolati ad un messaggio di ribellismo giovanile cupo e nichilista … Comunque sia, le differenti ‘scuole’ hanno anche potuto litigare sulla ‘spiegazione’ del film, ma nessuna ha osato non riconoscerne l’intelligenza e il fascino. Pareva dunque difficile, pur sapendo che il regista non era lo stesso, immaginare che dal quell’inizio si potesse trarre un sequel che non fosse all’altezza, ma avevamo dimenticato una possibilità, quella della caricatura: magari involontaria, dovuta ad incapacità (nel qual caso, però, sarebbe bene cambiar mestiere), ma pur sempre caricatura. Così è, purtroppo, e la lista delle prove a carico sarebbe lunga. Si ha come l’impressione che il film sia stato sì calcato sull’originale, ma sempre uno scalino più sotto, così che ciò che in quello suggeriva ed inquietava, qui blatera, o semplicemente annoia, o induce allo sghignazzo. Donnie era un adolescente preda di incubi e sogni premonitori sulla fine del mondo, la sorella Samantha – sua è l’iniziale nel titolo – è una fighetta semitossica che non sa che fare di sé e del mondo. Il Coniglio era lo psicopompo che guidava e istruiva Donnie, Samantha sembra una vampiretta dark di qualche teen movie troppo di moda. Middlesex era una sintesi ‘intollerabile’ dello spirito piccolo borghese, Conejo Springs sembra la parodia di Burkburnett, la cittadina di “Non aprite quella porta”. E via così. Ci s’incazza, soprattutto se siete un fan di D.D, ma soprattutto ci si annoia, e quando s’è capito che aria tira s’incomincia a sbirciare l’orologio, il che ci salva il fegato dalla congestione. Si potrebbe andar avanti coi confronti per un’ora, ma – credetemi – non ne vale la pena. Attenti a voi, se decidete di vederlo.

Giovedì 2 settembre

Heat (M. Mann, USA, 1995) 21.15, DT

McCauley, grande rapinatore, contro Hanna, grande poliziotto. L’uno alla caccia dell’altro: della vita dell’altro, delle sue emozioni, di ciò che c’è dentro di lui, che l’ha fatto diventare quel che è, che l’ha portato fin lì. Thriller turgido, complesso, denso di storie, ma in cui è ancora una volta presente quel senso della ‘coreografia’ di Mann, che qui si esprime e nel ritmo perfetto della storia e nella stupenda fotografia. De Niro ed Al Pacino sono quanto di meglio il cinema abbia prodotto da molto tempo, e Mann è – lo sappiamo – un genio. Assolutamente imperdibile.

Venerdì 3 settembre

Black Dahlia (B. de Palma, USA, 2006) 21.00, DT

Confesso di non aver mai amato De Palma, e di non aver mai condiviso quella specie di culto che lo riguarda. Ho sempre pensato che la cifra del suo far cinema non sia mai andata oltre ad un banale e normalissimo mestiere. La sua filmografia è tanto abbondante quanto modesta, e accanto a film appena vedibili ed assolutamente sopravvalutati – Blow out, 1981; Omicidio a luci rosse, 1984; Gli intoccabili, 1987 – allinea incredibili ciofeche, come Mission: Impossibile (1996), o peggio ancora, Mission to Mars (2000). Questa volta, con tutta evidenza, De Palma ha fatto il passo più lungo della gamba, cimentandosi con un testo che non solo è uno dei più bei libri del grande scrittore americano James Ellroy – tutto da leggere, lui sì! – ma anche una delle più spietate indagini che la letteratura moderna ci abbia dato del ‘cuore nero’ dell’America. Da un libro dunque bello e intenso – che narra, partendo da un fatto di cronaca vera, l’atroce omicidio irrisolto di una attricetta di Hollywood – De Palma ha tratto un film che è certamente un raffinato esercizio calligrafico sull’America Anni Quaranta, ma dal quale mancano del tutto l’algido disincanto, ma anche la profonda pietà, con cui Ellroy guarda agli orrori che racconta; una chiave narrativa che, invece, si trova pienamente in quel capolavoro che è stato L.A. Confidential, tratto nel 1997 da un altro suo romanzo ad opera delle mani forse meno ‘nobili’, ma certo più abili, di Curtis Hanson. Più che ad un film, a volte par di assistere ad una sfilata di moda rétrò: i cappelli sono sempre perfettamente in forma, quando entra in scena la Johansson con le sue permanenti – peraltro bravissima, la migliore senz’altro, rispetto all’antipatia perfettina e studiata di Hilary Swank – sembra di vedere il parrucchiere che se la fila sul fondo, le automobili paiono appena uscite non dal concessionario, ma addirittura dal modellista, i set sono artificiosi, immobili, ingessati, e molte scene – per fare un solo esempio, quella del ritrovamento del cadavere dello stupratore sotto la pioggia – ricordano inevitabilmente il manierismo stilizzato di Sam Mendes in Era mio padre (2002). Gli interpreti – di alcuni ho già detto – fanno tutti del loro meglio, ma non riescono a liberarsi dalle pastoie di una regia che li irrigidisce in figurine a due dimensioni, quasi fossero uscite da una strip di Dick Tracy. Anche la sceneggiatura ha i suoi problemi. Indubbiamente non era facile destreggiarsi nei labirinti, mentali e narrativi, di Ellroy, ma il risultato è stato un racconto a volte veramente difficile da seguire, contorto, in cui spesso nessi e collegamenti sono appena accennati. Molta gente, al cinema, si è alzata dalla poltrona dicendo ‘Non ho capito un *****’, il che, per un film, è perfino peggio di ‘Non mi è piaciuto un *****’.

Popeye (R. Altman, USA, 1980) 01.10, DT

Cosa mai possa aver indotto Altman a girare questa balorda trasposizione cinematografica del geniale personaggio di E.C. Segar è un mistero, ma del resto la sua filmografia è una serie infinita di rotture di balle e boiatine sopravvalutate, e dunque questo non aggiunge né toglie niente all’insieme. Lasciate perdere.

One hour photo (M. Romanek, USA, 2002) 19.20, Sky

Sy Parrish vive in una bolla di ghiaccio, azzurro e bianco come la sua divisa, gelido come i corridoi del supermarket in cui lavora, spigoloso come gli scaffali su cui stano allineate merci senza colore e senza spessore, desolato e disanimato come la sua casa. Da questo gelo, da questo iceberg che nasconde un nocciolo malvagio e doloroso, egli cerca di uscire con le sue illusioni, innamorandosi di famiglie che non sono le sue, tentando di vivere vite che non gli appartengono. Non ci riuscirà, naturalmente, e rischierà di ferire a morte gli attori inconsapevoli della sua tragica commedia, ma almeno, alla fine, avrà il coraggio – o sarà costretto – a scoprire quel nocciolo, e chissà che da quell’amarissima rivelazione egli non possa guarire e risorgere. Gioiello di introspezione, piccolo poema sulla solitudine, One hour photo è anche un capolavoro nello studio e nell’uso degli spazi e soprattutto del colore. E chi ha detto che questa volta Robin Williams fa il ‘cattivo’, forse non ha capito né lui né il film. Williams fa ciò che ha sempre fatto: il grande attore ‘sentimentale’, solo che questa volta i sentimenti che esprime sono quelli cupi del dolore. I grandi attori sono davvero come il buon vino: invecchiando migliorano sempre.

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